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SINTESI IN PRIMO PIANO – 3 agosto 2019

– Voto anticipato, i paletti del Quirinale
– Guerra dei dazi, venerdì nero in Borsa
– Vertice Conte-von der Leyen, nessun nome per il commissario
– Gli Stati Uniti si ritirano dal trattato sui missili nucleari

PRIMO PIANO

Politica interna

Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Salvia Lorenzo 
Titolo: Il futuro del governo è appeso al sì di cinque senatori M5S
Tema: voto anticipato

Quando il gioco si fa duro, è il pallottoliere che comincia a giocare. Martedì prossimo il Senato dovrebbe votare, quasi di sicuro con la fiducia, il decreto Sicurezza bis, testo caro alla Lega che ha provocato più di un mal di pancia nel Movimento 5 Stelle. I numeri sono sul filo e un’eventuale bocciatura farebbe cadere il governo. Cosa succederà? Solo due giorni fa la maggioranza ha guadagnato un altro senatore, Emma Pavanelli (M5S), ripescata in Umbria per mancanza di candidati nel collegio vinto in Sicilia. Dopo quest’ultimo aggiornamento il governo gialloverde può contare su 165 voti, 107 del Movimento 5 Stelle, 58 della Lega. Sono appena cinque in più rispetto alla maggioranza necessaria di 160 voti. Una significativa coincidenza. Perché sono almeno cinque i senatori del M5S che potrebbero votare contro o astenersi, a partire da Elena Fattori e Matteo Mantero. Non solo. Difficile che per la Lega possa partecipare al voto il fondatore Umberto Bossi. Lui vorrebbe, scalpita pure. Ma il gran caldo di questi giorni non dovrebbe consentirgli di scendere a Roma dalla sua Gemonio. II governo rischia, considerato anche il generale agosto? Oppure è solo pretattica e al voto non ci vuole andare nessuno? In soccorso della maggioranza potrebbero correre i tre senatori della Südtiroler Volkspartei, partito che in Alto Adige governa con la Lega. Circola poi l’ipotesi che al momento del voto Fratelli d’Italia possa uscire dall’Aula in modo da abbassare il quorum. Ma dal partito di Giorgia Meloni smentiscono nettamente questa ipotesi. Fratelli d’Italia, del resto, è il primo tifoso del voto anticipato visti i sondaggi in forte crescita. Ma non è da escludere che a uscire dall’Aula per abbassare il quorum e aiutare così il governo possa essere qualche senatore di Forza Italia, per tenere in vita la legislatura ed evitare un voto che per il partito si profila a dir poco incerto. Il pallottoliere gira, ma intanto continuano a volare le accuse incrociate.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Cuzzocrea Annalisa – Vecchio Concetto 
Titolo: Voto, i paletti del Quirinale: no alle urne dopo l’8 settembre – Sicurezza, fiducia a rischio E la strada per le urne si chiude l’8 settembre
Tema: voto anticipato

Se il governo non cade adesso, se resiste al voto di fiducia sul decreto sicurezza bis e alla mozione sulla Tav, sarà costretto a sopravvivere a lungo. A meno che non decida di lasciare il passo a un altro esecutivo, a un Conte bis sulla base di chissà quali nuove alleanze o a un governo tecnico scelto dal presidente della Repubblica. Sergio Mattarella avrebbe infatti fatto capire ai 5 stelle e alla Lega che non consentirà giochini. Se l’8 settembre, come previsto, la Camera voterà il taglio dei parlamentari in quarta lettura, se quindi la riforma costituzionale ideata dal Movimento sarà legge e porterà il numero dei seggi da 945 a 600, non si tornerà alle urne prima che le nuove norme siano entrate in vigore. II che significa che potrebbero passare molti mesi. Perché è ragionevole pensare che l’opposizione chieda che si svolga un referendum, com’è suo diritto. Ci sono tre mesi di tempo per chiederlo, la data dovrà poi essere fissata nei 90 giorni successivi. Infine, dal giorno della consultazione, passerebbero comunque due mesi prima che la riduzione dei seggi divenga effettiva (lo prevede lo stesso articolo 4 della riforma). Prima di quel giorno, qualunque cosa accada, il capo dello Stato non scioglierà le Camere. Mattarella non intende consentire di aggirare un’espressa volontà del Parlamento o — se ci sarà il referendum e se promuoverà la riforma — degli stessi cittadini. A quel punto, davanti a una crisi, l’unica possibilità sarebbe quella di esplorare altre strade per tenere in vita la maggioranza. Almeno fino all’estate. «E se sarà così tutto può succedere — dice uno dei fedelissimi del vicepremier M5S — anzi, per come stanno le cose, se fossimo furbi il referendum dovremmo chiederlo noi per primi. Per incassare politicamente il risultato e per allungare i tempi della legislatura». Se davvero vuole evitare tutto questo, Matteo Salvini ha davanti due strade: la prima è quella di aprire la crisi adesso, sul decreto sicurezza bis o sulla Tav, che mercoledì vedrà Lega e 5 stelle schierati al Senato su posizioni opposte. La seconda è quella di non far passare il taglio dei parlamentari, che pure finora ha sostenuto, il prossimo 8 settembre, al rientro dalle vacanze. Una scelta difficile da spiegare al suo elettorato, ma sempre possibile. Non c’è una terza via. L’ipotesi che il Colle consenta di votare in qualsiasi momento, come molti avevano sperato, soprattutto nella Lega, è stata esclusa. La scelta è qui e ora. Ed è il motivo per cui Di Maio sprona Salvini, lo ha fatto ancora ieri a Radio Anch’io, a dire cosa vuole: se pretende nuovi ministeri o se davvero intende far finire subito l’esperienza del governo giallo-verde.
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Pagnoncelli Nando 
Titolo: Il 63% degli italiani è convinto che l’esecutivo duri (e lo vuole il 43%)
Tema: voto anticipato

La legge di Bilancio è il vero banco di prova della tenuta del governo. L’opinione pubblica si divide sui contenuti della manovra e sulle sue linee guida. La maggioranza relativa degli intervistati (47%) opta per una riduzione delle tasse, anche se col rischio di mettere in difficoltà i nostri conti, mentre il 38% sceglie la via del controllo dei conti. Anche l’elettorato leghista si schiera a larga maggioranza (69%) per la riduzione del peso fiscale. Ed è d’altra parte questa opzione che si pensa prevarrà nelle scelte politiche: ne è convinta quasi la metà degli italiani, compresi gli elettori di centrosinistra che invece avrebbero di gran lunga preferito la messa in sicurezza dei conti. Solo meno di un quarto pensa che quest’ultima opzione prevarrà. Ma le fibrillazioni e gli scontri nel governo sono evidenti a tutti. In queste condizioni cosa sarebbe meglio fare? Il 43% si schiera per il proseguimento dell’esperienza governativa, mentre il 34% preferirebbe la crisi. È interessante notare come si confermi una certa insofferenza nell’elettorato leghista: infatti, mentre tra 5 Stelle il 90% si schiera per la prosecuzione dell’esperienza di governo, questa percentuale scende al 59% tra gli elettori della Lega. Un malessere evidente, anche se solo il 18% si schiera apertamente per le dimissioni dell’esecutivo. Tuttavia, una crisi di governo agli occhi degli italiani non è alle porte: il 63% pensa infatti che l’esecutivo rimarrà in carica, convinzione condivisa dalla netta maggioranza di tutti gli elettorati, con picchi tra quelli delle due forze di maggioranza. Risulta pertanto evidente la distanza tra pronostici degli analisti e dei commentatori rispetto a quelli dei cittadini. Ma se la crisi ci fosse, quali le vie d’uscita? Il 33% ritiene che la soluzione migliore sarebbe quella di un Conte-bis, con una ridefinizione degli obiettivi e una revisione della squadra di governo. Su questo concordano sia gli elettori pentastellati (66%) sia i leghisti (53%). Poco sotto, il 29% preferirebbe un governo di emergenza, che faccia una finanziaria mirata esclusivamente alla messa in sicurezza dei conti e porti il Paese al voto al più presto. È l’opzione preferita dagli elettori di centrosinistra (46%) e anche di chi vota per le altre forze di centrodestra, Fratelli d’Italia e Forza Italia, dove circa la metà si schiera per questa alternativa. L’ipotesi di un governo che metta insieme Democratici e pentastellati è condivisa solo dal 15% degli italiani (ma dal 36% degli elettori di centrosinistra).
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Buzzi Emanuele 
Titolo: Intervista a Luigi Di Maio – Di Maio: stanco di litigare – «I voti per la fiducia ci sono Sono stufo di litigare, così si danneggia il Paese»
Tema: voto anticipato
Luigi Di Maio, Matteo Salvini dice che vuole una manovra coraggiosa o è meglio andare al voto. Il governo sembra finito. «Insomma, sulla manovra parliamo la stessa lingua. Mi fa piacere. La nostra manovra dovrà dare risposte concrete agli italiani. Le dico con grande onestà una cosa, così spegniamo subito tutte le polemiche che sono state alimentate sui giornali: io sono stanco di litigare. E così la pensano anche tutti gli italiani che incontro ogni giorno». Quindi? «II M5S non ha paura di governare, scriviamo insieme la manovra e continuiamo a cambiare il Paese. Bisogna abbassare le tasse con la flat tax e il taglio del cuneo fiscale, poi dobbiamo fare il salario minimo e tanti altri provvedimenti importanti che servono ai cittadini. Non soffermiamoci sui puntini e sulle sfumature, andiamo direttamente alla sostanza. L’abbiamo fatto in un anno e mezzo di governo. Adesso prendiamoci i meriti delle cose fatte e continuiamo su questa strada. Con Conte e Salvini abbiamo lavorato bene, andiamo avanti così». Lei ha paura di tornare al voto? O crede che non sia possibile in autunno? «Questa è la solita domanda per mettere zizzania. Secondo me dobbiamo pensare solamente a fare una cosa: governare. Abbiamo dimostrato di saperlo fare. E parlano i fatti, tutti i provvedimenti sono stati condivisi, si è sempre lavorato con impegno e serenità. Continuiamo a farlo».
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Lopapa Carmelo 
Titolo: Il retroscena – Salvini sfida Conte e Ue “Sulle cariche non mi fido Sui profughi solo parole”
Tema: nomine Ue

La telefonata a Giuseppe Conte la fa di primo mattino. Dopo la rapida e poco serena lettura dei giornali, all’indomani dell’invettiva-show in conferenza stampa. Matteo Salvini chiama il premier giusto in extremis. Poco prima che la futura presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen varchi il portone di Palazzo Chigi. Al capo del governo comunica finalmente le decisioni della Lega. Ma deludendo le sue aspettative, non indica un nome secco, bensì una vaga terna (che poi il vicepremier si ostinerà a mantenere coperta fino a sera). Tuttavia, i “politici competenti e di governo” che, stando alle poche indiscrezioni circolate, sarebbero stati indicati risponderebbero ai nomi del sottosegretario all’Economia Massimo Garavaglia, della ministra della Pa Giulia Bongiorno e dell’Agricoltura Gian Marco Centinaio. «Se non presentiamo un candidato solo rischiamo di esporci alla discrezionalità di Bruxelles», è stata l’obiezione del premier. I nomi devono essere tre per coprire le varie “offerte” possibili al governo italiano. La spunta il leghista. Ma la partita è aperta. Non ha trovato conferma fino a sera dalle varie fonti l’indiscrezione secondo la quale Conte avrebbe fatto alla sua ospite proprio il nome di Garavaglia e che sarebbe stato bocciato. Come pure l’ipotesi per l’Italia della prestigiosa “Concorrenza” ma “depotenziata”. Per la Lega equivarrebbe a una beffa. Quel che è certo, è che a Matteo Salvini non sono piaciute affatto le considerazione di von der Leyen in tema di immigrazione. Dire che si attendeva di più è un eufemismo. Altro che “solidarietà” e distribuzione: «Con cinque navi di Ong nel Mediterraneo ad aiutare i trafficanti, le parole non bastano più – manda a dire all’indirizzo della presidente in pectore – E noi siamo pronti a tutto per difendere il nostro Paese, i nostri confini, le nostre leggi, la nostra dignità». In questo clima, e alla luce dell’esito dell’incontro di Conte, non è affatto convinto che la partita europea appena aperta per un suo uomo si concluderà nel migliore dei modi. Il sospetto – come racconta chi ha parlato con il segretario leghista sulla spiaggia di Milano Marittima, interrompendo la lettura di un libro di Oriana Fallaci – è che all’Italia «rifileranno una delega di secondo piano bocciando infine il nostro candidato».
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Testata:  Stampa 
Autore:  Martini Fabio 
Titolo: Retroscena – Garavaglia, Bongiorno e Centinaio per l’Ue Ma il premier decide di prendere tempo
Tema: nomine Ue

Conte non potrà tergiversare ancora molto, anche perché la Von der Layen ha confidato di volere iniziare a comporre il puzzle della Commissione nella prossima settimana. E da quel che racconta uno dei presenti all’incontro, il presidente del Consiglio non ha fatto nomi. In altre parole non ha rivelato alla Von der Leyen la rosa dei tre nominativi che un’ora prima gli era stata trasmessa da Matteo Salvini. Alla Lega, secondo gli accordi informali di maggioranza, spetta in prima battuta l’indicazione del Commissario e così, ieri mattina, un’ora prima dell’incontro Conte-Von der Leyen, il ministro dell’Interno ha fatto conoscere i nomi dei tre candidati leghisti. Sono un vice-ministro e due ministri: Massimo Garavaglia, Giulia Bongiorno, Gian Marco Centinaio. Una rosa che è anche un segnale di pragmatismo da parte di Salvini: la Von der Leyen, come ha spiegato a Conte, non può in via preliminare garantire una poltrona, anziché un’altra e proprio per questo il capo della Lega ha modulato la sua offerta: se all’Italia sarà proposto un “dicastero” economico (Concorrenza, Industria, Bilancio) il nome è quello di Massimo Garavaglia; se all’Italia spettasse il portafoglio Agricoltura, in quel caso il prescelto sarà Centinaio, che si occupa di questa materia nel governo italiano; se il portafoglio sarà invece giuridico, a quel punto la prescelta sarà Giulia Bongiorno, attuale ministro della Funzione pubblica. E così, quando Conte, congedandosi, si è preso tempo, la presidente della Commissione ha sorriso e non ha mosso obiezioni, anche se oramai è in via di completamento l’elenco delle candidature ufficiali presentati dai 28 Paesi per altrettanti portafogli: sino ad oggi i nomi presentati sono 19, pari al 68% del totale. Certo, mancano all’appello Francia Svezia, Portogallo, Croazia, Cipro, Slovenia, Romania, Lituania, Belgio. E, appunto, l’Italia. Ma nel frattempo la presidente ha annotato le principali istanze degli altri Paesi.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Folli Stefano 
Titolo: Il punto – Chi decide su Bruxelles – Ue, chi decide sul commissario
Tema: nomine Ue

L’ ultima volta che i commissari italiani nell’Unione furono scelti in un quadro almeno parzialmente condiviso con l’opposizione era il 1994, primo governo Berlusconi. Andarono a Bruxelles Mario Monti ed Emma Bonino, dopo che si era discusso anche il nome di Giorgio Napolitano, il più autorevole esponente in Europa della sinistra ex comunista. Monti e la Borino fecero onore all’Italia, come è noto, e il merito non fu solo di una maggioranza di governo, bensì dell’intero Parlamento. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti. Oggi c’è la Lega, forte di un seguito elettorale considerevole, come si è visto nel voto di maggio, a cui è riconosciuto il diritto di indicare il commissario. Tuttavia questo partito non solo ha votato contro la neo-eletta presidente von der Leyen, ma è considerato, insieme al suo leader, il nemico numero uno dell’Unione quale è oggi. Salvini è inquadrato nelle due capitali che contano più delle altre, Berlino e Parigi, alla stregua dell’estrema destra tedesca di Alternative (AfD). Certo non è un secondo Orbán, dal momento che l’ungherese è nel Ppe e ha sostenuto senza esitazioni la nuova presidente. In Italia invece Salvini è una sorta di “convitato di pietra” senza il quale non si può decidere, ma con il quale è disdicevole sedersi al tavolo. Risultato: l’incontro di Roma tra Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio non è approdato a nulla. Conte è in un momento di seria debolezza politica perché gli è impossibile, non per sua colpa, fare una sintesi delle spinte divergenti nella coalizione. E Salvini non ha un vero interesse a risolvere la questione del commissario. La usa come un manganello politico della sua lunga campagna elettorale, ben sapendo che la guerra all’Unione franco-tedesca costituisce ancora un cavallo di battaglia presso una certa opinione pubblica.
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Testata:  Giornale 
Autore:  Greco Anna_Maria 
Titolo: Il retroscena – Berlusconi riporta la calma «Basta con le polemiche»
Tema: centrodestra

«Questa si è montata la testa e l’altro facevo meglio a farlo uscire due mesi fa e non sentire nessuno». Sulla Costa Smeralda Silvio Berlusconi non si gode affatto la vacanza. È su tutte le furie, più per le proteste di Mara Carfagna che per la scissione annunciata di Giovanni Toti. E per i troppi chiacchieroni. Così, in serata, avverte con un tweet: «Lo dico agli scontenti: basta con queste dichiarazioni coram populo. Basta perdere tempo in chiacchiere e polemiche. Oggi la situazione del Paese è diventata drammatica. Dobbiamo lavorare tutti insieme per salvare l’Italia». Anche la vicepresidente della Camera è in Sardegna, a pochi chilometri, ma non si parla più dell’incontro con il leader di Forza Italia, concordato prima del blitz di giovedì per discutere delle nuove regole. Ormai il quadro è cambiato e il partito, dai dirigenti alla base, è in subbuglio, incerto sulle prospettive, come frastornato dalla doccia scozzese dell’annuncio promettente dell’Altra Italia e poi della frenata con il nuovo commissariamento dei vertici. Pare che Mara è Berlusconi si sentano per telefono, e non è una chiacchierata serena. Per il Cavaliere la diarchia Toti-Carfagna non funzionava, i due si avvitavano su se stessi, ma l’idea della vicepresidente della Camera coordinatore unico dopo l’uscita del governatore ligure neppure gli piaceva. Così ha preferito la collegialità, con il comitato a 5, diventato un quadrumvirato quando la Carfagna, delusa, si è sfilata. E la prossima settimana si vedranno solo Antonio Tajani, Mariastella Gelmini, Anna Maria Bemini e Sestino Giacomoni. A Berlusconi non vanno giù le troppe contestazioni alle sue decisioni. Anche giovedì ha cercato di convincere la Carfagna che non c’era motivo di insorgere così, subito dopo la nota in cui sollevava i due coordinatori pro tempore dell’incarico. Niente. Mara si rifiuta di partecipare al gruppo «di liquidazione» come lo chiama, anche se non intende uscire da Fi come Toti.
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Gorodisky Daria 
Titolo: Intervista ad Antonio Tajani – «Il capo è Silvio, un successore non c’è Chi si vuole escludere è padrone di farlo»
Tema: centrodestra

«La politica non si fa sugli organigrammi, ma sulle idee. Basta con polemiche e capricci. Questo è il momento di essere uniti e lavorare tutti con umiltà, modestia e tenacia senza pensare ai galloni o ai pennacchi. Tanto, di capo, ce n’è uno solo: Berlusconi; e non esiste un suo successore». Mentre Forza Italia è scossa da divisioni, abbandoni e sondaggi non incoraggianti, il suo vicepresidente, Antonio Tajani, vuole richiamare all’unità. Giovanni Toti ha annunciato il suo addio al partito. E Mara Carfagna ha rifiutato di far parte del coordinamento a 5 che vi porterà al congresso nazionale. «Al tavolo delle regole è stata fatta una proposta votata a maggioranza, questa è la democrazia. Quelle di Toti e Carfagna sono posizioni individuali. Ma io sono pronto a collaborare con chiunque, fiero e onorato di lavorare con militanti e dirigenti di Forza Italia. Mi interessano i contenuti e i valori. Le polemiche, invece, fanno soltanto perdere voti». Però ci sarebbero altri pronti a lasciare. «Chi si vuole autoescludere è padrone di farlo». L’accusa è di mancanza di rinnovamento. «Invece è proprio il contrario. Abbiamo avviato una fase di cambiamento generale. Dal punto di vista politico, Berlusconi ha lanciato Altra Italia all’insegna dell’apertura per occupare lo spazio libero tra la Lega e il Pd. L’obiettivo è creare una forza di centrodestra con anima liberal riformista e cattolica nella quale Forza Italia sarà la parte promotrice».
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Testata:  Corriere della Sera
Autore:  De Rita Giuseppe
Titolo: Le parole e la misura perduta – Le parole della politica e la misura perduta
Tema: linguaggio politico

Nella dialettica sociopolitica attuale sta diventando una rarità assoluta quel che viene di solito denominato come «eloquio misurato». Da una parte l’eloquio è stato progressivamente appesantito di valenze teatrali, aggressive, spesso volgari. Ma ancora più pericolosa è la contemporanea scomparsa della «misura» nell’esprimersi: nessuno si sente bravo se non è rapido, incisivo e scioccante, quasi che voglia terminare il messaggio nel più breve tempo possibile, senza preoccuparsi del ritmo e della misura necessari in ogni discorso pubblico. Si potrà giustificare la cosa avvertendo che, in una comunicazione dominata dai social media, l’importante per chi comunica non è ragionare e meno ancora convincere, ma è solo «dichiarare», con la frase di maggiore impatto possibile; senza preoccuparsi per quel che succede poi, basta solo aspettare un’altra incisiva dichiarazione, perché possa attuarsi la nuova moda della politica circolare, parallela della più studiata economia circolare. II misurato eloquio non ha proprio spazio, anche nelle sedi per esso più tradizionali: così nel discorso parlamentare esso è doppiamente superato: fuori dalle aule, dall’efflorescenza smisurata dei social; e dentro le aule, dalle ondate di polemiche fatte col «voi» e a brutto muso. Nel panorama complessivo restano alcune relazioni annuali di qualche autorità indipendente a coltivare il misurato eloquio; ma non arrivano alla generale opinione pubblica e restano quindi fatalmente minoritarie. Eppure di misura abbiamo un assoluto bisogno
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Economia e finanza

Testata:  Sole 24 Ore 
Autore:  Franceschi Andrea 
Titolo: Guerra dei dazi, venerdì nero in Borsa Corsa al Bund tedesco – Fuga dal rischio sui mercati: Borse pesanti e corsa al Bund
Tema: guerra dei dazi
Torna a soffiare il vento della guerra commerciale e le Borse mondiali, reduci dalla delusione per un taglio dei tassi al minimo sindacale da parte della Fed, ne risentono duramente. Tutte le principali piazze azionarie hanno fatto registrare marcati ribassi in scia alla notizia dei nuovi dazi Usa. Al termine degli scambi in Europa il saldo finale è da bollettino di guerra: la piazza peggiore è quella di Parigi (-3,34%) ma sono dolori anche a Francoforte (-2,92%), Londra (-2,34%) e Milano (-2,41%). Le vendite hanno colpito i settori più esposti al rischio guerra commerciale come le materie prime (-4,62% la performance dell’indice europeo di comparto), l’auto (-3,46%) e l’industria in genere (-3,16%). Hanno tenuto invece quelli meno esposti al rischio dazi come l’immobiliare (+0,11%) o comparti storicamente difensivi come le utilities (-0,23%). Pesante anche la tecnologia (-3,69%) frenata da un’altra partita commerciale: quella tra Giappone e Corea. Trai due Paesi è in corso una controversia sui risarcimenti che le aziende giapponesi dovrebbero dare peri lavori forzati in tempo di guerra. Un dissidio che ha fatto registrare un’escalation nei toni culminata con la decisione, presa ieri dal governo giapponese, di rimuovere la Corea del Sud dall’elenco dei partner commerciali preferenziali. Una mossa dalle implicazioni pesanti. In particolare per il settore dei semiconduttori. Il dietrofront dei listini mondiali è stato enfatizzato dall’elevata volatilità che in genere caratterizza il mese di agosto. Nelle ultime due sedute il Vix (il cosiddetto indice della paura) è salito di oltre il 25% e viaggia sui massimi da maggio. Le vendite sul mercato azionario sono state contrastate da acquisti a pioggia sull’obbligazionario. Per tutta la prima metà della seduta BTp, in ragione della loro rischiosità, sono stati esclusi e il rendimento a 10 anni ha riguadagnato la soglia dell’1,60%. Un andamento che, unito al record storico del tasso negativo del Bund (-0,5%), ha contribuito alla risalita dello spread oltre i 214. Il trend si è tuttavia invertito nelle ultime ore di contrattazione quando, mentre il saggio del trentennale di Berlino andava per la prima volta sotto zero, anche i tassi dei titoli italiani hanno iniziato a scendere. Per lo spread è stata una giornata altalenante e dai picchi visti in mattinata si è arrivati in chiusura a quota 206 secondo la rilevazione Reuters.
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Testata:  Sole 24 Ore 
Autore:  Valsania Marco 
Titolo: Nuova escalation: Trump minaccia dazi fino al 25%
Tema: guerra dei dazi
 Il conflitto commerciale tra Stati Uniti e Cina entra in una fase inedita e potenzialmente drammatica: a impasse e guerre di trincea si è sostituito lo spettro d’una indefinita escalation che stringa d’assedio i mercati e tenga in ostaggio l’economia globale. Uno spettro che ha preso corpo con la minaccia di Donald Trump di alzare ancora, «ben oltre il 25%», tutti i dazi che dal mese prossimo ha appena deciso di estendere all’intero export annuale cinese, centinaia di miliardi di dollari, verso l’America. E con la risposta di Pechino che, senza dare dettagli, non si è però fatta attendere: «Prenderemo le necessarie contromisure se gli Stati Uniti faranno scattare» i provvedimenti. «Non accetteremo alcuna “massima pressione” o ricatto», ha detto il portavoce del ministero degli Esteri Hua Chunying. Il ministro Wang Yi ha aggiunto che «i dazi non risolvono le frizioni». Le crescenti ripercussioni del conflitto, ancora prima della nuova spirale, sono emerse dai nuovi dati sull’interscambio: nel primo semestre 2019 le importazioni Usa dalla Cina sono scese del 12% e l’export del 19%, a volumi bilaterali complessivi di 27,04 miliardi di dollari che hanno visto Pechino perdere il titolo di primo partner commerciale degli Stati Uniti per la prima volta dal 2005, superata dal Messico, nuovo leader, e dal Canada E gli effetti non sono solo bilaterali. «La guerra mette a dura prova le consolidate catene di produzione e del valore – spiega Marco Marazzi, partner di Baker McKenzie – le aziende italiane che producono in Cina per il mercato sia locale che americano sono colpite dai dazi Usa quanto le cinesi. Aziende europee che producono in America per la piazza cinese, quali alcune case automobilistiche, pagano le ritorsioni cinesi. Il modo in cui il conflitto viene portato avanti, fuori da meccanismi di risoluzione della Wto, crea inoltre precedenti pericolosi».
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Testata:  Sole 24 Ore 
Autore:  Di Donfrancesco Gianluca 
Titolo: Fmi, la Ue candida la bulgara Kristalina Georgieva – Fmi, è la bulgara Georgieva la candidata su cui punta la Ue
Tema: nomine Fmi

Divisi fino alla fine: i Paesi europei faticano a trovare un candidato comune da lanciare nella corsa per la guida dell’Fmi, ma alla fine di una giornata di negoziati estenuanti, quando già si profilava l’ennesimo fallimento, riescono a trovare l’accordo sul nome della bulgara Kristalina Georgieva, attuale direttore generale della Banca mondiale. A vuoto i tentativi di compromesso guidati dal ministro delle Finanze francese, Bruno Le Maire, ai Ventotto ieri non è rimasta altra scelta che votare il nome da proporre per sostituire Christine Lagarde, designata alla presidenza della Bce. La rosa dei candidati si era ridotta in mattinata a tre nomi, dai cinque iniziali: oltre alla Georgieva, rimanevano, il finlandese 0lli Rehn (governatore della Banca centrale finlandese ed ex commissario Ue) e l’olandese Jeroen Dijsselbloem (ex ministro delle Finanze olandese ed ex presidente dell’Eurogruppo). Il Governo spagnolo ha ritirato la candidatura del ministro dell’Economia, Nadia Calvino, dopo il passo indietro fatto già giovedì dall’attuale presidente dell’Eurogruppo, il portoghese Mario Centeno. Dopo poche ore, è stato Rehn a fare un passo indietro. Il voto ha seguito come traccia il meccanismo della maggioranza qualificata: 55% dei voti, 16 Paesi, pari ad almeno 65% della popolazione dell’Unione. Fumata nera dopo una prima votazione, nessuno dei due candidati rimasti, Georgieva e Dijsselbloem, li ha centrati nemmeno alla seconda, quando però la bulgara si è aggiudicata 56% dei voti dei Paesi e il 57% della popolazione, contro il 44 e 43% di Djisselbloem. Per la Francia, uno scarto sufficiente a dichiarare un vincitore, per Germania e Olanda no. I negoziati per trovare una soluzione sono andati avanti fino a tarda sera. Parigi che ha la regia della trattativa e ha espresso 5 degli 11 direttori generali dell’Fmi, sostiene Georgieva.
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Testata:  Sole 24 Ore 
Autore:  Penati Alessandro 
Titolo: Manovra 2020 tra risse politiche e occasioni perdute – Risse politiche e occasioni perdute
Tema: manovra

La discussione sulla Legge Finanziaria sarà, come l’anno scorso, una rissa combattuta a colpi di slogan dalla facile presa: salario minimo, flat tax, autonomia, sicurezza, prima gli italiani. Ovvero, la finanza pubblica al servizio del consenso politico e non del cittadino. La discussione verterà su grandi aggregati (i miliardi della manovra, il rapporto deficit/Pil, le coperture, la “flessibilità” da negoziare con la Commissione) da usare come propaganda. Ma nessuno parlerà della qualità dei servizi pubblici e dell’efficienza con cui la pubblica amministrazione li eroga, che non sono meno importanti dei grandi aggregati per la salute della finanza pubblica. L’accettazione dell’imposizione fiscale da parte dei cittadini dipende infatti dalla qualità percepita dei servizi ricevuti; e una riduzione sostenibile del debito pubblico non può avvenire per decreto, ma presuppone l’efficienza della pubblica amministrazione. Ma l’attenzione sulle macro-variabili fa dimenticare che quello della finanza pubblica è anche, e soprattutto, un problema di micro-gestione. Da questo punto di vista il dibattito in corso sull’autonomia regionale è l’ennesima occasione perduta. La negoziazione sull’autonomia conteneva alcuni validi elementi per cominciare a iniettare qualità ed efficienza in due servizi di primaria importanza per il cittadino come sanità e istruzione. Invece si è trasformata in rissa politica dove l’autonomia di Lombardia e Veneto viene rivendicata dalla Lega come premio elettorale per i propri elettori storici; a cui si risponde riesumando slogan da questione meridionale post-bellica (le gabbie salariali, la solidarietà col Sud e via discorrendo).
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Testata:  Foglio 
Autore:  Intervista a Massimo Garavaglia – Valentini Valerio 
Titolo: Agenda oltre la rissa
Tema: manovra

Intervistato dal Foglio Massimo Garavaglia dice  che la riduzione delle tasse dovrà essere significativa: almeno 12-15 miliardi. Altrimenti non serve. E attenzione a non fare confusione con gli 80 euro, che non verranno aboliti. Semplicemente, anziché bonus diventeranno minori tributi: non più un’uscita per le casse dello stato, ma riduzione della pressione fiscale”. E l’Iva che Giovanni Tria vorrebbe aumentare? “C’è una risoluzione del Parlamento che c’impegna a non aumentarla, e il Parlamento è sovrano”. Il Parlamento ha approvato anche i minibot dobbiamo dunque aspettarci l’introduzione di quello strumento, che pure Giancarlo Giorgetti ha liquidato con sarcasmo. “Quella mozione è stata approvata all’unanimità. Vorrà dire che chiederemo a Luigi Marattin, del Pd, di darci una mano a scrivere il decreto”. Restano le incognite su una legge di Bilancio che, per disinnescare le clausole di salvaguardia e finanziare la riduzione delle tasse che la Lega pretende, dovrà reperire quasi 50 miliardi. “E infatti stiamo lavorando sia sulle entrate sia sulle uscite”. Chi, ci sta lavorando: voi del Carroccio al Viminale, o Tria e Contea Palazzo Chigi? “La legge di Bilancio uscirà dal Cdm, in ogni caso. Si troverà una sintesi, con due obiettivi: ridurre le tasse e diminuire la spesa”. La manovra dello scorso anno è andata in direzione esattamente opposta. La politica economica gialloverde è un po’ schizofrenica? “Non è schizofrenia, è democrazia. Quota cento e reddito di cittadinanza erano le misure su cui Lega e M5s avevano preso i voti: la volontà popolare si rispetta”.
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Cavalcoli Diana 
Titolo: Nasce Progetto Italia, colosso delle costruzioni – Cdp e Salini per Progetto Italia Nasce il polo delle costruzioni
Tema: patto tra Cdp e Salini

Gli ultimi nodi si sono sciolti nella notte, dopo una maratona di assemblee, negoziati e consigli fiume. Cassa depositi e prestiti, Salini Impregilo e le banche danno vita a Progetto Italia, il campione nazionale delle grandi opere nato per rilanciare il settore delle costruzioni. Un comparto che oggi vale circa l’8 per cento del Pil. La sfida non è semplice. Si scommette sull’aggregazione dei principali operatori presenti sul mercato con l’intento di fare scala. Ne dovrebbe nascere un colosso che, negli intenti dei promotori, sarà capace di presentarsi sul mercato entro il 2021 con numeri importanti: un fatturato di 14 miliardi, portafoglio di 62 miliardi e un risultato operativo di 700 milioni. Una missione però impossibile senza il salvataggio di Astaldi, secondo gruppo italiano per fatturato in procedura concorsuale dal 18 dicembre scorso. La prima fase, denominata “Progetto Italia backbone”, è infatti finalizzata a rimettere sul mercato la storica azienda attraverso una serie di accordi necessari a portare alla sezione fallimentare del Tribunale di Roma le carte per il piano concordatario. Il tutto per arrivare all’ammissione entro il 30 settembre 2019. La strategia, tratteggiata dopo il lungo confronto, prevede un aumento di capitale di 600 milioni lanciato da Salini Impregno e offerto in sottoscrizione a investitori istituzionali tra cui Salini Costruttori, Cdp Equity e le banche, Unicredit, Intesa Sanpaolo e Banco Bpm. Gli accordi stabiliscono impegni rispettivamente per 50 milioni, 250 milioni e 150 milioni. Per il rimanente, al massimo 150 milioni, deciderà il mercato. É stato stipulato un pre-accordo di sottoscrizione, in caso di eventuale inoptato, con le banche che cureranno l’aumento ovvero Citi e Morgan Stanley. Sciolto anche il nodo della governance: il consiglio sarà di 15 componenti, 5 designati da Cdp Equity, tra cui il presidente indipendente (previo gradimento di Salini Costruttori), 9 da Salini Impregilo mentre uno sarà espressione delle minoranze. In attesa dell’aumento di capitale le previsioni sono che Cassa depositi e prestiti mantenga tra íl 2o e il 25 per cento delle azioni mentre la quota di Salini Impregilo non scenderà sotto il35 per cento.
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Testata:  Sole 24 Ore 
Autore:  Galvagni Laura 
Titolo: Progetto Italia: nozze Salini-Astaldi Nasce il campione delle costruzioni – Progetto Italia, maxi piano al via
Tema: patto tra Cdp e Salini
Il cda di Salini Impregilo sarà di 15 componenti, di cui un terzo designato da Cdp Equity, tra cui il presidente indipendente (previo gradimento di Salini Costruttori). II ceo resterà Pietro Salini mentre Massimo Ferrari, che ha condotto le trattative, verrà confermato nel ruolo di general manager. Le parti hanno anche convenuto di costituire un nuovo comitato strategico con il compito di supportare il board nell’implementazione di Progetto Italia fino al suo completamento. L’asse tra Salini Impregilo e Astaldi produrrà un soggetto da 9 miliardi di giro d’affari e 400 milioni di ebit. Ma in prospettiva, se il piano verrà allargato ad altri competitor, come ha scritto ieri in una missiva ai dipendenti Pietro Salini, si punta a «creare un gruppo internazionale ancora più grande, in grado di competere con i principali player del settore, capace di presentarsi sul mercato entro II 2021 con un fatturato di 14 miliardi, un portafoglio di 62 miliardi. Dieci anni fa questo era solo un sogno, oggi si sta lavorando per realizzarlo». I candidati naturali a entrare nel perimetro oltre alle numerose società in crisi, tra cui Condotte, Cmc, Grandi Lavori Fincosit e Trevi sono anche aziende al momento in salute come Rizzani de Eccher, Pizzarotti e Vianini Lavori. Si vedrà fino a che punto Progetto Italia sarà in grado di spingersi. Come sottolineato ieri da Cdp, tassello fondamentale dell’operazione, senza la quale non si sarebbe potuto procedere, il piano «è in linea con la missione istituzionale di Cdp a supporto del Paese e offre prospettive di redditività e di sviluppo, generando valore per gli investitori e gli altri stakeholder di riferimento». Inoltre, «l’iniziativa, aperta a tutti i soggetti industriali che intendono parteciparvi, assume una valenza di sistema». Questo perché come sottolineato da Salini Impregilo va a rafforzare un settore che rappresenta l’8%del Pil nazionale ma che è anche fortemente frammentato.
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Testata:  Sole 24 Ore 
Autore:  Galvagni Laura 
Titolo: L’analisi – Rimane il gap con i colossi europei – Il gap con i colossi Ue resta ampio
Tema: patto tra Cdp e Salini

Secondo la classifica dello studio Guamari, la sola Salini Impregilo, stante un fatturato 2018 di poco superiore ai 5 miliardi, si trova circa in quattordicesima posizione nella top 50 dei costruttori europei. Il matrimonio con Astaldi e un fatturato potenziale attorno ai 9 miliardi proietterà la nuova realtà al settimo posto e il completamento di Progetto Italia permetterebbe all’agglomerato di consolidare quella posizione in classifica, stante un giro d’affari di 14 miliardi e fermi i risultati dei competitor diretti. Insomma di fatto nasce un gigante italiano ma che sullo scenario europeo dovrà fare parecchia strada per imporsi. Il primo gruppo Vinci ha un fatturato di 43 miliardi mentre il secondo Acs, considerato anche l’apporto della controllata tedesca Hochtief, ha ricavi per oltre 36 miliardi e la francese Bouygues per 27,9 miliardi. La distanza da colmare con i tre big del Vecchio Continente è dunque ampia.
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Testata:  Repubblica
Autore:  Rizzo Sergio
Titolo: Sapelli sbarca in Cdp e Palermo non riesce a cacciare Decio
Tema: Cdp

Per la serie «non ci interessano le poltrone» (Matteo Salvini dixit) ecco Valentino Grant da Casagiove, provincia di Caserta. Presidente della locale banca di credito cooperativo Terra di Lavoro San Vincenzo de’ Paoli, un annetto fa si è visto proiettare sulla poltrona di consigliere di amministrazione della Cassa depositi e prestiti, in quota leghista. Fino ad approdare al Parlamento europeo, eletto a maggio nelle liste salviniane. Da una banchetta di provincia alla Banca del Tesoro e all’Europarlamento: un salto mostruoso in pochi mesi per un signore che, come ha rivelato l’Espresso, in passato si è beccato anche un buffetto mica tanto affettuoso dalla Banca d’Italia. Salto che avrà anche la conseguenza di liberare la poltrona da lui occupata nella grande banca del Tesoro. Lo avvicenderà, a quanto pare, l’economista Giulio Sapelli. Presidente del Consiglio mancato del governo grilloleghista, arriverà giusto in tempo, è prevedibile, per assistere alla conclusione dello scontro di potere che da mesi, ormai, tiene in sospeso la nomina di una delle più importanti controllate della Cassa. Parliamo della Sace, la società pubblica che assicura i crediti all’esportazione. L’amministratore delegato della Cassa Fabrizio Palermo, un manager interno che si è fatto le ossa alla Fincantieri, indicato per quell’incarico dal Movimento 5 Stelle, non vede l’ora di sostituire Alessandro Decio, il capo azienda della Sace. Senza entrare in profondità nel merito delle motivazioni, il succo è che sulle strategie aziendali i due la vedono in modo completamente diverso. A Palermo basterebbe convocare l’assemblea e nominare un altro amministratore delegato, tanto più che il mandato di Decio è scaduto nella scorsa primavera. Se non fosse per un piccolo problema che ha tenuto finora in sospeso la cosa. Il ministro dell’Economia Giovanni Tria, che è azionista della Cassa depositi e prestiti, non ne vuole sapere. Per lui l’attuale amministratore delegato della Sace va confermato. E su questo non transige. Confortato, in questa sua determinazione, dal presidente della stessa Sace Beniamino Quintieri, che di Tria è amico e collega, essendo anch’egli professore all’università romana di Tor Vergata. E fa da scudo a Decio. Così la vicenda, per quanto possa apparire marginale, ha approfondito il solco nei rapporti, algidi e mai usciti dal recinto istituzionale, fra l’amministratore delegato della Cassa e il ministro dell’Economia. Il quale, pur essendo il titolare delle azioni del polmone finanziario del Tesoro ha dovuto subire la nomina di Palermo. Non è un mistero, infatti, che il suo candidato per quella carica pesantissima era un altro: Dario Scannapieco.
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Societa’, istituzioni, esteri

Testata:  Sole 24 Ore 
Autore:  Scott Antonella 
Titolo: Gli Stati Uniti si ritirano dal trattato sui missili nucleari – Chiusa l’era dei grandi accordi sul disarmo
Tema: corsa al riarmo
Ieri gli Stati Uniti hanno formalizzato il ritiro dal Trattato Inf, che dal 1987 ha garantito la messa al bando dei missili nucleari dal teatro europeo. Anche dal punto di vista simbolico, la sconfitta è pesantissima, come la distanza che si spalanca tra Mosca e Washington. L’era dei grandi accordi sul disarmo, dimenticati e violati, lascia il posto a una corsa agli armamenti che non avrà più bisogno di coperture.Resta in vita solo il nuovo Start, nel campo della deterrenza strategica, e in scadenza tra due anni. Ma sul fronte delle armi tattiche, il Trattato Inf (Intermediate-Range Nuclear Forces) – siglato nel 1987 da Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov – era l’unico accordo vincolante rimasto tra Russia e Stati Uniti a garantire un equilibrio tra i due maggiori arsenali nucleari. Con l’obiettivo di eliminare i missili balistici e cruise di medio o corto raggio (500-5.500 km di gittata) lanciati da terra, armati in modo convenzionale o con testate nucleari, l’Inf prevedeva un attento regime di verifiche reciproche, comprese ispezioni in loco che consentirono un’epoca di cooperazione bilaterale. È da anni, però, che Mosca e Washington si accusano a vicenda di violare il Trattato. Mike Pompeo, il segretario di Stato americano, ha parlato ieri di sistemi missilistici che rappresentano «una minaccia diretta agli Stati Uniti e ai nostri alleati». La Nato accusa la Russia di essere la sola responsabile del fallimento. Mosca avrebbe violato i limiti imposti dal Trattato Inf sviluppando un missile di gittata superiore ai 500 km: l’9M729, versione aggiornata del9M728, complesso Iskander-M. Ce ne sarebbero «interi battaglioni», schierati anche nella Russia occidentale più vicina all’Europa, secondo fonti dell’amministrazione Usa citate dall’agenzia Reuters. Il missile sarebbe in grado di lanciare un attacco nucleare contro un Paese Nato dell’Europa occidentale, con brevissimo preavviso. I russi dicono però che il Novator 9M729 – SSC-8 per la Nato – ha una gittata massima di 48o km, e dunque è in regola: a loro volta puntano il dito sull’MK-41 statunitense. L’ottobre scorso gli Stati Uniti di Donald Trump annunciarono il ritiro unilaterale, dando a Mosca sei mesi di tempo per rientrare negli accordi prima che il ritiro diventasse formale, appunto fino al 2 agosto 2o19.La risposta, però, venne nel febbraio scorso: «Sarà speculare», comunicò Vladimir Putin sospendendo a sua volta la partecipazione russa all’Inf, formalmente dal luglio scorso. Entrambi ora annunciano piani per sviluppare ormai liberamente missili a raggio intermedio.
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Gaggi Massimo 
Titolo: Fine del trattato del disgelo Usa e Russia, è sfida nucleare
Tema: corsa al riarmo

Adesso il rischio di una nuova corsa agli armamenti nucleari diventa davvero concreto. E torna — per l’Europa come per gli alleati dell’America in Asia, dal Giappone alla Corea del Sud — il timore di un improvviso attacco missilistico: uno spettro che, finita la guerra fredda, sembrava ormai consegnato ai libri di storia. Il Cremlino agita ramoscelli d’ulivo proponendo una moratoria nello spiegamento di nuovi missili in Europa. Un’offerta respinta dal segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg: «Sono in malafede, offrono un rinvio nello schieramento di missili che, in realtà, hanno già messo in campo». La Nato condivide la scelta degli Stati Uniti di uscire dal trattato e di sviluppare, dopo un blocco di oltre 30 anni, missili di nuova generazione, per contrastare quelli russi e cinesi. Ma non prevede, al momento, di ospitare in Europa i nuovi ordigni americani. Intanto, però, la minaccia russa cresce: i nuovi missili a combustibile solido sono pronti all’uso in ogni momento e quindi è molto difficile, in caso di attacco, predisporre in tempo le difese antimissile. II falco John Bolton, consigliere per a Sicurezza nazionale di Trump, voleva abbandonare da tempo il trattato («senza il quale salta un freno al riarmo nucleare», denuncia il segretario Onu Guterres) ma la sua denuncia non è una spallata voluta dai duri della Casa Bianca. Come detto, anche Obama aveva pensato a un passo di questo tipo e oggi l’ex capo delle forze militari Nato, Wesley Clark, un ex generale impegnato nel partito democratico, giudica la decisione formalizzata da Pompeo pericolosa ma inevitabile perché «il trattato era ormai inefficace»: legava le mani solo agli Stati Uniti, rimasti indietro nella tecnologia missilistica mentre la Russia ha sviluppato sottobanco i nuovi missili SSC-3 che, secondo gli americani, possono colpire a 1.500 chilometri di distanza (Mosca denuncia, invece, una gittata inferiore ai 500 chilometri, irrilevante per il trattato Inf). Ma, anche se questi ordigni preoccupano molto gli europei, per l’America oggi il vero problema è costituito dalla Cina che, non vincolata dal trattato (32 anni fa i suoi razzi erano rudimentali), ha sviluppato negli ultimi decenni l’arsenale di missili a medio raggio più vasto e moderno del mondo: missili che possono colpire facilmente Giappone, Corea, India e basi americane nel Pacifico. E infatti Trump ieri ha detto che il nuovo Trattato dovrà considerare non solo la Russia: «Vorremmo includere la Cina a un certo punto».
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Franceschini Enrico 
Titolo: Sanzioni e nucleare Doppio colpo di Trump a Putin
Tema: corsa al riarmo

Ventiquattro ore dopo una telefonata apparentemente cordiale fra Donald Trump e Vladimir Putin, gli Stati Uniti hanno colpito la Russia con due misure da guerra fredda: nuove sanzioni per l’uso di armi chimiche nel tentato omicidio dell’ex-spia Sergej Skripal in Inghilterra, la cui responsabilità è stata attribuita da Londra e Washington ai servizi segreti del Cremlino; e il ritiro americano dal trattato sui missili nucleari a corto raggio, come ritorsione per l’accusa a Mosca di averlo violato. Le due iniziative sono state di fatto imposte al presidente americano dal Congresso ed erano entrambe previste da tempo. Il fatto che siano entrate in vigore il giorno dopo un colloquio telefonico tra i due leader sembra casuale. Anzi, nella conversazione è probabile che Trump abbia rassicurato Putin di non volere inasprire rapporti: ma le circostanze lo costringono. Le sanzioni per l’attacco con il gas Noviciok contro Skripal a Salisbury, avvenuto nel marzo 2018, proibiscono prestiti o assistenza tecnica alla Russia da parte di banche e istituzioni finanziarie internazionali. Per solidarietà con la Gran Bretagna, il paese per cui l’ex-spia faceva il doppio gioco, la Casa Bianca aveva già approvato una prima serie di sanzioni economiche contro Mosca. Tale provvedimento prevedeva altre sanzioni entro 90 giorni, se il Cremlino non avesse garantito di non usare più armi del genere: garanzia che non c’è stata. Putin ha sempre negato responsabilità per l’azione contro Skripal, anche se intervistato il mese scorso dal Financial Times ha dichiarato: “Il tradimento della patria è il peggior crimine possibile e i traditori vanno puniti. Non dico che l’incidente di Salisbury sia il modo di farlo”.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Franceschini Enrico 
Titolo: In salita la Brexit di Johnson Maggioranza di un solo seggio
Tema: Brexit
Si fa più difficile la strada per la Brexit, e in particolare per il “no deal”, l’uscita dall’Unione europea senza accordi, minacciata da Boris Johnson da quando ha conquistato Downing Street due settimane fa. La già fragilissima maggioranza conservatrice in parlamento si riduce ulteriormente a un solo seggio, 320 contro i 319 dell’opposizione, dopo la vittoria della candidata liberaldemocratica Jane Dodds in un’elezione suppletiva in Galles, in cui ha portato via il posto a un deputato dei Tories. Se si tiene conto dei parlamentari “ribelli” ostili alla Brexit nelle file del partito di governo, di fatto Johnson non ha già più una maggioranza. L’elezione in Galles fornisce altri segnali interessanti. Tre partiti nettamente anti-Brexit, i lib-dem, i verdi e gli indipendentisti gallesi, si sono coalizzati sostenendo tutti la candidata che ha vinto. I conservatori hanno perso perché il nuovo Brexit Party fondato e diretto da Nigel Farage ha portato loro via il 10 per cento dei voti. E il Labour ha perso il 12 per cento dei consensi, precipitando al quarto posto tra partiti locali, un evidente effetto della posizione ambigua sulla Brexit del suo leader Jeremy Corbyn, che nei giorni scorsi in un’intervista televisiva ha smentito le sue precedenti aperture a un nuovo referendum sulla Ue: se i laburisti vinceranno le prossime elezioni, ha detto, riapriranno il negoziato con Bruxelles per ottenere una “soft” Brexit, piuttosto che battersi per restare in Europa. Se questi fenomeni si ripeteranno in un’elezione nazionale sarebbero dolori per i Tories e per il Labour, costringendoli come minimo a una coalizione con altri partiti per governare o addirittura sconvolgendo gli attuali equilibri politici. E l’opinione dominante è che elezioni anticipate in autunno, forse prima della scadenza del 31 ottobre fissata per realizzare la Brexit, siano l’unica soluzione, se la linea dura di Johnson con la Ue non è un bluff e il parlamento britannico bloccherà l’uscita con il “no deal”.
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Farina Michele 
Titolo: Johnson appeso a un seggio. Il rebus Brexit si complica
Tema: Brexit

«La prima cosa che farò a Londra — ha detto Dodds — sarà cercare Boris Johnson dovunque si nasconda, per dirgli di smetterla di giocare al no deal con il nostro futuro». Il 3 settembre a Westminster troverà il premier con la calcolatrice in mano. Il voto in Galles, in un feudo lib-dem fino al 2015, lascia tracce contrastanti: i laburisti caduti al 4%, i Tory perdenti ma meno del previsto, il partito Brexit di Nigel Farage con un 10% sufficiente a inguaiare i conservatori. Complicato proiettare il risultato sul pallottoliere di ipotetiche elezioni generali in autunno. Al momento, maggioranza e opposizione hanno drappelli pronti a votare contro le rispettive leadership, in un fuoco incrociato di franchi tiratori più o meno a volto scoperto: Tory che affonderebbero l’uscita senza accordo dalla Ue ma (forse) non la sfiducia, laburisti pro Brexit che in odio a Jeremy Corbyn voterebbero il piano Boris ma non l’appoggio al suo governo. Per evitare questa palude, il premier 55enne potrebbe indire elezioni anticipate, contando sulla debolezza del Labour ma con il rischio di impantanarsi nuovamente per due opposti ostacoli: la presenza del partito Brexit di Farage e l’avanzata lib-dem sotto Jo Swinson.
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Testata:  Stampa 
Autore:  Semprini Francesco 
Titolo: Trump negozia coi talebani la via di uscita dall’Afghanistan
Tema: Afghanistan

Proprio mentre sta per compiere la maggiore età, la missione militare in Afghanistan è vicina a una svolta. Non di carattere bellico, bensì negoziale. L’amministrazione Trump si prepara infatti a ritirare migliaia di truppe dal Paese in cambio di concessioni strappate ai talebani nell’ambito di un accordo preliminare per mettere fine alla guerra iniziata il 7 ottobre 2001 in risposta agli attentati terroristici dell’11 settembre A confermare le indiscrezioni dei media americani sono fonti vicine al dossier, secondo cui la “roadmap” per la riconciliazione del Paese, e quindi il progressivo richiamo delle forze a stelle e strisce, può durare dai 18 ai 24 mesi. L’intesa, che impone ai talebani di trattare un più ampio accordo di pace direttamente con il governo afgano, potrebbe ridurre il numero delle truppe dalle attuali 14 mila unità sino a 8 mila unità. Il piano sta prendendo forma dopo mesi di trattative fra i talebani e Zalmay Khalilzad, diplomatico Usa nato in Afghanistan e nominato da Donald Trump titolare dei negoziati per il rilancio delle trattative. L’accordo potrebbe essere finalizzato prima delle elezioni presidenziali afgane di settembre, sebbene le fonti non escludano che la tornata elettorale, già rinviata due volte ad aprile e giugno, potrebbe saltare di nuovo. «Un voto prematuro stride col percorso negoziale tra società civile afghana, istituzioni, realtà tribali e la compagine talebana». «Stati Uniti e l’Afghanistan hanno concordato i prossimi passi. Una squadra negoziale, assieme a un gruppo di supporto tecnico sono impegnate nel definire taluni aspetti chiave», ha dichiarato Khalizad, aggiungendo che «se i talebani faranno la loro parte, noi faremo la nostra e concluderemo l’accordo».
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Serafini Marta 
Titolo: Arabia, via un altro divieto Donne libere di viaggiare senza l’ok del «guardiano»
Tema: Arabia Saudita

I primi decreti sono stati firmati da re Salman mercoledì. Poi ieri all’alba, nel giorno sacro per i musulmani, la promessa è diventata legge. «II passaporto sarà concesso a ogni persona di cittadinanza saudita che ne farà richiesta». Nero su bianco sulla gazzetta ufficiale Umm al-Qura: le donne maggiori di 21 anni non avranno bisogno, in futuro, del permesso di un uomo per lasciare il Paese. «È un gigantesco passo per le saudite», ha trillato il giornale filo governativo Saudi Gazzette. È la «Storia» con la S maiuscola gli ha fatto eco la principessa Rima Bint Bandar Al Saud, prima ambasciatrice dell’Arabia Saudita negli Stati Uniti, mentre su Twitter è esploso l’hashtag No Guardianship Over Women Travel, con tanto di meme che mostrano gruppi di donne velate scivolare sotto il filo spinato per ricomparire dall’altra parte vestite all’occidentale o che raccontano di fughe in massa all’aeroporto. Dopo la patente, il permesso di assistere ad eventi sportivi, la riapertura dei cinema e i concerti degli artisti occidentali, il passaporto rappresenta un primo passo verso la fine del wilaya (potestà), imposto dalla tradizione wahabita che rende, di fatto, le donne pari a delle minorenni sotto tutela di un guardiano, che sia il marito, il padre o il parente maschio più prossimo. Ad accelerare la concessione — immediatamente contrastata dagli ambienti più conservatori del regno che l’hanno definita «pericolosa» — le notizie sulle fughe di numerose giovani. Inclusa Rahaf al-Qunun, la cui richiesta di asilo, gridata in diretta social da un hotel di Bangkok, a gennaio aveva attirato l’attenzione globale.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Ziniti Alessandra 
Titolo: Migranti, l’odissea delle navi Ong E Malta accoglie il bimbo ferito
Tema: immigrazione

“Djokovic” aveva la febbre a 39 da giorni e una brutta ferita d’arma da fuoco lunga 10 centimetri e cicatrizzata male lungo tutta la spalla destra del suo piccolo corpicino. Non sorride e non dice una parola, sta tutto il giorno avvinghiato alla mamma. Disturbo da stress post traumatico, dicono i medici di bordo della Alan Kurdi che hanno visitato questo bimbo di 3 anni. I genitori lo chiamano con il nome del campione di tennis serbo che amavano veder giocare sugli schermi delle tv dei bar del loro paese: sono fuggiti dal Camerun per inseguire il sogno dell’Europa che quel loro primo bimbo, nato in Libia, incarna. Sopravvissuto ai centri di detenzione, ferito durante la guerra civile e finalmente riuscito a fuggire con la sua famiglia, papà e mamma e due fratellini più piccoli. Per garantirgli le cure necessarie il comandante della Alan Kurdi ha deciso di andare a Malta nonostante la nave fosse a sole venti miglia da Lampedusa nella speranza che un improbabile rapido accordo tra paesi europei consentisse l’approdo nel porto italiano. «Non offriremo a Matteo Salvini un’altra occasione per uno show così indegno. Prendiamo sul serio le nostre responsabilità verso le persone salvate e portiamo il bambino e la sua famiglia a Malta — spiega Gordon Isler, portavoce della Sea-eye — Queste sono le persone da cui l’Italia dovrebbe salvarsi? Djokovic ha subito una ferita d’arma da fuoco e noi dovremmo riportarlo in Libia?». Ma le condizioni del bimbo non sono bastate a far scendere a Lampedusa la sua famiglia. Dopo il divieto di ingresso in acque italiane firmato dal governo, la Guardia costiera di Roma, a cui era stata rappresentata la situazione a bordo, ha risposto di far riferimento a Malta e lì la nave si è diretta nell’attesa che venga raggiunto il nuovo accordo per la redistribuzione dei 40 migranti a cui, su richiesta tedesca, la commissione Ue sta lavorando.
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