Civiltà del Lavoro, n. 1/2026

49 FOCUS Civiltà del Lavoro | gennaio • febbraio • marzo 2026 le applicazioni. L’IA dovrebbe diventare un bene di consumo come l’elettricità. Tra le applicazioni faccio l’esempio di manutenzione predittiva e pit-stop per rendere più efficiente la prevenzione e la riparazione dei guasti. Dobbiamo disegnare impianti che siano gestibili da agenti robotici mentre continuiamo a progettarli per l’uomo e poi ci vogliamo mettere i robot. Un altro tema è legato al patrimonio di un’azienda, la sua creatività, gli intangibili, la conoscenza e il saper fare. Questa conoscenza è un valore da tutelare. Qui si inserisce l’IA almeno con tre applicazioni: aiutare gli operatori a rendere semplici operazioni complesse; aiutare a gestire il patrimonio di conoscenza aziendale e a non disperderlo nel passaggio da un collaboratore all’altro e da una generazione all’altra; aiutare gli operatori a gestire gli impianti in modo semplice e diminuire lo stress quando l’impianto si ferma. L’IA deve migliorare l’efficienza dei nostri processi, ma non deve standardizzarli, deve lasciare che continui a emergere il dna distintivo e la creatività delle nostre aziende. FRANCO BERNABÈ: “Una via italiana all’intelligenza artificiale” Quando pensiamo all’IA ci preoccupiamo per la perdita di lavoro ma al momento l’IA ha creato un mare di lavoro perché decine migliaia di poveracci in Kenya, in India e da altre parti, sono impiegati a fare i classificatori, i validatori, a far leggere un’infinità di fotografie all’IA per farle capire quello che un bambino capisce immediatamente. Queste persone vengono ancora pagate due-tre dollari l’ora per attività veramente molto intense. Per fare la validazione di problemi complessi di tipo industriale, legale o regolatorio, si usano invece persone, anche negli Stati Uniti e in Europa, che vengono pagate 10-20 euro o dollari l’ora. Diciamo che, per il momento, i posti di lavoro sono stati creati e non distrutti dall’IA. La seconda cosa è che i motori di IA hanno compiuto il più grande furto di proprietà intellettuale della storia dell’umanità, come ha detto Noam Chomsky, e cominciano a esserci cause miliardarie negli Usa per questi furti. Il tema dell’IA, quindi, è il tema della conoscenza, dell’esperienza e dell’informazione che ogni entità intellettuale, aziendale, amministrativa ha accumulato e che va difeso con le unghie e con i denti. Poi dobbiamo capire come utilizzare l’IA in modo corretto. Non sono d’accordo sul fatto che senza spendere miliardi di dollari per addestrare i modelli, siamo tagliati fuori. Abbiamo in primo luogo un gigantesco problema di governance: per proteggere i dati delle nostre aziende dobbiamo proibire ai dipendenti di utilizzare le IA di mercato, perché qualsiasi cosa facciano caricando documentazione aziendale, va ad alimentare i loro motori. Poi abbiamo un problema di sicurezza perché basta una prompt injection malevola per penetrare i nostri dati. Ma oggi abbiamo delle architetture che ci consentono di isolare il processo specifico e che richiedono capacità di elaborazione molto più ridotta dei grandi motori. Da questo punto di vista possiamo emanciparci, non siamo dipendenti totalmente da quello che stanno facendo gli americani. E c’è una quantità enorme di tecnologia open source alla quale accedere, sia americana, cinese e anche europea. Penso quindi che abbiamo lo spazio per sviluppare delle nostre tecnologie con un impiego di capacità di elaborazione molto più bassa. La sfida è tutta aperta e l’industria italiana, che è un’industria piccola e molto personalizzata, ha un potenziale enorme; però bisogna investire in competenze, bisogna che i nostri giovani che si stanno laureando ai politecnici di Torino, Milano, ai dipartimenti di Scienza dell’Informazione di un po’ tutte le università italiane, vengano assorbiti dall’industria italiana. (P.M.) La sfida è tutta aperta e la nostra industria ha un potenziale enorme. Però bisogna investire in competenze e fare sì che i giovani laureati dei politecnici vengano assorbiti dall'industria italiana La parte digitale tende a uniformare i prodotti, la parte meccanica lascia ancora libero spazio alla creatività dei progettisti

RkJQdWJsaXNoZXIy NDY5NjA=