29 Civiltà del Lavoro | novembre • dicembre 2025 PRIMO PIANO uando mi chiedono quali siano davvero le sfide dell’automotive, io non parto da grafici, decreti o slogan politici. Parto dalla vita, dal lavoro, dalle persone. È sempre stato così: anche quando mi riferisco ai numeri enormi, alle industrie globali, ai miliardi di investimenti o alle politiche europee, il mio pensiero torna alla fatica delle officine, alle mani che si sporcano lavorando, agli occhi di chi entra presto al mattino e ne esce quando è già buio. Per me l’automotive non è un settore: è un mondo, una comunità, quasi una cultura. Ed è proprio per questo che certe scelte europee mi preoccupano. Vedo un continente che rischia di perdere non solo fabbriche, ma identità. La transizione ecologica non è un errore: è un dovere. Ma ciò che considero pericoloso è il modo in cui viene condotta, la velocità con cui si pretende di stravolgere un intero sistema industriale senza chiedersi se quella velocità sia compatibile con la realtà produttiva, con i costi energetici, con i limiti tecnologici e – soprattutto – con le persone. Da anni ripeto che il 2035, come data per lo stop ai motori endotermici, non è un obiettivo: è un muro. E non lo dico per difendere il passato, ma perché conosco questo settore, vivendolo tutti i giorni. Ho camminato per decenni nelle sue linee di produzione, so quante competenze servono, quante filiere si muovono insieme, quanta energia richiede una trasformazione reale. E so quanto una scelta sbagliata possa travolgere milioni di lavoratori che non hanno colpe se le decisioni politiche vengono prese più sull’onda dell’ideologia che sulla concretezza industriale. Quando parlo dell’elettrico sono ben consapevole: non lo rifiuto, anzi, lo considero parte del futuro. Ma non l’unico futuro possibile. Una tecnologia non diventa sostenibile solo perché la si dichiara per legge. L’elettrico può funzionare in molti contesti e deve essere sviluppato e reso più accessibile, ma non può essere imposto come unica via se mancano energia pulita, infrastrutture di ricarica, una filiera europea delle batterie e una rete elettrica adeguata. Il mercato e i clienti non sono disposti a farsi dire quale auto devono acquistare. Nelle mie riflessioni ritorna spesso l’immagine di un’Europa che corre più veloce delle proQ Marco Bonometti di Marco BONOMETTI ASCOLTARE L’INDUSTRIA per correggere la rotta
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