Civiltà del Lavoro, n. 6/2025

11 el 2026 il principale fattore di instabilità globale potrebbe non essere uno scontro diretto tra grandi potenze, ma la trasformazione interna degli Stati Uniti e il conseguente indebolimento dell’ordine internazionale costruito nel dopoguerra attorno a Washington. È quanto emerge dal rapporto “Top Risks 2026” di Eurasia Group, uno dei maggiori centri di analisi geopolitiche, che individua nell’evoluzione della politica americana il rischio sistemico numero uno per l’economia e la sicurezza globale. Altri rischi indicati da Eurasia Group riguardano il crescente divario tecnologico tra i paesi; la politica estera americana ispirata alla “dottrina Donroe” con interventi militari diretti in America Latina; l’indebolimento dell’Europa e dell’asse franco-tedesco; il confronto tra Russia e Nato non solo in Ucraina ma anche con cyber-attacchi diretti; l’interventismo economico sempre più spinto degli Usa (a partire dalla pretesa gestione del petrolio venezuelano); il rischio che la Cina entri in una spirale deflazionistica di sovrapproduzione, alto deficit pubblico e bassa domanda interna; l’espansione rapida dell’Intelligenza artificiale senza regole adeguate; la fragilità degli accordi commerciali nordamericani e, infine, l’acqua come nuova fonte di conflitto geopolitico soprattutto tra Paesi fragili. “Il 2026 è un anno di svolta – ha affermato il presidente di Eurasia Group, Ian Bremmer –. Ma la maggior fonte di instabilità globale non saranno la Cina, la Russia, l’Iran o i circa 60 conflitti che bruciano in tutto il pianeta. Saranno gli Stati Uniti, cioè il fatto che il Paese più potente del mondo, lo stesso che ha costruito e guidato l’ordine globale del dopoguerra, sta ora attivamente smantellando quell’ordine”. Il problema dell’Italia e dell’Europa in questo 2026 “di svolta” è quello di affrontare le nuove sfide mantenendo come punti fermi un atlantismo e un europeismo che non possono più essere dati per scontati, ma debbono essere difesi, riaffermati e ricostruiti giorno dopo giorno. Cruciale sarà ovviamente l’atteggiamento da tenere nei confronti di Trump: va sottolineata la nostra fedeltà al rapporto transatlantico con gli Usa, ma nel contempo la Casa Bianca va richiamata al rispetto del diritto internazionale e delle alleanze, a cominciare dalla Nato. Il ruolo europeo, soprattutto dei cosiddetti “volenterosi”, è stato sinora utile per proseguire il sostegno all’Ucraina, cui la Ue ha garantito a fine dicembre un prestito da 90 miliardi per continuare a fronteggiare gli attacchi di Mosca. Così come il nodo della Groenlandia si potrebbe affrontare senza rischi di fratture irrimediabili, favorendo un maggior intervento della Nato nell’Artico. L’aumento dell’incertezza geopolitica impone poi all’Europa un maggior grado di coesione, nella difesa, nell’innovazione, nell’energia, nella competitività, nella raccolta e gestione del risparmio. Anche l’Unione deve diventare a suo modo una “superpotenza”, per difendere il diritto internazionale e il multilateralismo minacciato dal ritorno alla politica di potenza di Usa, Russia e, sia pure in misura più economica che militare, Cina. Come hanno indicato i Cavalieri del Lavoro, è giunto davvero il tempo di realizzare gli Stati Uniti d’Europa. N Civiltà del Lavoro | novembre • dicembre 2025 LE PROSPETTIVE PER L’ANNO APPENA INIZIATO IL 2026 tra incertezza e impegno di Paolo Mazzanti EDITORIALE

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