Civiltà del Lavoro, n. 1/2026

53 FOCUS Civiltà del Lavoro | gennaio • febbraio • marzo 2026 perire una forza lavoro qualificata in un mercato del lavoro afflitto dalla contrazione demografica. Quali sono i settori aziendali che possono essere più influenzati da queste tecnologie? Non penso sia esagerato dire che il quadro che si sta aprendo davanti ai nostri occhi abbia pochi precedenti nella storia dell’umanità. Innumerevoli volte in passato abbiamo introdotto tecnologie in grado di sconvolgere alcuni settori produttivi, con un impatto significativo sull’organizzazione della società. Pensiamo alla meccanizzazione dell’agricoltura, che ha svuotato le campagne gonfiando a dismisura i centri urbani. Stavolta è diverso: abbiamo una tecnologia che può operare in maniera pervasiva e trasversale su molte funzioni aziendali, andando a complementare la nostra facoltà più preziosa: l’intelligenza. E infatti i settori aziendali più influenzati saranno quelli in cui il “lavoro” è soprattutto informazione, decisione e conoscenza: progettazione, marketing e vendite, operations, customer care, amministrazione e finanza, fino all’ufficio legale e alla compliance. Qualunque sia il nostro ruolo in azienda, e qualunque sia il problema che affrontiamo, con l’IA ci troviamo proiettati in una dimensione “superumana”, in cui i migliori esperti del mondo possono potenzialmente essere chiamati in causa per aiutarci. Se siamo designer, potremo usarla per generare bozze o vagliare ipotesi in tempi rapidissimi. Se siamo manager, potremo usarla per distillare le informazioni raccolte dalla rete di vendite e affinare la strategia di penetrazione nel mercato. Se lavoriamo nell’ ufficio legale, potremo usarla per districarci nella foresta di leggi e sentenze e individuare criticità in un contratto. E se siamo in produzione, potremo concentrarci sulle lavorazioni a più alto valore aggiunto, mentre un robot collaborativo ci supporta sostenendo carichi e preparando kit di montaggio. Insomma, le opportunità sono tante ma – torno sul punto di prima – questa tecnologia è un cavallo scalpitante e selvaggio che va guidato e controllato. Qualunque sia l’area in cui la impieghiamo, è fondamentale disporre di risorse umane adeguate, in grado di gestirla con competenza e responsabilità. Quanti investimenti richiede l’introduzione dell’IA? Se si guarda ai costi di adozione, si scopre una certa variabilità. Gli strumenti “general purpose” per singolo utente possono essere relativamente accessibili e permettono di iniziare subito, mentre le soluzioni professionali e più avanzate – soprattutto quelle orientate a workflow e automazioni – tendono a salire rapidamente di costo, specie quando si passa a utilizzi di team e a requisiti di sicurezza e governance. Se poi si usano le API per sviluppare applicazioni basate sull’IA, i modelli di costo cambiano (spesso a consumo) e, quando i volumi crescono o l’integrazione è profonda, i costi possono diventare significativi. Detto questo, credo che il vero investimento sia di tipo progettuale. Piuttosto che pensare a un’adozione “a tappeto”, occorre riflettere con attenzione su come l’IA possa generare valore nella propria azienda. Poi bisogna ristrutturare quei settori e quelle attività, in modo da accogliere e integrare modelli basati sull’IA in maniera efficace, formando e, se necessario, acquisendo le risorse umane adeguate a gestire il cambiamento. Questo tipo di attività “esplorativa” è la più complessa per le piccole e medie imprese. Occorre mettere in campo modelli federativi, in cui le varie aziende mettono a fattor comune investimenti e requisiti, creando centri di competenza in grado di produrre soluzioni riutilizzabili su specifici problemi di interesse comune (ad esempio gestione della filiera o della logistica). Esempi importanti di storie di successo esistono già, come il centro di competenza su automazione e robotica insediato nel Kilometro Rosso a Bergamo. Per muoverci in questa direzione, abbiamo un asset importante e troppo spesso sottovalutato: le nostre università e i nostri centri di ricerca, spesso di livello internazionale. Creare vere e proprie alleanze, a livello di distretti industriali, tra aziende e centri di ricerca può essere la chiave per condividere sforzi e investimenti e ridurre i rischi. La prima cosa che farei è reperire informazioni di qualità. Per questo darei priorità a fonti strutturate e verificabili. Osservatori come quello che la mia Università ha organizzato con Confindustria Trento sono esperienze virtuose, per l’accuratezza della preparazione e per la qualità degli interventi

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