Civiltà del Lavoro, n. 6/2025

31 Civiltà del Lavoro | novembre • dicembre 2025 PRIMO PIANO prie gambe e in modo scomposto, annunciando rivoluzioni senza preparare il terreno per realizzarle. Le normative che cambiano troppo spesso, gli investimenti che sono spesso annunciati ma non realizzati, una politica che sembra inseguire il consenso immediato invece di una strategia di lungo periodo. Nel frattempo, Stati Uniti, Cina e India consolidano ecosistemi industriali solidi e orientati alla leadership. E oggi, di fronte a tensioni commerciali crescenti e al protezionismo dei due giganti Usa e Cina, diventa urgente difendere davvero il Made in Europe, realizzando una politica industriale europea per veicoli e componenti. So bene che nessun settore può restare immobile. L’automotive europeo, che occupa 13 milioni di lavoratori, investe 84 miliardi l’anno in ricerca e sviluppo, genera più dell’8% del Pil e circa 400 miliardi di entrate fiscali, sta vivendo una rivoluzione paragonabile a quella della catena di montaggio fordista. Ma affrontarla imponendo un’unica tecnologia significa trasformare un’opportunità in un’occasione sprecata. La svolta può avvenire solo attraverso la neutralità tecnologica. Lasciare alle imprese la libertà di innovare in più direzioni. Non guidare il mercato con divieti, ma con la ricerca. Non cancellare ciò che funziona, ma migliorarlo. Non porre alternative false, ma sviluppare tutto ciò che può contribuire alla sostenibilità: biocarburanti avanzati, e-fuel, idrogeno, ibridi evoluti, endotermici efficienti, recupero energetico, materiali leggeri e riciclati. E in tutto questo non dimentico mai il lavoro. Ogni decisione presa su un foglio Excel ricade, prima o poi, sulla pelle delle persone. Quando penso ai milioni di lavoratori della filiera automotive, non vedo numeri: vedo volti, competenze, famiglie, storie. Vedo chi ha costruito competenze per quarant’anni e oggi teme di perdere tutto a causa di regole imposte dall’alto. La transizione europea non tiene conto dell’impatto sociale. Si immagina di cambiare un sistema industriale gigantesco come si aggiorna un software. Ma l’industria non è un software: è fatta di persone, macchine, filiere, costi, territori, comunità. Ogni innovazione richiede tempo, investimenti, pianificazione, formazione. E chi vive da sempre in questo mondo sa bene quanto sia difficile cambiare un singolo processo produttivo, figuriamoci un intero continente. Nonostante tutto rimango un ottimista. Non ingenuo, ma pragmatico. Credo che l’Europa debba correggere la rotta, migliorare il Green Deal senza rinnegarlo, ascoltare l’industria non per obbedirle, ma perché senza industria non c’è lavoro, non c’è crescita, non c’è benessere. Bisogna decidere in fretta, perché il tempo sta finendo. Quando penso al futuro non vedo scenari catastrofici: vedo possibilità. Credo che l’Italia abbia ancora talenti, competenze e imprese capaci di essere protagoniste. Ma serve non sovraccaricare l’industria di regole impossibili da rispettare. Serve credere nella manifattura, nel suo valore sociale e culturale. Serve ricordare che senza investimenti – nelle tecnologie, nelle persone, nell’energia – nessuna transizione può funzionare. Nel mio percorso ho cercato di contribuire a queste sfide investendo nella mia azienda in trasformazione dei processi, produzione di telai più leggeri, riduzione del numero di componenti, nell’uso dell’alluminio riciclato, ottenendo la riduzione del 60% delle emissioni di CO2 negli ultimi anni. Non ho mai dimenticato la centralità della persona con la formazione continua e lo sviluppo di una filiera produttiva integrata capace di competere a livello globale. È la dimostrazione concreta che deve esserci il cambiamento, se lo si prepara con metodo e realismo e non imposto per legge. Alla fine, tutto si riduce a un principio semplice quanto profondo: il futuro non si impone, si costruisce. E si costruisce solo se non si lascia indietro nessuno. Non l’industria. Non il lavoro. Non l’Europa. Marco Bonometti è stato nominato Cavaliere del Lavoro nel 2012. È presidente e amministratore delegato di OMR Holding, sotto la sua guida l’azienda, fondata dal nonno nel 1919, è diventata un Gruppo industriale internazionale con oltre 3.900 dipendenti e con una rete globale innovativa di 9 aziende in Italia e 6 nel mondo. Il Gruppo è attivo principalmente nella componentistica per autovetture, veicoli industriali e mezzi di movimento da terra

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