IN EVIDENZA SUI MAGGIORI QUOTIDIANI
– Migranti, Salvini attacca il governo
– Forza Italia, Berlusconi: Non temo scissioni
– Tria: meno tasse sulla classe media
– Roma, l’emergenza rifiuti durerà almeno un mese
– Calfornia, la grande scossa semina paura
PRIMO PIANO
Politica interna
Testata: Corriere della Sera
Autore: Arachi Alessandra
Titolo: Prove di forza sui migranti – Ong in porto, caos a Lampedusa Nave sequestrata, tutti sbarcati
Tema: migranti
Nave sotto sequestro («Bene», esclama Salvini), equipaggio indagato. E poco dopo i migranti vengono sbarcati. Finisce così, alle 23,30 l’odissea della nave Alex di Mediterranea. E l’epilogo di una giornata segnata dallo scontro tra Salvini e le ong, ma anche con la Germania e con il ministero della Difesa. Nel pomeriggio la nave Alex, che aveva rifiutato il via libera dalle autorità di Malta, ha forzato Il blocco al largo del porto di Lampedusa, proprio come aveva già fatto la Sea-Watch di Carola Rackete. Il veliero aveva attraccato alle 17: a bordo c’erano 41 migranti stremati, provati dal viaggio e in fuga dalle torture della Libia. Il ministro dell’Interno Matteo Salvini non ha voluto che sbarcassero, così come ha dato ordine di non fare scendere nemmeno i 65 migranti della Alan Kurdi, ong tedesca SeaEye, che sta navigando verso Malta. A nulla è servita una lettera scritta dal ministro tedesco Horst Seehofer: «Rivedi il tuo concetto di chiusura dei porti». Lapidaria la replica del capo del Viminale: «Non autorizzo nessuno sbarco di chi se ne frega delle leggi italiane». E così nell’ormai quotidiano braccio di ferro con le ong, Salvini non soltanto non cede ma rilancia. «Sono complici degli scafisti. La Lega — ha detto — presenterà emendamenti al decreto sicurezza bis per aumentare le multe fino a un milione e anche per rendere più semplici i sequestri dei mezzi». Poi ha annunciato che chiederà l’impiego delle navi militari per pattugliare le acque territoriali e impedire ingressi e approdi sul nostro suolo. Collaborazione che in verità era già stata offerta dalla Marina al Viminale proprio ieri mattina, quando veniva contattato il capo di gabinetto del ministro Salvini, Matteo Piantedosi, offrendo le navi militari per portare i migranti della Alex a Malta. Offerta che non è stata raccolta. E se c’è chi pensa che l’atteggiamento del ministro vicepremier possa configurare il reato di sequestro di persona, Salvini fa spallucce: «Io denunciato per sequestro? Ridicolo». Ma Di Maio ieri, in una intervista al Corriere, lo ha invitato a non accettare lo «schema» della contrapposizione con le ong. Matteo Renzi ha parlato di «show». E ha detto: «II solito Salvini, mentre continuano ad arrivare barchini che ogni giorno consegnano decine di migranti alle coste italiane». Zingaretti ha lanciato un appello: «Prima si facciano scendere naufraghi della nave Alex, dove sarebbe in corso un’emergenza igienico-sanitaria, e dopo si collabori con l’Europa per lo loro redistribuzione».
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Testata: Stampa
Autore: Di Matteo Alessandro
Titolo: I migranti a Lampedusa Salvini attacca il governo “Mi avete lasciato solo” – “Lasciato da solo” Salvini a Trenta: manda la Marina
Tema: migranti
Sembra la replica del «film» della scorsa settimana, di nuovo un braccio di ferro tra Matteo Salvini e una barca di una Ong che entra in porto a Lampedusa nonostante i divieti del governo italiano. Stesso copione, stavolta senza collisioni, ma stavolta con una polemica dentro al governo, tra il ministro dell’Interno e il ministero della Difesa e con l’entrata in campo della Germania che – con il ministro dell’Interno Horst Seehofer, chiede all’Italia di «cambiare idea sui porti chiusi». Salvini se la prende con le Ong, ma chiama in causa anche la collega della Difesa Elisabetta Trenta e il ministro dell’Economia Giovanni Tria: «Ogni tanto mi sento un po’ solo. Vorrei che (la Difesa e l’Economia, che comandano Marina e Guardia di finanza, ndr) fossero al mio fianco». Subito arriva la replica della Difesa: «Da giorni abbiamo offerto supporto al Viminale sulla situazione di queste ore e il Viminale lo ha respinto, in più di una occasione». Il leader della Lega poi attacca i volontari della “Alex”, la barca con 41 migranti che è entrata in porto a Lampedusa: «Non autorizzo nessuno sbarco di chi se ne frega delle leggi italiane e aiuta gli scafisti». Salvini contesta la versione della Ong, che giustifica la forzatura del divieto di entrare in porto con le condizioni igienico-sanitarie a bordo: «Rifiutano acqua – accusa il ministro – per poter dichiarare lo stato di necessità a bordo e forzare il blocco: così sperano nell’impunità. Sono tornate davanti alla Libia: così incentivano le partenze e il rischio di naufragi e fanno felici gli scafisti. Queste sono le Ong. Non ci faremo intimidire». Il vice-premier deve fronteggiare anche il “fronte tedesco”. Seehofer si rivolge al leader della Lega con una lettera piena di stoccate: la scelta di chiudere i porti va «riconsiderata», afferma, anche perché «l’Italia ha più volte beneficiato della solidarietà degli Stati membri europei in passato». Il ministro tedesco è uno dei leader della Csu, partito cristiano democratico, e gioca anche la carta dei valori religiosi, invadendo un campo sempre più spesso praticato da Salvini, con i rosari esibiti in pubblico. Seehofer fa appello ai «valori cristiani condivisi» e alla «comune responsabilità europea» per chiedere al leader della Lega di cambiare registro.
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Testata: Repubblica
Autore: Ziniti Alessandra
Titolo: L’ira di Salvini su Trenta e Tria “Non li hanno bloccati ma aiutati”
Tema: migranti
Dovevano fermarla e invece l’hanno scortata in porto e l’hanno lasciata attraccare. Una settimana fa erano i finanzieri-eroi che hanno rischiato la vita per sbarrare la strada alla Sea-Watch 3, ieri quasi sono diventati complici degli “scafisti ” di Mediterranea. «Devono bloccare le navi che vogliono portare i clandestini in Italia e non aiutarle nel trasporto». Messaggio al veleno all’indirizzo della ministra della Difesa Elisabetta Trenta con cui Matteo Salvini decide di intraprendere un nuovo braccio di ferro dopo avere, nell’ordine, bloccato lo sbarco di migranti ed equipaggio, annunciato l’aumento fino a un milione di euro delle multe per le navi che trasportano migranti e polemizzato con il collega tedesco Seehofer che gli aveva chiesto di riaprire i porti italiani. Alle cinque di pomeriggio quando gli dicono che la Alex sta ormeggiando al porto di Lampedusa Salvini diventa una furia. Un altro scacco, no. Le immagini in diretta di Rai news 24 da bordo della Alex mostrano una motovedetta della Finanza che naviga a fianco. Ma questa volta non va in scena nessuna battaglia navale. Troppo per il ministro dell’Interno che «si sente solo» e apre un nuovo fronte di scontro all’interno del governo. Chiede spiegazioni sul comportamento delle motovedette alla Trenta ma anche a Tria («Se non ricordo male la Mediterranea è quella che aveva a bordo il signor Casarini e il figlio del ministro dell’Economia»). E attacca: «Mi piacerebbe che i ministeri della Difesa e dell’Economia fossero al nostro fianco. Questo è un pericoloso precedente. Ragioneremo sulla presenza delle navi della Marina militare e della Guardia di finanza. Le forze armate in mare non dipendono da me, mi chiedo se servono da scorta a navi fuorilegge e domando ai loro vertici se la difesa dei nostri confini è un diritto-dovere o è diventato un di più».
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Testata: Sole 24 Ore
Autore: Negri Giovanni
Titolo: Nuovo Csm, nomine dimezzate – Riforma Csm, poteri dimezzati sulle nomine
Tema: Csm
Un Csm con più componenti, minori costi e competenze dimezzate. Prende corpo in queste ore, nelle stanze del ministero della Giustizia e nel confronto tra Movimento 5 Stelle e Lega, la nuova fisionomia del Consiglio superiore della magistratura. Una riforma che punta non solo a “limare le unghie” delle correnti, tradizionale tentazione della politica, ma soprattutto a limitare, se non proprio stroncare, quel carrierismo che dalle stesse punte più avanzate della magistratura è considerata oggi malattia grave e pericolosa. Certo, l’inchiesta di Perugia ha scoperchiato il vaso di Pandora dei mali di un sistema, che ormai era ampiamente esausto, tanto da fondare un intervento che hai tratti della cura d’urto. La novità più significativa sulla quale si sta riflettendo è quella di “sfilare” al Consiglio le nomine degli uffici semidirettivi, soprattutto presidenti di sezione e procuratori aggiunti. Nomine che oggi rappresentano, almeno sul piano strettamente quantitativo, una quota maggioritaria delle funzioni assegnate dal Csm. Basti pensare che delle oltre mille nomine effettuate nel corso della passata consiliatura, certo straordinaria sotto questo punto di vista a causa dell’abbassamento dell’età pensionabile dei magistrati da 75 a 70 anni voluta dal Governo Renzi, circa 600 hanno riguardato proprio presidenti di sezione e procuratori aggiunti. In una logica che si vorrebbe un po’ più manageriale e attenta a profili squisitamente organizzativi e meno permeabile alle pressioni dei gruppi associativi, gli incarichi semidirettivi verrebbero assegnati da capi degli uffici, presidente di tribunale oppure capo procuratore, con provvedimenti di coordinamento. Tanto che la stessa dizione di «presidente» sparirebbe, lasciando il posto a un più neutro «coordinatore». Prerogativa del Consiglio rimarrebbero le nomine degli apicali (presidente di tribunale, presidente di Corte d’appello, capo procuratore, procuratore generale). Che però dovrebbero essere fatte seguendo l'”agenda Mattarella”, nel segno di un percorso più attento e meditato, seguendo un ordine cronologico nel riempire le caselle vuote, per evitare il cronicizzarsi delle assenze, valutando l’opportunità di audizioni, elemento importante per scelte più motivate e trascurato deliberatamente nella vicenda della nomina del capo procuratore di Roma, escludendo nomine “a pacchetto”, per impedire così almeno la plastica formalizzazione della logica di scambio tra componenti associative.
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Testata: Repubblica
Autore: Lopapa Carmelo
Titolo: Toti sfida Berlusconi sulle primarie “Facciamo la rivoluzione d’ottobre”
Tema: centrodestra
Dice che la nascita di un nuovo partito non è nei suoi programmi. «Non siamo qui per dividere nessuno, ma per riunire il centrodestra: anche perché la scissione dell’atomo interessa i fisici del Cern di Ginevra». Assicura che non intende nemmeno commettere il parricidio che tutti da lui ormai si attendono (ammesso poi che un parricida lo annunci prima). «Nessuno dica che Toti è contro Berlusconi. Qui non c’è nessuno contro Berlusconi. Quello che noi chiediamo a tutti, Berlusconi compreso, è di aiutarci a costruire la Terza Repubblica». Giusto sul finale si sbilancia. «Avremo la nostra rivoluzione d’ottobre, è un buon mese per la rivoluzione, anche se quella d’ottobre non è nella nostra cultura». Teatro Brancaccio di Roma. Nella canicola delle 14 di un sabato di luglio si ritrovano a sorpresa in 1.500 a gremire la platea su tre piani. Giovanni Toti, un tempo ormai lontano consigliere politico del Cavaliere, entra in scena sulle note di “Don’t stop me now” dei Queen (“Non mi fermate adesso”). Ma a conti fatti, la colonna sonora sarà l’unico messaggio vagamente forte della manifestazione assai osteggiata da Silvio Berlusconi e dallo stato maggiore: «Chi va, è fuori da Forza Italia». Del partito, in effetti, nemmeno un logo. Giusto qualche bandiera sventolata in platea. Di azzurro forzista c’è solo lo sfondo del simbolo (e nome) transitorio: “L’Italia In Crescita”. Ma gli slogan che contano sono quelli degli hashtag che campeggiano: #cambiamoinsieme e #iostocontoti. Per il resto, striscioni dalla Campania e dalla Basilicata, soprattutto dalla Liguria e dalla Lombardia, ma non solo. A parlare dal palco, oltre al padrone di casa, solo quattro giovani amministratrici. Perché sarebbero proprio le decine di assessori e consiglieri comunali e ragionali le vere truppe sulle quali conta il governatore ligure. Basteranno per la «rivoluzione d’ottobre»? Alla fine, gran risultato di pubblico. L’aspirante leader è soddisfatto, la prova di forza è riuscita, nonostante le pressioni. Ma quello stesso pubblico dopo due due ore, a fine kermesse, sciama dal teatro chiedendosi a cosa abbia assistito. Al lancio di un nuovo soggetto, come tutto lasciava presagire settimane fa, no. Alla separazione da Forza Italia, nemmeno, o quanto meno non ancora. Forse, alla nascita, senza precedenti in quel mondo, di un correntone politico. Sarà il “correntone del Nord», in vista delle primarie d’autunno. In contrapposizione alle truppe e ai consensi dell’altra coordinatrice in corsa, Mara Carfagna.
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Testata: Giornale
Autore: de Feo Fabrizio
Titolo: E il Toti-day non scalda: «Ma mai contro il Cavaliere» – Toti vuole fare la rivoluzione ma si ritrova senza esercito
Tema: centrodestra
«Se Forza Italia non farà qualcosa, molto banalmente non ci occuperemo più di Forza Italia perché scomparirà. Avremo la nostra rivoluzione d’ottobre, è un buon mese per la rivoluzione, anche se quella d’ottobre non è nella nostra cultura. Ma la scissione dell’atomo non ci interessa, vogliamo unire». Giovanni Toti riunisce le sue truppe al Teatro Brancaccio di Roma, ma lo strappo previsto da molti non si consuma. Anzi il governatore ligure si attesta sulla frequenza della ricostruzione dal basso, piuttosto che su quella della rottamazione, cercando un percorso che sia benedetto da Silvio Berlusconi. Alla convention «Italia in crescita» partecipano circa duemila persone, sulle note evocative e non casuali di «Don’t stop me now» dei Queen, Toti fa il suo ingresso passando attraverso la platea, come un attore che vuole spiazzare il suo pubblico. Ad ascoltarlo, seduti nelle prime file, ci sono azzurri ed esponenti del centrodestra di oggi e di ieri come Vittorio Sgarbi, Laura Ravetto, Paolo Romani, Gaetano Quagliariello, Giulio Gallera, Osvaldo Napoli, Francesco Giro, Mario Abruzzese, Adriano Palozzi, Carlo Giovanardi, Luigi Vitali, Giorgio Silli, Giorgio Lainati, Daniela Ruffino, i fedelissimi Manuela Gagliardi, Alessandro Sorte e Stefano Benigni, Ilaria Cavo, Massimo Berruti, il coordinatore della Liguria Sandro Biasotti, Pietro Laffranco oltre a giornalisti come il direttore e amico Paolo Liguori e Anna La Rosa. Toti, però, vuole trasmettere un’idea di rinnovamento e così a precederlo salgono sul palco quattro donne abituate a fare politica sul territorio. C’è Cristina Ponzanelli, primo sindaco di centrodestra della storia sempre rossa della città ligure di Sarzana. C’è Federica De Benedetto, consigliere comunale di Lecce, abituata da anni a raccogliere preferenze in grande quantità e in autonomia, scontrandosi a volte con le ostilità interne. E poi Giulia Marchionni, consigliere comunale a Pesaro e Marika Padula, assessore a Potenza. Sostegno al governatore ligure viene espresso, con un video, anche dal sindaco di Genova Marco Bucci, che ringrazia Toti per l’impegno dimostrato dopo la tragedia del Ponte Morandi.
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Testata: Giornale
Autore: Sallusti Alessandro
Titolo: Intervista a Silvio Berlusconi – Berlusconi: Toti perde tempo – «L’iniziativa di Toti? È solo tempo perso Io, Putin e l’Europa: così sono ritornato»
Tema: centrodestra
Ieri Toti ha radunato la sua corrente, considera il fatto una Opa ostile su Forza Italia? «La considero un’iniziativa pletorica, superata dai fatti: chiede un rinnovamento che noi abbiamo già avviato, secondo un percorso concordato, che ho annunciato quindici giorni fa ai gruppi parlamentari, e che lo stesso Toti ha condiviso. Quel percorso deve proseguire ordinatamente, senza strappi, senza divisioni, senza mettere in discussione chi ha lavorato generosamente con noi per tanti anni. Martedì si riunirà il tavolo delle regole per cominciare ad impostare la nuova Forza Italia: spero che Giovanni almeno questa volta sia presente e dia il suo contributo. Nella storia di Forza Italia c’è sempre stato spazio per il massimo confronto di idee. Non c’è mai stato spazio per il correntismo e il frazionismo. Questa è l’unica regola che non cambieremo mai. Chiunque non concordi è libero di tentare di fondare un nuovo movimento. Certo non mi pare che chi ha provato a farlo contro di me abbia avuto grande successo». Congresso, primarie, nuove facce, nuovo nome o chissà… Come immagina lei il rinnovamento del partito? «Sinceramente io credo che questa sia una discussione per addetti ai lavori, che lascia sostanzialmente indifferenti i nostri elettori. In questi anni Forza Italia si è rinnovata nel gruppo dirigente come nessun altro partito ha fatto. Guardo a una forza politica che sappia coinvolgere militanti e simpatizzanti nei nostri processi decisionali, ma non voglio imitare modelli già falliti e poco trasparenti». Quindi niente rottamazioni? «La rottamazione è un termine estraneo al nostro linguaggio e soprattutto alla nostra cultura: aprire ed allargare non significa affatto cacciare chi ha applicato con lealtà e spirito costruttivo le indicazioni e le decisioni che abbiamo assunto insieme. D’altronde la storia recente dimostra che i rottamatori finiscono rottamati molto presto». Nell’intervista Berlusocni si dice anche deluso dalla Lega: «Avevo sperato che la Lega mettesse finalmente fine al peggiore governo della storia recente. Un governo che – al di là dei temi della sicurezza – ha adottato solo politiche stataliste, assistenziali, costose e inefficaci, che hanno bloccato la crescita, aumentato la pressione fiscale, penalizzato le imprese e il lavoro, fermato le infrastrutture, coniato leggi pericolosissime per la libertà delle persone in materia di giustizia. L’opposto di quello che noi consideriamo necessario: una lotta senza quartiere contro l’oppressione fiscale, l’oppressione burocratica, l’oppressione giudiziaria che sono i veri mali del nostro paese».
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Testata: Sole 24 Ore
Autore: Marini Andrea
Titolo: L’inchiesta. Rifiuti, a Roma soluzione estiva Poi invio all’estero o commissario – Rifiuti, per Roma soluzione estiva Poi invio all’estero o commissario
Tema: rifiuti Roma
La deadline è fissata per il 30 settembre, quando scadrà l’ordinanza della Regione Lazio firmata venerdì che punta a risolvere nell’immediato l’emergenza rifiuti a Roma. Il Campidoglio dovrà farsi trovare pronto con un piano che nel medio e lungo termine sia in grado di scongiurare la periodica invasione di rifiuti. In sostanza significa fare quello che finora non si è fatto: porre fine al problema della carenza degli impianti e chiudere il ciclo dei rifiuti. Dove fare una nuova discarica di servizio? Come raggiungere l’obiettivo annunciato per il 2021 di una differenziata al 70% quando dal 2015 ad oggi si è passati appena dal 41% all’attuale 46%? Rimettere in gioco i tanto odiati termovalorizzatori (per vederli in funzione servono 7 anni)?. Puntare tutto sulle “fabbriche verdi” di recupero, riciclo e riutilizzo, cavallo di battaglia dei Cinque Stelle (ma anche del Pd a guida Zingaretti)? Sullo sfondo c’è sempre l’ipotesi (costosa) di ultima istanza, tornare a spedire i rifiuti all’estero. Lo conferma il Campidoglio e lo conferma il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa. Anche alla luce della crescente resistenza (almeno in parte politica) delle altre regioni italiane – sempre più a guida centrodestra – nel farsi carico dei problemi dell’amministrazione M5S della Capitale. Ma potrebbe non bastare o il piano non andare in porto. Dietro l’angolo c’è, allora, il governo, pronto a prendere in mano la situazione con la nomina di un commissario ad hoc. Ma anche questa scelta potrebbe portare a un nuovo impasse, visto che gli alleati di governo Lega e M55 hanno visioni opposte: i primi sono a favore dei termovalorizzatori, i secondi li vedono come fumo negli occhi.
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Testata: Tempo
Autore: Novelli Susanna
Titolo: La Raggi tarocca pure la discarica – Tra bufale e gaffe Raggi fuori controllo
Tema: rifiuti Roma
Prima grida al «bluff» di Zingaretti perché la mattina dopo la firma dell’ordinanza della Regione Lazio che obbliga la pulizia della Capitale in sette giorni, il sindaco Virginia Raggi si “accorge” che «i rifiuti sono ancora in strada», poi la clamorosa gaffe del video che la ritrae davanti a un impianto chiuso, senza specificare quale: per lei la prova che «l’ordinanza non funziona» e che «Zingaretti ha preso in giro tutti i romani». Peccato, come preciserà poco dopo la Regione Lazio che quell’impianto, che è quello di Aprilia, non rientra nell’ordinanza e che si tratta di un impianto di trattamento di plastica e carta. Tre anni di rimpasti di giunta, di assessori che cambiano, di manager che «fuggono» e il solito ritornello di problemi «ereditati dal passato» e che «ci vuole tempo». Eppure, all’indomani dell’ordinanza della Regione Lazio per far uscire Roma dall’emergenza rifiuti, la lente utilizzata dai Cinquestelle sembra posta al contrario, ovvero come fa più comodo. «L’ordinanza politica del segretario Pd e presidente della Regione Lazio Zingaretti si è rivelata inapplicabile. I rifiuti a Roma sono ancora a terra. Il bluff è svelato», ha scritto ieri mattina sui social il sindaco di Roma Virginia Raggi, sostenendo di sentirsi «truffata». Eppure uno dei punti più criticati della durissima ordinanza di Zingaretti, è stato proprio quello di ordinare la pulizia della città soli in sette giorni. Una partita politica pericolosa quella aperta proprio dalla Raggi pretendendo l’ordinanza regionale tramite il ministro grillino Sergio Costa. E alla fine, Zingaretti ha risposto con dei diktat senza precedenti nei confronti dell’Ama e non tanto e non solo per i tempi strettissimi, sette giorni per reperire mezzi e siti per i trasbordi, sui quali l’azienda sta comunque rispondendo, quanto ad esempio sull’obbligo dell’approvazione dei due bilanci mancanti, quello del 2017 (causa del “licenziamento” di ben due Cda di Ama) e quello del 2018 che non può essere approvato senza ovviamente il via libera del precedente.
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Testata: Repubblica
Autore: Vitale Giovanna
Titolo: Il Pd resta al Nazareno ma restringe la sede In cassa è profondo rosso
Tema: Pd
Contrordine compagni. Il Pd resta dov’è, al Nazareno, nel cuore del cuore di Roma. Non si sposta né verso sud, sull’Ostiense, né a Est, in Via Merulana. Anche se, ufficialmente, la nuova sede si sta ancora cercando. Non è solo una questione di comodità: in una metropoli caotica come la capitale, con mezzi pubblici poco efficienti e le Camere non più a due passi, per i vertici dem – i vicesegretari Orlando e De Micheli, il tesoriere Zanda – risulterebbe davvero complicato raggiungere il quartier generale. È soprattutto una questione di soldi. Le casse sono in sofferenza. Le ultime elezioni hanno dimezzato il numero dei parlamentari e dei consiglieri regionali, e con loro i contributi dovuti da ciascun eletto, spesso oltretutto in ritardo o inevasi. I versamenti del 2 per mille languono, a fronte dell’attivismo finanziario di alcuni iscritti, vedi alla voce Carlo Calenda, che continuano a raccogliere fondi per le loro iniziative politiche anziché dirottarli sul partito. Il trasloco rischierebbe di trasformarsi perciò in una spesa aggiuntiva. E di rivelarsi poco conveniente sotto ogni profilo, rispetto ai propositi iniziali del segretario. Meglio allora star fermi. E però restringendosi un po’. Diminuendo cioè i metri quadri a misura di sondaggio. Una versione bonsai del tempo che fu. La decisione messa nera su bianco nelle relazione sul bilancio 2018, certificato a maggio. È lì, nella parte finale sulla «evoluzione prevedibile della gestione», che Zanda il tesoriere rivela il destino della sede nazionale: scaduto il 30 giugno il contratto di affitto, «è in corso una trattativa con la proprietà per il rilascio di alcuni spazi e la conseguente riduzione del canone di locazione». Una misura obbligata per abbattere i costi in epoca di entrate non proprio floride. E cercare pure di tutelare i 165 dipendenti del Pd in cassa integrazione: alla scadenza del 31 agosto, infatti, «il partito è fortemente intenzionato a richiedere la proroga della Cigs per ulteriori 12 mesi – si legge ancora nella relazione – e potenzierà le fonti di finanziamento al fine di incrementare il fondo incentivi all’esodo, per consentire una fuoriuscita meno traumatica del personale».
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Economia e finanza
Testata: Sole 24 Ore
Autore: Mobili Marco – Parente Giovanni
Titolo: Lotta all’evasione. Reati tributari in calo del 28% Condanna nel 9% dei casi – Reati tributari in calo del 28% Condannati nel 9% dei casi
Tema: evasione fiscale
Nell’anno dei 10 condoni della pace fiscale l’altra buona notizia per gli evasori arriva dalle Procure: i reati tributari per violazioni in materia di imposte dirette e Iva contestate dalla Guardia di Finanza, dalle Entrate e dalle Dogane nel 2018 crollano del 28 per cento. Non solo. Se si guarda ai procedimenti iscritti nei Tribunali, solo il 9% finisce con una condanna sul totale dei definiti nel 2017 (ultimo dato disponibile del ministero della Giustizia). In particolare, il 4% si chiude con una condanna davanti al Gip o al Gup, mentre nei definiti in dibattimento, dunque senza patteggiamento o riti abbreviati, la quota sale al 22 per cento. Con una doppia chiave di lettura: o le contestazioni iniziali non reggono l’urto durante il procedimento o si tratta di reati su cui le Procure prima e i Tribunali poi devono mettere in campo un extra lavoro, che richiede competenze multidisciplinari, per arrivare alla definizione. Non a caso, a Milano è stata creata una forte sinergia tra Procura, GdF ed Entrate che sta portando anche risultati in termini di gettito: l’ultimo dei quali è il caso Kering (a cui fa capo Gucci) chiuso con un’adesione da 1,25 miliardi. A fotografare lo scarso peso dello strumento penale nel contrasto all’evasione è stata la Corte dei conti. Uno strumento che, come si legge nella relazione sul rendiconto generale dello Stato presentata a fine giugno dal presidente dei giudici contabili, Angelo Buscema, avrebbe bisogno di alcuni approfondimenti «per valutare gli effetti concretamente prodotti sia in termini di diretto recupero delle somme evase, sia per ciò che attiene alla deterrenza esercitata». Dai dati forniti alla Corte dall’amministrazione finanziaria, nel 2018 sui reati tributari si è tornati indietro, quasi agli stessi livelli del 2016, ossia a quando entrò in vigore la riforma del penale tributario del Governo Renzi. Riforma che prevedeva l’innalzamento delle soglie di punibilità dei reati e la depenalizzazione dell’abuso del diritto, secondo cui le operazioni abusive non danno luogo a fatti punibili con le leggi penalitributarie. Ma a pesare probabilmente è stata anche la rivisitazione e poi l’abolizione (applicabile a partire dall’anno d’imposta 2016) della disciplina del raddoppio dei termini di accertamento, che consentiva ai verificatori di avere tempi supplementari con una denuncia di un reato tributario. Tornando ai numeri, sui reati lo scorso anno si è azzerato il recupero fatto nel 2017 quando le violazioni accertate avevano sfiorato quota 19mila.
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Testata: Giornale
Autore: Signorini Antonio
Titolo: Il governo litiga sul fisco Ma la pressione è già al 48%
Tema: fisco
Qualche giorno fa l’Istat aveva spiegato che la pressione fiscale del primo trimestre dell’anno si è attestata al 39%, il livello più alto dal 2015. Dato parziale e relativo ai mesi in cui la pressione è meno alta. Ma se la prospettiva si allarga all’anno e si includono imposte, tasse e contributi, il dato si gonfia fino al 48 per cento. Non il 42,4% previsione ufficiale per il 2019, ma una quota che si avvicina in modo pericoloso al 50 per cento. La pressione fiscale non è un’aliquota media ma la percentuale di risorse che vanno al fisco in rapporto alla ricchezza prodotta. L’evasione contribuisce a fare lievitare la pressione sui contribuenti onesti, sottolinea la Cgia di Mestre. Poi c’è dell’altro. La pressione sui redditi di famiglie e imprese aumenta anche per colpa delle tariffe. «Dal punto di vista contabile – spiega il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo – queste voci non rientrano nella pressione fiscale. Tuttavia, hanno avuto e continuano ad avere degli effetti molto negativi sui bilanci di famiglie e imprese, in particolar modo per quelle fedeli al fisco». Il fisco resterà al centro del dibattito politico da qui a dicembre. Al ministero dell’Economia è approdata una proposta che consiste nella riduzione delle aliquote Irpef da cinque a tre. Proposta di ispirazione MSs, simile, ma chiaramente alternativa alla flat tax cara alla Lega.
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Testata: Repubblica
Autore: Manacorda Francesco – Petrini Roberto
Titolo: Intervista a Giovanni Tria – Tria “Meno tasse per la classe media” – Tria “È tornata la fiducia nell’Italia Adesso giù l’Irpef per le classi medie”
Tema: manovra e deficit
Giovanni Tria si è messo alle spalle la procedura d’infrazione della Commissione Ue sui conti pubblici italiani e ha di fronte – Lega e Cinque Stelle permettendo – qualche settimana di tregua nella campagna elettorale permanente delle forze di governo. Per ora si gode «il ritorno della fiducia nell’Italia» testimoniato dal calo dello spread, e più che impegnarsi sulla flat tax promette per il prossimo anno «una riduzione delle aliquote Irpef per il ceto medio». Ministro, lei ha incassato un indubbio risultato evitando per la seconda volta in sei mesi la procedura per deficit eccessivo dalla Commissione. Come ha fatto, visto che la sua maggioranza non fa nulla per avere buoni rapporti con l’Europa? «Quello che è avvenuto non dipende dai rapporti più meno buoni, ma dalla chiarezza dei numeri e dalla lealtà nei comportamenti. Abbiamo amministrato bene la finanza pubblica, monitorando spese e entrate. Nell’assestamento di bilancio 2019 presentato alla Commissione non abbiamo tagliato nessuna spesa , abbiamo avuto dividendi forti da Cdp e Bankitalia, abbiamo preso in considerazione i buoni risultati sul fronte delle entrate, anche ma non solo, per il recupero dell’evasione. E poi il governo nel suo complesso ha deciso che tutto ciò che non era stato richiesto a copertura delle domande per il reddito di cittadinanza e quota 100 fosse bloccato per contenere il deficit. Il risultato finale è buono non solo perché abbiamo evitato la procedura d’infrazione, ma anche perché la credibilità nazionale ne è uscita rafforzata». II tema, ora, è quello del prossimo anno. Nella lettera a Bruxelles avete garantito che vi atterrete alle regole del patto di Stabilità. Quale obiettivo di deficit/Pil avete fissato? «Quest’anno abbiamo già fatto un aggiustamento strutturale forte. Per l’anno prossimo l’obiettivo del governo è riportare il debito su un sentiero di riduzione, anche e soprattutto attraverso un rilancio della crescita economica. Abbiamo un debito alto. Con una crescita vicina allo zero quest’anno dobbiamo almeno stabilizzarlo. Penso che con le misure prese siamo riusciti a rassicurare i mercati, che significa rassicurare famiglie e imprese. È una condizione necessaria se vogliamo avere qualche effetto dalle misure espansive prese anche con la legge di bilancio. Per il 2020 è però prematuro mettere delle cifre: vedremo come andrà l’economia italiana nel secondo semestre. anche nel contesto di quella europea». Comunque per il 2020 si parla di trovare risorse per 40-50 miliardi, compresi i 23 miliardi per evitare il rialzo dell’Iva. Come farete? «Anche per l’anno prossimo prevediamo di avere un miglioramento delle entrate fiscali, mentre i risparmi su quota 100 e reddito dovrebbero essere maggiori. Inoltre intendiamo reperire risorse con un’accurata “spending review” e un attento esame delle “tax expenditures”. E questo servirà per rispettare l’impegno del governo, approvato dal Parlamento, di mantenere gli obiettivi di bilancio non attraverso un aumento delle tasse, ma con il contenimento della spesa. Grazie al cambiamento della politica monetaria e a un calo dei tassi d’interesse sul nostro debito potremmo poi avere condizioni anche più favorevoli di quelle attuali. Certo, non sarà facile. Ma anche quello che abbiamo appena fatto non sembrava facile».
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Testata: Corriere della Sera
Autore: de Bortoli Ferruccio
Titolo: Un bagno di realismo ci fa bene – Un bagno di realismo
Tema: manovra e deficit
Va dato atto al premier Giuseppe Conte e al ministro dell’Economia Giovanni Tria di aver ricondotto a più miti consigli i due azionisti del governo. Mentre Matteo Salvini e Luigi Di Maio proseguivano nella loro competizione di annunci e polemiche, gli interlocutori italiani della Commissione europea (per fortuna non più delegittimata come si disse durante la campagna elettorale) hanno trattato per scongiurare una procedura di infrazione sul debito. Una sanzione che ci avrebbe confinato, fino al 2024, in una sorta di Purgatorio europeo. Il risultato è soprattutto un loro successo. Ma si trattava di trovare, tra le pieghe di bilancio, appena 7,7 miliardi, di cui 2,9 da maggiori entrate fiscali oltre al miliardo dell’accordo con Kering. Incassi ottenuti soprattutto grazie alla fatturazione elettronica introdotta dai governi precedenti non senza forti resistenze dell’allora opposizione oggi nelle stanze del potere. L’Iva evasa in Italia è circa un quarto di quella non corrisposta in tutta l’Unione europea. II governo si è legato le mani anche sul 2020 quando sarà chiamato, indipendentemente dalle sue scelte, a un’ulteriore sterzata di bilancio ma potrà godere, grazie allo scampato pericolo della procedura d’infrazione, di qualche margine di flessibilità. La manovra dovrà essere valutata anche alla luce della crescita — se ci sarà —dell’economia. Tria lo ha detto chiaramente: «E la correzione strutturale più grande degli ultimi anni». per mesi si è continuato a dire che la manovra correttiva non era necessaria. Si è poi fatta, come in passato, agendo sulle entrate, sul prelievo fiscale, e tagliando qualche investimento e servizio, come sul trasporto pubblico. Nulla di nuovo. Nell’ultima lettera spedita da Pierre Moscovici e Valdis Dombrovskis a Tria si annuncia uno «stretto monitoraggio» della Commissione sull’evoluzione dei conti italiani. Dunque, in un colpo solo, tutta la filosofia del «governo del cambiamento» (in sostanza facciamo il deficit che vogliamo, al diavolo l’Europa) è finita in soffitta.
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Testata: Sole 24 Ore
Autore: Picchio Nicoletta
Titolo: Boccia: ora detassare il lavoro, via ai cantieri e un piano per i giovani – Boccia: ora cantieri e meno tasse sul lavoro
Tema: imprese e ripresa
Per crescere, creare lavoro e ridurre le disuguaglianze è necessario l’impegno di tutti, in particolare della politica, che dovrebbe disegnare un «piano organico di politica economica»: la mission dell’Italia «deve essere il lavoro, vanno ridotte le tasse sul lavoro e rilanciate le infrastrutture». Lo ha ribadito il presidente di Confindustria Boccia a Tria: «Ridurre la tassazione nel mondo del lavoro su tre assi». Ossia le tasse sui salari, un grande piano di inclusione giovani, decontribuzione dei premi di produzione. Definire il salario per legge – ha continuato Boccia -«crea un precedente che forse è legato al depotenziamento dei corpi intermedi e che diventa un danno».
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Testata: Sole 24 Ore
Autore: Fabbrini Sergio
Titolo: Forza e debolezza delle scelte europee
Tema: nomine Ue
C’è voluto più di un mese per individuare la nuova leadership dell’Unione europea. Non è stato un compito facile, vista la trasformazione in corso della politica continentale. In questo contesto, l’accordo tra i capi di governo del Consiglio europeo, sui candidati da proporre per le principali posizioni europee, fa un passo avanti politico ed un passo indietro istituzionale. Come ci si aspettava, i quattro candidati proposti perle cariche europee (la tedesca Ursula von der Leyen per la presidenza della Commissione; il belga Charles Michel per la presidenza del Consiglio europeo; lo spagnolo Joseph Borrell per il ruolo di Alto rappresentante della politica estera e di sicurezza e la francese Christine Lagarde per la Banca centrale europea) sono espressione di governi e partiti europeisti. Tuttavia, essi rendono anche evidente la composizione geografica della nuova maggioranza europeista. Quest’ultima è nell’Europa occidentale, basata su un rinnovato accordo franco-tedesco, sostenuto dai Paesi del Benelux e dai due Paesi iberici (Spagna in particolare). Sembra di essere ritornati all’Europa dei fondatori, con la Spagna al posto dell’Italia. Con il nuovo presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, che può essere considerato il rappresentante di quella parte dell’Italia che si riconosce nel gruppo dei fondatori. Politicamente, rispetto al 1957, tale blocco geografico è più frammentato, ma egualmente solido. C’è dunque uno sdoppiamento di fatto dell’Ue, tra il core group dell’Eurozona e la periferia orientale e meridionale. Tale sdoppiamento può essere interpretato come lo sviluppo dell’Europa a due velocità, anche se in realtà si tratta dell’Europa a più finalità. L’opposizione irriducibile da parte dei Paesi di Visegrad alla candidatura di Timmermans alla presidenza della Commissione ha rappresentato un punto di non ritorno. Che poi il governo italiano, assecondando la volontà dell’ungherese Viktor Orban, si sia accodato all’opposizione aTimmermans, la dice lunga sulla sua idea di interesse nazionale. Infatti, se il politico olandese sarebbe stato aperto ad una gestione flessibile del Patto di stabilità e crescita, lo stesso non potrà dirsi per von der Leyen, nota per il suo rigorismo fiscale. L’Italia giallo-verde sta scivolando verso l’irrilevanza nella politica europea. Se poi nomina un estremista antieuro, come il senatore leghista Alberto Bagnai, a ministro per gli Affari europei, l’irrilevanza diventerà esclusione.
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Testata: Corriere della Sera
Autore: Rossi Salvatore
Titolo: Meravigliosi o da incubo: gli scenari aperti da Libra
Tema: Libra
E’ perfino sorprendente che solo oggi compaiano su vasta scala proposte come quella di Facebook, che promette ai suoi 2,3 miliardi di clienti e a tutti gli altri abitanti del pianeta una moneta magica, la Libra, con cui pagare tutto, dovunque e nel modo più semplice possibile. Anche se non si ha un conto bancario, anche se si vive nella giungla del Borneo. Basta avere uno smartphone, ma chi non ce l’ha? Facebook e le grandi aziende consorziate (fra le altre, Vodafone, Visa, MasterCard, Uber) hanno svelato al mondo il loro progetto il 18 giugno scorso, dicendo che sarà operativo dall’anno prossimo. L’annuncio ha avuto l’effetto di una bomba di profondità, da allora ondate su ondate di analisi e commenti si susseguono, tutti si agitano, banche e regolatori finanziari in primis. Prima era stato il turno dei Bitcoin e delle altre cosiddette criptovalute loro epigone a occupare la scena mediatica. Ma quella era tutta un’altra storia. All’origine vi era la visione utopistica di un mondo liberato da oppressive autorità centrali. Al centro di quella visione politica fu posta una cosa molto concreta, la tecnologia Blockchain, un gigantesco libro mastro planetario che avrebbe asseverato qualunque transazione fra due abitanti della Terra senza bisogno di notai e certificatori centrali, solo con la forza della crittografia che avrebbe reso le scritture contabili indelebili per sempre. I Bitcoin erano strumentali a questo disegno: erano il premio destinato ai possessori dei giganteschi computer necessari a far funzionare Blockchain, un denaro creato dal nulla dalla misteriosa divinità algoritmica all’origine di tutto, in quantità predeterminata una volta per tutte. E finita che la visione originaria si è persa, mentre i Bitcoin e le altre criptovalute create a imitazione dei Bitcoin sono diventate beni rifugio, pietruzze colorate che la gente tesaurizza perché «non si sa mai». La questione «come faccio a pagare in modo moderno, efficiente e a buon mercato» non si è posta per niente. Libra viene ora definita criptovaluta dai suoi promotori, i quali affermano che poggia su una Blockchain, ma il sospetto è che si vogliano solo usare termini di moda, dal suono esotico. Per quel che si capisce, la Libra è la versione evoluta di una carta prepagata.
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Testata: Sole 24 Ore
Autore: Minenna Marcello
Titolo: Tregua Usa-Cina, Ue a rischio – Dopo la tregua Trump-Cina, ora è l’Europa che rischia
Tema: Usa-Cina
La tregua tra Usa e Cina nei negoziati commerciali annuncia una schiarita sui mercati mondiali anche se certifica uno stallo persistente. L’accordo minimo concede agli Stati Uniti spazi sul mercato cinese per i produttori di soia mentre Trump ha promesso di allentare le limitazioni sulle componenti elettroniche per l’industria di telecomunicazioni cinese. Certo l’economia mondiale necessita di condizioni al contorno più favorevoli. A livello industriale tutti gli indici soft di previsione sugli ordini a breve termine (Pmi – Purchasing Managers Index) puntano verso una contrazione sincronizzata tra Asia, Europa e Usa. Nella prospettiva dell’Unione Europea, il timore non troppo celato è che il Presidente americano decida di aprire un nuovo fronte. Il deficit commerciale rimane in trend negativo nonostante i dazi, soprattutto verso l’Unione Europea. Attualmente i regimi tariffari Ue-Usa sono sull’ordine del 3% per quasi tutte le categorie di merci. I tamburi di guerra rullano nel settore aereonautico, dove il Dipartimento del Commercio estero americano minaccia di inasprire i dazi e nel settore automotive dove a maggio 2019 è stato raggiunto negli Usa il record di importazioni di automobili e parti accessorie, con oltre il 50% dall’Ue. In questa situazione un indebolimento del cambio euro/dollaro in risposta a variazioni di politica monetaria rischia di innescare la reazione del governo statunitense. Un assaggio si è avuto alcune settimane fa dopo l’annuncio da parte del Presidente della Bce di un probabile allentamento monetario. Sul mercato dei cambi l’euro si è immediatamente svalutato sul dollaro in coerenza con le aspettative degli operatori; entro poche ore un tweet di Trump con l’accusa di manipolazione monetaria nei confronti della Bce ha provocato un rimbalzo repentino. Gli elementi per un’improvvisa esplosione delle ostilità dunque sono sul piatto. A fronte della dipendenza commerciale dal mercato americano, le autorità europee hanno accelerato l’implementazione di una strategia di diversificazione verso le aree economiche emergenti: Asia, Oceania e Sud America. In questa prospettiva, l’accordo della settimana scorsa coni Paesi del Mercosur (un mercato comune tra Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay) elimina le tariffe sul 93% delle esportazioni verso l’Unione europea e concede “trattamento preferenziale” al restante 7%, per una riduzione complessiva di 4 miliardi di euro all’anno.
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Societa’, istituzioni, esteri
Testata: Corriere della Sera
Autore: Sarcina Giuseppe
Titolo: La grande scossa semina paura Ma la California resta in piedi
Tema: sisma in Calfornia
È stato il terremoto più potente degli ultimi 20 anni in California: 7,1 della scala Richter. Il bilancio è ancora incerto. Stando alle ultime notizie, non ci sarebbero vittime. Nella notte italiana David Witt, il capo dei vigili del fuoco della contea di Kern ha dichiarato in una conferenza stampa: «Abbiamo la sensazione che ci siano dei danni, ma non ne conosciamo l’estensione. Per quello che ne sappiamo finora, non ci sono persone intrappolate e non ci sono stati crolli rovinosi, ma stiamo ancora valutando la situazione sul territorio». Più ottimista Mark Ghirarducci, direttore dei Servizi di emergenza alle dipendenze dello Stato della California: «Ci sono stati incendi, fughe di gas, black-out dell’energia elettrica, crepe nelle strade e qualche frana. Ma i problemi non sono così estesi, come ci si poteva aspettare». L’epicentro è localizzato nel Mojave Desert, vicino alla cittadina di Ridgecrest (28.800 abitanti). Le scosse e l’intenso sciame sismico sono stati avvertiti anche a Los Angeles, 234 chilometri di distanza e a Las Vegas, 328 chilometri. E una regione in cui vivono più di 30 milioni di americani. Da Ridgecrest arrivano le immagini di fiamme circoscritte, video ripresi con i telefoni e che mostrano gli interni delle case, con i lampadari che oscillano o dei negozi, con gli scaffali rovesciati. Quasi tutti gli esercizi commerciali, però, sono rimasti aperti. Alcuni ospedali sono stati parzialmente sgomberati e i pazienti sistemati in grandi tende fornite dal servizi della protezione civile. La sindaca della cittadina, Peggy Breeden, ha provato a rassicurare i cittadini: «Siamo attrezzati per fronteggiare l’emergenza e per ospitare chi ha subito danni nelle abitazioni». Ma, poi, ha dovuto ammettere che «molte persone hanno preferito dormire nelle macchine ieri notte». Circa 200 cittadini sono stati accolti nei rifugi. Molti spettatori hanno condiviso in diretta tv lo spavento guardando il notiziario di Kcalg, un’emittente di Los Angeles collegata alla Cbs. La conduttrice Sara Donchey ha mandato la pubblicità e poi ha cercato riparo sotto la scrivania. Chiuse anche diverse strade, in particolare la statale che collega Ridgecrest e la cittadina di Trona. Il governatore della California, Gavin Newsom, ha dichiarato lo stato di emergenza nella Contea di San Bernardino, con una nota in cui si avverte: «Ci possono essere condizioni di estremo pericolo per la sicurezza dei cittadini e delle proprietà».
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Testata: Repubblica
Autore: Rampini Federico
Titolo: Scosse continue la California ora ha paura – California estrema
Tema: sisma in California
California “estrema”, tra incendi e siccità, scosse distruttive e dissesto idrogeologico: è questo il modello e laboratorio sperimentale di un mondo che verrà? La vulnerabilità sismica l’accompagna da sempre. San Francisco fu rasa al suolo e poi carbonizzata dal più celebre di tutti, il terremoto-con-incendio del 1906. Ieri il più forte terremoto degli ultimi 20 anni ha colpito la parte meridionale dello Stato, inclusa la contea di San Bernardino. A distanza di sole 24 ore, due sismi di cui il secondo era 11 volte più potente del primo. Non sembra aver tremato però la faglia di San Andrea, quella che un giorno secondo gli esperti potrebbe subire il Big One, il terremoto più distruttivo, contro il quale è difficile premunirsi perfino nello Stato più ricco d’America e del mondo. Il sisma di ieri ha quasi “celebrato” in modo funesto l’anniversario di un’altra estate terribile, quella degli incendi, appena un anno fa: nel luglio 2018 si registrò il numero record di 8.527 roghi con la distruzione di 766.000 ettari. La California è una terra ricchissima ma in parte rubata al deserto. Le sue falde acquifere sono stremate – non solo dalle siccità in aumento, ma anche da un boom demografico dovuto allo sviluppo economico e all’immigrazione. Terra promessa per i braccianti messicani in cerca di lavoro agricolo o per gli informatici indiani nella Silicon Valley, per aspiranti attori italiani a Los Angeles o per i ricercatori biogenetici a Berkeley e Stanford University, la California è al tempo stesso “disabitata” (ha tante aree naturali ancora selvagge, incontaminate) e sovrappopolata, con metropoli che scoppiano. E una crisi abitativa legata all’iperinflazione della rendita edile. In apparenza pochi Stati al mondo rispettano la natura e i suoi equilibri quanto la California. I suoi due ultimi governatori, Jerry Brown e l’attuale Gavin Newsom, sono ambedue democratici e hanno solennemente annunciato che terranno fede agli accordi di Parigi sul cambiamento climatico. Di fatto è in corso una silenziosa “secessione ambientalista” della California rispetto agli orientamenti dell’amministrazione Trump.
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Testata: Stampa
Autore: M. BRE.
Titolo: Nomine Ue, la Lega apre al premier “Ragioniamo sul voto a Von der Leyen”
Tema: nomine Ue
Gli ostacoli sul percorso di Ursula Von der Leyen verso la presidenza della Commissione sono più alti del previsto. Diverse delegazioni nazionali che compongono la maggioranza a Strasburgo – soprattutto trai socialisti – sono pronte a sfilarsi. E dunque è partita la caccia alle possibili stampelle. Va letto in questa chiave l’appello lanciato ieri da Giuseppe Conte. Il premier ha chiesto agli eurodeputati di M5S e Lega di votare per Von der Leyen, che il 16 luglio si presenterà davanti all’Aula europea per ottenere il via libera. Altrimenti c’è il rischio di una clamorosa bocciatura. Formalmente i due gruppi sono fuori dalla coalizione composta da popolari, socialisti e liberali (i Verdi hanno annunciato di voler uscire proprio in seguito a questa nomina) . E in effetti nei giorni scorsi alcuni europarlamentari gialloverdi avevano confidato di non essere affatto orientati a votare Von der Leyen. Era netto il “no” raccolto sui banchi della Lega, più sfumata la posizione M5S. Ma poi è arrivato il richiamo all’ordine del presidente del Consiglio. E ieri le dichiarazioni “on the record” si sono ammorbidite. Linea soft persino in casa Lega, partito che a Strasburgo guida l’opposizione sovranista. E sarebbe veramente clamoroso se alla fine fosse la pattuglia del Carroccio a salvare la futura presidente della Commissione. Nei giorni scorsi il capogruppo Marco Zanni aveva invitato i colleghi della maggioranza a non votare per Von der Leyen. «Era una risposta alle loro lamentele – spiega ora -, visto che avevano criticato le decisioni del Consiglio». Ma quindi la Lega risponderà presente all’appello di Conte? «Non votiamo a favore a scatola chiusa» mette le mani avanti. Però lascia intendere che qualche spiraglio potrebbe aprirsi: «Vediamo da qui al 16 luglio gli elementi che metterà in campo, sia in termini di linee programmatiche, sia di maggiori elementi riguardo alla squadra che vorrà mettere in piedi». A quel punto «valuteremo se dare il nostro supporto o no».
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Testata: Stampa
Autore: Bresolin Marco
Titolo: Retroscena – “Se propone il candidato giusto, Roma può avere la Concorrenza”
Tema: nomine Ue
«Per l’Italia le possibilità di ottenere il portafoglio alla Concorrenza sono concrete. Ma ovviamente tutto dipenderà dal nome che verrà proposto dal governo». Un diplomatico europeo, coinvolto nei negoziati durante l’ultimo summit, conferma che l’ipotesi è più che realistica. Anche perché la concorrenza sulla Concorrenza non è poi così spietata. «Tutti vogliono Energia, Clima e Digitale – continua-: sono questi a essere considerati i posti-chiave nella prossima Commissione». Oggi il portafoglio che fu di Mario Monti è nelle mani di Margrethe Vestager. La lady di ferro danese sarà uno dei punti cardine della squadra guidata da Ursula Von der Leyen: lei e Frans Timmermans avranno il grado di “primo vicepresidente”. Ma la liberale non si occuperà più di politiche antitrust: per lei ci sono due ipotesi con deleghe di peso. Fonti Ue confermano che Vestager vorrebbe un super-portafoglio al digitale, anche per continuare a occuparsi della sfida ai colossi del Web. Magari affiancata dalla bulgara Mariya Gabriel, commissario uscente. L’altra ipotesi per Vestager è un super-delega a Clima ed Energia, altro settore molto ambito. Per esempio da Emmanuel Macron. Il presidente francese ci sta facendo un pensierino e avrebbe individuato nell’ex direttore generale del Wwf francese l’uomo giusto: Pascal Canfin. Per Parigi l’alternativa è un commissario all’Africa: sarebbe una novità importante. Anche il Belgio guarda con interesse a questa posizione, ma tutto dipenderà dal candidato che verrà proposto dal nuovo governo: i negoziati per formare una coalizione sono ancora in alto mare. Uno posto-chiave sarà quello del Commercio internazionale. Al momento, oltre alle ambizioni italiane, si segnala l’interesse dell’Irlanda, desiderosa di controllare gli accordi commerciali nell’era post-Brexit: Dublino vorrebbe riconfermare Phil Hogan (attuale commissario all’Agricoltura). Il governo olandese ha intenzione di far giocare a Timmermans un ruolo decisivo: a L’Aja vorrebbero che si occupasse di monitorare la corretta implementazione della normativa Ue. L’Italia segue con attenzione gli sviluppi attorno agli Affari Economici: spetterà a questo commissario monitorare i conti pubblici dei governi dell’Eurozona.
Testata: Corriere della Sera
Autore: Cremonesi Lorenzo
Titolo: Haftar non ferma l’offensiva (e Sarraj vola ad Ankara)
Tema: Libia
Resta per ora una minaccia solo teorica quella di aprire i centri di detenzione ufficiali dei migranti da parte del governo di Fayez Sarraj a Tripoli. E anche l’eventualità del blocco dei guardiacoste è ancora un’ipotesi non suffragata dai fatti.«Ogni operazione di questo genere va coordinata con le organizzazioni dell’Onu che operano in quei centri. Ci vuole tempo. E, a meno che nuovi bombardamenti da parte dell’aviazione di Khalifa Haftar sui centri di detenzione non facciano precipitare la situazione, per il momento le cose non cambiano», spiegano fonti ben informate a Tripoli. Anche l’ambasciata italiana, unica presenza occidentale nella capitale, non ha ricevuto alcuna notifica in proposito. Va aggiunto che comunque i 7.0008.000 migranti chiusi nei circa 25 centri ufficiali rappresentano solo una goccia nel mare dei circa 700.000 presenti nella regione, molti dei quali sotto il controllo diretto o indiretto di milizie minori. Quanto invece all’intensificarsi della presenza di navi delle organizzazioni non governative internazionali di fronte alle acque territoriali libiche, la posizione delle autorità a Tripoli resta estremamente critica. «Le Ong in modo diretto o indiretto favoriscono i trafficanti di esseri umani. Oggi oltretutto agiscono strumentalmente per influenzare i giochi politici interni ai partiti europei», ribadisce tra i tanti Ayoub Qassem, alto ufficiale della Guardia costiera in Tripolitania. Da tempo i massimi responsabili della marina libica chiedono ai governi europei di bloccare le Ong. «Per causa loro il nostro Paese è letteralmente invaso di migranti. Ai tempi di Gheddafi potevamo offrire loro lavoro. Ma oggi non fanno che destabilizzare ulteriormente il nostro Paese. Vanno fermati con ogni mezzo», ribadiscono. Intanto Sarraj è volato ad Ankara dal presidente Erdogan per ottenere nuovi aiuti militari. Assieme al Qatar la Turchia è infatti il maggior alleato del leader libico. I suoi invii di droni armati, mezzi blindati, consiglieri militari (forse una cinquantina) e munizioni si sono rivelati fondamentali nel combattere le forze di Haftar.
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Testata: Repubblica
Autore: Nigro Vincenzo
Titolo: Intervista a Fathi Bishaga – Il ministro di Serraj: “La Libia chiuderà i campi, ma l’Europa non fa nulla per fermare la guerra” – “La Libia ha deciso Stop ai campi per i migranti”
Tema: Libia
«Ho discusso il piano di chiusura dei campi di detenzione dei migranti con le Nazioni Unite, è qualcosa su cui andremo avanti, perché ormai è solo un danno politico per la Libia. Nei nostri centri ci saranno 7.000 migranti illegali, fuori ce ne sono centinaia di migliaia. E allora a che cosa servono questi centri se non a scatenare polemiche contro di noi? Responsabilizziamo di più la comunità internazionale, affrontiamo insieme questo tema, smontiamo queste polemiche e guardiamo in faccia la realtà: qui c’è una guerra che colpisce 7 milioni di libici, voi ci chiedete solo dei migranti e non fate nulla per fermare la guerra». Alle 11 del mattino Fathi Bishaga compare puntuale nella hall dell’albergo di Misurata, la sua città. Il ministro dell’Interno del governo Serrai da 3 mesi è il capo delle operazioni militari della guerra contro Khalifa Haftar. È un ex pilota da caccia, e dopo la rivoluzione è diventato un politico attivissimo, vicino al suo elettorato, ai capi delle milizie, ai capi tribali. Non essendoci un ministro della Difesa nel governo (Serrai ha l’interim) di fatto coordina buona parte delle operazioni. Ministro, quindi la sua non è una provocazione, una dichiarazione ad effetto? «No, è un piano motivato da ragioni politiche. E le aggiungo: io sono esterrefatto, ogni volta che vengono inviati europei, ci chiedono solo dei migranti. Non si interessano della Libia, delle condizioni del popolo, del fatto che Haftar sta polverizzando quel che rimane delle strutture di questo paese. Nulla Silenzio. Complicità politica con un capo-milizia che il presidente Macron ha sollevato al livello di leader politico forzando Serraj a incontrarlo». Ma chiudendo i campi molti più migranti vorranno partire? «Migliaia sono già pronti. II tema dei migranti è solo uno dei problemi della Libia: contrabbando, corruzione, terrorismo. La sola soluzione è stabilizzare il Paese. La soluzione dei migranti sta dentro questo».
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Testata: Stampa
Autore: Ottaviani Marta
Titolo: Crescita ed Europa: la ricetta Mitsotakis per battere Tsipras
Tema: Grecia
Proviene da una delle famiglie più potenti della Grecia. Il padre ha fatto il primo ministro, la sorella maggiore il Ministro degli Esteri e il nipote è l’attuale sindaco di Atene. Ma, a guardare il curriculum vitae e il programma di Kyriakos Mitsotakis, capo dei conservatori di Nea Dimokratia e in testa nei sondaggi contro il premier Alexis Tsipras alle elezioni di oggi, non viene proprio da ridurlo al semplice figlio di papà. Laureato ad Harvard in scienze sociali con il massimo dei voti, poliglotta, sposato e con tre figli, tutto si può dire, ma non che nella sua vita non si sia dato un gran da fare. Prima della passione per la politica e alcuni incarichi, come quello di Ministro per le Riforme durante il governo Samaras, Mitsotakis ha conseguito un Mba all’università di Stanford. Ha un passato lavorativo in importanti società di consulenza e in istituti bancari. Ma soprattutto, con buona pace del cognome che porta e della tradizione familiare, è un outsider, un non allineato. Una delle dichiarazioni più celebri di questa sua campagna elettorale è stata «voglio interrompere la tradizione di favoritismo che in questo Paese dura da oltre un secolo». Che, detto dal primo fra i favoriti, fa sorridere, tanto che l’opposizione ha provato a usare queste sue parole contro di lui, ma con scarso risultato, stando almeno ai sondaggi, che lo vedono intorno al 36 per cento, secondo i più ottimisti al 38 per cento. Riformista convinto, ha detto di voler lanciare la Grecia verso un futuro diverso. Dopo un premier come Tsipras, che doveva rappresentare il nuovo e si è comportato come il vecchio, insomma, l’Ellade potrebbe trovare proprio in un figlio della politica di ieri il leader giusto con cui ripartire.
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Testata: Sole 24 Ore
Autore: R.D.R.
Titolo: Turchia Banca centrale, Erdogan caccia il Governatore – Turchia, Erdogan caccia il capo della Banca Centrale
Tema: Turchia
Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha rimosso a sorpresa il governatore della Banca centrale Murat Cetinkaya, sostituendolo con il suo vice Murat Uysal. Il mandato di Cetinkaya sarebbe scaduto nel 2020. La rimozione avviene dopo i ripetuti attacchi di Erdogan nei confronti del vertice dell’Istituto deputato alla gestione della politica monetaria del Paese, responsabile di resistere alla richiesta del Capo dello stato di tagliare i tassi di interesse. La vicenda alimenta dubbi sulla reale indipendenza dell’istituto centrale, già sorti in seguito ai nuovi poteri assunti dal presidente Erdogan dopo le ultime elezioni. La rimozione conferma i dubbi dei mercati rispetto all’indipendenza dell’istituto centrale visti i nuovi poteri assunti dal presidente dopo le ultime elezioni avviene a pochi giorni dalla riunione di politica monetaria della banca in programma per il 25 luglio. Erdogan aveva in più occasioni criticato la banca centrale per la “resistenza”dimostrata nel taglio dei tassi. Il mese scorso, per esempio, il presidente aveva sottolineato come il tasso turco al 24% fosse “inaccettabile”. La possibilità di effettuare il cambio (il mandato sarebbe scaduto naturalmente nel 2020) è una delle eredità della riforma costituzionali che ha ampliato i poteri del leader turco. Il pressing Erdogan sulla Banca centrale, mirato ad alleggerire il costo del denaro per contribuire a portare la Turchia fuori dalla recessione nella quale è nel 2019, è iniziato da mesi. Cetinkaya aveva alzato i tassi di riferimento per un totale di 625 punti base l’anno scorso, nel tentativo di rafforzare la lira turca in grave difficoltà. La politica del governatore della Banca Centrale era stata vista dai mercati sempre come un manifesto di indipendenza dalle pressioni di Erdogan che a più riprese ha fatto partire invettive contro la Banca centrale e i tassi alti. Davanti alla richiesta di dimissioni, Cetinkaya ha obiettato ricordando l’indipendenza dell’istituto centrale. Un requisito che la Banca ha rimarcato anche in una nota, dopo la decisione di sostituire il governatore, nella quale si rilancia l’idea che l’obiettivo del nuovo governatore sia la stabilità dei prezzi.
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Testata: Corriere della Sera
Autore: Valentino Paolo
Titolo: Intervista a David Sassoli – «Per gli arrivi tocca alla Ue» – «Gli sbarchi, questione europea La priorità è riformare Dublino»
Tema: Ue e migranti
«Se non dotiamo l’Europa di strumenti per intervenire e governare i fenomeni migratori, i casi di cronaca riprodurranno sempre le stesse modalità e le solite domande: cosa fa l’Europa, dov’è l’Europa? Qui si gioca una partita decisiva, il trasferimento di potere. Dobbiamo mettere l’Unione in condizione di occuparsi dell’immigrazione come di altri temi. La proposta del Parlamento europeo, votata nel dicembre 2017 e mai discussa dai governi, dà degli strumenti. Dice per esempio che chi arriva in Italia, a Malta o in Grecia arriva in Europa. L’immigrazione è una questione epocale e il Consiglio deve riprendere in mano la nostra proposta. Ci sono buone idee per non lasciare soli i Paesi. Il richiamo alla riforma di Dublino ci ricorda anche che i governi sono spesso sordi alle sollecitazioni del Parlamento». Da mercoledì scorso, David Sassoli è il nuovo presidente del Parlamento europeo. E il primo deputato del Pd a guidare l’Assemblea di Strasburgo, dove siede da tre legislature. Questa è la prima intervista concessa dalla sua elezione. Sea Watch e Carola Rackete: siamo in presenza di un gesto da eroina o di una violazione della legge? «Salvare le vite in mare è un dovere e chi lo fa non può e non deve essere perseguito. Nel caso della Sea Watch ci sono tuttavia profili giuridici ancora aperti e spetta alla magistratura italiana verificarli e dire l’ultima parola»
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LA STAMPA
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