Civiltà del Lavoro, n. 1/2026

45 FOCUS Civiltà del Lavoro | gennaio • febbraio • marzo 2026 analisi di testi, riassunti, la creazione di primi draft di verbali, di incontri, anche questo sta entrando come parte del nostro quotidiano. È di pochissimi giorni fa il rilascio di un nuovo codice per il supporto alla programmazione assistita con l’IA, che sta rivoluzionando il modo in cui i programmatori scrivono i programmi. Gli investimenti necessari per realizzare questi prodotti sono altissimi, con una concentrazione enorme di conoscenze, infrastruttura computazionale, patrimonio di dati, massa critica di esperti, tecnici che lavorano e che continuano a spingere la frontiera con un supporto economico sostanzialmente infinito. E c’è uno spostamento di capacità dal pubblico al privato: oggi non c’è nessuna università, nessun centro di ricerca nel mondo – il Massachusetts Institute of Technology (Mit), Stanford, Berkeley – che abbia la stessa massa critica dei ricercatori, le stesse capacità computazionali, lo stesso serbatoio di dati, la stessa esperienza concreta di dominio applicativo che abbia un laboratorio privato. E se un giovane talento, in ambito IA, vuole provare a lasciare il suo segno nella storia, il posto dove essere non è Stanford o Mit ma è uno dei grandi laboratori delle big tech americane. C’è molta enfasi sulla capacità di queste macchine di accelerare o sostituire in toto processi umani, concettuali, fisici, al punto che si pensa che dobbiamo forse ripensare completamente i processi aziendali. Sono stati fatti studi sull’assistenza al cliente con una chatbot sul sito web dell’azienda a disposizione dell’operatore fisico. Ebbene, ne caso di operatori che già avevano statistiche molto alte di soddisfazione del cliente, l’utilizzo dell’IA non ha fatto una vera differenza. Per gli operatori in cui la soddisfazione del cliente era più bassa, l’utilizzo dell’IA ha portato a un vantaggio molto chiaro. Qual è lo scenario qui? È lo scenario dello studente che sta intorno al 5 ma che se può utilizzare l’IA riesce a raggiungere il 7 rispetto allo studente brillante, che è comunque tra il 9 e 10 e che farà più velocemente quello che stava già facendo, ma in realtà non cambierà poi il risultato finale. Questo significa che, all’interno di un processo chiaro e definito, tutti gli operatori si spostano statisticamente nella performance dell’operatore migliore. Quindi l’IA tende ad appiattire verso l’alto. Ma quando è conveniente il rapporto costi-benefici? Anche qui abbiamo uno studio del Massachusetts Institute of Technology che suggerisce che la convenienza diventa elevata solo se è possibile fare economie di scala infrastrutturali; il che vuol dire che l’IA richiede un investimento infrastrutturale importante, con una piattaforma hardware su cui giri il software che deve poter essere interoperabile con tutti gli altri software e tutti gli altri sistemi dell’azienda. C’è una parte che può essere fatta in locale e possono esserci applicazioni che vengono fatte in remoto. Ci sono scenari in cui è necessario equipaggiare una filiera, una catena di produzione con una rete di sensori, con un hardware che possa immagazzinare i dati; ci sono settori, come quello bancario, assicurativo o le grandi catene di distribuzione rispetto alla logistica, dove è già stato fatto a livello di scala un investimento molto importante. In situazioni di questo tipo effettivamente il rapporto costi-benefici può essere molto interessante, la maturità è giusta perché l’infrastruttura e la scala ci sono già. Ci sono poi realtà, penso a tutto quello che coinvolge un’attività fisica molto più importante o anche dove abbiamo scenari più articolati, più frammentati, dove non c’è un chiaro leader, una multinazionale che comunque guida tutta una filiera, in questo caso l’investimento infrastrutturale di una piccola o piccolissima impresa, resta ancora oggi molto impegnativo e tale da non rendere effettivamente vantaggiosa l’adozione, anche se ci può essere una soluzione tecnologica disponibile. L’esempio limite, che però ci fa capire bene di cosa stiamo parlando, è quello della produzione vinicola, che in tutta la filiera potrebbe avere un’adozione di IA. Ma in questo momento per un singolo produttore è un gioco che non vale la candela. Per concludere, ricordo che l’IA è creata dall’uomo. Nella storia dell’umanità ci siamo sempre adattati agli artefatti che abbiamo creato e quindi, da un punto di vista cognitivo, credo che già adesso il nostro cervello si stia adattando a questa nuova realtà e stia sviluppando nuove capacità e nuove contromisure. Manteniamo quindi un cauto ottimismo e una cauta fiducia nella nostra capacità di specie adattativa e manipolativa, di creare nuovi artefatti e di inglobare anche questo tipo di innovazione nel nostro essere. Se un giovane talento, in ambito IA, vuole provare a lasciare il suo segno nella storia, il posto dove essere non è Stanford o Mit ma è uno dei grandi laboratori delle big tech americane

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