41 FOCUS Civiltà del Lavoro | gennaio • febbraio • marzo 2026 rienza più personale: mio figlio, finite le scuole in un liceo internazionale di Roma, non ha preso neanche in considerazione di iscriversi all’Università Italiana, è andato in Svizzera, si è laureato in matematica a Losanna e poi si è specializzato in matematica applicata a Zurigo, dove è rimasto. Ciò che mi ha colpito è il sistema di accoglienza che ha trovato, a cominciare dalla retta universitaria: per mio figlio, che certamente non rientra tra i bisognosi di assistenza, abbiamo pagato 1.200 euro annui, due caffè al giorno, per stare in una delle università più prestigiose del mondo. Non ne aveva bisogno, non era legato a nessun Isee, come spesso facciamo nel nostro sistema italiano, ma è esclusivamente sul merito, meritava di stare lì perché è una cultura che premia il merito, mentre noi abbiamo sviluppato una cultura che appiattisce il merito. Mio figlio ha concluso qualche mese fa la specializzazione, non ha preso neanche in considerazione di rientrare, è entrato in una banca internazionale, primo lavoro 6.500 franchi al mese contro, potenzialmente, 1.200 euro. Dopo 15 giorni, si occupa di trading, di corporate bonds in una grande banca internazionale. Questo naturalmente lo gratifica molto e gli fa intravedere prospettive di crescita che naturalmente difficilmente ci potrebbero essere in Italia. Questo è frutto di un sistema, un sistema che mette insieme l’università, le imprese e gli enti pubblici. Secondo me quello che si potrebbe proporre è proprio un patto di sistema, un patto tra istituzioni, aziende, Stato, che metta a regime, provi a cambiare la rotta perché parliamo di un tema drammatico per il futuro del Paese. Abbiamo anche un enorme bisogno di aggiornare in maniera continua il personale delle nostre imprese. Chiaramente la differenza è profonda tra la grande impresa e la piccola. Come Fondimpresa registriamo un quasi totale assorbimento delle risorse da parte delle grandi imprese, mentre le piccole o ci rinunciano o non ne sono a conoscenza o avendo cinque-dieci dipendenti fanno fatica a tenerli fuori dalla produzione per formarli, quindi perdono opportunità. Su questo certamente dobbiamo trovare dei metodi un po’ più impositivi per aiutarli a utilizzare le grandi possibilità e risorse che ci sono nella formazione continua. Infine, dobbiamo sviluppare una politica migratoria di qualità, mirata, più strutturata, alla quale dedicare grandi risorse, sia in termini di formazione, iniziale e post, sia in termini di accoglienza. Non è un caso che Confindustria stia spendendo molte energie sul Piano Casa, che non è solo un incentivo per i nostri costruttori, ma è davvero uno strumento significativo per accogliere giovani immigrati e prepararli a integrarsi maggiormente nella nostra società. IL DIBATTITO Dopo le testimonianze, l’incontro è proseguito con gli interventi di alcuni dei Cavalieri del Lavoro collegati. Marco Nocivelli ha proposto di aumentare il numero dei corsi erogati in lingua inglese. Al contempo, per evitare di alimentare una profezia che si autoavvera, ha esortato a raccontare anche esempi di giovani che sono riusciti ad ottenere percorsi di carriera interessanti e a pubblicizzarli un po’ di più. Francesco Rosario Averna ha ricordato come il Mezzogiorno viva un doppio problema, legato all’esodo dei giovani meridionali che emigrano al Nord per studiare e lavorare oppure direttamente all’estero. Ha raccontato, infatti, il caso di un giovane Alfiere del Lavoro siciliano che, pur avendo cominciato a lavorare nella città in cui si era laureato, ha ricevuto dopo qualche anno un’offerta molto più interessante sia sotto il profilo economico che sotto quello professionale da parte di un’università spagnola, sottolineando altresì che il mondo accademico all’estero è meno soggetto a fenomeni di clientelismo. Maurizio Marchesini, dal canto suo, ha ribadito che il punto focale è la scarsa attrattività del nostro Paese e parallelamente ha auspicato il mantenimento degli incentivi che sostengono il rientro dei “cervelli”. Nello stesso tempo è necessario mostrare ai ragazzi le grandi possibilità che ci sono anche nelle nostre imprese. BenQuello che si potrebbe proporre è un patto tra istituzioni, aziende, Stato, che provi a cambiare la rotta perché parliamo di un tema drammatico per il futuro del Paese Nel dibattito emerge il nodo dell’attrattività: più corsi in inglese, incentivi al rientro dei talenti e nuove opportunità nelle imprese per contrastare l’esodo, soprattutto dal Sud
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