104 Civiltà del Lavoro | novembre • dicembre 2025 opo un lungo periodo di studi all’estero, ha scelto di tornare nell’azienda di famiglia. Quali valori hanno guidato questa decisione? Dopo il diploma in ragioneria decisi di trasferirmi in Inghilterra: desideravo entrare quanto prima in azienda e sentivo la necessità di perfezionare l’inglese, una competenza fondamentale per il ruolo che aspiravo a ricoprire. L’idea di rientrare in Kiton è sempre stata il mio obiettivo principale. La famiglia, così come il legame con il mio futuro marito – allora il mio fidanzato – hanno avuto un peso determinante. Avevo chiaro che la mia esperienza all’estero dovesse essere un percorso mirato e temporaneo, finalizzato a farmi trovare pronta per il mio ingresso in azienda. Nel 1995 ha introdotto la linea donna in Kiton. Come è cambiato l’abbigliamento femminile negli anni e quale ruolo occupa oggi l’alta sartoria napoletana nel mondo? La linea donna è nata nel 1995 su impulso di mio padre. Era una sua visione, che intercettava perfettamente una domanda del mercato: un capo sartoriale femminile, realizzato con lo stesso livello di artigianalità del mondo maschile, all’epoca praticamente inesistente. Nel mio percorso personale, provenendo da una sensibilità profondamente legata ai tessuti – ereditata da mio padre – ho iniziato a immaginare capi da donna già prima di avere una produzione interna dedicata, collaborando con sartorie esterne. Con l’arrivo della linea donna, siamo riusciti a trasferire i valori distintivi dell’uomo Kiton anche nel guardaroba femminile. Ancora oggi rappresentiamo un unicum: non esistono molti brand che riescono a realizzare un prodotto femminile sartoriale con un livello di cura paragonabile al nostro. Nel 2001 ha fondato una scuola di alta sartoria. Quali risultati la rendono più orgogliosa e quali sono le prospettive future? L’idea della scuola nasce dall’urgenza di un ricambio generazionale: trovare giovani sarti capaci di affiancare e poi sostituire i maestri storici stava diventando sempre più complesso. All’inizio non è stato semplice: bisognava costruire un format didattico credibile e, soprattutto, restituire dignità e attrattiva a un mestiere percepito come “umile”. Molti figli di sarti preferivano intraprendere professioni come medico o avvocato. Con il tempo la percezione è cambiata: i giovani hanno riscoperto il valore dell’artigianato, la sua creatività e la sua solidità. Oggi riceviamo circa cento candidature ogni tre anni, da cui selezioniamo un gruppo di 20-25 allievi D MARIA GIOVANNA PAONE Industria, alta sartoria Eleganza del fare IL MESTIERE DI RIMANERE UNICI
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