Civiltà del Lavoro, n. 1/2026

35 FOCUS Civiltà del Lavoro | gennaio • febbraio • marzo 2026 un esempio concreto di come etica ed estetica possano convergere: la qualità percepita (estetica) è il risultato di una responsabilità ambientale (etica). Illy ha introdotto anche il tema del purpose. “Si vive per lavorare o si lavora per vivere?”. Per molti, il lavoro è la forma più alta di autorealizzazione e di contributo al progresso. E in questo senso richiama l’articolo 1 della Costituzione: la Repubblica è fondata sul lavoro perché il lavoro è fondamento di dignità e di crescita. La conclusione è una sintesi potente: “L’estetica è la materializzazione dell’etica”. La bellezza non è superficie, ma espressione visibile di un sistema di valori. MARCO NOCIVELLI: “Formazione per i mestieri del futuro” Marco Nocivelli parte dai numeri perché l’etica del lavoro, per essere credibile, deve misurarsi con la realtà economica. Su 630 miliardi di export italiano, 170 miliardi sono riconducibili al “bello e ben fatto”. Non solo moda e alimentare, ma anche meccatronica, farmaceutica, cantieristica navale. L’Italia è leader in oltre tremila nicchie mondiali. Nocivelli ha poi sottolineato come lo scenario demografico imponga una riflessione urgente. “Nel 2035 mancheranno 3,2 milioni di persone nella fascia 25-64 anni”. Anche ipotizzando un aumento del tasso di occupazione al 70%, il deficit sarà strutturale, con effetti particolarmente pesanti nel Nord e in Emilia-Romagna. Le risposte, secondo Nocivelli, sono molteplici. Aumentare l’occupazione femminile, soprattutto nei settori Stem. Rafforzare la formazione tecnica fin dalle scuole inferiori. Ridurre il numero dei Neet attraverso percorsi di attivazione, anche con proposte provocatorie come un volontariato breve al posto di misure assistenziali passive. È centrale il rapporto tra scuola e impresa. “Oggi è spesso tributario della buona volontà dei presidi”. Serve una cooperazione strutturata, alternanza scuola-lavoro qualificata, coinvolgimento diretto delle imprese nella progettazione formativa. C’è poi il tema dell’attrazione di talenti stranieri. “Bisogna facilitare l’inserimento riducendo la burocrazia”. E affrontare il nodo abitativo: se il costo della casa supera il 30% del salario, la mobilità diventa insostenibile. Nocivelli ha introdotto nella discussione anche il concetto di purpose aziendale. In Epta è sintetizzato in una formula: “Preserving Our Planet with Conscious Innovation Together”. Innovare sì, ma in modo consapevole, scegliendo le tecnologie giuste, e insieme. Il lavoro non è solo produttività, ma responsabilità condivisa. Infine, il tema più delicato: la remunerazione. “Attrarre i giovani con offerte migliori – ha detto – bisogna pensare alle offerte economiche e a un migliore equilibrio vita lavoro. Occorre anche formare ai nuovi mestieri. Qui la cooperazione tra le scuole professionali e le imprese diventa essenziale”. IL DIBATTITO Al termine delle relazioni, il dibattito è stato arricchito dall’intervento di alcuni Cavalieri del Lavoro. Graziella Danila Gavezotti ha sottolineato come le botteghe non fossero soltanto luoghi di produzione artistica, ma veri e propri “ecosistemi creativi”: comunità organizzate fondate su intelligenza collettiva, contaminazione dei saperi e forte senso di appartenenza. “Il successo non era di uno solo ma di tutti”, ha ricordato, richiamando disciplina, qualità dei materiali e responsabilità condivisa come tratti distintivi di un modello sorprendentemente moderno. Alessandro Profumo si è riallacciato a questa immagine, definendo la grande industria italiana “una grande bottega medievale”, capace di integrare competenze diverse, dialogo continuo con il committente e flessibilità nelle produzioni di nicchia, ambito in cui l’Italia esprime una competitività unica. Ma ha anche introdotto una nota di realismo sul tema dei giovani: “Se un ingegnere prende duemila euro in Italia e cinquemila a Monaco di Baviera, non lo tratterremo”. La sfida, ha detto con franchezza, è generare prodotti ad alto valore aggiunto che consentano di remunerare adeguatamente il talento. Un confronto diretto, talvolta “brutale”, ma coerente con lo spirito del workshop: mettere al centro il lavoro non come retorica identitaria, bensì come nodo decisivo per il futuro del Paese. (G.P.) È centrale il rapporto tra scuola e impresa. Oggi è spesso tributario della buona volontà dei presidi. Serve una cooperazione strutturata, un coinvolgimento diretto delle imprese nella progettazione formativa

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