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SINTESI IN PRIMO PIANO – 14 dicembre 2019

In evidenza sui maggiori quotidiani:
– Oggi a Roma la manifestazione delle sardine
– Sondaggi: centrosinistra avanti in Emilia Romagna
– Johnson: Brexit entro il 31 gennaio
– Pop Bari commissariata. Tensioni nel governo

PRIMO PIANO

Politica interna

Testata:  Repubblica 
Autore:  de Ghantuz Cubbe Marina – Venturi Ilaria 
Titolo: Oggi in piazza la prova del nove Alle sardine il like di Conte
Tema: manifestazione sardine
In piazza San Giovanni le sardine lanciano il guanto della sfida alla politica: la manifestazione dei centomila attesi oggi pomeriggio alle 15 a Roma, il “congressino” dei 160 promotori delle piazze italiane il giorno dopo per dare un futuro al movimento, «che non diventerà un partito» avvertono. Ancora ieri il premier Giuseppe Conte ha strizzato l’occhio ai ragazzi che riempiono le piazze in nome della Costituzione e dell’antifascismo, contro il populismo della destra salviniana: «È un movimento che mi procura simpatia, c’è voglia di partecipazione, non vedo perchè dovremmo essere preoccupati da queste manifestazioni». Conte parla dopo il Consiglio europeo a Bruxelles. Incontrarli? «Se vorranno io sono a disposizione, ma c’è molto rispetto da parte mia, non mi spingo io a propormi perche potrei essere frainteso, come un tentativo di mettere il cappello». Anche il Pd con Zingaretti tiene le distanze, a rispetto dell’autonomia il segretario non ci sarà, anche se dice: «Sarà una delle più belle manifestazioni di Roma». Ad essere presente sarà invece Tobia Zevi, nipote della storica militante antifascista Tullia. Era stato lui a denunciare la presenza di CasaPound nelle piazze, anche quelle di Salvini: «I fascisti del terzo millennio sono confusi se scendono anche con le sardine. Mi appello alle forze dell’ordine affinché tali provocazioni non rovinino la piazza». I promotori non si curano di CasaPound: «I guastatori non rovineranno la nostra festa». A difesa dei valori che li hanno portati in piazza a Bologna esattamente un mese fa s’attrezzano divulgando il decalogo dei valori della sardina. No bandiere, no insulti, la testa che viene prima della pancia, i numeri che valgono più della propaganda, il cambiamento che parte da se stessi. In piazza ci saranno Erri De Luca, Giobbe Covatta, i preti di strada. Tanti gli endorsement, ultimo ieri quello dell’icona Patti Smith: «Le persone devono unirsi. Sardine, noi siamo con voi in spirito!». Sul palco la presidente dell’Anpi, Carla Nespolo, il medico di Lampedusa ed eurodeputato Pietro Bartolo, Dacia Maraini in un videomessaggio.
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Testata:  Stampa 
Autore:  Amabile Flavia 
Titolo: La sfida delle sardine “In piazza S. Giovanni saremo in 100 mila” – Le sardine alla sfida di piazza San Giovanni Gli organizzatori: “Saremo in centomila”
Tema: manifestazine sardine
L’obiettivio è 100mila persone, per provare a restituire lo stesso colpo d’occhio di due mesi fa quando San Giovanni divenne la piazza dell’orgoglio sovranista. Oggi la missione è proprio l’opposto: trasformarla nella riscossa dell’antifascismo, dell’antipopulismo e del no all’odio. Un’utopia nell’Italia del 2019? Si vedrà. «Sarà principalmente la piazza di Roma. C’è stato un invito, quindi, è Roma che perde o vince questa sfida», prova a precisare Mattia Santori, portavoce del movimento. Un tentativo necessario per evitare delusioni ma l’appuntamento di oggi è in ogni caso decisivo. E, anche se le giovani sardine si tengono alla larga dai numeri, non è di secondaria importanza che siano riusciti a organizzare 80 piazze dal 15 novembre, che altre 45 ne sono in programma fino al 22 dicembre. In totale hanno radunato nelle piazze italiane già almeno 300mila persone.. «Sappiamo che tanti verranno, anche da altre città, ma questo è un movimento spontaneo, non lo sapremo fino all’ultimo», dice Ogongo. Difficile dire se ci sarà CasaPound:  «Penso non verranno», prevede Mattia Santori. Se, invece, dovessero presentarsi, comunque «qualche decina di guastatori non riuscirà a rovinare la festa», e poi «se vogliono partecipare ad una manifestazione antifascista in cui si canta Bella Ciao organizzata da un ragazzo di colore che lotta per lo Ius Soli, sono loro ad avere un problema». Nessuna bandiera. Gli organizzatori hanno chiesto di venire solo col simbolo della sardina e le sardine saranno in forma di stickers, striscioni, pescetti di carta da tenere in mano o una gigantesca che attraverserà la piazza. «Ci saranno pochissimi interventi perché le piazze delle Sardine sono delle persone, piazze in cui ciascuno è libero di esprimersi. Ci saranno delle letture dal Tir-palco», spiega Ogongo. Saranno letti tre articoli della Costituzione. Le Sardine si ritroveranno poi il giorno dopo ancora a Roma per gli Stati generali del movimento, una riunione tra tutti i referenti dei territori, circa 160 persone. È il salto di qualità. L’incontro, racconta Santori, servirà a «darci una struttura non tanto sui contenuti quanto sull’organizzazione».
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Buzzi Emanuele 
Titolo: I transfughi agitano il M5S Di Battista: devono lasciare e farsi eleggere con la Lega
Tema: M5S
La ferita nel Movimento è più che mai aperta. II passaggio di tre senatori al Carroccio ha lasciato il segno. Dopo gli affondo di Luigi Di Maio e l’ipotesi ventilata ai suoi di mettere ai voti su Rousseau la permanenza nel governo in caso di altri addii, ieri anche Roberto Fico e Alessandro Di Battista sono intervenuti sulla questione. L’ex deputato romano va all’attacco: «I transfughi? Si devono dimettere e devono farsi eleggere con la Lega», dice al Corriere. Più diplomatico il presidente della Camera: «Non commento i passaggi di parlamentari ad altri schieramenti. Posso solo dire che se si pongono dei problemi vanno risolti e si possono risolvere in altri modi, non mi sembra il modo adatto». II tema dei fuoriusciti è stato anche al centro di un colloquio tra Di Maio e Giuseppe Conte. Entrambi hanno «minimizzato» riguardo ai rischi per l’esecutivo. Il presidente del Consiglio però ritiene che altre divisioni siano negative e possano solo destabilizzare, anche per questo frena chi spinge per creare un gruppo direttamente riferibile a lui. Sottotraccia nel Movimento si lavora per ricucire i rapporti ed evitare nuovi strappi. A Palazzo Madama si respira un cauto ottimismo. Pompieri in azione, anche con un po’ di malizia. C’è chi insinua: «Se qualcuno vuole andarsene per essere ricandidato altrove dovrebbe accorgersi che i giochi sono chiusi». La senatrice Angela Piarulli — indicata da più voci tra le papabili nuove uscite dal M5S — mette le mani avanti e chiarisce che non ha intenzione di spostarsi in altri gruppi. Ma il clima, anche tra i big, non è sereno. E non solo per le fragilità al Senato. L’elenco è più lungo e complesso. C’è chi giudica «decisamente inappropriata» la scelta di Danilo Toninelli come facilitatore. E ci sono scontri tra le diverse anime Cinque Stelle, che si surriscaldano per le visioni contrapposte su diversi temi. Gianluigi Paragone torna a pungere Di Maio e annuncia che non voterà la manovra.
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Pagnoncelli Nando 
Titolo: Il centrosinistra avanti (di poco) in Emilia-Romagna – Bonaccini e il centrosinistra avanti in Emilia-Romagna Ma Borgonzoni lo tallona
Tema: sondaggi

A poco più di quaranta giorni dalle regionali in Emilia-Romagna, un sondaggio dell’lpsos attribuisce al candidato del centrosinistra Stefano Bonaccini, un lieve vantaggio, 44,2% contro il 42,1%, su Lucia Borgonzoni del centrodestra. Emerge la quota di chi non intende votare o si dichiara indeciso: rappresentano quasi un elettore su due (47,2%). Gli elettori emiliano romagnoli, che in larga misura promuovono l’amministrazione uscente: infatti il 73% esprime un giudizio positivo contro il 22% che ne dà un giudizio negativo. Le valutazioni favorevoli prevalgono tra tutti gli elettorati, compreso quelli del centrodestra (55% a 42%). SI tratta di un bilancio decisamente buono, tenuto conto della «freddezza» manifestata dagli elettori in occasione delle precedenti elezioni regionali che avevano fatto segnare un record di astensioni: solo poco più di un elettore su tre (37,7%) si recò alle urne. Tempo fa un bilancio così lusinghiero avrebbe potuto rappresentare la garanzia di una riconferma, ma oggi il successo elettorale non è più così scontato, come dimostrano alcuni casi eclatanti degli ultimi anni, le comunali di Torino su tutti, dove è prevalsa la voglia di voltare pagina. Talora, infatti, la buona amministrazione viene attribuita alle caratteristiche antropologiche di un territorio più che ad un colore politico. Per questo motivo quelli che un tempo erano considerati veri e propri baluardi, nel tempo sono diventati territori contendibili Concentrando l’attenzione sui due principali candidati — il presidente uscente Stefano Bonaccini e la senatrice leghista Lucia Borgonzoni, candidata del centrodestra — si registra un diverso livello di notorietà e di gradimento: íl primo risulta conosciuto dall’82% degli elettori e gradito dal 55% (contro il 26% che non lo apprezza), la sfidante è conosciuta dal 71% e gradita dal 32% (con il 38% contro). Riguardo agli orientamenti di voto emerge con grande evidenza la quota di coloro che non intendono votare o si dichiarano indecisi: oggi rappresentano quasi un elettore su due (47,2%).
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Testata:  Repubblica 
Autore:  De Marchis Goffredo 
Titolo: Nuova battaglia sulla legge elettorale tra Pd e Italia Viva
Tema: legge elettorale
Maggioranza nel pallone e i tempi di una scelta non sono molto lunghi. Sulla legge elettorale, che doveva accompagnare il taglio dei parlamentari già varato, sono ai ferri corti, ancora una volta, Partito democratico e Italia Viva. Il solito copione: lo scissionista Renzi contro i vecchi compagni di strada. E viceversa. Per il momento appare lontana una soluzione unitaria della coalizione giallo-rossa che pure è urgente: va presentato un disegno di legge entro il 15 gennaio in modo che la Corte costituzionale possa frenare la sua decisione sul referendum proposto dalla Lega per un sistema maggioritario secco. Se il Parlamento discute una nuova norma come si fa dare il via libera a un quesito sulla vecchia? Ma la nuova norma è in alto mare. Di nero su bianco non esiste alcunché. E di mezzo ci sono anche le vacanze di Natale. Nicola Zingaretti ottiene il mandato pieno della direzione (all’unanimità) per trattare su un proporzionale con collegi molto piccoli e liste di candidati corte. Si fotografa la volontà degli elettori ma le dimensioni dei collegi rendono implicita una soglia di sbarramento che esclude i partiti più piccoli. È il sistema spagnolo. Ettore Rosato, coordinatore di Italia Viva e autore del sistema in vigore, liquida così la proposta dem: «Siamo al ridicolo. Il sistema spagnolo ha dimostrato in Spagna tutti i suoi effetti: elezioni a raffica negli ultimi due anni. Quindi chi dice “garantiamo la governabilità” e propone lo spagnolo si rende solo ridicolo. Perché in quel modo si garantisce l’instabilità». Però il Pd non sembra intenzionato a cedere. Ha già fatto passi indietro rispetto alla sua proposta originaria che era il doppio turno di collegio. Ieri ha persino risposto di no ad alcuni suoi dirigenti, Giorgio Gori in testa, che proponevano il sistema dei comuni: ballottaggio e maggioranze chiare. Quindi l’indicazione emersa nella riunione di ieri diventa una specie di linea Maginot. Sulla quale peraltro il Pd ha già il sì del Movimento 5 stelle.
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Bozza Claudio 
Titolo: Intervista a Dario Parrini – L’ex renziano: la soglia al 5% contro Matteo? No, è la sua linea
Tema: legge elettorale
 «Siamo i soli a volere un doppio turno in un Parlamento in cui siamo il quarto gruppo. Dobbiamo fare i conti con la realtà: l’obiettivo è limitare la frammentazione, facilitando la governabilità, con soglie alte». Il senatore Dario Panini, ex renziano di ferro che poi ha rifiutato di netto la scissione, è uno degli sherpa del Pd per cercare un accordo sulla nuova legge elettorale. Lei per 20 anni ha fatto battaglie pro maggioritario. Non le pesa questa sconfltta? «No. Perché ci sono i principii e c’è la realtà. E non tenere conto della realtà è da irresponsabili. Questo non è un ritorno alla Prima Repubblica, quando il proporzionale non aveva alcuna soglia». Uno sbarramento al 5%: un’asticella più alta di quanto morrebbe Matteo Renzi. Così, visti i sondaggi, sembra il figlio L’ex renziano: la soglia al 5% contro Matteo? No, è la sua linea che uccide il padre… «No, perché Renzi è sempre stato contro la frammentazione come e più di me. Italia viva al tavolo ha detto si al 5%. Nessuna dietrologia».
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Verderami Francesco 
Titolo: Settegiorni – No al voto: il Parlamento dei «responsabili» – In Parlamento la corsa al non voto Le mosse per i nuovi «responsabili»
Tema: tenuta governo e voto anticipato

Più che un gruppo, c’è un intero Parlamento di «responsabili». Che per ragioni diverse, piuttosto di precipitare verso il voto, preferisce tenersi Conte. Conte dal canto suo vorrebbe far l’americano, ma ha capito che per resistere a palazzo Chigi serve il rito andreottiano. Sul telefonino ha un’immagine di jfk e in calce una sua frase celebre: «Ogni risultato inizia con la decisione di tentare». Eppure quando parla al cellulare, agli interlocutori pare di risentire l’antico lessico democristiano: «Io farò capire che le porte sono aperte — aveva anticipato a un messaggero dei responsabili — ma di più per ora non potrò dire». Passo dopo passo, giorno dopo giorno cerca di raggiungere la meta: stabilizzarsi attraverso gli stabilizzatori. Mesi fa, quando andò in Irpinia a esortare «un nuovo impegno dei cattolici in politica», De Mita colse il significato profondo del suo messaggio. «E venuto perché ha bisogno di un gruppo parlamentare in suo sostegno», sussurrò l’ex leader della Dc a Rotondi, che già lavorava a quel progetto: «Parlane con Gianni Letta, perché Berlusconi certe cose non le capisce». In realtà il Cavaliere l’aveva capito e aveva provveduto a muoversi. II fatto che Conte gli sia «simpatico» è un additivo funzionale al suo disegno: farsi garante della stabilità per impedire il collasso della legislatura, assecondando al tempo stesso le manovre di Salvini che invece vorrebbe tornare alle urne. Potrebbe sembrare un controsenso, ma non lo è. Se è vero che il capo della Lega mira a destrutturare quanto resta di Forza Italia, come dimostrano certi veti per le Regionali, è altrettanto vero che Berlusconi — non più in grado di garantire tutto a tutti — glielo lascia fare. A modo suo però. All’ultima riunione dei gruppi forzisti, infatti, l’hanno sentito salutare alcuni parlamentari in odore di scissione con una frase sibillina: «Se proprio decidete di andare, non andate con Salvini o la Meloni. Iscrivetevi al gruppo misto». Quel gruppo è da sempre l’incubatrice di ogni iniziativa di Palazzo, l’oasi dove un premier può all’occorrenza trovar ristoro.
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Franco Massimo 
Titolo: La Nota – Il Carroccio teme la tenuta di un governo sempre in bilico
Tema: tenuta governo
Sarà anche vero che l’esultanza del premier Giuseppe Conte per le modifiche al provvedimento salva-Stati è esagerata: nel senso che la riforma del Meccanismo europeo di stabilità è stata solo rinviata dalla Commissione Ue. Ma le opposizioni trascurano un dettaglio: per il governo, ogni spostamento in avanti è tempo guadagnato, non solo perso. Serve a placare ora una forza, ora un’altra della maggioranza. L’immagine di impotenza e di indecisione che l’esecutivo offre passa in secondo piano, nell’ottica di Palazzo Chigi. Conta l’ostacolo scavalcato. Per questo, quando ieri il premier si è sentito chiedere se il suo approccio sul Mes non gli avesse fatto perdere credibilità, ha risposto, piccato: «Non sono io a perdere credibilità. E lei un italo-scettico». La reazione di Conte riflette la consapevolezza di dovere gestire una situazione complessa; e di essere esposto non solo alle critiche della propria coalizione, ma a brutte figure. L’irritazione che emerge a intermittenza dal grillino Luigi Di Maio, da Iv di Matteo Renzi, perfino dal Pd di Nicola Zingaretti, segnala una frustrazione quasi ineliminabile. II problema è come conviverci. E l’atteggiamento serafico di Conte è fatto per dimostrare agli alleati che la fretta e l’impazienza possono rivelarsi esiziali per la stabilità. Non per nulla, a forzare è soprattutto il leader della Lega. Matteo Salvini può rivendicare un primato relativo nell’opinione pubblica. È riuscito a far dimenticare la crisi agostana aperta nella speranza di votare in autunno, ritrovandosi alla fine fuori dal governo con il M5S. E continua a martellare sul voto anticipato. Ma comincia a dare segni di Insofferenza perché l’esecutivo, per quanto debolissimo, bloccato dalle contraddizioni, sopravvive: proprio per non regalare il primato al Carroccio. Così, l’impossibilità di incassare elettoralmente le indicazioni dei sondaggi lo rende nervoso quanto le inchieste della magistratura. E la compattezza ufficiale del centrodestra mostra strane crepe quando dalle alleanze locali si passa alle prospettive di una crisi di governo. In modo opaco, sotterraneo, si delinea un partito del non voto, alleato oggettivo di Conte. Si tratta di uno schieramento non dichiarato. Ma si fa vivo quando l’esecutivo è in difficoltà, e lo salva per salvare se stesso.
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Sarzanini Fiorenza 
Titolo: Riunioni, viaggi e due casseforti I segreti della fondazione Open
Tema: Open
Doppi incarichi per «mascherare» i finanziamenti, airbus affittati per le trasferte all’estero e due cassette di sicurezza che dovranno adesso essere ispezionate dai magistrati, Ci sono nuovi elementi nell’inchiesta sulla Fondazione Open della Procura di Firenze che si concentra sul doppio ruolo avuto dal presidente Alberto Bianchi nella gestione del fondi elargiti per sostenere la «carriera politica di Matteo Renzi». Materiale ritrovato durante le perquisizioni, ma anche testimonianze. Come quella di Alessandro Bertolini, alto funzionario della British Tobacco che si occupò di gestire i contratti di Bianchi. Il sospetto degli inquirenti è che gli «onorari» del legale fossero in realtà finanziamenti «mascherati» e per questo illeciti. Non a caso nel decreto di perquisizione emesso contro Bianchi si sottolinea che «appare degna di nota la circostanza che nell’anno 2016 la “British American Tobacco” non effettua “contribuzioni volontarie” a favore della Fondazione Open ma riceve una fattura da parte dell’avvocato Bianchi il quale, in base all’accordo, avrebbe ricevuto un compenso di circa 80 mila euro, destinato in parte a Open». Uno schema seguito con il gruppo imprenditoriale Toto e che — questa è l’ipotesi dell’accusa — potrebbe essere stato applicato anche ad altri finanziatori che in cambio ne avrebbero ricevuto vantaggi grazie a emendamenti alle leggi che venivano approvate, ma anche progetti e concessíoni portati avanti quando a Palazzo Chigi c’era Matteo Renzi.
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Testata:  Il Fatto Quotidiano
Autore:  Caselli Gian_Carlo
Titolo: L’attacco di Renzi ai pm: un brutto film già visto – Renzi contro i giudici un film già visto
Tema: Open

Renzi non ha inventato nulla. Il tentativo di assoggettare la Giustizia alla politica, o meglio, all’interesse politico di una sola persona, l’ha ideato Berlusconi, scatenando contro vari uffici giudiziari – a partire dal 1994 – una “vera e propria guerra mossa su molteplici fronti e adoperando tutti i mezzi” (Andrea Camilleri). Questo malvezzo è poi diventato per molti politici una specie di riflesso condizionato, ogni volta che la magistratura si azzardi ad accertare, doverosamente, attività denunziate in quanto ipotizzabili come illegittime che riguardino gli interessi di certe cordate. L’attrazione fatale di evocare un contrasto fra magistratura e politica, come fossero fazioni nemiche contrapposte, è stata spesso irresistibile. Anche in campi diversi dalla politica. Per esempio in quei movimenti popolari che (in nome di principi e obiettivi di per sé rispettabilissimi) rifiutano poi con energia la giurisdizione, anche a fronte di forme di lotta che valicano ampiamente i confini della legalità. Da tempo diffusa a vari livelli, in altre parole, è la tendenza a difendersi – come usa dire – non “nel” ma “dal” processo, cercando di gestirlo come momento di scontro funzionale a contestarne in radice la legittimità. Anche parlando, come ha fatto Renzi, di “giustizialismo peloso”, così indirettamente rivendicando per sé la qualifica di garantista, ma senza far troppo caso al fatto che il vero garantismo funziona come veicolo di eguaglianza, mentre non è di certo garantismo quello che vorrebbe strumentalmente depotenziare la magistratura o singole iniziative giudiziarie. Se un uomo politico di primario livello (com’è Renzi, col peso che gli deriva dalle cariche ricoperte) parla in Senato di persecuzione giudiziaria o di parzialità dei giudici, in pratica autorizza ogni cittadino che abbia qualche problema con la giustizia a pensarla allo stesso modo. Con evidenti effetti devastanti sul sistema.
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Economia e finanza

Testata:  Sole 24 Ore 
Autore:  Davi Luca – Serafini Laura 
Titolo: PopBari commissariata Sul piano di salvataggio Renzi spacca il governo – PopBari, arrivano i commissari Governo spaccato sul paracadute
Tema: Pop Bari
Alla Popolare di Bari arrivano i commissari mandati da Banca d’Italia. Ma il piano di salvataggio si ferma sulla porta di Palazzo Chigi: il progetto per ricapitalizzare la banca attraverso il Mediocredito centrale divide il governo aprendo scenari di crisi. La spaccatura ha preso forma nella tarda serata di ieri, quando era prevista una riunione del Consiglio dei ministri che è iniziata poi con un’ora di ritardo e senza generare alcun esito. Un dato è certo:Italia Viva si è espressa contro l’iniziativa, minacciando di disertare la riunione, mentre i 5Stelle hanno chiesto una pausa di riflessione. Dentro e fuori il governo il clima è di estrema tensione. Il Consiglio dei ministri era stato convocato per approvare un decreto legge che autorizzava la ricapitalizzazione del Mediocredito centrale attraverso la società che la controlla, Invitalia. La mossa dell’esecutivo dovrebbe costituire l’innesco per avviare un percorso che, passando attraverso il commissariamento da parte della Banca d’Italia deciso contestualmente ieri, avrebbe dovuto portare al salvataggio della banca pugliese attraverso l’intervento del Fondo Interbancario per la Tutela dei Depositi che potrebbe cominciare a esaminare il dossier la prossima settimana, coinvolgendo eventualmente altri soggetti interessati. L’intervento complessivo per rimettere in carreggiata, secondo le stime circolate nei giorni scorsi, si dovrebbe attestare attomo al miliardo di euro. L’autorizzazione al coinvolgimento di una bancapubblica nel salvataggio di Popolare di Bari non implicherebbe un aiuto di Stato nella misura in cui l’operazione avviene a condizioni di mercato: quindi nell’ambito di un progetto in cui siano coinvolti altri soggetti privati e a fronte di un piano industriale sostenibile.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Ciriaco Tommaso – Cuzzocrea Annalisa 
Titolo: Banche rotte Governo in panne – L’ultimo veto di Renzi “Quel decreto così non passa” I dem: Conte agisca o è finita
Tema: Pop Bari
Alle dieci di sera intorno al tavolo del Consiglio dei ministri si ritrovano solo Giuseppe Conte, Roberto Gualtieri, Dario Franceschini, Enzo Amendola, Roberto Speranza e Riccardo Fraccaro. Matteo Renzi ha appena fatto sapere che se andranno avanti con un decreto per salvare la banca popolare di Bari senza ascoltare le ragioni di Italia Viva, i suoi non lo voteranno. Di fatto, l’apertura di una crisi. Luigi Di Maio, che aveva già espresso i suoi dubbi, ritira la delegazione di ministri M5S. Il decreto salta. Franceschini guarda il premier e getta la spugna: «Così non ci sta neanche il Pd. Se non riesci a farli ragionare, rischiamo che salti tutto». Il commissariamento di Banca popolare di Bari fa esplodere la maggioranza giallo-rossa. Il piano del governo è quello di ricapitalizzare Mediocredito centrale, in modo che possa intervenire su Banca popolare di Bari e salvare l’istituto. Alle 20 e 18 — quando l’intervento della banca centrale è ancora solo una voce — Conte convoca un Consiglio dei ministri per dare il via al salvataggio pubblico. Ma un’ora dopo la riunione sembra saltare per colpa dei renziani, che si rifiutano di partecipare. «Ci hanno convocato mezz’ora prima, quando i nostri ministri erano già a casa — dice il coordinatore di Italia Viva Ettore Rosato — qualcuno ha fatto il furbo, non possiamo approvare un testo se ci trattano così, non siamo scemi». I 5 stelle li seguono: «Serve una riflessione — dice Di Maio, impegnato a Catanzaro — dobbiamo aiutare i risparmiatori non i banchieri». A quel punto, i ministri M5S, già arrivati a Chigi, vanno via. Resta solo la vice all’Economia Laura Castelli in anticamera. Ma il Consiglio dei ministri parte lo stesso, con dentro una fotografia surreale: non ci sono né renziani né grillini. Il premier è solo con Leu, i dem e una spaesata Luciana Lamorgese. Conte non può permettersi
di arrivare a lunedì senza una soluzione: i mercati aggredirebbero le banche e metterebbero a rischio l’intero sistema. Così prova ad andare avanti, cercando di forzare la mano insieme al ministro dell’Economia Gualtieri. Ma capisce che non può permetterselo: alla fine, dalla riunione, viene fuori solo uno scarno comunicato pieno di buone intenzioni
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Testata:  Sole 24 Ore 
Autore:  Barlaam Riccardo 
Titolo: Dazi, nell’accordo Usa-Cina entrano hi-tech e proprietà intellettuale – Dazi, Pechino conferma l’accordo con gli Stati Uniti
Tema: dazi
Pechino risponde sì a Washington. Il vice ministro al Commercio Wang ha annunciato ieri che Cina e Stati Uniti hanno raggiunto un accordo per chiudere la cosiddetta “Fase uno” delle negoziazioni commerciali. Dopo due mesi e mezzo primo annuncio dell’intesa, l’11 ottobre alla Casa Bianca. La mossa cinese segue l’offerta di pace firmata da Donald Trump nella serata di giovedì e recapitata a stretto giro di posta al governo di Pechino attraverso l’ambasciatore cinese a Washington. Ieri dunque I è arrivata la conferma di Pechino sui progressi per il primo accordo che pone fine a 20 mesi di guerra commerciale tra le due maggiori potenze economiche mondiali. Come immediato risultato dell’intesa, domenica non scatteranno i dazi americani su 160 miliardi di dollari di prodotti cinesi di largo consumo, gli ultimi rimasti fuori dalle barriere tariffarie Usa. I cinesi, a loro volta, hanno cancellato i controdazi del 25% già pronti a partire domenica su auto e componentistica Usa e su altri prodotti made in Usa.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Rampini Federico 
Titolo: Dazi, fra Usa e Pechino tregua armata
Tema: dazi

È una tregua armata quella che Stati Uniti e Cina hanno annunciato ieri sul loro interscambio commerciale. I duellanti non si fidano l’uno dell’altro, e ciascuno deve stare attento a non penalizzare le proprie constituency. Donald Trump sfodera il suo amore per l’iperbole, vantando un grosso successo, anzi «fenomenale». Il presidente americano aggiunge questa frase rivolta ad un elettorato cruciale per lui: «Ai nostri agricoltori dico con affetto: dovete correre a comprare trattori più grossi perché questo accordo vi dà molto lavoro». E il suo modo di celebrare l’aumento promesso da Pechino negli acquisti di derrate agroalimentare. Ma subito lo contraddice uno dei massimi dirigenti del partito democratico, il capogruppo al Senato Chuck Schumer. «Ha svenduto l’interesse nazionale per una promessa inattendibile dei cinesi di comprare un po’ di soia». E la conferma che questo accordo sarà uno dei temi di battaglia nella prossima campagna elettorale, e i democratici non vogliono lasciare a Trump l’iniziativa nel protezionismo contro la Cina. Tanto più che resta aperto un altro fronte: Donald Trump ora punta l’Europa. La sua amministrazione sta valutando dazi anche fino al 100% su ulteriori prodotti europei in seguito alla decisione della Wto sulla disputa fra Boeing e Airbus.
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Testata:  Stampa 
Autore:  Giovannini Roberto 
Titolo: Conte: “Un piano Ilva con meno esuberi di quelli di Arcelor”
Tema: ex Ilva

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, dall’Eurosummit di Bruxelles, ribadisce: il governo sta «elaborando un contropiano industriale» che è «pressoché messo a punto, e il numero degli esuberi — dice — è distantissimo da quello preannunciato» da ArcelorMittal. Una dichiarazione che vuole essere tranquillizzante, ma che per i sindacati è «allarmante», dice il leader della Uilm Rocco Palombella, perché «siamo passati dall’impegno del premier che confermava l’attuale piano industriale con zero esuberi, firmato un anno fa e che ha avuto il 93% del consenso dei lavoratori, a un nuovo progetto, di cui non conosciamo i contenuti se non generici, che non esclude esuberi ma solamente in un numero minore rispetto a quanto prospettato dall’azienda. Non firmeremo mai accordi che prevedono esuberi». Resta il fatto che per il premier il progetto su cui lavora l’Esecutivo «è una proposta più ambiziosa», «molto innovativa sul piano tecnologico e anche più incisiva sul risanamento ambientale», con «un approvvigionamento misto sul piano energetico per poi procedere spediti verso soluzioni ancora più pulite e innovative». Ci sarà un coinvolgimento pubblico, per «far diventare un gioiello» l’acciaieria di Taranto e «stupire il mondo». Conclude Conte: «Sono convinto della solidità della nostra proposta, una solidità tale da persuadere i nostri interlocutori a farsi coinvolgere con ancora più entusiasmo in questo progetto industriale». Oggi, a quattro anni e mezzo dall’incidente sul lavoro che costò la vita all’operaio Alessandro Morricella, inizia il (lento e lungo) processo di spegnimento dell’Altoforno 2 dello stabilimento siderurgico di Taranto.
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Testata:  Sole 24 Ore 
Autore:  Palmiotti Domenico – Pogliotti Giorgio 
Titolo: Ex Ilva, il piano del Governo non sarà a «zero esuberi» – Ex Ilva, il piano del Governo non sarà a zero esuberi
Tema: ex Ilva

Una parte del personale in esubero, sempre secondo il piano del governo, potrebbe essere assorbito dalla Newco da costituire per gestire la produzione del preridotto che servirà per alimentare i due forni elettrici. Resta poi il tema del collocamento degli oltre 1.900 posti a carico dell’amministrazione straordinaria: il governo sta pensando ad un piano di esodi incentivati. Per il negoziato si prevedono tempi lunghi e le parti sono orientate a chiedere il rinvio dell’udienza del 20 dicembre a Milano sul ricorso contro il recesso di ArcelorMittal. Ma non c’è solo la difficile trattativa con la multinazionale, ci sono anche le preoccupazioni del sindacato: secondo Marco Bentivogli (Fim-Cisl) «i due forni elettrici hanno una capacita di utilizzo di lavoro ridotta, resterebbero esuberi». E la dichiarazione del premier non ha contribuito a fugare questi timori: «Conte ci allarma ulteriormente – ha detto Rocco Palombella (Uilm). Siamo passati dall’impegno del premier sul piano industriale con zero esuberi, firmato un anno fa che ha avuto il 93% del consenso dei lavoratori, a un nuovo progetto che non esclude esuberi ma solo in un numero minore rispetto a quanto prospettato dall’azienda. Non firmeremo accordi che prevedono esuberi». E la graduale chiusura dell’altoforno 2 su ordine del giudice Francesco Maccagnano, complica ulteriormente le cose, visto che la multinazionale ha annunciato la cassa integrazione straordinaria per3.500 dipendenti che, sommati ai 1900 in Cigs a zero ore dell’amministrazione straordinaria, si traduce nel ricorso ad ammortizzatori sociali per 5.400 lavoratori, per un periodo di tempo ancora da definire. Intanto stamattina il custode giudiziario dell’area a caldo, Barbara Valenzano, sarà nel siderurgico ex Ilva per avviare le prime operazioni del cronoprogramma, che è già pronto e si sviluppa sino al 20 gennaio, con una serie di azioni concatenate.
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Testata:  Sole 24 Ore 
Autore:  Colombo Davide 
Titolo: Bankitalia alza stime Pil a +0,2%, ma le taglia a +0,5% per il 2020
Tema: Pil
La Banca d’Italia rivede in “marginale” rialzo la stima sul Pil di quest’anno e riduce lievemente quelle sulla crescita nel prossimo biennio. Per il 2019, indica una nota di via Nazionale con le ultime proiezioni macroeconomiche elaborate nell’ambito dell’esercizio coordinato con l’Eurosistema, l’ipotesi centrale è di una crescita dello 0,2% nella media dell’anno, che si rafforzerebbe gradualmente nei tre anni successivi, portandosi allo 0,5% nel 2020, allo 0,9% nel 2021 e all’1,1%nel 2022. Lo scenario non incorpora gli effetti gli aumenti Iva previsti dalle attuali clausole di salvaguardia nei prossimi ventiquattro mesi e pari rispettivamente all’1,0 e all’1,3 per cento del Pil (in valore assoluto 19 miliardi nel 2021 e 25,8 nel 2022). Rispetto alle precedenti proiezioni (luglio), la stima è marginalmente più elevata per il 2019, riflettendo le informazioni più favorevoli disponibili per i primi nove mesi dell’anno, e lievemente inferiore nel 2020 e nel 2021, a seguito degli effetti della più accentuata debolezza del quadro internazionale, in larga parte, ma non interamente, compensati dallo stimolo proveniente dai più bassi tassi di interesse. Vale ricordare che allo stato attuale una crescita dello 0,2% quest’anno coincide con il PiI acquisito indicato dall’Istat al termine del terzo trimestre dell’anno, il settimo consecutivo con una congiuntura sostanzialmente piatta. Alla crescita del prodotto contribuirebbero sia i consumi delle famiglie sia gli investimenti in beni strumentali, mentre la crescita dell’accumulazione resterebbe più moderata rispetto a quella osservata nell’ultimo triennio. Le esportazioni aumenterebbero in linea con la crescita moderata della domanda estera peri prodotti italiani. Brutte notizie sul fronte del mercato del lavoro, con un tasso di occupazione visto in espansione lievemente inferiori a quelli del Pil, mentre il tasso di disoccupazione resterebbero sopra il 9,5% fino al 2021.
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Testata:  Sole 24 Ore 
Autore:  Mobili Marco – Rogari Marco 
Titolo: Manovra, su 50 norme mancia il test finale della Ragioneria – Manovra, vale 50 milioni la raffica di mini ritocchi
Tema: manovra

Dai 100mila euro per i permessi di soggiorno a carattere umanitario ai 50mila euro per la tutela della comunità italiana in Venezuela e ai 2 milioni per i comuni montani. È un serpentone lungo quello della cinquantina (e oltre) di mini-ritocchi che si è incuneato nella manovra nel corso del lungo e sofferto passaggio in commissione Bilancio al Senato. E che ha fatto da apripista al restyling del Ddl di bilancio tra la musica del Pistoia blues festival, al quale nel 2020 sono stati destinati 250mila euro (altrettanti l’anno successivo), e l’allegria colorata dei carnevali storici “coccolati” con una dote di 1 milione (l’anno nel triennio). Di contributo in contributo e di minifinanziamento in finanziamento il conto delle micro-norme, considerando anche quelle in chiave welfare o di tutela della salute, sarebbe arrivato vicino ai 50 milioni, almeno secondo le prime stime ufficiose in attesa della relazione tecnica del maxiemendamento del Governo. Che sarà votato lunedì con la “fiducia”dall’Aula di Palazzo Madama Un serpentone non del tutto rassicurante, quanto meno per la solidità delle coperture delle singole micromisure, sulle quali, come ogni anno, si è posata la lente della Ragioneria dello Stato prima di pronunciare (lunedì) il verdetto finale. Anche, a dire il vero, l’attenzione dei tecnici del Mef è stata catturata soprattutto da emendamenti più “pesanti”, come quelle sui prepensionamenti di giornalisti e poligrafici e sul coinvolgimento di nuovi medici all’Inps per i controlli sulle invalidità. A essere monitorate in queste ore dalla Rgs sarebbero risorse impegnate per le modifiche della manovra per 600-70o milioni. Anche se, alla fine, la quadratura del cerchio sarà come sempre trovata, magari con qualche accorgimento. L’arrivo del maxi-emendamento segnerà anche il destino di alcuni correttivi “ordinamentali”, non compatibili quindi con la sessione di bilancio, su sui quali gli esperti del Governo, ma anche quelli del Senato, stanno effettuando le necessarie verifiche. Correttivi che potrebbero finire nel mirino della Consulta, anche alla luce della recente sentenza del 4 dicembre (n. 247) che ha bocciato una norma per estraneità di materia inserita nel Dl dello scorso anno sulla pace fiscale.
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Societa’, istituzioni, esteri

Testata:  Sole 24 Ore 
Autore:  Degli Innocenti Nicol 
Titolo: Brexit, più vicina l’uscita inglese ma Scozia e Irlanda minacciano la secessione – Il trionfo di Johnson mette le ali all’uscita di Londra dall’Europa
Tema: Brexit
Boris Johnson ha vinto perchè aveva ragione: la maggioranza dei cittadini britannici vuole lasciare l’Unione Europea. Il risultato delle elezioni dimostra che il premier ha fatto bene a fidarsi del suo istinto politico e a puntare tutta la campagna elettorale sull’unico tema di Brexit. Il partito conservatore ha 365 deputati eletti, una maggioranza di 80 seggi in Parlamento che non aveva dai tempi di Margaret Thatcher. Il risultato, migliore di ogni previsione, è un chiaro mandato a Johnson a mantenere la sua promessa di realizzare Brexit in tempi rapidi. Lunedì riaprirà il Parlamento, giovedì ci sarà il tradizionale discorso della Regina che, per la seconda volta in pochi mesi, presenterà il programma del nuovo Governo. Venerdì i deputati inizieranno a esaminare l’accordo di recesso concordato da Johnson con la Ue, che dovrebbe essere approvato in tempi brevi e senza intoppi. La Gran Bretagna uscirà dalla Ue prima del 31 gennaio 2020. Come ha detto Johnson ieri, gli elettori hanno scelto di nuovo Brexit e questa volta è una «dedsione inconfutabile e indiscutibile». Non ci sono margini di dubbio: contrariamente a quanto sembravano indicare molti sondaggi, gli elettori non hanno cambiato idea dai tempi del referendum. Il dicembre 2019 è fermo al giugno 2016: è come se i tre anni e mezzo dal referendum, che hanno devastato la politica britannica, paralizzato Governo e Parlamento e fratturato il Paese non fossero passati.  La “Brexit fatigue”, come la chiamano gli inglesi, sicuramente ha pesato molto, ma non spiega una decisione così radicale e senza via di ritorno. Il Regno Unito è sempre stato un Paese membro sui generis, pronto a chiedere eccezioni e opt-out, fuori da Schengen, fuori dall’euro. Nel 1975 però il 67% dei cittadini aveva votato a favore dell’ingresso nella Comunità Economica Europea, approvando con tipico pragmatismo britannico i vantaggi del mercato unico. Da allora sono successe diverse cose che hanno trasformato una tiepida accettazione – perché entusiasmo non c’è mai stato – in aperta ostilità al progetto europeo.
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Ippolito Luigi 
Titolo: Scozia tinta di giallo: l’avanzata nazionalista rilancia la secessione
Tema: Brexit
Il risultato delle elezioni britanniche riapre prepotentemente la questione scozzese: perché a Nord del Vallo di Adriano ha trionfato il partito nazionalista guidato dalla premier Nicola Sturgeon, a spese sia dei conservatori che dei laburisti: lo Snp (Scottish National Party) ha guadagnato ben 13 seggi, arrivando ora a controllarne 48 su 59. La Scozia è diventata praticamente una regione monopartitica, con una mappa elettorale completamente diversa da quella dell’inghilterra, dominata dai conservatori. E Nicola Sturgeon non ha fatto mistero di voler andare a un nuovo referendum sull’indipendenza. Quello del 2014 aveva visto la sconfitta dei secessionisti (55 a 45): ma due anni dopo, al referendum sull’Europa, la Scozia aveva votato a maggioranza contro la Brexit. E ora, con Boris Johnson premier catapultato verso l’uscita dalla Ue, Edimburgo chiede di separare definitivamente i suoi destini da Londra. Il problema è che il leader dei conservatori e capo del governo britannico non ha nessuna intenzione di concedere il voto sull’indipendenza, che deve essere autorizzato da Westminster. Ma se, come è probabile, nel 2021 i nazionalisti trionferanno anche alle elezioni locali, la pressione per rimettere la questione al popolo si farà irresistibile.
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Venturini Franco 
Titolo: Il male minore – Per la Ue il trionfo di Boris rappresenta il male minore
Tema: Brexit
Iieri il premier ha conquistato, anche grazie alla rovinosa campagna del laburista Corbyn, un palcoscenico assai più solido di quello che si poteva immaginare. E il fatto di avere un interlocutore con le mani sul timone è un elemento molto apprezzato dalle stanze dei bottoni europee, dopo l’interminabile stagione degli zigzag londinesi. Ma l’Europa, lo sappiamo anche troppo bene, è Unione quando ci riesce (come in questo caso, con il fronte europeo rimasto sempre compatto suscitando l’incredulità di Theresa May) ed è anche rivalità di interessi e divisioni quando a prevalere sono le sirene nazionaliste. La Germania ha «usato» spesso il pragmatismo inglese per bilanciare gli slanci francesi, e nei tempi più recenti, dalle riforme dell’Eurogruppo alla Nato, ha dovuto metterci dolorosamente la faccia mentre a Londra prevalevano altre preoccupazioni. La Francia, storicamente portata a una durezza non priva di rispetto verso l’altra riva della Manica e in questo perfettamente ricambiata dagli inglesi, ha lanciato una serie di avvertimenti alla May e poi a Johnson, ma in realtà non è ostile a una Brexit che tende a indebolire la Germania e a fare della Force de frappe l’unica realtà nucleare europea. Oggi nazionale, domani al servizio dell’Unione? Tra i sostenitori più convinti della necessità di dare all’Europa un profilo strategico, c’è già chi se lo chiede. Senza per questo voler archiviare troppo presto l’ombrello atomico statunitense. E poi ci siamo noi, c’è questa Italia che da troppo tempo non sembra riuscire ad allungare lo sguardo al di là delle sue quotidiane risse interne. Anche la diplomazia italiana ha più volte «usato» la disponibilità talvolta ironica dei colleghi britannici. Quando l’asse franco-tedesco (oggi meno invadente ma sempre forte e necessario) faceva un «dispetto» all’Italia o la trascurava, era abitudine frequente mettere in cantiere una dichiarazione comune italo-britannica. Solitamente di scarsa efficacia, ma intanto si riteneva che un segnale fosse stato inviato a Berlino e Parigi. Oggi questi giochetti finiscono.
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Testata:  Sole 24 Ore 
Autore:  Tria Giovanni 
Titolo: Europa distratta dai litigi interni mentre il mondo corre – Il mondo corre e l’Europa decida con chi stare
Tema: Brexit
Il  trionfo di Boris Johnson avvicina la Brexit ponendo fine a un lungo psicodramma. Rimane l’incertezza relativa alla futura collocazione della Gran Bretagna. Essa ha di fronte due strade. La prima è mantenere la struttura normativa e regolamentare europea che le ha consentito di essere il principale hub europeo di servizi, non solo finanziari, in modo tale da negoziare accordi che le consentano di continuare a godere dei vantaggi derivanti da un collegamento stretto con il mercato unico europeo. La seconda strada è quella di andare verso una regolamentazione e un corpo legislativo divergente, e quindi concorrenziale con quello europeo, e più vicino all’area chiamata “anglo-sfera”, al fine di cercare spazio competitivo globale oltre l’Europa. Il modello cioè della cosiddetta “Singapore sul Tamigi”. Al contempo, le varie fasi del negoziato commerciale tra Usa e Cina hanno tenuto con il fiato sospeso gli analisti dal cui giudizio dipendono entusiasmi e depressioni delle Borse e il futuro prossimo dell’economia globale. Questi due negoziati dimostrano che la politica continua a dominare l’economia anche nell’attuale fase della globalizzazione e che il futuro delle economie non è affidato affatto al libero agire dei mercati. Saranno, al contrario, le scelte politiche dei governi a determinare i mercati, anche e soprattutto quelli globali. Ciò non significa che queste scelte non siano condizionate dai cambiamenti intervenuti nel contesto negli ultimi decenni, contesto in cui il dato demografico è sempre più determinante.
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Testata:  Stampa 
Autore:  Soffici Caterina 
Titolo: Il testardo Corbyn abbagliato dall’utopia della sinistra radicale
Tema: crollo laburisti

La maggior qualità dell’uomo è la testarJdaggine. Jeremy Corbyn ha guidato il partito laburista inglese verso la peggiore sconfitta dal 1935, la quarta consecutiva negli ultimi anni, con un programma da sinistra radicale in puro stile anni Settanta senza riuscire a vedere il baratro verso cui si dirigeva a velocità sostenuta. Ieri mattina non solo non si è dimesso, atto dovuto a queste latitudini dopo una batosta del genere, ma non si è neppure scusato con i 60 parlamentari che per colpa sua hanno perso il seggio a Westminster e per di più non si è neanche preso la responsabilità della sconfitta. Il leader laburista ha invece comunicato ai suoi che resterà per il momento alla guida del partito e che ci sarà bisogno di un periodo di riflessione, forse fino ad aprile, («Io ho già riflettuto — è stato il laconico commento di uno dei suoi deputati- ha fallito»). Infine, ciliegina sulla torta, si è detto «molto triste» per il risultato, ma «fiero del suo manifesto». Ed eccoci al punto. Al manifesto. E al fatto che un leader così pesantemente punito dagli elettori nelle urne non si renda conto che lo sbaglio era proprio quel manifesto, sbandierato come la panacea di tutti i mali prodotti dal capitalismo globale e dall’eccessivo liberismo, che sicuramente sono parte del problema nell’aumento delle disuguaglianze, ma che il risultato di queste elezioni storiche per la Gran Bretagna, dimostra non curabili con una dose da cavallo di vetero socialismo.
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Testata:  Sole 24 Ore 

Autore:  Pelosi Gerardo 
Titolo: Emergenza Libia: vertice Conte, Merkel e Macron – Libia nel caos, l’emergenza irrompe al summit europeo di Bruxelles
Tema: Libia
Alla fine, sia pure in ritardo, dopo disattenzioni e divisioni interne, l’Unione europea ha battuto un colpo sulla crisi libica. Lo ha fatto con una riunione a tre a margine del Consiglio europeo di ieri (Giuseppe Conte, Angela Merkel, Emmanuel Macron) associando anche Londra all’esercizio. Nulla in grado di modificare veramente le sorti di un conflitto per procura che si trascina da mesi tra alterne vicende e che sta logorando l’intero Paese. Ma, almeno, un avviso chiaro a quei Paesi che stavano scommettendo sulla destabilizzazione della Libia grazie all’impotenza europea pensando di spartirsi le spoglie (e forse anche il petrolio) di un Paese lacerato. Due i destinatari principali del messaggio: la Russia di Putin che con i suoi mercenari sul terreno controlla ormai tutte le mosse del generale Haftar e la Turchia di Erdogan che difende Serraj con i suoi droni ma che ha già imposto un altissimo prezzo a Tripoli con gli accordi sui confini marittimi e la zona economica speciale in cambio di nuove forniture militari. Le ambizioni egemoniche di Mosca ed Ankara sul Mediterraneo orientale trovano però ora sul loro percorso una ostacolo invalicabile. L’operazione, per loro, non sarà più a costo zero. L’Unione europea ai massimi livelli politici e su richiesta italiana dice chiaramente che non accetterà di restare fuori dai giochi nella soluzione di una crisi che si sta svolgendo nel suo stesso “giardino di casa”. Il linguaggio diplomatico ammorbidisce tuttavia l’avvertimento. Roma, Parigi e Berlino «esortano tutte le parti libiche e internazionali ad astenersi dall’intraprendere azioni militari, ad impegnarsi genuinamente per una cessazione complessiva e duratura delle ostilità e a riprendere con impegno un credibile negoziato sotto l’egida delle Nazioni Unite». Da parte loro i tre leader ribadiscono «il loro pieno sostegno all’Onu e all’azione del Rappresentante Speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ghassan Salamé, poiché pace e stabilità durevoli in Libia sono perseguibili solo attraverso una soluzione politica».
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Nigro Vincenzo 
Titolo: Merkel-Macron-Conte “Giù le mani dalla Libia” – Tripoli cade?
Tema: Libia
La guerra di Libia è a un punto di svolta. Tutto gira attorno a un evento possibile (l’entrata di Haftar a Tripoli), che se si verificasse farebbe esplodere lo scontro in una dimensione insostenibile per l’Europa. Il livello sarebbe quello di una guerra regionale molto più intensa e pericolosa rispetto a oggi. Uno scontro fra Russia/Egitto e Turchia/Qatar, schierati sui due fronti contrapposti. Per Europa e Italia un incubo totale. Nella notte di giovedì il generale in pensione Khalifa Haftar, l’uomo che dal 4 aprile ha ordinato l’assalto a Tripoli, ha chiesto ai suoi uomini di dare la spallata finale. Per ora il nuovo attacco non c’è stato. Ancora nessun raid aereo serio degli haftariani, se non ieri sera due bombe sull’aeroporto di Misurata. A Tripoli un tentativo di assalto via terra potrebbe arrivare nelle prossime ore, anche se molti diplomatici e militari occidentali hanno dubbi sulla reale forza del generale. Non è chiaro quindi se i suoi miliziani, spinti dai mercenari russi di Wagner, riusciranno a sfondare, o riusciranno anche soltanto a fare incursioni all’interno della città. Con lo scopo non tanto di conquistare Tripoli, ma di destabilizzarla, di provocare un collasso del governo di Fayez Al Serraj. Nell’appello in tv, Haftar aveva detto «è arrivata l’ora zero, entriamo a Tripoli per liberarla da terroristi e traditori». Dal Qatar, dove è volato per il “Doha Forum”, ieri gli ha risposto il presidente del Governo di accordo nazionale, Fayez Al Serraj: «Non c’è nessuna ora «ero: ci sono solo «zero illusioni, quelle che lui si fa di entrare in città! Ci difenderemo e lo respingeremo lontano».
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Testata:  Stampa 
Autore:  Catalano Lidia 
Titolo: L’urlo di Greta “Clima, il 2020 anno dell’azione’ – Greta acclamata a Torino L’urlo dell’onda verde: il clima che cambia uccide
Tema: clima, Greta a Torino
«È lei, la vedo, che emozione!». Quando l’inconfondibile impermeabile giallo fa capolino nella piazza, Anna, dieci anni, è fuori di sé dalla gioia. Appollaiata sulle spalle del fratello maggiore Alberto, agita le braccia e grida: «Ciao Greta, sei il mio idolo». L’adolescente svedese appena nominata personaggio dell’anno dalla rivista Time sale sul palco con il cappello di lana calato sugli occhi e il cartello con la scritta «Sciopero della scuola per il clima», lo stesso che l’accompagna dall’esordio della sua protesta nell’agosto 2018. In poco più di un anno quella resistenza solitaria si è fatta marea, ha contagiato il mondo. Greta Thunberg ha l’aria provata ma sorride. «Le immagini delle strade di Torino invase da una quantità così incredibile di persone durante lo sciopero dello scorso 27 settembre mi hanno riempita di speranza. Arrivo dal Conferenza sul clima di Madrid: i leader del pianeta cercano ancora di sfuggire alle loro responsabilità ma noi li metteremo spalle al muro. II 2020 sarà fondamentale: sarete con me?». La piazza esplode in un boato, acclama la «musa ispiratrice» che ha voluto includere nel suo lento pellegrinaggio per il mondo – niente aerei, solo treni, barche a vela e veicoli elettrici – una tappa nella città dimostratasi in grado di riversare in strada quasi centomila attivisti per l’ambiente. Ieri a Torino i numeri erano più contenuti. Piazza Castello non era gremita, ma a fare sentire la loro voce erano soprattutto i giovanissimi. «Benvenuta nella città più inquinata d’Europa, dove le polveri sottili sono responsabili della morte di oltre 900 persone l’anno», è stato il messaggio di accoglienza degli organizzatori locali di Fridays For Future. Un j’accuse indirizzato alla politica, «che tiene in mano le vite di  milioni di persone nel mondo e può decidere se lasciare loro una casa in cui vivere o distruggerla».
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IL SOLE 24 ORE
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CORRIERE DELLA SERA
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LA REPUBBLICA
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LA STAMPA
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IL MESSAGGERO
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IL GIORNALE
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