Civiltà del Lavoro, n. 1/2026

40 FOCUS Civiltà del Lavoro | gennaio • febbraio • marzo 2026 coslovacchia, vanno in Ungheria, vanno in Romania, stanno pensando di andare anche loro in Spagna. Sappiamo perché nessuno vuole venire a investire in Italia: la logistica, soprattutto l’energia elettrica, la nostra farraginosità fiscale, tutti questi elementi messi insieme fanno di noi un paese poco attrattivo e i grandi capitali internazionali non ci vengono. Nelle nuove tecnologie – parliamo di Intelligenza artificiale, di robotica e umanoidi – gli investimenti sono diventati pazzeschi e noi siamo un piccolo paese e non attiriamo capitali, non creiamo le condizioni per farli venire. È chiaro che un ingegnere italiano ambisce ad andare nella Silicon Valley. Il problema non è lo stipendio: è che noi non investiamo nelle nuove tecnologie, le subiamo. E non ci mancano le competenze: la prima macchina con la guida autonoma è del 1990, una Lancia Thema che girava da sola per Parma e Pavia. Al campionato del mondo di di auto a guida autonoma di Indianapolis, due o tre anni fa ha vinto il Politecnico di Milano, quindi noi i campioni li abbiamo. È che nelle nuove tecnologie bisogna investire tantissimo e noi non investiamo, non creiamo le condizioni per far venire da noi chi può investire. Chiudo con l’università e la scuola. Noi continuiamo a produrre commercialisti, avvocati, ma con l’Intelligenza artificiale abbiamo più difficoltà a trovare un idraulico che un avvocato. Dobbiamo tarare la scuola sulle nuove necessità. Figure come elettricisti, meccanici, artigiani, manutentori saranno sempre più richieste, si assiste così a un ribaltamento della percezione sociale del lavoro nobile e a un riequilibrio delle remunerazioni con la manualità specializzata che acquista un nuovo valore. GIOVANNI LAVIOSA: “Come pagare adeguatamente chi rientra” Nel nostro discorso ci sono aspetti legati a come il nostro Paese viene percepito. Ce ne sono altri che riguardano il piano istituzionale, perché certe cose si cambiano con le leggi. E ce ne sono altri, e lì mi sento parte in causa, che sono legati a chi fa impresa. Nella mia esperienza personale, il fatto di poter andare a lavorare o studiare all’estero era una fantastica opportunità, nella misura in cui si ritornava. Quindi quando ero ragazzo sono andato negli Stati Uniti. E oggi quando faccio un colloquio di lavoro, se il ragazzo o la ragazza ha fatto un’esperienza all’estero, aumenta la mia considerazione. Che cosa possiamo fare noi imprenditori per fare sì che i giovani vadano all’estero ma ritornino? Dall’esperienza dei miei collaboratori rientrati dall’estero ho capito che si rientra per gli affetti e le radici, ma lo stipendio resta un ostacolo. Io posso anche essere disposto a pagare il 30-40% in più un giovane che ha lavorato all’estero e porta del valore aggiunto alla mia azienda, ma sarebbe più facile se lo Stato ci venisse incontro riducendo gli oneri sugli stipendi, come in parte ha cominciato a fare con la riduzione del cuneo fiscale. AURELIO REGINA: “Patto di sistema per agevolare i ritorni” La mancanza di competenze che oggi colpisce il nostro tessuto produttivo è un tema di estrema attualità. Quasi il 70% delle aziende di Confindustria lamenta difficoltà nel reperire profili tecnici. È un problema che va ben oltre la valorizzazione dei talenti o il tema della fuga dei cervelli, sui quali mi permetto poi di portare un’espeIl problema non è lo stipendio: è che noi non investiamo nelle nuove tecnologie, le subiamo. E non ci mancano le competenze: la prima macchina con la guida autonoma è del 1990, una Lancia Thema che girava da sola per Parma e Pavia Io posso anche essere disposto a pagare il 30-40% in più un giovane che ha lavorato all’estero, ma sarebbe più facile se lo Stato ci venisse incontro riducendo gli oneri sugli stipendi

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