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SINTESI IN PRIMO PIANO – 14 luglio 2019

– Inchiesta sui soldi russi. Salvini: non vado a parlare alle Camere
– Domani l’incontro tra Salvini e le parti sociali
– Dismissioni di Stato, via al decreto
– Commissione Ue: Ursula von der Leyen cerca i voti populisti

PRIMO PIANO

Politica interna

Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Guerzoni Monica 
Titolo: Salvini: non rispondo su fantasie E il partito preme per andare al voto
Tema: soldi russi alla Lega

«Non sono per nulla preoccupato e non vado in Aula a parlare di fantasie» è il mantra che Matteo Salvini ha scandito per tutta la giornata, saltando da una diretta Facebook all’altra, dal palco di Milano Marittima a quello di Ferrara, passando per Sassuolo. Tranquillo? Di più, «tranquillissimo», assicurano le fonti ufficiali. Eppure, dietro l’immagine del leader invincibile e ottimista, per la prima volta si intravede la controfigura di un Salvini inquieto, nervoso, impaziente, preoccupato per l’impatto non solo mediatico dell’inchiesta sui presunti finanziamenti russi e anche molto infastidito dall’atteggiamento degli alleati. I quali, lontano da telecamere e microfoni, lo dipingono «sull’orlo di una crisi di nervi». E vero che Luigi Di Maio si è mosso con cautela sull’affaire Gianluca Savoini ed ha rivendicato la diversità morale del M5S solo dopo l’apparizione sulla scena dei magistrati di Milano. Ma Salvini è arrabbiato lo stesso, perché dai 5 Stelle si aspettava forse un sostegno maggiore e perché non ha gradito la sfida del presidente della Camera Roberto Fico, il quale ieri lo ha definito «nervoso». Se il segretario del Carroccio non lo è, di certo una buona dose di nervosismo filtra dai dirigenti leghisti del Nord, che accarezzano l’idea di strappare la tela della maggioranza sull’autonomia delle Regioni. La lettura che Di Maio ha condiviso con i collaboratori più stretti registra «la spaccatura della Lega in due partiti, uno governativo e l’altro secessionista». Finché la navigazione era, si fa per dire, sicura, ha prevalso il Carroccio di Salvini, che non vuole rompere l’abbraccio con i 5 Stelle. Ma ora che il sospetto di finanziamenti illeciti ha complicato i rapporti nel governo e dato fiato ai malumori interni, rischia di prendere il sopravvento l’altra Lega, quella che non vede l’ora di tramutare in seggi al Parlamento italiano la valanga di voti accumulati alle Europee, spodestando Giuseppe Conte da Palazzo Chigi per mandarci Salvini.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Cuzzocrea Annalisa – Pucciarelli Matteo 
Titolo: Il retroscena – Di Maio: voglio un chiarimento. Il leader leghista: non vado a parlare alle Camere – La mossa di Di Maio “Ora un chiarimento” Il leghista: no all’aula
Tema: soldi russi alla Lega

Luigi Di Maio vuole un chiarimento con Matteo Salvini. Il vicepremier M5S non ha infierito sulla questione dei fondi neri russi e sull’inchiesta della procura di Milano. Ha invitato alla prudenza, per quella che ha capito da subito essere una situazione molto delicata. In un momento cruciale: gli ultimi giorni prima del 26 luglio, quando si chiuderà la “finestra” che renderebbe possibile il voto in autunno in caso di caduta del governo. Nelle telefonate di ieri con i suoi dalla Liguria, però, il ministro del Lavoro e dello Sviluppo ha annunciato che chiederà presto un incontro al leader leghista. Per capire i contorni di una vicenda a suo dire troppo piena di bugie e contraddizioni. «Serve trasparenza, ho aspettato finora, ma non ne ho vista», ha confidato. «Siamo al remake dei casi Siri e Arata – dicono nel quartier generale 5 Stelle – abbiamo già dimostrato che su queste vicende non facciamo passi indietro». Il Movimento sostiene di non temere che la Lega possa cercare, adesso, il voto anticipato. Nonostante proprio ieri sera in un comizio Salvini dicesse: «Non sono come Monti e Renzi, io non tiro a campare». «Se staccasse la spina adesso farebbe un’ammissione di colpa sui fondi russi, sarebbe solo un modo per deviare l’attenzione – dice uno dei ministri più vicini a Di Maio – abbiano il coraggio di dire ai cittadini che vogliono tornare con Berlusconi». Il vicepremier 5S è convinto che Salvini non voglia la crisi e che per evitarla stia tenendo testa ai suoi. «L’importante è che le loro divisioni interne non si ripercuotano sul governo», la linea concordata in casa 5Stelle. «Che non ci siano giochi al rialzo», ad esempio sull’autonomia. Perché sul “sicurezza bis” il Movimento pare ormai completamente allineato. Martedì, alla ripresa dei lavori, il Pd depositerà la sua proposta di legge per una commissione di inchiesta sull’audio del Metropol di Mosca e la trattativa tra Savoini e uomini del Cremlino. Allo stesso tempo tornerà a chiedere che il leader della Lega riferisca in aula, sfidando il «sono solo pettegolezzi» della presidente del Senato Elisabetta Casellati. «Una forzatura inaccettabile» sostiene il dem Dario Panini che cita anche il parere del costituzionalista Paolo Ridola, per il quale la decisione di Casellati di non ammettere le interrogazioni è «gravissima». II tesoriere pd Luigi Zanda su Repubblica.it arriva a chiedere le dimissioni del capo del Viminale.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Ciriaco Tommaso – Foschini Giuliano 
Titolo: Il superteste Meranda: io dai russi con Salvini e Savoini – I pm di Milano convocano l’avvocato del Metropol
Tema: soldi russi alla Lega

Gianluca Meranda, il secondo uomo dell’incontro all’Hotel Metropol di Mosca, sarà ascoltato nelle prossime ore dalla procura di Milano. I magistrati che indagano su Gianluca Savoini, con l’accusa di corruzione internazionale, dopo aver letto la lettera di Meranda pubblicata ieri da Repubblica, vogliono incontrarlo per capire chi c’era e cosa è accaduto il 18 ottobre scorso nell’albergo russo. Come è stato possibile ricostruire dall’audio acquisito dai pm, al Metropol Savoini e Meranda, insieme con almeno un altro italiano, incontrarono alcuni emissari russi trattando, nell’ambito di una vendita di carburante all’Eni, un presunto finanziamento alla Lega in vista delle europee del maggio scorso. Un’operazione dall’architettura complessa, dietro la quale i magistrati sospettano ci possa essere una tangente importante, tanto che i pm Sergio Spadaro e Gaetano Ruta, coordinati dall’aggiunto Fabio De Pasquale, hanno già chiesto accertamenti alla Guardia di Finanza su Savoini e sulla sua associazione Lombardia-Russia. Intanto Palazzo Chigi scarica su Salvini la presenza di Savoini alla cena a villa Madama per la visita di Stato di Putin: una nota precisa che «l’invito è stato sollecitato da Claudio D’Amico, consigliere per le attività strategiche del vicepresidente Salvini, il quale ha giustificato l’invito in virtù del ruolo di Savoini di Presidente dell’Associazione Lombardia-Russia». Meranda è un avvocato di affari di origine calabrese. Ha studio a Roma ed è cofondatore dello studio internazionale Sqlaw. Lavora principalmente con banche e compagnie petrolifere e ha raccontato di essere stato seduto a quel tavolo come «General Counsel di una banca d’affari anglo-tedesca (…) ed interessata all’acquisto di prodotti petroliferi di origine russa». Meranda non vuole dare ulteriori informazioni. Ma Repubblica è in grado di ricostruire alcune circostanze cruciali. Meranda è massone (“non smentisco e non confermo” risponde lui, interpellato), iscritto alla Loggia parigina “Salvator Allende” del Grande oriente di Francia dal 2016. A quel tavolo al Metropol non era arrivato affatto per caso. Dalla registrazione i suoi interventi sembrano di tipo “tecnico”, da esperto legale qual è, per organizzare meglio l’affare. Che secondo il sospetto della procura poteva servire a creare un fondo nero.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Bonini Carlo 
Titolo: Il commento – Il ministro incompatibile
Tema: soldi russi alla Lega

Il grottesco quanto insostenibile arrocco —”Savoini chi?” — in cui Matteo Salvini ha scelto consapevolmente di chiudersi di fronte al fantasma del Metropol, fuggendo al confronto parlamentare e alle domande che ne illuminano la sostanza è una faccenda che si fa sempre più seria. Perché testimonia della disperazione dell’uomo, della sua paura. Soprattutto, perché interpella il suo ruolo di ministro dell’Interno. Da tre giorni, la Rete, di cui pure Salvini ha dimostrato di conoscere la micidiale capacità di strumento del consenso, ha sepolto il suo tentativo di liquidare come un Carneade il nazista di Alassio che, per cinque anni, gli ha fatto da ambasciatore e badante a Mosca, sotto una valanga di evidenze che dimostrano il contrario. Foto. Comunicati. Post su twitter e Facebook. Interviste. Un affollato album di famiglia in cui Savoini, l’uomo che il ministro vorrebbe essersi imbucato a una riunione interministeriale a Mosca nel luglio 2018, è costantemente indicato, documentato, come il suo «official representative», rappresentante ufficiale a Mosca (così lo definisce Salvini intervistato da International Afairs il 17/11/2014). E con lui quel Claudio D’Amico, promosso a consigliere nello staff di Palazzo Chigi. Un uomo così “imbucato” questo Savoini che, il 17 luglio del 2018, appena ventiquattro ore dopo quel meeting nel ministero russo dove avrebbe seduto a insaputa del ministro, twittava solenne alle 12 e 6 minuti, taggando l’interessato: «E stato per me un enorme piacere poter accompagnare il ministro Matteo Salvini @matteosalvimini nel corso della sua visita ufficiale a Mosca. Proprio nel giorno in cui a Helsinki Putin e Trump confermavano la nostra linea di dialogo». A Salvini non sfuggirà oggi e non sarà sfuggito allora che il linguaggio è importante. «Visita ufficiale». «Nostra linea di dialogo». Se era un imbucato, avrebbe dovuto dargli dell’imbroglione allora. A maggior ragione dovrebbe farlo oggi. Al contrario, il ministro dell’Interno tace. Come un ministro qualunque della seconda repubblica. Come quel famoso “proprietario di casa” a sua insaputa. Preferisce passare per uno smemorato bontempone amante della vodka e ignaro di chi si porti dietro in un vertice internazionale piuttosto che provare a dare una ragionevole spiegazione del suo legame con “Savoini chi?”.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Mensurati Marco – Tonacci Fabio 
Titolo: I conti misteriosi dell’elettricista padano – I conti misteriosi dell’elettricista tra Lega e Russia
Tema: soldi russi alla Lega

C’è un misterioso rivolo di denaro che va in direzione opposta a quella della presunta corruzione internazionale orchestrata da Gianluca Savoini. Non dalla Russia verso la Lega, ma dalla Lega verso la Russia. Che coinvolge la società finanziaria del partito di Salvini, lo studio dei commercialisti di Bergamo cui questo si appoggia, un elettricista di Casnigo, la sua consorte russa. E che, soprattutto, è finita in un report consegnato alle procure di Genova e Milano dagli investigatori antiriciclaggio della Banca d’Italia. Il fortunato elettricista, che ha ricevuto quasi un milione e mezzo di euro dalla Lega, si chiama Francesco Barachetti. Ex consigliere del comune di Casnigo nel Bergamasco, 43 anni, è titolare di una società (Barachetti Service srl) che si occupa di impiantistica elettrica e idraulica, lattonerie, cartongessi e ristrutturazioni edili. Francesco Barachetti ne possiede il 95 per cento, il resto è in capo alla moglie, la russa Tatiana Andreeva. Il passaggio di danaro dai conti della Lega a quelli di Barachetti, e da lì alla Russia, è stato segnalato come anomalo e meritevole di approfondimento dalla squadra di financial intelligence di Bankitalia, quella che si occupa di antiriciclaggio, nell’ambito di un’indagine sullo Studio Dea Consulting di Bergamo del commercialista della Lega Alberto Di Rubba, sulle sue controllate e su alcune aziende coinvolte nella stessa operatività finanziaria. Tra queste, appunto, la Barachetti Service. “La società – si legge infatti nel reportv- risulta essere controparte di numerose transazioni finanziarie con il partito della Lega Nord e altri soggetti collegati, nonché con lo Studio Dea”. Dunque, dal 2015 al 2019 la Pontida Fin, la finanziaria della Lega, ha girato su uno dei conti di Barachetti nove bonifici per altrettante fatture per un totale di 539.000 euro. Parte di questo denaro, incrocia la pista russa. In prossimità delle date di accredito, infatti, ci sono 48.800 euro che ritornano a Bergamo allo Studio Cld, mentr Barachetti acquista valuta russa per circa di 45.000 euro. Qualche settimana dopo l’equivalente di 3.1 milioni di rubli viene trasferito su un conto della Banca Sberbank di Mosca, di cui è beneficiaria la 000 Sozidanier Oblast di San Pietroburgo, società di ingegneria e architettura. Causale: “Acquisto proprietà”.
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Testata:  Stampa 
Autore:  Molinari Maurizio 
Titolo: Quei silenzi davanti a Pompeo
Tema: soldi russi alla Lega

Ciò che più colpisce della trascrizione dell’incontro del Metropol pubblicata da Buzzfeed non sono gli ipotetici finanziamenti trasversali – sui quali non vi sono al momento prove – ma le frasi di Gianluca Savoini, presidente di Lombardia-Russia, sulla volontà leghista di “cambiare l’Europa” per “avvicinarla a Mosca” perché “questi sono i nostri interessi”. L’interrogativo più serio che aleggia fra i nostri partner ed alleati è se questa visione di Savoini non sveli in realtà la volontà di Salvini di modificare la posizione internazionale del nostro Paese. È questa la risposta che Usa, Nato e Ue cercano dal leader della Lega. E la aspettano sul terreno delle sanzioni perché è la frontiera più calda del braccio di ferro con la Russia. Più a lungo Salvini tarderà nel chiarire tali dubbi, più la sua immagine internazionale ne risentirà.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Ginori Anais 
Titolo: Intervista a Enrico Letta – Letta: così si rovina l’Italia in Europa – Letta “Salvini lasci Danneggia l’Italia con le sue bugie”
Tema: soldi russi alla Lega
 «Oggi è diventato ancora più chiaro che Matteo Salvini si candida a essere la quinta colonna russa contro l’Europa». Per Enrico Letta l’audio che rivela il «Patto del Metropol» avrà «pesanti conseguenze sull’immagine e gli interessi dell’Italia«. L’ex premier è a Budapest con gli studenti della sua Scuola di Politiche per una serie di dibattiti su sovranismi, identità e democrazia insieme a invitati europei come Romano Prodi e Pierre Moscovici. «Un leader di governo che autorizza un suo emissario a intavolare trattative per un sostegno economico con una potenza straniera sotto sanzioni Ue è un fatto di una gravità inaudita». «È una vicenda esplosiva. E non è paragonabile con a nessun altro caso che abbiamo visto finora in Europa. Sappiamo per esempio che anche Marine Le Pen ha un rapporto stretto con la Russia ma lei è una leader politica di opposizione e non un membro di governo. Salvini è il nostro ministro dell’Interno, ovvero il responsabile della nostra sicurezza».
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Meli Maria_Teresa 
Titolo: Pd, la rivoluzione di Zingaretti «Dobbiamo cambiare tutto»
Tema: Pd

«O facciamo una rivoluzione o non ce la faremo»: all’Assemblea nazionale del Pd Nicola Zingaretti annuncia la fase due del «suo» partito e la platea gli tributa una standing ovation entusiasta. Ma per questo «secondo atto della rigenerazione del Pd», secondo il segretario c’è assolutamente bisogno di mettere mano all’organizzazione del partito. Su questo il leader non usa mezzi termini: «La riforma del Pd è necessaria perché lo strumento che abbiamo non è più utile a svolgere la sua funzione. Dobbiamo cambiare tutto, tutti sappiamo che così non si va avanti». Poco dopo Zingaretti è più esplicito: «Troppo spesso questo partito è un arcipelago in cui si esercita il potere. C’è un regime correntizio che appesantisce tutto. Ci sono realtà territoriali feudalizzate, che si collocano con un leader o con un altro a prescindere dalle idee». La «fase due» prevede anche altre tappe. La commissione che deve riformare lo Statuto, guidata da Maurizio Martina, cui spetta il compito di abolire l’automatismo tra la carica di segretario e il ruolo di candidato premier e che secondo il leader deve arrivare a una conclusione già a novembre. La Costituente delle idee, che ha già un suo sito, e contiene le proposte del Pd per l’Italia alle quali ognuno potrà portare il suo contributo, perché l’intenzione è quella di aprire il più possibile il partito all’esterno: dall’8 al 10 novembre, la Costituente si riunirà a Bologna in una sorta di conferenza programmatica. Infine, la terza tappa, ossia il partito digitale. L’idea è quella di creare, a settembre, una grande piattaforma web del Pd: se ne occuperà Francesco Boccia. Dunque, Zingaretti va avanti, coadiuvato dai due vicesegretari eletti proprio ieri dall’assemblea: Andrea Orlando e Paola De Micheli. E in questa sua «marcia» preferisce glissare su Matteo Renzi. Anche se è proprio all’ex premier che risponde quando dice: «Dobbiamo imporre la nostra agenda». Renzi, infatti, a Milano, aveva sottolineato che il Pd non riesce a imporre i propri temi.
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  M.T.M. 
Titolo: Intervista a Maurizio Martina – Nuova organizzazione, l’incarico tocca a Martina: «Le primarie? Restano ma meglio di coalizione»
Tema: Pd

Onorevole Martina, lei guida la commissione di riforma dello Statuto: come si immagina il nuovo partito? «La società italiana è cambiata e dobbiamo partire da lì per cambiare il nostro modo di essere partito. Prendiamo, per esempio, una delle grandi sfide che abbiamo davanti, quella della rivoluzione digitale. Cinque Stelle e Lega hanno costruito modelli plebiscitari. Noi vogliamo sconfiggerli, anche usando in modo radicalmente diverso la rete». Lei ha detto che va ripensata la vocazione maggioritaria del Pd. «Penso che la vocazione originaria del Pd rimane straordinariamente attuale, ma va reinterpretata perché non siamo più in uno schema maggioritario bensì proporzionale. Bisogna essere aggregatori». Mettersi a parlare ora di statuto non suona un po’ autoreferenziale? «No, noi vogliamo proprio evitare un dibattito fine a se stesso. Discutere di partito significa discutere delle forme della tua politica, di quale soggetto intendi essere per l’Italia. Il tema è: quale proposta politica per quale radicamento sociale? Insomma, chi vogliamo rappresentare. Se non rispondiamo prima a questa domanda non possiamo ricostruire il partito. C’è una grande questione sociale su cui noi siamo in conflitto con la destra e su questo terreno ci dobbiamo battere. Da lì dobbiamo pensare a un partito aperto. Abbiamo migliaia di iscritti che si sentono in mezzo al guado e non sanno come possono partecipare. E abbiamo elettori che vengono a votare ai gazebo per le primarie e di cui ci dimentichiamo il giorno dopo. Dobbiamo trovare un modo stabile per far sì che quel milione e seicentomila persone che erano ai gazebo alle ultime primarie venga chiamato a dire la sua con regolarità. Inoltre sempre più spesso ci si attiva su singoli temi. Battersi insieme al Pd per l’ambiente, il lavoro o la questione migratoria. Per questo dobbiamo avere forum aperti. E, ancora, i nostri amministratori locali: dobbiamo farli diventare classe dirigente nazionale».
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Milella Liana 
Titolo: Intervista a Riccardo Fuzio – Il Pg Fuzio lascia la toga “Non intendo accettare dubbi sulla mia onestà” – Il Pg Fuzio “Mi dimetto subito si è dubitato della mia onestà”
Tema: caso Csm
 «Qualcuno ha messo in dubbio la mia lealtà e onestà professionale, fino al punto di ipotizzare che avessi potuto celare le carte relative alle intercettazioni con Palamara. E questo era inaccettabile». Il procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio lascia l’incarico. E spiega perché. «Dopo soli sei giorni dall’arrivo della notizia della mia iscrizione nel registro degli indagati di Perugia è saltato il presupposto per rimanere in ufficio fino al 20 novembre, come mi aveva chiesto il Csm. Mi faccio da parte perché solo così la titolarità dell’azione disciplinare passa legittimamente nelle mani del procuratore aggiunto». Professionalmente cosa l’ha messa in crisi? «Non credo che la mia professionalità di 42 anni possa essere oscurata da questa vicenda, che è ancora in via di chiarimento. E dico subito che giudico legittima e doverosa l’iscrizione di Perugia, ovviamente fatta salva la mia difesa in quella sede».
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Economia e finanza

Testata:  Sole 24 Ore 
Autore:  Trovati Gianni 
Titolo: Dismissioni di Stato, via al decreto da 1,2 miliardi – Dismissioni, arriva il decreto da 1,2 miliardi
Tema: dismissioni immobiliari

Passerà da Invimit metà del piano di dismissioni immobiliari previsto dalla manovra per raccogliere 1,25 miliardi in funzione anti-deficit. Alla sgr del Tesoro sarà creato il Fondo Dante, con immobili per 500 milioni di euro in genere già messi a reddito che si aggiungono ai circa 100 milioni in vendita tramite aste. La seconda fetta importante sarà affidata all’agenzia del Demanio, che metterà sul piatto oltre 1.600 beni, divisi in due famiglie: per oltre 400 immobili o terreni di valore unitario importante, che costituiscono il cuore di questa parte dell’operazione, è pronto il bando di gara, e il pacchetto si completa con altri 1.200, che non arrivano in genere a 100mila euro ciascuno. La terza mossa è più ridotta nei valori e spetta al ministero della Difesa, che ha costruito una lista di 41 caserme da far confluire nel piano. Il provvedimento che dà attuazione al programma, un decreto ministeriale che si accompagna a un decreto di Palazzo Chigi, ha appena superato l’esame della Corte dei conti e tutto è pronto per il via libera finale in settimana. I tempi sono stretti perché i primi 950 milioni del piano dovranno confluire nei saldi di quest’anno, in base ai numeri concordati a dicembre con Bruxelles e confermati nel Def di aprile. Un prologo dell’operazione in realtà è già partito, con l’avvio da parte di Invimit di aste gestite direttamente dalla Sgr del Tesoro e rivolte a privati per la vendita di una serie di appartamenti e uffici in diverse città, con una netta prevalenza di Roma. Un meccanismo nuovo, che vede la società di gestione del risparmio impegnata direttamente nel rapporto con i “clienti” a cui offre assistenza e informazioni sul web e tramite un numero verde.
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Testata:  Sole 24 Ore 
Autore:  Fiammeri Barbara – Tucci Claudio 
Titolo: Flat Tax, cuneo e lavoro sul tavolo Salvini-parti sociali
Tema: incontro Salvini-parti sociali
Un incontro deciso e organizzato anzitutto per ascoltare direttamente da sindacati e imprese le loro proposte e necessità in vista della stesura della prossima legge di Bilancio. Ma non solo. Matteo Salvini si presenterà di fronte agli oltre 40 rappresentanti delle parti sociali, che ha invitato domattina al Viminale, anche con le sue proposte per rilanciare crescita e occupazione, riconquistando così la scena in questi giorni occupata dal Russiagate. E il primo punto che il leader della Lega metterà sul tavolo sarà la Flat Tax, che i tecnici del Carroccio hanno già messo a punto. L’ipotesi è di applicare un’aliquota del 15% ai redditi fino a 50mila euro l’anno. Ipotesi che però i sindacati hanno già criticato ritenendola peggiorativa per le fasce più basse. Fino a 28mila euro l’aliquota è infatti del 14,4% e interessa oltre la metà dei contribuenti. Proprio per questo la Lega ha studiato un meccanismo che punta a trasformare in detrazione il bonus Renzi da 80 euro che vale circa 960 euro l’anno, incrementandolo progressivamente fino a 150-200 euro, garantendo così anche a questa fascia di poter beneficiare di una riduzione del carico fiscale complessivo. Ma c’è anche un’altra novità: la cancellazione delle due maggiori aliquote (41 e 43%) che verrebbero assorbite da una nuova aliquota al 38%. Un taglio che richiederebbe una copertura limitata (circa 2 miliardi) vista la platea ridotta di soggetti interessati. Il ministro dell’Economia Giovanni Tria ha gia messo le mani avanti ricordando che bisognerà tener conto della compatibilità finanziaria delle varie proposte. Il titolare del Mef e lo stesso premier Giuseppe Conte sono per una rimodulazione progressiva delle aliquote, che consenta di ridurre il peso del fisco sui contribuenti senza però far saltare i conti pubblici.
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  L. Sal. 
Titolo: E domani Salvini ascolta le parti sociali
Tema: incontro Salvini-parti sociali

È vero che a dicembre lo stesso Salvini aveva convocato, sempre al Viminale, una riunione per parlare di lavoro e rilancio dell’economia. Ma allora avevano partecipato solo 15 sigle, tutte dalla parte delle imprese. Stavolta, invece, si tratta di un incontro allargato a tutte le parti sociali. Proprio come si usava ai tempi della concertazione, quando però le riunioni si facevano nella storica Sala Verde di Palazzo Chigi e a guidarle era sempre il presidente del consiglio. Domani si andrà al Viminale. Nella Sala del Consiglio del ministero dell’Interno sono state preparate un centinaio di sedie: 10 per la delegazione del ministero, le altre per gli invitati. La delegazione più numerosa dovrebbe essere quella di Confindustria, che parteciperà con il presidente Vincenzo Boccia e il presidente dei Giovani imprenditori Alessio Rossi. Ma di cosa si parlerà domani mattina? Di sicuro della prossima legge di Bilancio, cosa che nei giorni scorsi ha dato fastidio al presidente del consiglio Giuseppe Conte, che ha ricordato a Salvini come la «manovra economica si faccia nelle sedi istituzionali». Ma è probabile che la discussione finisca anche su alcuni casi difficili che il governo ha tra le mani. E qui potrebbe essere l’altro vicepremier, Luigi Di Maio, a sentirsi scavalcato, visto che buona parte di quei dossier sono sul suo tavolo.
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Testata:  Messaggero 
Autore:  Gentili Alberto 
Titolo: Il retroscena – Il rilancio di Matteo: subito la Flat tax o pronto a rompere
Tema: incontro Salvini-parti sociali

Da ciò che filtra dall’entourage di Salvini, l’ultima bozza sulla “tassa piatta” prevede una pressione fiscale al 15% per i redditi familiari fino a 50-55mila euro. E allo stesso tempo l’accorpamento degli attuali scaglioni Irpef (38% da 28mila a 55mila euro, 41% tra 55mila e 75mila euro e 43% per gli stipendi più alti), puntando ad applicare a tutti i redditi sopra i 55mila euro l’aliquota del 38%. Attento alle richieste degli imprenditori e dei sindacati, su consiglio del viceministro all’Economia Massimo Garavaglia e del sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon, Salvini è pronto inoltre a sostenere la proposta dei 5Stelle di un taglio al cuneo fiscale: «Si può fare un mix tra flat tax e cuneo», ha detto nei giorni scorsi il leader leghista, decisamente a suo agio nel ruolo di premier ombra. Ogni punto di cuneo in meno costerebbe però 2 miliardi alle casse dello Stato. Non è dunque un caso che nessuno riveli di quanti punti intenda tagliare la Lega il peso fiscale sul lavoro dipendente. Altra voce di spesa della manovra 2020 che ha in mente Salvini sarà dedicata alla famiglia. Il piano non è ancora definito, ma il Carroccio pensa a un assegno unico «tra 100 e 300 euro per ogni figlio fino a 26 anni». Con un problema: secondo il viceministro grillino all’Economia, Laura Castelli, questo intervento costerebbe tra 15 e i 54 miliardi. Troppi. A livello normativo, la Lega studia poi la rivisitazione del decreto dignità, con un ammorbidimento della causali (sollecitato dagli imprenditori) e l’introduzione del salario minimo invocato da Di Maio. Ma a una quota nettamente più bassa di quella (9 euro l’ora) indicata dal capo politico dei 5Stelle, per evitare di mettere in ginocchio le imprese.
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Testata:  Stampa 
Autore:  Baroni Paolo 
Titolo: Delta Airlines rilancia l’offerta su Alitalia Pronta a rilevare anche quote di Fs e Tesoro
Tema: Alitalia
Entro le 18 di oggi l’advisor Mediobanca si aspetta di ricevere le offerte degli aspiranti soci disponibili ad entrare nella cordata Fs-Tesoro-Delta che rileverà Alitalia. I pretendenti sono Toto, Lotito, Efromovich (primo azionista della compagnia boliviana Avianca) ed Atlantia, che però solo giovedì ha formalizzato il suo interesse chiedendo più tempo allo scopo di verificare concretamente se esistono le condizioni per partecipare all’operazione. Il consorzio non si è ancora formato, anche perché all’appello manca ancora un 35-40% di quote, e c’è già chi ragiona su una possibile seconda fase. Stando a quanto riferisce Bloomberg, che cita fonti vicine al dossier, la compagnia aerea statunitense Delta Air Lines sarebbe intenzionata ad incrementare la propria partecipazione nella newco. Delta, che nell’ambito del piano di salvataggio in una prima fase dovrebbe detenere il 10-15% del capitale apportando così 100-150 milioni di euro, potrebbe avere anche un’opzione per acquisire altre azioni in una fase successiva. Le potrebbe rilevare da Ferrovie dello Stato e Tesoro, che nello schema di partenza avrebbero come è noto rispettivamente il 35 ed il 15 del capitale, oppure attraverso un successivo aumento di capitale. Secondo Bloomberg, con l’ingresso nel capitale della nuova Alitalia, Delta punterebbe essenzialmente a rafforzare l’elenco delle sue partecipazioni internazionali che in questi anni le hanno consentito di ampliare in maniera decisamente aggressiva la sua presenza globale.
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Testata:  Sole 24 Ore 
Autore:  Dragoni Gianni 
Titolo: Rilancio di Alitalia: partita a tre tra Toto, Efromovich e Atlantia – Alitalia, tre pronti a farsi avanti Atlantia vuole rivedere il piano
Tema: Alitalia
Il cda guidatoda Gianfranco Battisti esaminerà la relazione dell’advisor Mediobanca sulle risposte, che devono arrivare entro le 18 di oggi, alla richiesta di inviare informazioni puntuali, ma non offerte vincolanti: la percentuale della partecipazione azionaria che si vuole sottoscrivere, la somma da impegnare (da pagare al closing), una «dimostrazione appropriata» della disponibilità dei fondi. Su questa base verrà individuata la «formazione» da comunicare ai commissari di Alitalia e al ministro dello Sviluppo, Luigi Di Maio, in vista della successiva costituzione del «consorzio» che farà l’offerta. Resta da vedere se nella «formazione», oltre ad Atlantia, ci sarà anche qualcuno degli altri tre soggetti che hanno manifestato interesse. Probabile che entri Carlo Toto, la cui proposta – «non tagli ma più sviluppo» – piace a Di Maio. Il ministro del M55 vuole anche «contenere» il peso di Atlantia con un quinto socio. Di Maio ieri ha precisato di non avere «pregiudizi né preferenze» per nessuno. Claudio Lotito dovrebbe essere fuori dalla partita. Invece per l’offerta finale per Alitalia ci vorrà più tempo. Per questa ci sarà un rinvio, di almeno 15 giorni. C’è chi ipotizza un differimento più lungo. Soprattutto perché Atlantia ha chiesto più tempo per «approfondire» il piano di Fs-Delta. Dopo una prima sommaria comunicazione Atlantia ha confezionato un’articolata lettera di risposta che sarà mandata stamattina a Mediobanca. Atlantia spiega che l’ad Giovanni Castellucci ha ricevuto il mandato dal cda per verificare se esistono i presupposti per investire nella Nuova Alitalia. La verifica è legata alla sostenibilità del piano industriale e dovrà tornare all’esame di un successivo cda. Atlantia considera il piano Fs-Delta debole, sbilanciato a favore di Delta nel disegno delle rotte, insufficiente a correggere le inefficenze dell’handling a Fiumicino. Atlantia vuole una compagnia in grado di fornire un servizio di eccellenza e collegamenti internazionali e intercontinentali competitivi. Quella di domani è una scadenza che non scade, perché non sarà presentata l’offerta finale e vincolante di Fs per Alitalia, come invece aveva detto il Mise nel comunicato del 14 giugno, quando ci fu l’ultima proroga.
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Testata:  Sole 24 Ore 
Autore:  Minenna Marcello 
Titolo: Valute digitali contro l’evasione – Valute digitali delle banche centrali contro l’evasione
Tema: valute digitali
La moneta cartacea circolante nel mondo è intorno al 10% del totale e nonostante qualifichi un rapporto diretto tra utente finale e banca centrale, quest’ultima non può ricostruirne l’uso. Usando la terminologia digitale si può dire quindi che la moneta cartacea presenti caratteristiche «cripto». Nel caso delle cripto-valute la registrazione dell’operatività però esiste e avviene su blockchain, un libro mastro crittografato con scritture contabili indelebili. Purtroppo tentare una sua decodifica è come cercare il contenuto di una cassetta di sicurezza senza conoscere la banca, l’indirizzo e senza avere la chiave. A riprova di ciò ci sono gli scarsi risultati degli interventi per motivi fiscali o di controllo dei capitali delle autorità nazionali statunitensi e cinesi. Eppure nulla vieterebbe di avere una valuta digitale non-cripto che permetta di tracciarne l’uso in maniera indelebile: una chimera per chi vuole combattere l’economia sommersa. I banchieri centrali ne stanno discutendo, come testimoniato da recenti research paper della Banca Centrale Europea, della Banca dei Regolamenti Internazionali e del Fondo Monetario Internazionale. Si dovrebbe però superare questo approccio attendista delle autorità nella regolazione del settore, partendo magari dalla definizione: è valuta o prodotto finanziario? D’altronde questo attendismo non ha inibito il mondo delle cripto-valute al popolo del web (talora con finalità non lecite) ma solo ritardato l’ingresso di operatori finanziari e investitori istituzionali (cioè soggetti vigilati). Dietro a questo attendismo ci sono il timore di destabilizzare il sistema finanziario e l’esigenza di un coordinamento mondiale, dato che pensare a divieti o regolamentazioni restrittive solo su base nazionale sarebbe anacronistico. Per venirne fuori si potrebbe muovere il primo passo su quel 10% di contante “cripto” in circolazione e trasformarne in maniera graduale una parte in valuta digitale trasparente di Stato o di banca centrale.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Manacorda Francesco 
Titolo: Intervista a Matteo Del Fante – Del Fante “Le Poste conquisteranno il primato nella consegna dei pacchi”
Tema: Poste italiane
«Vogliamo diventare il primo gruppo di logistica nell’e-commerce in Italia entro il 2022. Due anni fa, quando sono arrivato in Poste, eravamo il sesto operatore nei pacchi nel nostro Paese. Oggi siamo al terzo posto, con una quota di mercato nel cosiddetto B2C, il business to consumer, del 33%. E fra quattro anni prevediamo appunto di essere primi con il 40% del mercato». In un mondo in cui il nome di Amazon è sinonimo di distruzione per molti operatori postali, l’amministratore delegato di Poste Italiane, Matteo Del Fante, ha scelto invece di salire sulle spalle del gigante globale. E da là, almeno per il momento, vede un panorama in crescita. Dunque la scelta di diventare il partner logistico di riferimento in Italia per Amazon sta pagando? «Visti i numeri direi di sì. E peraltro abbiamo appena concluso un accordo di esclusiva con un altro grande operatore come Zalando. Ma quello che oggi appare scontato, due anni fa non lo era. Tanto che all’inizio anche in azienda molti erano scettici. Ma io partivo da un ragionamento semplice. Poste ha due anime: una è quella dei prodotti finanziari e dei servizi di pagamento; l’altra quella della logistica e dei recapiti. Quest’ultima ha molto sofferto negli ultimi anni. Un solo dato: nel 2005 in Italia si consegnavano circa 7 miliardi di pezzi — lettere, pacchi, telegrammi e altro — ogni anno. Prevediamo che nel 2019 si scenderàa 2,5 miliardi di pezzi. È un calo secco del 70%, frutto di una tendenza che dura appunto da anni. Di fronte a questo quadro si possono tagliare i costi e frenare gli investimenti, noi abbiamo fatto una scelta contraria: abbiamo preso l’unico settore che saliva, quello delle consegne di pacchi nell’e-commerce e abbiamo deciso di investire in quel settore, tutelando le nostre 65 mila persone che lavorano nel mondo delle consegne».
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Testata:  Sole 24 Ore 
Autore:  Fabbrini Sergio 
Titolo: L’Europa e la sindrome dissociativa dei sovranisti
Tema: nazionalismo economico

E’ come l’altalena. La relazione tra l’attuale governo italiano e le istituzioni europee oscilla tra un polo e l’altro. Un’oscillazione, per sua natura, senza direzione. Consideriamo la politica di bilancio. Ogni giorno, l’uno o l’altro dei due vicepremier ne ha una da proporre. Oggi la flat tax e ieri Quota 100 (Matteo Salvini) oppure oggi il salario minimo e ieri il reddito di cittadinanza (Luigi Di Maio). Obiettivi, naturalmente, che vanno realizzati subito, a prescindere da quanto costano. Subito dopo arrivano le stime degli uffici del ministero dell’Economia e delle finanze o quelle degli uffici di Bruxelles che mostrano che essi, in realtà, costano troppo. Come se non bastasse, i mercati si fanno subito sentire, con la conseguenza di far crescere i tassi di interessi e il debito pubblico. A questo punto, i due vicepremier fanno un passo indietro, lasciando al premier e al ministro dell’Economia e delle finanze la delega per evitare un’eventuale procedura d’infrazione. Così era avvenuto nell’autunno del 2018 e così è avvenuto qualche giorno fa, quando il governo ha dovuto introdurre una robusta manovra correttiva per evitare quella procedura. Il prossimo settembre, però, l’altalena comincerà di nuovo a muoversi nell’altra direzione, con nuove proposte insostenibili cui seguiranno inevitabili passi indietro. Ma quali sono le ragioni di tali comportamenti? È probabile che quei comportamenti siano dovuti alla scarsa capacità governativa della nuova élite politica, al potere dopo le elezioni del marzo 2018. Tuttavia, è più probabile che essi siano dovuti alla sua ideologia politica, il sovranismo inteso come nazionalismo economico. Un’ideologia che le impedisce di concettualizzare appropriatamente la natura dei rapporti tra il nostro Paese e l’Unione europea. Certamente, almeno per ora, quella élite non vuole portare l’Italia fuori dall’Eurozona (per paura delle conseguenze che si determinerebbero), tuttavia non sa come gestire il rapporto con essa Il suo schema cognitivo è quello dell’epoca dell’indipendenza (in cui ognuno pensa per sé), anche se è costretta ad agire nell’epoca dell’interdipendenza (in cui occorre pensare insieme).
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Societa’, istituzioni, esteri

Testata:  Repubblica 
Autore:  D’Argenio Alberto 
Titolo: Ursula von der Leyen cerca i voti populisti ma non quelli della Lega – Il compromesso di von der Leyen Sì ai voti populisti ma non alla Lega
Tema: Commissione Ue

Ursula von der Leyen cerca una maggioranza che le possa regalare quella fiducia che al momento non c’è. I tre grandi partiti europeisti – Popolari, Socialisti e Liberali di Renew Europe – sono spaccati sul voto di dopodomani alla presidente della Commissione scelta dai primi ministri europei. Per questo la parola d’ordine di queste ore travagliate è “pragmatismo”. Tradotto: la sessantenne tedesca a Strasburgo accetterà anche i voti di sovranisti e populisti. Con un argine però: cercherà di evitare il sostegno di Id, il gruppo di Matteo Salvini e Marine Le Pen. Per questa ragione dallo staff di von der Leyen fanno sapere che domani la candidata non incontrerà Marco Zanni, il capogruppo a Strasburgo della Lega che invece aveva già annunciato l’appuntamento, giudicato cruciale per concederle i 28 voti del Carroccio. Una mossa tattica, visto che se la Lega la dovesse sostenere, von der Leyen rischierebbe di perdere altri partiti europeisti, a partire dal Pd. E per allontanare i voti leghisti, i suoi fanno sapere che su quel mirabolante portafoglio che secondo il presidente del Consiglio Giuseppe Conte avrebbe promesso all’Italia, in realtà non ha dato garanzie. Uno dei punti posti dal padani per votarla. Se ne parlerà dopo l’eventuale fiducia. Ma la situazione per la ministra della Difesa tedesca resta complicatissima. Al momento i 374 voti per la maggioranza assoluta a Strasburgo sono un miraggio. Gliene mancano almeno 40, se non di più. Sarà una “chiamata al limite”, confessano ora anche i suoi, guardando al voto fissato alle sei del pomeriggio di martedì. Tale è l’incertezza, che nelle discussioni più confidenziali von der Leyen non mette paletti numerici o politici pur di arrivare al traguardo. Ovvero, le andrebbe bene anche di incassare il risultato minimo di 374 voti, senza per questo sentire il suo mandato azzoppato in partenza. Così come è pronta ad accettare il sostegno dei sovranisti – come i 26 voti del Pis di Yaroslaw Kaczynski e i 13 di Viktor Orbán – o dei populisti, a partire dai 14 dei 5Stelle. L’ideale, ammettono i suoi, sarebbe avere un centro europeista stabile, con il sostegno completo di Popolari, Socialisti e Re, ma non sarà possibile. E allora l’importante è incassare il risultato, poi si cercherà di costruire una maggioranza più coesa.
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Testata:  Stampa 
Autore:  Sforza Francesca 
Titolo: Conte impegnato a tutto campo per garantirle appoggio
Tema: Commissione Ue

Un presidente del Consiglio impegnato a tutto campo per garantire l’appoggio a Ursula von der Leyen. Questo è Giuseppe Conte da almeno una settimana a questa parte, convinto «non solo di aver scongiurato scenari molto più preoccupanti per i nostri interessi nazionali» — come ha detto nei giorni scorsi —, ma anche che appoggiare Ursula von der Leyen significhi un investimento politico almeno per i prossimi cinque anni, prima ancora che un calcolo sulla nomina di un italiano a un portafoglio di peso. Un primo successo della sua operazione di moral suasion all’interno del Movimento Cinque Stelle si è registrato con l’incontro tra la candidata presidente della Commissione e la delegazione di eurodeputati MSS, definito «molto positivo» dalla capodelegazione Tiziana Beghin. Durante l’incontro, Ursula von der Leyen «ha mostrato una visione dell’Europa e dell’Italia rispetto ai flussi migratori che condividiamo, nonché la convinzione di una revisione dei trattati di Dublino». Il sostegno dei Cinque Stelle a Von der Leyen sarà messo a punto in una riunione domani, alla vigilia del voto al parlamento di Strasburgo, previsto per martedì, ma segna comunque l’avvio di un percorso di legittimazione del Movimento all’interno dell’Unione, proprio come nelle intenzioni del premier Conte.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  a.d’a. 
Titolo: Intervista a Sandro Gozi – Gozi “Il parlamento deve darle fiducia ma solo se aprirà ai temi sociali”
Tema: Commissione Ue

«Il Parlamento deve concedere la fiducia a Ursula von der Leyen come presidente della Commissione europea, ma la tedesca deve mettere le forze europeiste di Strasburgo nelle condizioni di votarla». Lo afferma Sandro Gozi (Pd), ex sottosegretario agli Affari Ue nei governi Renzi e Gentiloni ed eletto all’Eurocamera tra le fila di Renaissance Europe, il partito di Emmanuel Macron. Un seggio che Gozi occuperà quando con la Brexit i britannici lasceranno liberi gli scranni per 27 nuovi deputati. Gozi, per quale ragione ritiene che von der Leyen vada votata? «Prima di tutto perché fa parte di un pacchetto di nomine innovativo, con il Parlamento che deve prendere atto del fatto che due donne ai vertici dell’Unione, appunto von der Leyen e Lagarde alla Bce, avranno un impatto profondo sull’opinione pubblica. E poi perché riflette bene la nuova realtà politica di un Continente non più gestito dai soli popolari e socialdemocratici, ma con una maggioranza più ampia della quale Renaissance è perno, come dimostra la nomina di Charles Michel al Consiglio europeo e la presenza di forze molto europeiste incarnate da Sassoli al Parlamento e Borrell Alto rappresentante. Insomma, si tratta di un pacchetto riformista che può portare l’Europa fuori dallo status quo, fatto quanto mai importante ora che i nazionalisti non hanno sfondato».
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Fubini Federico 
Titolo: Intervista a Enzo Moavero Milanesi – Migranti, il piano italiano – «Filtri sui visti e porti franchi Migranti distribuiti in Europa»
Tema: migranti

Enzo Moavero Milanesi ci lavora dal giorno in cui fu nominato ministro degli Esteri poco più di un anno fa. Ne ha parlato giovedì scorso con il premier Giuseppe Conte e con Matteo Salvini, il ministro dell’Interno, ed esporrà queste idee domani a Bruxelles al Consiglio Affari Esteri per una riflessione con i colleghi europei. «Usciamo dalla tirannia delle emergenze e dell’emotività — dice — obiettivamente, sui flussi migratori sino ad oggi ogni Paese tende a reagire in maniera sovranista. Ma riusciremo a governarli solo con una vera politica europea equilibrata, fatta di molti elementi». Ministro, lei sta per presentare idee per un’azione europea sulle migrazioni con il suo collega di Malta Carmelo Abela. Come nascono? «Negli ultimi tempi, ci sono stati accordi sulla distribuzione dei migranti fra Paesi prima dello sbarco. Ma non possiamo continuare a procedere caso per caso, cercando ogni volta soluzioni d’emergenza. Bisogna trovare un meccanismo strutturato, di carattere stabile». Va superato il regolamento di Dublino, che obbliga i Paesi di primo sbarco a vagliare le domande di asilo? Molti governi non vogliono. «Dublino riguarda l’asilo, ma il Trattato Ue contiene norme per regolare le migrazioni in generale, non solo su come verificare le domande di asilo. Questo porta ad allargare la riflessione all’insieme dei flussi migratori: i migranti non cercano la costa italiana, greca o maltese. Cercano l’Europa. Dunque è in una cornice europea che va trovata una soluzione».
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Testata:  Stampa 
Autore:  Stabile Giordano 
Titolo: Attacco jihadista a Kismayo Strage di stranieri in hotel
Tema: 

Quattordici ore di battaglia, 26 persone uccise, compresi un politico di primo piano, stranieri e giornalisti. Gli Shabaab hanno seminato il tenore a Kismayo, un porto nella Somalia meridionale che avevano «governato» fra il 2011 e il 2012 e da dove era stati espulsi si sperava per sempre. Fino alla tarda serata di venerdì, quando un commando di quattro jihadisti è andato all’assalto dell’hotel Medina, nel centro della città, frequentato da funzionari govemativi ed espatriati. Un bersaglio ideale per punire «apostati e infedeli». Il commando ha applicato la stessa tattica usata dozzine di volte nella capitale Mogadiscio. Un’auto kamikaze, imbottita di esplosivo, è stata fatta saltare davanti all’ingresso, al check-point delle forze di sicurezza. Poi gli altri tre terroristi si sono fatti strada verso l’interno a colpi di kalashnikov, e si sono asserragliati ai piani alti dell’albergo. L’obiettivo degli Shabaab era una riunione fra gli anziani ed eletti locali, in vista del prossimo voto regionale nello Jubbaland. Sono stati massacrati, e fra loro anche un candidato alla presidenza, Mohamed Shuuriye, come ha rivelato l’attuale presidente Ahmed Mohamed Madobe. È cominciato un lungo assedio. I jihadisti sono stati stanati e abbattuti «stanza per stanza», ha raccontato un ufficiale di polizia, colonnello Abdiqadir Nur. In tarda mattinata era tutto finito, ma la carneficina era ormai compiuta. È cominciata la conta delle vittime, la ricerca fra le macerie. Il presidente regionale Madobe ha confermato che fra i morti ci sono «tre kenyoti, un britannico, due americani, due tanzaniani». E poi altre personalità, come la giornalista somalo-canadese Hodan Nalayah, il reporter televisivo Mohamed Sahal Omar, il direttore della Ong Sado, Abdullahi Isse Abdulle. I feriti sono almeno 56, alcuni gravi.
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Farina Michele 
Titolo: Strage nell’albergo della nuova Somalia Così è morta Hodan
Tema: Strage terroristica in Somalia

Quante cose belle nel suo ultimo mese di vita, fatte balenare dallo spioncino di Twitter (@HodanTv) prima che gli attentatori di al-Shabaab la uccidessero l’altra sera, insieme con altre 25 persone (tra cui suo marito) riunite all’hotel Medina di Kismayo: un selfie con lo zio di 97 anni nel villaggio natale, Las Anod («Il latte di cammella tiene in forma!»), la foto dell’unico pozzo scavato mezzo secolo fa, un’antologia di poesia comperata alla terza Fiera del Libro di Kismayo e «la cosa più importante che ho imparato da quando sono tornata qui: la pazienza. Essere paziente con i fratelli e le sorelle che hanno vissuto la guerra, è il minimo che io possa fare». Hodan Nalayeh aveva pazienza da regalare. Ed entusiasmo, tanto: era scappata dalla Somalia in guerra da bambina, con la famiglia. Era cittadina del Canada, dove ieri Il ministro dell’Integrazione ha reso omaggio «all’incommensurabile contributo» che ha saputo dare «alla comunità». In Ontario aveva fondato un’emittente online il cui nome era un programma: Integration Tv. «Un simbolo di speranza», ha detto al Toronto Star l’amica Deqa Nur. Lati positivi, più che lamenti, erano il fuoco della sua narrazione su YouTube. Anche se «più che un simbolo, mi sento soltanto una mamma» ha scritto in uno dei messaggi più recenti. Le ultime immagini sono per i ragazzi pescatori e la natura meravigliosa delle Bajuni Islands, non lontano da Kismayo, nel Sud dove si era stabilita. Nalayeh aveva deciso di tornare in Somalia da poco tempo, già quarantenne, portando con sé il marito e i due figli piccoli, con il maschio che le dava consigli su come raggiungere 100mila follower. Non è stata confermata la notizia filtrata venerdì sera da una radio somala, secondo cui Hodan fosse incinta del terzo figlio. Il marito, Farid Jama Suleiman, era stato ministro del Commercio nel governo della provincia autonoma del Jubbaland, dove ad agosto ci sono le elezioni. Voto importante, anche se locale. La Somalia è imbrigliata in una lunga guerra civile, con gli islamisti di al-Shabaab (la gioventù) sotto pressione ma mai sconfitti. Gli attentati a Mogadiscio sono sempre di moda, specie contro hotel e uffici governativi.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Malgaroli Francesco 
Titolo: Guerra tra gang a Cape Town il governo schiera l’esercito
Tema: Sudafrica

Sei donne venerdì scorso, cinque uomini il giorno dopo, tutti tra i 18 e 39 anni, sono stati uccisi in Sudafrica, nei ghetti della cintura di Città del Capo: la lotta tra gang di neri è fuori controllo e il ministro dell’Interno si è deciso a inviare l’esercito. Mitchells Plain, Khayelitsha e altri 8 città satellite di Cape Flats – chiamate comunemente Flats, i quartieri popolari abitati principalmente dai neri – tra baracche, catapecchie e case invivibili potrebbero avere un po’ di respiro dopo che da gennaio sono state uccise 1.874 persone. «Con l’esercito in giro poco per volta la situazione migliorerà», ha detto un abitante della zona a un giornalista di News24, e da quel che si può vedere dalle immagini, qua e là i bambini sono spuntati di nuovo fuori a giocare. Il via libera all’esercito è stato dato dal presidente sudafricano Cyril Ramaphosa dopo gli ultimi omicidi, e durerà intanto per tre mesi. La violenza è il sintomo, ma il male da curare è il divario tra chi ha accesso alle risorse e chi non ha diritti (la maggioranza delle persone), sempre più ampio. Basta pensare a Mother City, Città del Capo, alla sua bellezza, alla natura, alla ricchezza, e confrontarla poi con i ghetti di Cape Flats per capire. I neri delle baracche nella maggior parte dei casi hanno come unica via la criminalità. La presenza dell’esercito per le comunità dove le gang operano dovrebbe essere perciò benvenuta, anche se la militarizzazione non risolve il problema economico.
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Romano Sergio 
Titolo: L’ago della bilancia – Le sanzioni americane all’Iran aprono una crisi con l’Europa
Tema: sanzioni Usa all’Iran
 Nel maggio dell’anno scorso il presidente degli Stati Uniti ha ritirato il suo Paese dall’accordo che Barack Obama aveva firmato nel 2015 con l’Iran, gli altri membri permanenti del Consiglio di sicurezza e la Germania per adottare regole che avrebbero impedito al regime di Teheran la costruzione di un ordigno nucleare. II buon senso e un minimo di coerenza vorrebbero che l’America non chiedesse insistentemente ai suoi partner di fare altrettanto e non punisse con sanzioni chiunque osi attenersi a regole previste dalla versione originale del Trattato e scritte con la collaborazione dei suoi diplomatici. Ma le leggi del potere, nei rapporti fra gli Stati, non sono quelle del buon senso. A queste osservazioni un portavoce di Trump risponderebbe che l’America è una superpotenza e ha il diritto di imporre la politica che maggiormente conviene ai suoi interessi. Le politiche americane in realtà sono due. La prima è quella che gli Stati Uniti perseguono dai giorni del 1945 in cui la bomba fu usata per radere al suolo le città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki. Da quel momento cercano sistematicamente di impedire che altri Paesi abbiano nel loro arsenale l’arma nucleare. Per ragioni umanitarie? Per mettere la bomba al bando su scala mondiale? No, più semplicemente, perché un Paese dotato della bomba può essere intimidito molto più difficilmente di un Paese che ne è privo. Il secondo obiettivo degli americani è la trasformazione dell’Iran in uno Stato isolato e assediato. Sanno che una guerra sarebbe costosa e che lascerebbe sul terreno molti americani. Ma sperano che l’assedio, sei partner dell’America si piegassero alla sua volontà e applicassero all’Iran le sanzioni decretate da Washington, possa avere per effetto una rivolta della popolazione contro il regime degli Ayatollah.
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Testata:  Stampa 
Autore:  Ursic Alessandro 
Titolo: Non si placano le manifestazioni che sfidano la Cina di Xi
Tema: Cina
Di nuovo in piazza, di nuovo contro Pechino: in questo caso, contro commercianti cinesi. Circa 30mila persone hanno protestato ieri a Hong Kong, in un distretto vicino al confine con la madrepatria, prendendo di mira i grossisti che lucrano vendendo in Cina prodotti comprati a prezzi da duty-free al confine con l’ex colonia. La manifestazione ha portato a scontri con la polizia che hanno causato il leggero ferimento di alcuni manifestanti e reporter, ed è stata dispersa anche con l’uso di manganelli e spray al pepe. E con un’altra protesta programmata per oggi, il segnale è chiaro: a un mese dal fiume di due milioni di persone scese nelle strade contro la proposta di legge sull’estradizione verso la Cina, a Hong Kong la frustrazione verso Pechino resta altissima. Ieri la tensione è esplosa a Sheung Shui, poco lontano dalla frontiera vicino a Shenzhen. I manifestanti, alcuni attrezzati con caschi e mascherine, hanno circondato un gruppo di poliziotti. La rabbia è salita anche per la mancanza di un distintivo sulle divise degli agenti, che va ad alimentare i sospetti sull’utilizzo di teppisti locali per reprimere le manifestazioni. Alcuni dimostranti hanno provocato la polizia con ombrelli e barre di metallo, ferendo cinque agenti, e prima che tornasse la calma sono anche state erette barricate.
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IL SOLE 24 ORE
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CORRIERE DELLA SERA
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LA REPUBBLICA
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LA STAMPA
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IL MESSAGGERO
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IL GIORNALE
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