Civiltà del Lavoro, n. 1/2026

15 Civiltà del Lavoro | gennaio • febbraio • marzo 2026 PRIMO PIANO vale, con la seconda che potrà continuare a contribuire positivamente all’export. Possiamo aggiungere la meccanica strumentale e le macchine utensili, che potranno sostenere lo sforzo di industrializzazione manifatturiera di molti paesi emergenti. Poi il settore dei prodotti di metallo e degli apparecchi elettrici per accompagnare l’elettrificazione. E poi l’agroalimentare, che nel 2025 ha visto crescere l’export del 4% con una cifra pari a circa 72 miliardi. La cucina italiana, che ha ottenuto il riconoscimento di patrimonio immateriale dell’umanità dall’Unesco, è sempre più apprezzata e diffusa nel mondo e può trainare ulteriormente l’export di prodotti agroindustriali. Alimentari e bevande sono andati bene anche in paesi europei come la Spagna, dove le esportazioni sono cresciute nel 2025 del 10,6%, la Svizzera (16,3%), la Francia (5,3%) e la stessa Germania (2,3) nonostante la congiuntura non favorevole. Quanto aiutano i grandi accordi commerciali internazionali come il Ceta col Canada, ora il Mercosur e l’intesa con l’India e quelli in discussione con Australia e Indonesia? In un mondo che si chiude al multilateralismo è indispensabile aumentare le intese bilaterali, che per noi sono gestite dall’Unione europea. L’accordo Ceta col Canada ha dato buoni risultati e pensiamo possa essere lo stesso per Mercosur e India. La parte tariffaria è importante, perché questi accordi prevedono una graduale attenuazione dei dazi. Ma è molto importante anche intervenire sulle barriere non tariffarie, che sono più subdole, meno visibili, ma spesso più pericolose per il commercio. E ovviamente occorre uniformare gli standard che riguardano la salute, l’ambiente e le condizioni di lavoro. Le imprese sono pronte a diversificare i mercati di sbocco? Forse non sono del tutto pronte, ma lo sono più di quanto si potrebbe pensare. I nuovi mercati richiedono conoscenze, analisi di marketing, scenari di rischio più complessi e anche costosi, ma spesso garantiscono rendimenti più elevati. E poi possiamo aumentare il numero di imprese che esportano stabilmente: oggi sono circa 120mila, ma secondo le analisi dell’Istituto Tagliacarne di Unioncamere ci sono circa 17mila imprese che non esportano, ma avrebbero tutte le caratteristiche per poterlo fare. È il momento per loro di affrontare la sfida. Foto modnadeem © 123RF.com La parte tariffaria è importante, perché questi accordi prevedono una graduale attenuazione dei dazi. Ma è molto importante anche intervenire sulle barriere non tariffarie, che sono più subdole

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