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SINTESI IN PRIMO PIANO – 15 settembre 2019

– Intesa per distribuire i migranti. Quote tra i Paesi e partenze immediate
– La mossa di Salvini: “Un referendum contro il proporzionale”
– Ecofin Gualtieri: la manovra non sarà restrittiva
– Di Maio insiste: revoca a Autostrade. Gelo del Pd: ci affidiamo a Conte
– Attacco di droni ai pozzi sauditi. L’America accusa Teheran

PRIMO PIANO

Politica interna

Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Sarzanini Fiorenza 
Titolo: Migranti, un patto a quattro – Quote tra i Paesi e partenze immediate Nell’accordo con la Ue sanzioni a chi rifiuta
Tema: Migranti

Dieci giorni di tempo per un’intesa che renda automatica la distribuzione dei migranti. Su questo lavora l’Italia in vista della riunione con i ministri dell’Interno dell’Unione Europea che si svolgerà a La Valletta il 23 settembre. Sarà la prima uscita a un vertice internazionale della titolare del Viminale Luciana Lamorgese, ma sarà soprattutto il banco di prova per quell’accordo sul quale si stanno già impegnando anche i governi di Germania, Francia e Malta. L’obiettivo è dichiarato: fissare quote di accoglienza per ogni Stato, chi non accetta otterrà meno soldi. Una linea rilanciata ieri dal presidente del Parlamento europeo David Sassoli che ha parlato esplicitamente di «risorse condizionate alla solidarietà». Con una clausola ulteriore: i trasferimenti dovranno essere effettivi e soprattutto immediati. Dunque subito dopo l’identificazione effettuata nel porto di sbarco, gli stranieri saranno portati nei luoghi di destinazione. Secondo le ultime analisi dell’intelligence gli stranieri che in Libia attendono di imbarcarsi potrebbero essere tra i 5.000 e gli 8.000. Gli accordi di cooperazione con le autorità locali rimangono fragili e comunque subordinati all’entità degli aiuti che il nostro Paese è disponibile a concedere. Ma in ogni caso nulla potrà convincere i migranti a non tentare di percorrere la strada verso l’Europa e proprio questa consapevolezza rende urgenti interventi in modo da gestire il fenomeno senza affidarsi esclusivamente alle Ong e così limitando il rischio di naufragi. Durante l’incontro della scorsa settimana con la presidente Ursula von der Leyen, il premier Giuseppe Conte ha chiesto che sia la Commissione a trattare con i Paesi di provenienza dei migranti sia per la regolazione dei flussi in arrivo, sia per i rimpatri assistiti. *
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Di Caro Paola 
Titolo: Intesa per distribuire i migranti La Ocean Viking può sbarcare
Tema: Migranti

Per il Pd è un bel segno di «discontinuità», per il M5S è una decisione che non deve creare «equivoci», per Matteo Salvini è la «resa», per gli 82 migranti recuperati in mare dalla nave Ocean Viking delle Ong Sos Mediterranea e Medici senza frontiere è la salvezza. Si divide il mondo politico per la prima decisione chiave del governo e del ministro dell’Interno Lamorgese sul tema immigrazione e accoglienza: l’assegnazione di un «porto sicuro», Lampedusa, per lo sbarco (in realtà un trasbordo) delle persone che attendevano da giorni in mare. L’okay è arrivato ieri dopo un’intesa nella Ue che prevede una redistribuzione dei migranti tra quattro Paesi, oltre all’Italia, dove resteranno in 24: Germania e Francia ne prenderanno 24, il Portogallo 8 e il Lussemburgo 2. In un tweet dà la linea del Pd il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini: «II governo assegna un porto sicuro a Ocean Viking e i migranti saranno accolti in molti Paesi europei. Fine della propaganda di Salvini sulla pelle dei disperati in mare. Tornano la politica e le buone relazioni internazionali per affrontare e risolvere il problema delle migrazioni». Fa quadrato il partito di Zingaretti: «Bene così – dice Matteo Renzi -. Adesso un grande piano Marshall per l’Africa», mentre il presidente del Parlamento europeo David Sassoli chiede che ora «la redistribuzione dei migranti diventi strutturale». Sì perché la decisione di aprire porti è – come prevedibile – immediatamente criticata da Salvini: «Questi sono matti. Questa è la resa.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Ciriaco Tommaso – Ginori Anais 
Titolo: Il retroscena – L’Ue: l’Italia non sarà mai più lasciata sola Ma niente automatismi
Tema: Migranti

La prima notizia è buona, la seconda un po’ meno. E Giuseppe Conte preferisce partire dalla seconda, nel vorticoso giro di chiamate con cui aggiorna i ministri in un sabato di lavoro. Il 23 settembre a Malta, spiega il premier, sarà difficile ottenere la «formalizzazione» di un sistema automatico per la ripartizione dei migranti. Il dato positivo, aggiunge però subito dopo, è che Roma potrà vantare un «impegno politico» per rendere di fatto automatica questa suddivisione per quote. «L’Italia – diranno, o nel migliore dei casi scriveranno i Paesi “volenterosi” dell’Unione – non sarà più lasciata sola». Come? Ricalcando un meccanismo appena testato nel caso della Ocean Viking. Che dovrebbe permettere al governo giallo-rosso di smontare la propaganda di Matteo Salvini e lo slogan dei porti chiusi sventolato nell’agosto al Papeete. La strategia elaborata da Roma viaggia su due binari paralleli. Il primo è quello che riguarda i singoli approdi, che con la cattiva stagione dovrebbero ridursi ulteriormente. Per le navi umanitarie dirette verso le acque nazionali varrà il “precedente Ocean”: richiesta di un porto sicuro, immediata attivazione della procedura di redistribuzione alla Commissione, assunzione di responsabilità dei Paesi disposti a collaborare, indicazione del porto sicuro. Non ci sarà un meccanismo automatico, come ha spiegato ancora ieri il ministro dell’Interno francese Christophe Castaner, ma “temporaneo” e gestito caso per caso. Ad aiutare l’Italia saranno Germania e Francia, con un impegno di massima a farsi carico ciascuno del 25% dei migranti. In Italia resterà una quota tra il 15 e il 25%.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Ziniti Alessandra 
Titolo: Italia, cade il muro – Sbarcati e redistribuiti La svolta europea sui migranti
Tema: Migranti

Italia o forse in Francia, in Germania, in Portogallo o in Lussemburgo. Sono i cinque Paesi, a cui potrebbe aggiungersi anche l’Irlanda, che hanno dato la loro disponibilità ad accogliere gli 82 migranti della nave di Sos Mediterranée e Msf, condizione necessaria e sufficiente per l’Italia per risolvere abbastanza rapidamente l’ultima crisi in mare ed evitare che ogni soccorso si trasformi in emergenza. Il primo porto concesso dall’Italia ad una nave umanitaria dopo 14 mesi è la prova generale del nuovo modus operandi del governo con cabina di regia fermamente nelle mani del premier Conte che ieri mattina ha dato l’ok alla concessione del porto sicuro alla Ocean Viking, ma solo dopo aver ottenuto la redistribuzione dei migranti: Francia, Germania e Italia in parti uguali, 24 a testa, 8 in Portogallo e 2 in Lussemburgo. La nave non è entrata nel porto di Lampedusa: è stata tenuta in acque internazionali fino a sera in attesa del via libera ad avvicinarsi per raggiungere il punto di incontro con le motovedette italiane che hanno portato a terra i migranti. Poi tutti nell’hotspot per le procedure di identificazione e la richiesta d’asilo: la redistribuzione riguarderà solo gli aventi diritto alla protezione internazionale, ma i numeri verranno comunque rispettati. Se a bordo della Ocean Viking non ci saranno abbastanza persone con i requisiti richiesti, saranno trasferiti all’estero altri migranti rifugiati. Insomma, la condizione è che in Italia non resti un solo migrante in più della quota stabilita.
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Testata:  Stampa 
Autore:  Bertini Carlo – Capurso Federico 
Titolo: Retroscena – Viking a Lampedusa Di Maio: così Salvini aumenta i consensi – Di Maio spaventato dal cambio di passo “Farà crescere Salvini”
Tema: Migranti

Per Luigi Di Maio c’è un limite ben preciso alla «discontinuità» invocata in queste settimane sul tema immigrazione. È quello della “linea Minniti”: «Più indietro, non si torna». Il concetto è stato già chiarito con il Pd durante le trattative che hanno portato alla formazione del governo giallorosso. I flussi migratori, per il leader grillino, vanno regolati e gestiti. Nei ragionamenti con i dem è emersa la volontà comune di spostare l’attenzione sul sistema dei ricollocamenti in Europa, rendendoli sempre più rapidi, fino a raggiungere un automatismo. Questo però vuol dire che la stagione dei «porti chiusi» verrà archiviata. Come sostiene il vice ministro all’Interno Vito Crimi, del M5S: «Non serve qualcuno che pieghi la “macchina” del Viminale a lavorare per i suoi interessi politici». Dunque, se arriverà in futuro una nave ong con migranti a bordo, si faranno sbarcare; contestualmente, si tratterà per il ricollocamento con i partner europei. Nel Movimento hanno preso atto del cambio di passo, ma le convinzioni di Di Maio – su quest’ultimo punto – si fanno più friabili. La Lega ricresce nei sondaggi Al capo politico del Movimento non è sfuggito che i consensi di Matteo Salvini siano tornati a salire appena il governo ha invertito la rotta sui migranti. E per proteggere la sua leadership dagli avversari interni, sa di non poter permettere che il Movimento subisca un altro calo. Questa la preoccupazione del ministro degli Esteri, mentre nel Pd fanno un ragionamento speculare: risolvere le emergenze in tempi rapidi non consente più a Salvini di speculare per settimane e di drenare consenso con una drammatizzazione di problemi risolvibili in poche ore.
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Guerzoni Monica 
Titolo: Intervista a Enrico Letta – Letta: «Matteo esce? Non ha senso Sì all’intesa con il M5S per le Regionali»
Tema: Migranti

«Qui a Cesenatico c’è mezzo governo». E lei, Enrico Letta? Perché un ex premier è rimasto fuori? «do ci sono. Si può fare politica anche fuori dai palazzi, aiutando la formazione dei giovani. In due giorni, dalla summer school di questa Scuola di politiche che sta entrando nel quinto anno accademico e che lanciai il giorno in cui mi dimisi da deputato, sono passati Sassoli, con i ministri Boccia, De Micheli, Costa. E poi Montezemolo, Giovannini, Carofiglio, Carrozza e tanti altri». Si è parlato di lei come possibile commissario Ue? «II candidato naturale è sempre stato Gentiloni, si è sempre saputo che sarebbe stato lui il commissario italiano». Qualcosa sta cambiando sulle politiche migratorie? «L’approdo della Ocean Viking a Lampedusa è un buon passo avanti. Ma io propongo di uscire dal Trattato di Dublino, creando un nuovo trattato tra Paesi volenterosi senza diritti di veto. Solo così si potranno avere automatismi efficaci, altrimenti assisteremo continuamente a una penosa asta al ribasso sulla pelle dei migranti, frutto del cinismo». E l’autonomia? II ministro è l’ex lettiano Boccia. «Francesco e tutti noi abbiamo chiaro come il rischio sia che il governo venga visto dal Nord come un governo non suo. Per la prima volta le regioni del Nord sono tutte in mano all’opposizione, tranne l’Emilia Romagna». Se il Pd perde anche l’ultima roccaforte? «L’Emilia Romagna è fondamentale. E’ il Rubicone, la linea del Piave». Franceschini e Bettini sono pronti ad allearsi con il M5S. E lei, che era con Bersani al tavolo del disastroso streaming con i grillini? «Penso sia ora di ragionare su un’intesa politica, non solo di governo. Ha fatto bene Conte a parlare di progetto politico, sono d’accordo con lui. Deve essere il motore esterno che spinge i tre partiti a presentarsi insieme alle Regionali e a scommettere su un progetto comune».
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Zapperi Cesare 
Titolo: Un caso l’insulto a Mattarella dal palco dei giovani leghisti
Tema: Lega – Raduno di Pontida

«Questo presidente della Repubblica, lo posso dire? Mi fa schifo». Il raduno di Pontida non è ancora iniziato, ma già dal sacro prato leghista si alza una violenta polemica, innescata dal deputato veronese Vito Comencini, che investe Sergio Mattarella. «Mi fa schifo chi non tiene conto del voto del 34% degli italiani. Certo, anche Pertini è andato a baciare la bara di Tito, quello che ha fatto le foibe». Parole pesanti, non censurate da nessuno dentro la Lega, che scatenano una serie di reazioni di esponenti del Pd (mentre anche gli alleati di governo del M5S tacciono) in difesa del capo dello Stato. II vicesegretario dem Andrea Orlando affida la sua condanna a Twitter («Solidarietà al presidente Mattarella per i vergognosi e volgari attacchi lanciati da Pontida da chi dovrebbe rappresentare gli italiani…») mentre il senatore Davide Faraone sceglie Facebook per scagliarsi direttamente, scegliendo il medesimo linguaggio, contro il deputato leghista: «A me fai schifo tu. Primo perché insulti un grande galantuomo come Sergio Mattarella, secondo perché dimostri di sconoscere la Costituzione e le nostre regole democratiche. Reazione rabbiosa di un cretino fortunatamente cacciato all’opposizione». I toni sono sopra le righe, il batti e ribatti richiama argomenti che caratterizzano da sempre la battaglia tra leghisti e dem.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Giovara Brunella 
Titolo: La rabbia della Lega a Pontida, insulti a Mattarella e Conte – A Pontida il giorno dell’ira Fischi e insulti a Mattarella Conte? “Un traditore”
Tema: Lega – Raduno di Pontida

Un solo grido di guerra: «Conte vaffa…». Ma ce n’è anche per Di Maio che «deve tornare al San Paolo» a fare lo steward, e per il presidente della Repubblica «che ci fa schifo!». Beh, ieri pomeriggio sul nome di Mattarella ci sono stati grandi ululati e fischi e urla, lì è stato chiaro che è lui il primo nemico, lui che «se ne frega del 34 percento del voto degli italiani», «Mattarella garante! Un presidente che mi fa schifo», e questo è l’onorevole Vito Comencini, 31 anni, deputato di Garda, provincia di Verona, un tipetto deciso che invoca la pugna, grida «dobbiamo batterci come i cristiani messicani», e i giovani padani radunati alla vigilia di Pontida gli vanno dietro senza esitare, nessuno sa niente dei cristiani messicani ma che importa. Ragazzi del Nord e del Sud, quelli della Lega Giovani Abruzzo e la dozzina arrivata da Formia e Anzio, la loro prima volta a Pontida, che emozione essere qui «dove si fa la storia», per intanto è gara a chi insulta di più, a chi è più aggressivo con i nemici, Mattarella in testa, seguono Pd e 5 stelle, e questo è l’antipasto del raduno che si terrà oggi, e come sempre c’è uno che parte lancia in resta. Gli altri, dietro. Questa vigilia di Pontida è maschia e guerriera, come succedeva una volta, tanti anni fa, tutti contro i romani, i comunisti, i musulmani.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Pucciarelli Matteo 
Titolo: La mossa di Salvini “Un referendum contro il proporzionale”
Tema: Legge elettorale

La trovata in realtà è stata di Roberto Calderoli, una istituzione in fatto di regolamenti parlamentari, cavilli, emendamenti, statuti e materiali affini: ieri all’hotel Da Vinci, al raduno degli amministratori leghisti con anche i governatori delle regioni di centrodestra, l’ex ministro si aggirava con la sua cartelletta e dentro il quesito referendario lungo ben tre pagine. Matteo Salvini poi ha fatto sua l’idea, utile sia a sventare la minaccia di una legge elettorale proporzionale di Pd e 5 Stelle, che a continuare ad occupare l’agenda politica. E quindi ha lanciato un referendum sul Rosatellum che potrebbe tenersi nella primavera prossima. Il piano è quello di richiedere l’abrogazione della parte proporzionale dell’attuale legge, della quale rimarrebbe quindi solo l’assetto maggioritario. Un sistema all’inglese: collegi da 90 mila abitanti, sfida secca tra candidati, chi prende più voti è eletto. Sarebbe tagliata su misursa per il centrodestra odierno. «Quello che possiamo fare è cancellare la possibilità di inciucio a vita e togliere la quota proporzionale: 630 collegi in cui gli italiani sanno per nome e cognome chi eleggono. E quindi c’è un governo», ha spiegato il leader della Lega alla platea. Come ci si può arrivare, all’atto pratico? Sarà una corsa contro il tempo: almeno cinque regioni dovranno presentare la proposta nelle commissioni e dopo quel passaggio portarla nelle rispettive aule, tutto entro il 30 settembre. A quel punto, partirebbe l’iter per chiedere la consultazione, che comunque dovrebbe avere il via libera prima della Cassazione e poi della Corte costituzionale.
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Cremonesi Marco 
Titolo: Intervista a Matteo Salvini – «Referendum, ecco perché» – «Alle urne per il maggioritario I miei sindaci e governatori diranno tanti no al governo»
Tema: Legge elettorale

«Governa chi prende un voto in più, il modello delle Regioni. Così funzionano le democrazie moderne. E così deve funzionare anche da noi». Matteo Salvini parla dopo aver fatto un giro nell’«accampamento» di Pontida, le tende e i camper dei militanti arrivati da tutta Italia in quello che fu il Sacro prato identitario dei padani irriducibili. In giornata aveva riunito i dieci governatori del centrodestra e alcune centinaia di sindaci per lanciare la sua proposta: «Se cinque Regioni chiedono un referendum, non è una decisione di qualcuno sulla piattaforma Rousseau: si deve votare». E il referendum, nelle intenzioni del leader leghista, servirà ad «abrogare la parte proporzionale della legge elettorale per trasformare il nostro sistema in un sistema in cui chi prende più voti governa». Gli alleati la seguiranno compatti? Già oggi Mariastella Gelmini ha detto che il maggioritario va bene soltanto se c’è chiarezza sulle alleanze… «Esiste un’alleanza naturale tra tutti coloro che si oppongono alla sinistra e a questo governo della vergogna. È l’alleanza che nasce dalle persone, più che dai partiti, dal senso di rabbia per essere guidati da un Pd che ha perso tutte le elezioni degli ultimi anni».
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Milella Liana 
Titolo: Intervista a Giovanni Maria Flick – Flick “La consultazione può saltare se si approva prima la riforma”
Tema: Legge elettorale

Professor Flick ha letto la mossa di Salvini sulla legge elettorale? Se le cinque Regioni presentano richiesta di referendum la maggioranza giallo-rossa è costretta a fare subito la sua nuova legge elettorale per smarcarsi? «Tecnicamente non vedo ragioni che debbano indurre l’attuale maggioranza a una fretta particolare perché se le Camere discutono una legge di tipo proporzionale, mentre nel frattempo prima la Cassazione e poi la Consulta valutano l’ammissibilità del referendum delle Regioni, non si determina uno stop dell’una sull’altra iniziativa. Ma se la legge di origine parlamentare dovesse entrare in vigore prima dell’esito del referendum, essa sostituirebbe il Rosatellum e quindi presumibilmente il referendum non avrebbe più ragione di tenersi». In che situazione si troverebbero Cassazione e Consulta nel valutare l’ammissibilità di un referendum su una legge che potrebbe sparire? «Finché la legge destinata a sostituire il Rosatellum non entra in vigore, non succede nulla. Le Corti devono proseguire la loro valutazione. Il problema si pone solo dopo l’entrata in vigore della nuova legge. A meno che non si tenga conto della sentenza 68 del 1978 dove si afferma che il referendum “si trasferisce” sulla legge appena approvata, se essa contiene solo modifiche formali e di facciata a quella precedente». Quindi, anche se solo sul piano tecnico, sta dicendo che una nuova legge ferma il referendum? «Sì, alle condizioni che ho descritto prima».
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Testata:  Stampa 
Autore:  Iacoboni Jacopo 
Titolo: Retroscena – Grillo adesso cita Pasolini e lancia il Regeneration tour
Tema: M5S

Face off, cambio di faccia. Morto Gianroberto Casaleggio, che tutto dettava, dopo anni di propaganda molto dura sui migranti e contro l’euro, anni di macchina dell’odio sui social pro M5S, Beppe Grillo ora tenta di re-indossare l’antica maschera dei primi anni duemila, ambiente, futuro, giovani. Il cofondatore del Movimento 5 stelle e il suo nuovo team (con cui Casaleggio non ha a che fare) la prossima primavera organizzeranno un tour per l’Italia, un investimento paragonabile a quello dello Tsunami Tour, anche se non sarà con le insegne di partito, per cercare di dare un volto ecologista al suo Movimento. Gli italiani gli crederanno? E un altro paio di maniche, ma il tour si chiamerà “Regeneration Road”, e Grillo non sembra avvertire particolari pudori per ciò che nel frattempo il Movimento ha prodotto: dalle alleanze con Farage e la Brexit, agli incontri con Steve Bannon, al governo con Salvini, decreti sicurezza compresi. Il gruppo avrà due furgoncini, si sta pensando al classico van Volkswagen, simbolo della cultura hippie, e sarebbe tutto un programma. Ci sono tante cose del suo Movimento da far dimenticare, e allora verranno coinvolti nelle varie tappe comici, poeti, inventori, artisti, innovatori. A ognuno verrà chiesto: cosa significa per te «rigenerare» un Paese? Partendo dai classici specchietti per le allodole dei tempi del primo V-day: l’economia circolare, la politica, il futuro, il clima, l’ambiente, il tempo libero, gli affetti.
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Testata:  Stampa 
Autore:  Bertini Carlo 
Titolo: I renziani “lealisti” restano nel Pd e chiedono la presidenza per Delrio
Tema: Pd

«Ma quanti volete che se ne riesca a portare Matteo? Al Senato si e no saranno cinque….». Se a fare questa battuta non è un esponente di Zingaretti ma una renziana di ferro, la cosa fa più scalpore, perché conferma un fenomeno sottotraccia: la diaspora dei fedelissimi dell’ex leader. Divisi sulla scissione, da fare o da evitare. Da una parte i duri, Rosato in testa, Boschi, Bonifazi, Nobili, Marattin, altri parlamentari e tanti altri nei territori. Una barricata dove si ritroveranno in caso di scissione le ministre Bellanova e Bonetti, e i sottosegretari Ascani e Scalfarotto. Tutti a presidiare l’area Renzi. Mentre il ministro Guerini e i sottosegretari Margiotta, Malpezzi e Morani resteranno nel Pd. Insieme a decine di parlamentari della corrente Base riformista. II Rimpasto nel partito A patto però che Zingaretti registri il cambio di fase politica che la costruzione del governo deve comportare anche nel Pd. Tradotto, la corrente di Guerini e Lotti, chiede una gestione collegiale che porti magari ad una presidenza affidata alla ex minoranza: con un identikit che potrebbe corrispondere a quello di Graziano Delrio, che lascerebbe il posto ad un capogruppo fedele al segretario.
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Economia e finanza

Testata:  Sole 24 Ore 
Autore:  Romano Beda – Trovati Gianni 
Titolo: Ecofin Gualtieri: la manovra non sarà restrittiva – Manovra 2020 non restrittiva ma senza sfondare sul deficit
Tema: Manovra

Come altri governi italiani, anche quello appena nato sarà costretto a un sentiero stretto nel gestire le finanze pubbliche. Da Helsinki, il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha spiegato ieri che la Finanziaria per il 2020 rispetterà le regole di bilancio dell’Unione, ma non sarà “restrittiva”. Un’impostazione, quella al centro ieri delle discussioni fra il neoministro e i suoi colleghi, che si tradurrebbe in una posizione di bilancio sostanzialmente neutra, non troppo lontana dai livelli di deficit di quest’anno. L’obiettivo è di usare i margini di finanza pubblica consentiti dal Patto di Stabilità e magari ottenere una moratoria negli adempimenti di bilancio. «È ovvio ch e questo Governo si batte all’interno delle regole, che comprendono anche il pieno uso della flessibilità come chiesto da alcuni gruppi politici» e come detto dalla presidente eletta della Commissione europea Ursula yonder Leyen, ha detto il ministro in una conferenza stampa, alla fine di una due-giorni di riunioni ministeriali. Entro metà ottobre, il ministero dell’Economia deve presentare un progetto di bilancio per l’anno prossimo. Ai miei colleghi – ha aggiunto il ministro – «ho detto che una manovra restrittiva sarebbe controproducente e stiamo lavorando per collocarla nel quadro di una più generale e appropriata fiscal stance (posizione di bilancio, ndr) dell’area euro». La speranza italiana che la Commissione europea possa concedere nuovi margini di manovra, consapevole che il rilancio dell’economia è indispensabile per contrastare disoccupazione giovanile ed estremismo politico. In pratica, nel debutto all’Ecofin come titolare dei conti italiani Gualtieri ha cercato il punto di equilibrio fra l’esigenza di evitare misure restrittive in tempi congiunturali difficili e quella di mantenersi nei binari delle regole comunitarie.
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Caizzi Ivo 
Titolo: «La manovra non sarà restrittiva»
Tema: Manovra

Il governo M5S-Pd appoggia in pieno la strategia espansiva promossa dal presidente della Banca centrale europea Mario Draghi con nuovi stimoli monetari e la richiesta alla Germania e all’Olanda di investire suoi maxi surplus delle partite correnti per rilanciare la crescita all’interno e nel resto della zona euro. Lo ha chiarito il neo responsabile dell’Economia Roberto Gualtieri, che ha esordito alle riunioni a Helsinki dei ministri finanziari dell’Eurogruppo/Ecofin anticipando di conseguenza il «no» dell’Italia a eventuali richieste Ue di «manovra restrittiva» perché «sarebbe controproducente in questa fase» di rallentamento dell’economia. Gualtieri ha condiviso la linea di Draghi con la maggioranza dei 19 ministri dell’Eurogruppo e il vicepresidente lettone della Commissione europea Valdis Dombrovskis, mettendo in minoranza l’opposizione di Germania, Olanda, Finlandia e Austria. «L’auspicio è che per effetto di questa discussione ci sarà una politica di bilancio più espansiva per tutta l’eurozona», ha detto Gualtieri, sollecitando Berlino e L’Aja a rispettare le regole Ue sui surplus eccessivi con più investimenti perla crescita. «Molti Paesi hanno sottolineato quello che giustamente è stato detto da Draghi, che le misure di politica monetaria sono molto importanti – ha aggiunto il ministro – e noi confermiamo il nostro apprezzamento per la Bce, ma anche la politica di bilancio deve fare la sua parte. Sarebbe opportuno che a livello euro- peo si rispondesse al rallentamento dell’economia con una politica più espansiva, a partire dai Paesi con più spazio fiscale».
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Fubini Federico 
Titolo: Il retroscena – L’obiettivo del ministro: mantenere il deficit non lontano dal 2% del Pil
Tema: Manovra

Ieri a Helsinki Roberto Gualtieri ha detto ai ministri finanziari europei che una manovra restrittiva sarebbe «controproducente» e il ministro dell’Economia potrebbe averli persuasi. L’area euro rallenta, la Germania probabilmente è già in recessione, l’economia italiana è ferma da più di un anno, mentre restano le incognite della Brexit e delle guerre commerciali dell’America di Donald Trump. Quel che Gualtieri però non poteva ancora dire ieri, è cosa significhi in cifre il suo rifiuto di firmare una manovra restrittiva. Quello oggi è il dato più importante per il futuro del governo: sapere dove cade l’obiettivo di deficit dell’anno prossimo significa capire quanto grande sarà la correzione di bilancio necessaria, dunque quanto denaro il governo deve ritirare dall’economia per far tornare i conti; sulla base di questo numero diventa possibile stimare quanto spazio il governo avrà per tagliare le tasse o aumentare gli investimenti nel 2020, quindi quanto può rispondere alle attese degli italiani di ottenere in fretta più potere d’acquisto. Gualtieri non ha fornito cifre, per ora. Ma se questo Ecofin «informale» di Helsinki ha prodotto un risultato, esso indica che il quadro nell’area euro non è sostanzialmente cambiato. Un’eventuale riforma del patto di Stabilità è resa poco probabile dal disaccordo attorno al tavolo e comunque non riguarda il bilancio che l’Italia deve definire in poche settimane. Per questo il ministro dell’Economia è ripartito per Roma con la conferma che l’obiettivo di deficit per l’anno prossimo non dovrà discostarsi da quello del 2019.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Petrini Roberto 
Titolo: Il piano del Tesoro Taglio ai contributi per alzare i salari
Tema: Manovra

Certo non sarà come l’helicopter money di cui parlò una volta il presidente della Fed Ben Bernanke, ovvero una operazione per mettere direttamente nel conto corrente dei cittadini un pacchetto di dollari e spingerli così, inevitabilmente, a spendere, senza aspettare i prestiti delle banche. Tuttavia l’idea di forzare la situazione, seppure nei limiti del bilancio c’è: ridurre il cuneo fiscale e mettere nelle tasche dei lavoratori 4-5 miliardi per aumentare il potere d’acquisto e stimolare domanda e consumi. Che la platea destinata all’operazione sia quella del solo lavoro dipendente a basso reddito è scontato: lo ha detto in Parlamento il premier Conte, lo pensa il ministro del Tesoro Roberto Gualtieri. Il rebus è come comporre l’operazione per renderla il più fluida possibile e non attaccabile sul piano giuridico. Le opzioni sul tavolo sono molte: il primo nodo da sciogliere è se agire sui contributi in busta paga, sulle detrazioni fiscali da lavoro dipendente, oppure addirittura sulle aliquote Irpef. Quest’ultima è quella che ha minori probabilità di arrivare a destinazione: un intervento sugli scaglioni pur non essendo costoso (il taglio di un punto delle aliquote oggi a quota 27% e 38% costerebbe solo 3 miliardi) beneficerebbe, oltre al lavoro dipendente, anche gli autonomi che hanno già avuto la flat tax fino a 65 mila euro con il precedente governo.
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Testata:  Sole 24 Ore 
Autore:  Mobili Marco – Parente Giovanni 
Titolo: Partite Iva, super forfait a rischio – Autonomi, a rischio l’estensione della flat tax fino a 100mila euro
Tema: Partite Iva

C’è una flat tax già in bilico. L’imposta secca al 20% per le partite Iva con ricavi fino a 100mila euro deve essere ancora autorizzata da Bruxelles. E questo potrebbe non essere un dettaglio da poco visto che il nuovo regime agevolato per professionisti e imprese dovrebbe debuttare tra poco più di tre mesi e soprattutto perché, come annunciato dal nuovo ministro all’Economia, Roberto Gualtieri, è ormai dato per acquisito l’addio definitivo a ogni progetto di flat tax. Il riferimento del ministro era certamente a quella flat tax di matrice leghista che avrebbe dovuto garantire già dal prossimo anno un prelievo del 15% sui redditi di lavoratori dipendenti e pensionati del ceto medio. Per ridurre la pressione fiscale il ministro ha preso tempo e ha inserito l’intervento in un piano di interventi almeno triennale, ma al di fuori della logica della “tassa piatta”. Un annuncio che però dovrà essere accompagnato dai fatti considerato che il percorso disegnato dalla Lega prevedeva che tutti i contribuenti arrivassero progressivamente a pagare il 15% di tasse. Annunciare di voler interrompere questo percorso vuole dire anche doversi confrontare con il divario che si è venuto creare tra i circa 2 milioni di partite Iva che con 65mila euro di fatturato applicano un’imposta sostitutiva “piatta” del 15% o del 5% per chi avvia una nuova attività (con un’impennata nei primi sei mesi del 2019 in cui quasi una partita Iva su due ha scelto il regime agevolato) e lavoratori dipendenti e pensionati che con redditi di importo molto inferiore hanno un prelievo che oggi e per almeno un altro anno ancora partirà dal 23 per cento.
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Testata:  Sole 24 Ore 
Autore:  Orlando Luca 
Titolo: Le imprese fanno i conti con le strategie nell’era dei tassi a zero – Le imprese nell’era dei tassi a zero
Tema: Regole Bce

Più liquidità a costi contenuti. Le nuove misure varate dalla Bce puntano a rilanciare l’economia reale spingendo le banche ad erogare prestiti con maggiore convinzione. Ma cosa cambierà in concreto per le aziende? Le attese degli operatori sono per una marginale discesa dei prezzi, con possibili benefici anche per l’emissione di bond aziendali, rilanciati dal calo dello spread. Possibile spinta anche per i minibond, via via più appetibili per gli investitori a caccia di rendimenti in un mondo che offre tassi sempre meno allettanti. Più difficile stimare l’impatto sui volumi, che al momento non paiono frenati in modo evidente dal lato dell’offerta, piuttosto dalla riluttanza ad investire in un quadro nazionale e soprattutto estero che resta incerto. I dati al momento sono interlocutori e in parte contrastanti. La bank lending survey (Banca d’Italia- Bce) evidenzia nella rilevazione di luglio un «moderato inasprimento» delle condizioni di erogazione nel secondo trimestre, con il saldo delle risposte che vede valori peggiori solo a ottobre del 2013. Guardando però alle rilevazioni Istat i movimenti paiono ancora limitati: solo il 10% del campione di imprese segnala condizioni di accesso meno favorevoli, quota che nel pieno del credit crunch arrivava fino al 39%. A ricevere “no” dalla banca è invece il 6,4% delle aziende, quota che a metà 2013 aveva toccato livelli tripli. Trend comunque non omogenei, con segmentazioni ben visibili ad esempio per dimensione d’impresa. Nei dati Bankitalia, tra 2017 e 2018 per le imprese a basso rischio i prestiti sono aumentati per tutte le categorie dimensionali, con valori tuttavia crescenti all’aumentare della stazza.
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Galluzzo Marco 
Titolo: Conte rilancia l’Alta velocità: «La sfida è portarla al Sud»
Tema: Sviluppo del Mezzogiorno

La Tav Napoli-Bari, una Banca per il Sud, un Piano straordinario per lo sviluppo del Mezzogiorno da far approvare anche all’Ue, con un regime fiscale agevolato, lo scomputo degli investimenti «verdi» dai vincoli del patto di Stabilità. Giuseppe Conte inaugura la Fiera del Levante, parla di quello che il governo sta facendo in tema di manovra di Bilancio e di evasione, ma soprattutto parla di Sud, che «non può essere staccato dal Nord o dal resto del Paese». Auspici e promesse sono nella cornice di «mercati che stanno scommettendo sul nostro Paese, sulla nuova fase politica». Una nuova fase che vale l’annuncio di Bari come sede del prossimo G20, ma soprattutto un discorso quasi tutto incentrato sulle potenzialità del Sud: «Mai come adesso la prospettiva economica dell’Unione europea vede con favore l’investimento di risorse private e pubbliche in tutti i settori ritenuti strategici per conseguire gli obiettivi fondamentali di una crescita economica equilibrata. Sono consapevoli che la strada per rafforzare concretamente l’Unione passa perla rinascita di tutte quelle che ho definito le periferie, non solo geografiche. Mai come adesso, il Sud ha l’occasione di essere al centro dell’agenda politica non solo italiana». Il premier garantisce investimenti per il Sud, che sarà «al centro del patto con l’Ue» e ribadisce l’obiettivo del governo giallo-rosso di tagliare le tasse alle famiglie con reddito medio-basso e alle imprese. Per farlo, l’esecutivo si muoverà attraverso «quattro linee per recuperare» risorse: già la «riduzione dello spread» aiuta, ma «abbiamo da perseguire anche un decisivo e rigoroso piano di contrasto all’evasione fiscale e una verifica della spesa pubblica improduttiva e da ultimo avviare e completare un riordino del sistema delle agevolazioni fiscali».
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Voltattorni Claudia 
Titolo: Intervista a Barbara Lezzi – Lezzi: io esclusa Avevo messo ordine, non so se chi c’è ora continuerà a farlo
Tema: Sviluppo del Mezzogiorno

L’Alta velocità al Sud? Certo che serve, come servono nuove infrastrutture, ma ci vuole la volontà di farle, la volontà politica, perché i fondi ci sono e se ne possono trovare anche altri». Barbara Lezzi, senatrice Cinque Stelle ma soprattutto fino a pochi giorni fa ministra per il Sud, ha da poco sentito l’intervento del presidente del Consiglio Giuseppe Conte alla Fiera del Levante a Bari che ha parlato dell’Alta velocità nel Mezzogiorno come «una delle sfide del mio governo». Senatrice, è d’accordo? «Ovvio, le infrastrutture sono una delle priorità per il Sud e lo sono state durante il mio lavoro da ministro. Già con lo Sbloccacantieri era stato previsto lo sblocco di 11 miliardi per autostrade e ferrovie da realizzare al Sud». E favorevole all’Alta velocità quindi? «Sì, è necessaria per collegare i porti, per raggiungere le università del Sud. Finalmente la Napoli-Bari è partita, se ne è parlato per anni, piano piano sarà pronta tra il 2023-2024, ma già non è più sufficiente per quello di cui ha bisogno il Meridione. Io avevo presentato un grande progetto da realizzare con i fondi europei per creare nuovi collegamenti tra porti del Sud e le diverse università». Ed ora? Con il cambio di governo e ministro, si fermerà tutto? «Tomi auguro di no. Questa è una grande occasione per nuovi progetti: bisogna agire subito sulla riprogrammazione dei fondi europei e far sì che il Sud ne ottenga altri». Il premier ha detto che vorrebbe che « lo sviluppo del Mezzogiorno fosse tra i temi al centro dell’agenda europea» e ha parlato di «regime speciale per il Sud». E d’accordo? «Certo. Sulle zone economiche speciali avevamo già in programma di eliminare Ires e oneri doganali».
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Testata:  Sole 24 Ore 
Autore:  Mangano Marigia 
Titolo: Benetton in campo su Autostrade – Benetton in campo su Atlantia, ipotesi spin off Aspi
Tema: Infrastrutture

Edizione, primo azionista di Atlantia, scende in campo dopo l’inchiesta bis sui report falsi sulle infrastrutture, mentre spunta l’ipotesi di uno scorporo di Aspi da Atlantia. Gli ultimi sviluppi giudiziari che hanno portato a tre arresti domiciliari e sei misure interdittive nell’ambito dell’inchiesta di Genova, nata come costola di quella del crollo del Ponte Morandi, hanno spinto la famiglia Benetton ad alzare la voce. Con una nota diffusa ieri, la holding sembra cosi preannunciare un cambio di passo netto rispetto al passato: «Alla luce dei recentissimi eventi, Edizione, come azionista di riferimento, prenderà senza esitazione e nell’immediato tutte le iniziative doverose e necessarie, anche a salvaguardia della credibilità, reputazione e buon nome dei suoi azionisti e delle aziende controllate e partecipate – sottolinea Edizione – in relazione alle diverse indagini in corso dopo la tragedia del crollo del ponte Morandi di Genova». La holding nella nota «esprime il suo sgomento e il suo turbamento per quanto emerso nelle ultime ore a seguito della doverosa attività svolta dall’Autorità Giudiziaria, in relazione alle diverse indagini in corso dopo la tragedia del crollo del Ponte Morandi di Genova, con i suoi 43 morti che pesano sulle coscienze, ed esprime l’assoluto suo rispetto per il lavoro svolto dalle Autorità competenti». Toni e tempistica del comunicato di Ponzano Veneto sono il risultato di un lungo confronto che si sarebbe tenuto in Edizione dopo gli ultimi sviluppi giudiziari. L’impressione, riferisce una fonte autorevole, è che la famiglia voglia prendere le distanze dalla gestione di Aspi e di Atlantia fotografata dall’inchiesta bis sui report falsi.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Puledda Vittoria 
Titolo: I Benetton: “Sgomento dopo le nuove indagini”
Tema:  Infrastrutture

Tira aria di resa dei conti su Autostrade. Ieri la famiglia Benetton, con una nota molto dura in cui tenta di prendere le distanze dalla sua controllata Atlantia, ha annunciato «iniziative doverose e necessarie». È possibile che possano arrivare già domani, nel corso di un consiglio di amministrazione di Edizione – la holding dei Benetton – fissato da tempo ma che, alla luce delle mosse della magistratura e della presa di posizione della famiglia, potrebbe essere già risolutivo. Sicuramente se ne discuterà a fondo. Nel comunicato si specifica che le iniziative saranno prese «senza esitazione e nell’immediato» da Edizione, nella sua qualità di azionista di riferimento di Atlantia. Bocche cucite a Treviso, su cosa bolla in pentola. Ma gli umori che trapelano sono piuttosto cupi. La nota parla di «sgomento e turbamento per quanto emerso nelle ultime ore, a seguito della doverosa attività dell’autorità giudiziaria» e ricorda i 43 morti «che pesano sulle coscienze». Le attese sono per decisioni adeguate alla gravità della situazione, a mosse radicali, «anche a salvaguardia di credibilità e reputazione» di azionisti e società coinvolte. Di più non si dice, ma certo la posizione dell’ad di Atlantia, Giovanni Castellucci, se non pericolante è molto difficile. Il manager è stato appena riconfermato alla guida della società quotata di cui Edizione, come ricorda la stessa nota, detiene il 30,25%. Ma dopo la presa di posizione di ieri, non si possono escludere colpi di scena. Ieri intanto è stato reso noto che i dipendenti di Autostrade per l’Italiane dell’altra controllata Spea Engineering raggiunti dai provvedimenti della magistratura sono stati sospesi dalle rispettive società. Domani si riunirà un consiglio straordinario di Aspi, che «valuterà ulteriori iniziative a tutela della società» mentre martedì sarà la volta di Spea Engineering.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  De Marchis Goffredo 
Titolo: Il caso – Di Maio insiste “Via i Benetton” Gelo con il Pd – Di Maio insiste: revoca a Autostrade Gelo del Pd: ci affidiamo a Conte
Tema: Infrastrutture

Prima grana. E nel mondo alla rovescia del governo giallo-rosso, il Partito democratico si appella a Giuseppe Conte, premier espresso dal M5S. «Le concessioni autostradali sono un problema – ammette il sottosegretario dem alle Infrastrutture Salvatore Margiotta -. Non c’è una sintesi tra noi e i grillini. Il presidente dovrà dirimere la questione». È il giorno in cui Luigi Di Maio rilancia la grande battaglia della revoca della concessione ai Benetton. C’è la notizia delle nove misure cautelare per report “addomesticati” sulle condizioni dei viadotti autostradali. Il ministro degli Esteri perciò avverte: «Noi andiamo avanti con la volontà di revocare la rete ad Atlantia, ovvero a quella azienda che non ha manutenuto il Ponte Morandi». Ma è ormai la revoca più lunga del mondo. Annunciata all’indomani della tragedia di Genova e poi sempre sospesa, durante il periodo giallo-verde, punto di contrasto tra gli attacchi del M5S e le frenate dei dirigenti della Lega. Cosa è cambiato adesso? Il Pd confessa che in sede di trattativa per il programma, il tema è stato, come dire, accantonato. Non è insomma tra le priorità e soprattutto non è stato raggiunto alcun accordo su come gestire il dossier. Nel discorso della fiducia Conte ha parlato di «progressiva revisione di tutto il sistema», ha garantito che non «saranno fatti sconti per gli interessi privati di qualcuno» riferendosi al crollo del Ponte.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Livini Ettore 
Titolo: La Rete dell’evasione Dai giganti del web solo 37 milioni di tasse
Tema: Evasione fiscale

L’Italia rimane un paradiso fiscale per i giganti del web. Il pressing delle Procure e dell’Agenzia dell’Entrate per convincere i big hi-tech a pagare le tasse sui profitti generati nel nostro Paese ha funzionato per ora a scartamento ridotto: Google, Amazon, Facebook e Apple hanno patteggiato 824 milioni di versamenti all’erario come risarcimento per le somme non versate nel passato. Ma ogni volta che si trovano a chiudere bilanci ufficiali di fine anno, per l’Erario tricolore restano solo le briciole. La prova? I conti 2018 dei diretti interessati. Airbnb, Uber, Google, Facebook, Amazon, Apple e Twitter hanno pagato all’erario italiano in totale 37 milioni di euro. Meno del gettito fiscale garantito allo Stato dalla sola Amplifon con i suoi apparecchi acustici. Il ristorante “Cracco Peck” di Milano paga più tasse di quelle sborsate complessivamente da Deliveroo, TripAdvisor e Just Eat, tre marchi che macinano ogni giorno migliaia di pranzi e cene sfruttando il lavoro di un esercito di rider sottopagati. La De Longhi e i suoi elettrodomestici sono per Roma un contribuente più generoso dell’impero Amazon. La società di Jeff Bezos ha colonizzato il mercato delle vendite online in Italia e ha assunto oltre 6 mila dipendenti nel Belpaese. Ma nel 2018 ha pagato all’Agenzia delle Entrate circa 5 milioni, meno del produttore del Pinguino. Un’imposta low-cost rispetto ai 100 milioni pagati a fine 2017 per l’accertamento con adesione firmato per chiudere tutte le potenziali controversie fiscali fino a fine 2015.
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Testata:  Espresso 
Autore:  Occorsio Eugenio 
Titolo: Bruxelles aiutaci tu
Tema: Commissione Ue

Bentornata Italia, welcome back Italy, willkommen zurück Italien, content de te revoir Italie, bienvenido de nuevo Italia. Ursula von der Leyen, prossima presidente della Commissione di Bruxelles, ha steso un tappeto rosso a Paolo Gentiloni assegnandogli nientemeno che il ruolo di commissario agli Affari economici. Emmanuel Macron si è detto pronto a perdonare il neo-ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, per l’appoggio ai gilet gialli che aveva provocato il primo richiamo dell’ambasciatore a Roma dal 1940, e anzi ha annunciato un’immediata iniziativa comune sui migranti. Christine Lagarde, che si sta per insediare alla Bce al posto di Mario Draghi, si è spinta a definire «un bene per l’Italia e per l’Europa» la nomina a ministro dell’Economia di Roberto Gualtieri. Mai un governo di alcun Paese è stato salutato al suo insediamento con tanto calore in ogni parte d’Europa (e d’America se si pensa al tweet entusiasta di Trump su Conte). «A forza di dire che volevamo uscire dall’euro, che volevamo “riprenderci le chiavi di casa”, abbiamo rischiato che quest’iniziativa la prendessero gli altri, che ci buttassero fuori loro. Siamo arrivati a essere considerati una fonte di contagio intorno a cui stendere un cordone sanitario». Daniel Gros, economista tedesco di stanza a Bruxelles, è drastico: «Guardavano l’Italia come si guardava a certe dittature sudamericane. Stessa affidabilità, stessa coerenza». Ora come d’incanto, tutto risolto. L’Italia è rientrata a pieno titolo in Europa. Ma come nelle favole, il ritorno miracolosamente incolumi a casa porta con sé una valanga di obblighi, di impegni, di promesse da onorare
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Societa’, istituzioni, esteri

Testata:  Sole 24 Ore 
Autore:  Fabbrini Sergio 
Titolo: Ue, così von der Leyen ridisegna le priorità
Tema: Commissione Ue

Ce l’abbiamo fatta, anche se a fatica. Il secondo governo Conte è riuscito a proporre a Bruxelles un commissario (Paolo Gentiloni) congeniale con la maggioranza europeista che sostiene la nuova Commissione europea. Ce l’ha fatta anche Ursula von der Leyen a comporre una Commissione inclusiva di diversi interessi nazionali e partitici, Commissione che dovrà ricevere (il prossimo mese) l’approvazione del Parlamento europeo. Andrebbe aggiunto che la decisione (presa anni fa) di garantire a ogni Paese un proprio commissario continua a generare una Commissione ipertrofica di 27 membri. Comunque sia, quali sono le novità della Commissione? Per quanto riguarda il ruolo istituzionale, la Commissione von der Leyen ha interrotto il processo di parlamentarizzazione che era stato avviato dalla precedente Commissione di Jean-Claude Juncker. Disse Juncker IL 15 luglio 2014 al Parlamento europeo: «Perla prima volta (la mia Commissione) ha un rapporto diretto con il risultato delle elezioni del Parlamento europeo…in linea con le regole e le pratiche della democrazia parlamentare». Nelle lettere d’incarico ai commissari di pochi giorni fa, Ursula von der Leyen afferma invece che la sua Commissione avrà «un rapporto speciale» con il Parlamento europeo, ma non un rapporto di fiducia politica con esso.
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Testata:  Sole 24 Ore 
Autore:  Bellomo Sissi 
Titolo: Petrolio, colpita al cuore la produzione in Arabia Saudita
Tema: Attacco di droni ai pozzi sauditi

Un attacco al cuore del petrolio saudita, di una gravità con pochi precedenti nella storia il bombardamento di due impianti di Saudi Aramco ha costretto Riad a dimezzare la produzione di greggio, secondo indiscrezioni, con una perdita di circa 5 milioni di barili al giorno: volumi pari al 5% dei consumi mondiali, di cui sarebbe difficile fare a meno e che domani alla riapertura dei mercati rischiano di provocare un’impennata delle quotazioni del barile (il Brent scambia attualmente intorno a 60 dollari). Se l’entità del danno venisse confermata, sarebbe paragonabile solo a quello provocato dall’incendio dei pozzi del Kuwait da parte delle truppe irachene di Saddam Hussein nel 1991. Un disastro all’epoca anche ambientale – centinaia di pozzi bruciarono per oltre dieci mesi – mentre stavolta le preoccupazioni sono soprattutto di ordine geopolitico ed economico. Le fiamme sono state estinte nel giro di poche ore e Riad potrebbe anche riuscire a contenere il danno: secondo voci ufficiose che filtravano ieri sera, il pieno recupero degli impianti dovrebbe richiedere tempi brevi e nel frattempo i sauditi potrebbero rifornire il mercato attraverso le ampie scorte che ha accumulato non solo in patria, ma anche in Giappone, in Nord Europa e sul Mediterraneo. In caso di emergenza ci sono anche le riserve strategiche, che i Paesi Ocse sono obbligati a conservare. Nella serata di ieri Donald Trump ha telefonato al principe ereditario saudita Mohammed bin Salman per offrire il supporto degli Usa e questi gli ha assicurato che Riad «vuole ed è in grado di far fronte a questa aggressione terroristica».
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Olimpio Guido 
Titolo: Attacco di droni ai pozzi sauditi L’America accusa Teheran – Attacco con i droni al petrolio saudita
Tema: Attacco di droni ai pozzi sauditi

Olimpio Un attacco al cuore economico saudita. Un colpo in un momento critico per i progetti dell’ambizioso principe Mohammed bin Salman. A sferrarlo i guerriglieri yemeniti Houti, alleati dell’Iran. La formazione ha preso di mira gli impianti petroliferi di Abgaiq e Kharais usando droni e, forse, missili da crociera. Devastante l’esito. L’attività nei due complessi è stata bloccata completamente e questo comporta una riduzione della metà della produzione di greggio. Per rimediare useranno le riserve e contano su iniziative di altri Paesi. Fin dalla primavera numerosi analisti avevano messo in guardia sulla mancanza di protezione adeguata. Il doppio scudo anti-missile era ritenuto insufficiente e in passato i qaedisti avevano organizzato dei sabotaggi (falliti). Le previsioni erano fondate. All’alba le località – distanti 200 chilometri una dall’altra – sono state scosse da una serie di esplosioni, seguite poi da incendi violenti che hanno impegnato per ore i pompieri. Insieme alle deflagrazioni sono risuonate raffiche di mitragliatrice, un tentativo tardivo di contrastare la minaccia. Poi, puntuale, è arrivata la rivendicazione degli Houti, dove si precisava l’impiego di almeno io velivoli e l’attività di intelligence, il riferimento ad una quinta colonna che avrebbe dato informazioni utili per il raid.
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Testata:  Stampa 
Autore:  Molinari Maurizio 
Titolo: La prima guerra dei droni – La prima guerra dei droni scuote il medio oriente
Tema: Attacco di droni ai pozzi sauditi

L’ attacco dal cielo contro gli impianti petroliferi di Aramco in Arabia Saudita rivela come, senza proclami ma con un’intensità crescente, è in pieno svolgimento in Medio Oriente la prima guerra dei droni. I droni come strumento d’attacco si affacciano nell’estate 2018: in luglio un aereo iraniano senza pilota, armato di esplosivi, viola le difese israeliane e penetra per 10 km sui cieli della Valle del Giordano prima di essere abbattuto da un elicottero; in agosto i ribelli houti filo-iraniani lanciano droni armati sui palazzi reali sauditi che riescono a fermarli con un intenso fuoco delle batterie antiaeree. Da allora ad oggi questa tipologia di attacchi non ha fatto che aumentare, su entrambi i fronti. Dalle basi nel Nord dello Yemen gli houthi hanno bersagliato città, luoghi santi, aeroporti civili, basi militari ed ora anche impianti petroliferi sauditi causando poche vittime ma ingenti danni e soprattutto dimostrando di poter violare a piacimento la sovranità del regno wahabita, nazione leader del mondo sunnita. Dalle basi nel Sud della Siria unità Hezbollah e milizie sciite hanno tentato a più riprese di lanciare simili attacchi contro Israele, con droni sempre più sofisticati e meglio armati. Israele finora è riuscita a difendersi in maniera più efficace dell’Arabia Saudita ma numero e intensità degli attacchi sono in aumento, svelando la decisione del generale iraniano Qassem Suleimani, capo della Forza Al Quds a cui rispondono le milizie sciite in Medio Oriente, di far leva sui droni in maniera strategica.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Cadalanu Giampaolo 
Titolo: La Tunisia in crisi tifa per il populista re della televisione
Tema: Tunisia

Se le candidature sono tante da rendere poco definite le prospettive del Paese, è chiara invece la logica con cui oggi sette milioni di elettori potenziali faranno la loro scelta. Niente motivazioni ragionate, addio ideologie. Come canta l’inno dei manifestanti algerini “adottato” anche dai tunisini, “la liberté est d’abord dans nos coeurs”, la libertà è anzitutto nei nostri cuori. Pazienza se lo stomaco è vuoto: il richiamo più forte è quello populista, o quello religioso. Non è un caso che nessuno dei candidati si sia azzardato a parlare dei rapporti con il Fondo monetario internazionale, che pure saranno un tema essenziale nei prossimi mesi. Nei sondaggi più o meno riservati è in testa proprio Nabil Karoui, il patron di Nessma tv che sognava di diventare il “Berlusconi del Maghreb”. Durante la campagna elettorale era in declino, a fare la sua fortuna è arrivato l’arresto il 23 agosto con accuse di riciclaggio e frode fiscale. Così, da dietro le sbarre, il miliardario che andava in periferia a distribuire pacchi alimentari e prometteva di sradicare la povertà si è trasformato all’improvviso in un paladino anti-sistema. «Non credo che ce la farà. È popolare fra i più poveri nel nord e nel sud del Paese, ma per vincere serve una macchina elettorale, e la sua è ferma. Chissà se i sostenitori decideranno di prendere un bus per andare al seggio», dice Zied el Heni, editorialista del quotidiano La Presse. In teoria per il secondo turno sembra ben piazzato anche Abdelfattah Mourou, barba lunga e una sfumatura di cosmopolitismo.
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Battistini Francesco 
Titolo: La Tunisia cerca il suo leader: l’ex favorito corre dal carcere
Tema: Tunisia

Vede la famiglia una volta la settimana, separato da un vetro. Divide cinque metri quadri di cella con due criminali comuni. Può guardare la tv, ma non partecipare ai talk. Ha il diritto di leggere libri e giornali, ma non d’usare telefono, tablet, carta e penna. Oggi, non potrà nemmeno votare perse stesso. «Ammanettato come il conte di Montecristo», «oppresso come Mandela», «perseguitato come Berlusconi» – i suoi fan non risparmiano iperboli -, questa sera un detenuto del carcere della Mornaguia, il milionario Nabil Karoui, potrebbe essere uno dei due candidati ammessi al ballottaggio per la presidenza della Tunisia. Tutti i sondaggi lo davano favorito già prima che la polizia l’arrestasse i123 agosto, per una vecchia accusa d’evasione fiscale e riciclaggio. Ancor di più adesso che si dichiara «II primo prigioniero politico dalla caduta di Ben Ali», manda in giro la moglie Salwa a comiziare, tappezza Tunisi con lo slogan «II carcere non mi fermerà, ci vediamo alle urne!», racconta d’essere stato malmenato dai poliziotti che l’hanno bloccato a un casello dell’autostrada: quanto basta all’Ue e al Carter Center per dire che in queste elezioni non sono state garantite condizioni di parità.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Nigro Vincenzo 
Titolo: Di Maio invita Pompeo a Roma colloqui su Libia e Iran
Tema: Libia

Qualcuno ha detto che la Farnesina è stato il regalo inaspettato che Luigi Di Maio ha trovato sul suo tavolo al termine della crisi di agosto. Dopo le prime mosse tutte dedicate alla formazione del nuovo governo e al bilanciamento nel Movimento 5 stelle, da un paio di giorni il ministro ha aperto il pacco-dono, e ha iniziato a fare le prime mosse da responsabile degli Esteri. Il vero esordio sarà domenica prossima, 22 settembre, quando Di Maio volerà a New York per l’Assemblea generale Onu. Salirà sullo stesso aereo del presidente del Consiglio Giuseppe Conte: il premier rimarrà all’Onu fino a martedì, mentre il leader 5Stelle proseguirà fino a giovedì. Per il ministro sarà un corso accelerato di diplomazia e di politica internazionale. Almeno una ventina di incontri bilaterali con altri ministri degli Esteri, più le riunioni collegiali con i colleghi Ue e negli altri format Onu. Il discorso nell’aula del Palazzo di Vetro lo farà Conte, il maggior numero di bilaterali e contatti spetterà al ministro degli Esteri. La seconda “mossa” da responsabile della Farnesina è la più rilevante per importanza politica. Di Maio l’ha preparata venerdì scorso, quando il suo staff ha confermato con un tweet che il ministro ha ricevuto alla Farnesina l’ambasciatore americano Lewis Michael Eisenberg. Non era un incontro di cortesia, l’ex tesoriere del partito repubblicano che Trump ha mandato in Italia nel 2017 ha discusso qualcosa di concreto: il ministro italiano ha invitato il Segretario di Stato Mike Pompeo in Italia. E Pompeo ha accettato, dovrebbe essere a Roma già il 2 e 3 ottobre.  Di sicuro Pompeo metterà la partecipazione dell’Italia alla “coalizione” anti-Iran in cima alle sue richieste. Al contrario, l’italiano è già stato indottrinato dai suoi diplomatici sul tema Libia, che è quello che l’Italia metterà invece al primo punto della sua lista.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Grossman David 
Titolo: Israele Democrazia contro oppressione la sfida dei cittadini arabi per creare uno Stato per tutti
Tema: Israele

Nelle ultime elezioni (aprile 2019) sono stati eletti 12 parlamentari arabi, distribuiti in diverse liste. Nella legislazione precedente i parlamentari arabi erano 14, concentrati nella Lista araba unita Quindi è ancora più importante che coniate alle urne. In questi giorni bui astenersi dal voto significa rinunciare alla possibilità che Israele diventi uno Stato veramente democratico ed egualitario per tutti i suoi cittadini. Significa far precipitare questo Paese in un abisso sempre più nazionalistico, fanatico e razzista e, di conseguenza, annientare la microscopica probabilità di un accordo di pace tra Israele e i palestinesi nei Territori. In altre parole, la vostra astensione al voto alle prossime elezioni potrebbe avere un impatto decisivo sulla continuazione dell’occupazione e sulla vita dei palestinesi in Cisgiordania e Gaza. Una massiccia astensione significa anche che la minoranza araba in Israele preferisce continuare ad aggrapparsi all’offesa della guerra del `48 e alla continua discriminazione che ne è seguita come a una scusa per non fare nulla. Per non rivendicare in maniera legale e democratica tutti i propri diritti e i propri doveri civili. Per non sfruttare lo strumento più importante che la democrazia israeliana vi mette a disposizione e continuare a trincerarvi nella sensazione di essere una vittima impotente.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Santelli Filippo 
Titolo: A Hong Kong risuona l’inno della rivolta
Tema: Hong Kong

E dopo giorni di sfida a chi canta più forte, ieri si è passati alle mani. Prima a Fortress Hill, roccaforte del consenso verso Pechino, dove un gruppo di uomini con maglietta “Amo la polizia” azzurra, tinta di chi tifa establishment, ha picchiato dei ragazzi. Poi nello scintillante centro commerciale di Amoy Plaza, dove decine di manifestanti rosso comunista hanno prima distrutto un “Lennon wall”, i muri di Post-it simbolo del movimento, e poi ingaggiato una zuffa con i giovani mascherati arrivati sul posto. Bandiere cinesi contro ombrelli, strattoni e pugni, sotto gli occhi di clienti e commessi barricati nei negozi. Un bilancio di 25 feriti, non gravi. E il segno di una tensione montante tra gruppi anti-Cina e pro-Cina, guerriglia civile in mezzo a cui la polizia, che anche ieri ha fermato solo ragazzi, è accusata di parteggiare per i secondi. Nel complesso però non si sono viste scene di violenza paragonabili a quelle delle ultime settimane. Questo quindicesimo weekend di protesta coincide con la Festa di Metà autunno e il governo di Carrie Lam, dopo il ritiro della legge sull’estradizione, sta facendo di tutto per incassare un ponte senza molotov o proteste oceaniche. Quella proclamata per oggi dal Civil Human Rights Front, la sigla dietro le marce fiume degli ultimi mesi, non è stata autorizzata. Una scelta rischiosa, che in passato ha solo gonfiato la rabbia. Sui gruppi del movimento circolano inviti a scendere comunque in strada.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Lombardi Anna 
Titolo: C’è la conferma di Trump “Ucciso il figlio di Bin Laden”
Tema: Terrorismo

Hamza Bin Laden è morto: e questa volta a confermarlo è addirittura il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Sì, il figlio favorito di quell’Osama che fu la mente malefica di Al Qaeda e delle stragi dell’11 settembre, è stato ucciso «nel corso di un’operazione di contro terrorismo nella zona a cavallo fra Af ghanistan e Pakistan». E pazienza se la voce della sua dipartita si era già sparsa a luglio ed era stata già confermata a fine agosto dal ministro della Difesa Mark Esper, che però, in carica da pochissimo, non aveva voluto dare dettagli: «Non sono sicuro di poterli condividere con voi». Ad attestarne l’esattezza ora ci pensa President Trump, con un annuncio ufficiale della Casa Bianca: «La perdita di Hamza priva Al Qaeda di un legame simbolico con suo padre e mina importanti attività del gruppo». L’annuncio arriva a tre giorni dal diciottesimo anniversario dell’attacco alle Torri Gemelle.
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Testata:  Stampa 
Autore:  Bianchi Alfonso 
Titolo: “Pericolo di fuga” Assange resterà in carcere dopo la fine della pena
Tema: Julian Assange

Julian Assange, resterà in carcere anche dopo la scadenza della pena di 50 settimane che sta scontando poiché un suo eventuale rilascio comporterebbe un pericolo di fuga: lo hanno deciso i magistrati di Westminster alla luce della sua decisione di rifugiarsi, protetto dall’asilo politico, nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra nel 2012 per evitare l’estradizione in Svezia. L’attivista australiano allora rischiava l’estradizione in Svezia dove era accusato di stupro e violenza sessuale, in un procedimento penale che poi è stato archiviato. Assange, che ha partecipato all’udienza in video collegamento, rischia adesso di essere estradato negli Stati Uniti per hackeraggio dopo che il ministro dell’Interno, Sajid Javid, ha firmato un ordine in questo senso lo scorso giugno. «Dal mio punto di vista, ho solidi motivi per credere che se ti liberassi, scapperesti di nuovo», alla luce «della tua storia di fughe dai procedimenti» in passato, ha dichiarato la giudice Vanessa Baraitser, nel motivare la sua decisione di far cambiare il suo status da «prigioniero in custodia» a «persona che deve affrontare l’estradizione», a partire dal prossimo 22 settembre, prolungando così i tempi della detenzione. La giudice si è anche rivolta ad Assange chiedendogli se aveva capito cosa stava succedendo e quale era la procedura che si stava seguendo. Alla domanda il fondatore di WikiLeaks ha risposto di no. «Ma sono sicuro che la spiegherà il mio avvocato».
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Testata:  Messaggero 
Autore:  Orsini Alessandro 
Titolo: Atlante – La rielezione di Trump passa per l’Afghanistan
Tema: U.S.A. – Afghanistan

L’11 settembre, la ricorrenza più dolorosa per tutti gli americani, ha destato particolare impressione quest’anno. Trump è stato infatti sul punto di ricevere una delegazione di talebani alla Casa Bianca oppure a Camp David, ma poi ha interrotto i preparativi perché i suoi consiglieri più stretti si sono divisi mentre i talebani chiedevano troppo. John Bolton, il consigliere alla sicurezza nazionale da poco licenziato, era contrario all’accordo. Essendo un “falco”, l’accordo, soprattutto nei termini in cui era stato formulato, gli sembrava una sorta di resa incondizionata ai talebani e, pertanto, una mossa per niente muscolare. Bolton pensa che, essendo gli Stati Uniti la più grande potenza del mondo, dovrebbero utilizzare cotanta potenza per piegare anziché piegarsi. Dal canto suo, Mike Pompeo, segretario alla difesa, era favorevole. I negoziati con i talebani hanno richiesto ben nove incontri in Qatar, che sta svolgendo il ruolo di mediatore. L’accordo, per ora soltanto teorico visto che non è mai stato finalizzato, prevede che gli Stati Uniti ritirino dall’Afghanistan, gradualmente ma comunque entro sedici mesi, i rimanenti 14,000 soldati, con l’impegno di ritirare i primi 5000 uomini entro 135 giorni, come gesto di buona volontà per dimostrare che vogliono essere rapidi nel porre fine a ciò che resta dell’occupazione militare. In cambio, viene chiesto ai talebani di assicurare che l’Afghanistan non verrà più utilizzato per pianificare un attentato contro gli americani, come quello dell’ll settembre.
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Testata:  Avvenire 
Titolo: Dopo gli ospedali occupate anche scuole cattoliche – Scure di regime sulla Chiesa eritrea Dopo la sanità, le scuole cattoliche
Tema:  Chiesa eritrea

Si stringe la morsa del regime eritreo sulla Chiesa cattolica. E i quattro vescovi mandano una lettera di protesta al ministro dell’Istruzione chiedendo ancora una volta spiegazioni, ma dall’Asmara solo silenzio. Il 3 settembre scorso l’esercito dell’ex colonia italiana, stando alle testimonianze riportate da numerose testate internazionali quali Bbce Radio France Internationale, ha preso possesso con la forza di sette scuole primarie e secondarie gestite da ordini religiosi cattolici. Sindaci e funzionari pubblici scortati da militari si sono presentati nel grande complesso scolastico professionale dei cappuccini a Massaua, nella scuola elementare, media inferiore e superiore San Giuseppe dei lasalliani di Keren, la terza città più importante del Paese, chiudendoli. Lo stesso è avvenuto a Mendefera, nella scuola superiore sempre dei frati cappuccini e in altre 4 località. Provvedimenti simili erano stati presi negli anni scorsi contro gli istituti gestiti dalla Chiesa ortodossa ad Asmara.
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