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SINTESI IN PRIMO PIANO – 16 luglio 2019

– Manovra e fondi russi: scontro Conte-Salvini
– Alitalia: cordata a quattro; Fs sceglie Atlantia
– Elezione Presidente Commissione Europea
– Falt tax: vertice al Viminale con imprenditori e sindacati

PRIMO PIANO

Politica interna

Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Guerzoni Monica 
Titolo: Conte, doppia sfida a Salvini – Vertice con i sindacati al Viminale È subito lite tra Conte e Salvini
Tema: Scontro Conte-Salvini

Insolita, inusuale, irrituale. Il lungo elenco di aggettivi con cui il Pd e gli alleati (infuriati) del M5S descrivono la riunione di sei ore al Viminale sulla manovra, scandisce un’altra giornata di durissimo scontro nel governo. Invitando al ministero 43 esponenti dei sindacati e delle associazioni Matteo Salvini ha invaso il campo ministeriale di Luigi Di Maio e pestato piedi al premier Giuseppe Conte. E mentre la ministra della Difesa Elisabetta Trenta pretende spiegazioni dal Viminale sugli emendamenti al decreto Sicurezza bis, dentro il caso manovra ne esplode un altro: la partecipazione al vertice dell’ex sottosegretario Armando Siri, consigliere economico di Salvini indagato per corruzione. II primo a denunciare quanto alto sia il potenziale esplosivo della maxi riunione è proprio Conte, che si difende dall’assalto del suo vice e attacca, con il più severo dei moniti: «Se qualcuno pensa che si anticipano i dettagli di quella che si ritene debba essere la manovra economica, si entra sul terreno della scorrettezza istituzionale». La critica riguarda la forma, ma ancor più la sostanza. «La manovra viene fatta qui dal presidente del Consiglio con il ministro dell’Economia – avverte Conte -. Non si fa altrove, non si fa oggi e i tempi li decide il premier. Non altri». È l’avviso più duro che il premier abbia mai spedito all’indirizzo di colui che, da tempo, mirerebbe a spodestarlo.
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Testata:  Sole 24 Ore 
Autore:  Palmerini Lina 
Titolo: Politica 2.0 – Il premier e la freccia avvelenata sul russiagate
Tema: Scontro Conte-Salvini

Gli è bastato dire «perché no?» per lanciare una freccia avvelenata che il leader leghista non si aspettava. Salvini in questi giorni ha continuato a ripetere che non va in Parlamento a parlare di cene, spie russe odi fatti inesistenti e invece ieri si è dovuto sentire la lezione di Conte che gli ha ricordato come il Governo sia a favore della «trasparenza» e che troverebbe opportuno un suo chiarimento alle Camere. Perché no, appunto. Proprio come chiedono i 5 Stelle e soprattutto come chiede il Pd. La vicenda è quella dei presunti fondi russi, nervo scoperto del ministro dell’Interno, che a quanto pare è diventato un elemento cruciale per rovesciare – di nuovo – i rapporti di forza dentro al Governo e tra alleati. Prima c’erano state le elezioni europee che avevano dato a Salvini la golden share dell’Esecutivo, ma adesso le rivelazioni audio su un presunto scambio di favori tra petrolieri russi e il leghista Savoini – ieri al suo primo faccia a faccia con i magistrati – stanno un po’ consumando quel 34% di voti. Magari non nei sondaggi, ma se i consensi non si contano nelle urne diventano virtuali e a pesare sono solo le dinamiche interne a una maggioranza. E l’operazione che è scattata tra Palazzo Chigi e i 5 Stelle è mettere il Russiagate sul tavolo per arginare la scalata politica e di potere di Salvini. E dunque la vicenda dei fondi russi va necessariamente letta insieme a quello che ieri è stato il casus belli tra il capo leghista e Conte: l’incontro del ministro dell’Interno con le 43 sigle sindacali e imprenditoriali per parlare di manovra. Un avvio di negoziato sulla legge di bilancio che era stato ampiamente annunciato dallo stesso ministro – lo aveva programmato da almeno due settimane – ma su cui ieri il premier ha dato l’altolà ricordando la titolarità innanzitutto di Palazzo Chigi e poi del Mef. «Contenuti e tempi li decido io», ha più o meno risposto così a Salvini eccependo ragioni di rango istituzionale.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Folli Stefano 
Titolo: Il punto – Tra scorrettezze e logoramento
Tema: Scontro Conte-Salvini

Se il presidente del Consiglio, uomo prudente e attento ai rapporti di forza, non esita a parlare di «scorrettezza istituzionale» riferendosi al vicepremier Salvini e alle sue iniziative eterodosse – non le primee forse nemmeno le ultime-, vuol dire che il leghista oggi è quasi all’angolo. Un pugile che si difende dai colpi in maniera goffa e anche con poca fantasia. Forse teme che lo scivolone del Metropol sia solo l’inizio e che altri nastri, persino più imbarazzanti, siano in arrivo. Certo, in un altro paese una simile frattura tra il premier e il leader di uno dei due partiti della coalizione porterebbe alle dimissioni del governo. In Italia, no; almeno non ancora. Ma può darsi che siamo appena ai primi passi di una storia destinata ad aggrovigliarsi. Nel frattempo è inevitabile che emergano le analogie tra il caso Salvini-Savoini e la vicenda che in Austria ha portato all’uscita di scena del vice cancelliere Strache, leader dell’estrema destra. La più ovvia è l’odore dei rubli evocati e desiderati in entrambe le situazioni, nonché le tempestive registrazioni che hanno reso noto l’affare. Tuttavia non mancano differenze piuttosto significative. La principale riguarda la “pistola firmante”, la prova inoppugnabile della corruzione andata a buon fine o comunque tentata. Nel caso austriaco c’era un video con il vice cancelliere medesimo come protagonista e quindi le dimissioni sono state istantanee. Nel caso di Salvini la prova regina non c’è. Di nuovo: non ancora. II pasticcio porta ai nomi di un paio di bizzarri collaboratori del ministro dell’Interno, il che tra l’altro permette di valutare la qualità di questi assistenti, tra i più vicini alla personalità centrale della politica italiana.
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Testata:  Stampa 
Autore:  Bei Francesco 
Titolo: Le minacce dell’affaire Metropol
Tema: Scontro Conte-Salvini

Alle prese con il più serio attacco alla sua leadership e alla sua reputazione internazionale da quando è nato il governo gialloverde, Matteo Salvini finora ha impostato la strategia difensiva sulla minimizzazione del fatto e dei suoi protagonisti, fino ad arrivare a un inverosimile «Savoini chi?». Da 48 ore tuttavia, da quando cioè è sceso nell’arena anche il presidente del Consiglio, questa tattica ha iniziato a mostrare i suoi limiti. E lo si è visto anche ieri, benché l’oggetto del contendere questa volta fosse l’inusuale vertice convocato dal leghista al Viminale con le parti sociali per impostare la manovra di bilancio. La durezza della sconfessione di Giuseppe Conte, che ha definito la mossa di Salvini una grave «scorrettezza istituzionale» e la remissiva replica del ministro dell’Interno, ci fanno capire quanto la crisi russa stia già incidendo nelle dinamiche interne del governo italiano, spostando l’asse dell’esecutivo più sui Cinque Stelle e su quello che appare sempre più come la loro àncora di salvezza: il premier Conte. Per restare sul piano della politica, senza considerare eventuali ricadute giudiziarie dell’inchiesta di Milano, c’è appunto da notare il progressivo slittamento del presidente Conte da una posizione di terzietà rispetto ai due eterni (finti?) litiganti a un più attivo coinvolgimento politico a fianco dei cinque stelle e contro Salvini. Se ricordiamo quel video rubato dalle telecamere di Piazzapulita lo scorso febbraio, a margine del vertice di Davos, la distanza appare ancora più grande e sono passati appena cinque mesi. Allora Conte poteva assicurare a Merkel che la sua «forza» derivava appunto dall’essere baricentrico rispetto ai due stakeholder della maggioranza. «La mia forza – confidò all’orecchio della Cancelliera – è che se io dico “ora la smettete”, loro non litigano».
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Fiorenza Sarzanini 
Titolo: Il retroscena – D’Amico, i viaggi e gli inviti Gli 007 parlano alle Camere – I viaggi, gli affari e la trattativa Il dossier degli 007 presto al Copasir
Tema: Il caso Russia e l’incontro al Metropol
La convocazione era stata decisa da tempo per avere aggiornamenti sul dossier Libia. Ma appare fin troppo evidente che l’audizione di domani mattina del direttore dell’Aise (l’Agenzia per la sicurezza esterna) Luciano Carta di fronte al comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti si concentrerà sull’attività dei fedelissimi del ministro dell’Interno e vicepremier Matteo Salvini in Russia. E lo stesso argomento sarà affrontato la prossima settimana quando davanti ai componenti del Copasir arriverà il direttore dell’Aisi (l’Agenzia per la sicurezza interna) Mario Parente. Perché dovranno essere proprio loro a rispondere ai numerosi interrogativi tuttora aperti su quella trattativa che ha avuto uno dei suoi momenti chiave nell’incontro avvenuto il 18 ottobre 2018 all’Hotel Metropol di Mosca. Svelando che tipo di attività sia stata effettuata dagli 007 per ricostruire quanto accaduto finora e coi chiarire se l’attività del consigliere di Salvini a Palazzo Chigi Claudio D’Amico e dell’ex portavoce del leader leghista Gianluca Savoini possa aver messo a rischio la sicurezza nazionale. È dal 2014 che i due fanno la spola con la Russia, ma i viaggi si intensificano nell’ultimo anno. Salvini viene nominato ministro e vicepremier il 1° giugno 2018, quando il governo guidato da Giuseppe Conte giura al Quirinale, e un mese e mezzo dopo va a Mosca – primo viaggio ufficiale del suo mandato – proprio con D’Amico e Savoini. I due non hanno ruolo ufficiale e il leader leghista decide di provvedere.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  De Riccardis Sandro – De Vito Luca 
Titolo: Fuggi fuggi da Moscopoli – Sulla trattativa a Mosca Savoini tace con i pm
Tema: Il caso Russia e l’incontro al Metropol 

Nessuna spiegazione. Sull’incontro al Metropol di Mosca dello scorso 18 ottobre, sulla trattativa per una compravendita di petrolio che avrebbe dovuto portare nelle casse della Lega 65 milioni di dollari, sugli altri italiani presenti, su eventuali mandanti politici. Gianluca Savoini, il presidente leghista dell’associazione Lombardia-Russia che ha accompagnato il ministro dell’Interno Matteo Salvini in numerosi incontri in Russia, ha scelto il silenzio. Nessuna risposta ai pm Gaetano Ruta e Sergio Spadaro che ieri lo hanno convocato nella sede della Guardia di Finanza di via Fabio Filzi, a Milano, e che nelle scorse settimane lo hanno iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di corruzione internazionale. Un interrogatorio durato poco più di un’ora, fatto insieme all’avvocato Lara Pellegrini, legale di fiducia di Savoini. «Il mio cliente si è avvalso della facoltà di non rispondere – ha spiegato a Repubblica Pellegrini – si tratta di una scelta puramente tecnica, considerato che ad oggi siamo di fronte ad un’inchiesta giornalistica trasferita in sede penale, preferiamo aspettare il deposito degli atti da parte della Procura per confrontarci su una base concreta». L’interrogatorio di ieri mattina era stato preceduto da un incontro tra i pm e il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale, durato un paio d’ore. Su tutta la vicenda la procura ha scelto la linea del riserbo totale. L’apertura del fascicolo, decisa a febbraio dopo l’inchiesta pubblicata dall’Espresso, si basa su alcuni passaggi della conversazione registrata, in particolare quelli in cui si fa riferimento a uno sconto sull’ipotetica vendita di gasolio: se secondo gli accordi un 4 per cento doveva finire alla Lega (cioè i 65 milioni), il resto dello sconto sarebbe dovuto rimanere in Russia. E qui si verrebbe a configurare il reato di corruzione internazionale.
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Testata:  Messaggero 
Autore:  Campi Alessandro 
Titolo: L’analisi – Il pericolo d’indebolire il ruolo dell’Italia
Tema: Il caso Russia e l’incontro al Metropol

Come era prevedibile, non è solo l’opposizione a premere su Salvini perché chiarisca la vera natura dei suoi rapporti con Gianluca Savoini, e attraverso quest’ultimo e la sua rete associativa con la Russia putinista. Anche i 5Stelle stanno cercando di sfruttare a proprio vantaggio l’intera vicenda, vista come una riedizione in grande stile del caso Siri: il sottosegretario leghista alle infrastrutture revocato nei mesi scorsi dal suo incarico per un’accusa di corruzione. Non riuscendo a collaborare lealmente e proficuamente, i due alleati al governo provano invece a indebolirsi reciprocamente sfruttando ogni occasione. E questa, per i grillini che da mesi perdono consensi e sono sull’orlo di una crisi di nervi, è oggettivamente un’occasione ghiotta. D’altro canto le ombre di collusione e affarismo gettate dai media (e ora da un’inchiesta della magistratura) sul mondo leghista, anche se in simili faccende non si capisce mai bene dove finisca il giornalismo d’inchiesta e dove comincino i depistaggi e le false notizie spacciate per vere in buona o cattiva fede, sono da prendere sul serio. Sono tutt’altro che le burlette o i litigi da cortile cui la politica nostrana ci ha abituati. C’è di mezzo un’insinuazione, ancora tutta da provare. L’insinuazione è che un partito che si presenta come difensore supremo degli interessi nazionali italiani abbia, in cambio di danaro contante e di promesse di laute commesse, assecondato gli interessi di uno Stato straniero. Per chi chiede a gran voce indipendenza politica per il proprio Paese da Bruxelles, Berlino e Parigi non è il massimo dare anche solo l’impressione di muoversi nell’orbita di Mosca o, peggio ancora, di esserne una pedina. Ma il rischio maggiore di questa vicenda è un altro: che l’Italia in quanto tale ne esca malconcia, peraltro nella fase delicatissima delle trattative in corso sul futuro governo dell’Unione europea.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Cappellini Stefano 
Titolo: Intervista a Nicola Zingaretti – Zingaretti: da Salvini bugie, non gli daremo tregua finché non verrà in aula – Zingaretti “Ministro in aula o non gli daremo tregua”
Tema: Il caso Russia e l’incontro al Metropol

Nicola Zingaretti, pochi mesi fa in Austria il Russia-gate che ha coinvolto il leader sovranista locale è costato la caduta di un governo. In Italia il governo Conte, alias Salvini, va avanti senza problemi. Dov’è l’errore? «Sia chiaro, noi non daremo tregua a Salvini finché lui o Conte non verranno in Parlamento a riferire nella sede propria la loro versione». Salvini dirà: non ho preso rubli, Savoini non parlava a nome mio. «La Procura, e non la politica, dovrà accertare la verità sulla presunta tangente di 65 milioni alla Lega trattata da uno stretto collaboratore del ministro degli Interni. Il quale, però, in maniera goffa ha preso le distanze da questo signore quasi non lo conoscesse, smentito da centinaia di foto ed eventi. Salvini ha anche negato di aver fatto invitare Savoini nelle delegazioni ufficiali ma è stato smentito da Palazzo Chigi. Davvero credono che si possa discutere in Parlamento un decreto sicurezza promosso da un ministro che dice bugie?». Conte smentisce Salvini su Savoini. Ma sulle sanzioni alla Russia la pensa come lui. «Se il primo ministro si illude di lavarsi le mani indicando nel suo ministro il responsabile del falso non ha capito che si sta dando la zappa sui piedi. Le responsabilità del governo sono palesemente comuni. Il presidente Fico e la presidente Casellati come possono pensare che il Parlamento non sia informato?». Anche Fico è andato a Mosca poche settimane fa auspicando la fine delle sanzioni. Se il premier pensa di lavarsene le mani si dà la zappa sui piedi E Casellati e Fico non possono pensare che il Parlamento non sia informato «Sul rapporto con la Russia c’è il punto su cui occorre dal governo la massima chiarezza. Savoini ha detto in un incontro registrato, che l’obiettivo dell’alleanza delle destre europee capeggiata dalla Lega è quella di boicottare l’Europa e di superare le storiche alleanze internazionali costruite dalle democrazie liberali nel dopoguerra. È questa la linea del governo? L’obiettivo oltre che l’Europa è un superamento della Nato?».
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Testata:  Stampa 
Autore:  Mastrolilli Paolo 
Titolo: Intervista a Giuseppe Sala – “La Lega spieghi perché vuole i soldi del Cremlino” – L’accusa di Sala: “Avete chiesto i soldi a Mosca”
Tema: Il caso Russia e l’incontro al Metropol

«Credo possiamo arguire che abbiano chiesto i soldi, e quindi mi pare inevitabile che Salvini riferisca in Parlamento. Cavarsela dicendo che sono state cene mi sembra semplicistico». Il sindaco di Milano Giuseppe Sala è al Palazzo di Vetro di New York per partecipare al Mayors Migration Council, dove insieme ai colleghi di città come San Paolo e Kampala ha discusso le iniziative dei grandi centri urbani per le migrazioni. «In Italia – ha spiegato – il 9% della popolazione ha un background di immigrazione, mentre a Milano il numero sale al 20%. Da noi però le cose funzionano, a differenza del resto del paese, e quindi abbiamo qualcosa da offrire per risolvere i problemi». Che a suo avviso, peraltro, sono gonfiati ad arte per ricavarne vantaggi politici: «Siamo soffocati da questo dibattito sul collegamento tra l’immigrazione e la sicurezza, quando in realtà l’emergenza dell’Italia è un’altra. Il nostro problema principale è che cresciamo poco». Sala smentisce di usare forum come questo dell’Onu per lanciare la sua corsa verso Palazzo Chigi: «No, non voglio. Siamo qui come sindaci allo scopo di trovare soluzioni utili a tutti, anche se in effetti i governi cercano di metterci in un angolo». A margine del convegno, però, accetta di commentare gli ultimi avvenimenti che hanno avuto origine nella sua regione Che idea si è fatto di Savoini e l’audio di Mosca? «Non possiamo dire se hanno preso i soldi, ma credo che possiamo arguire che li abbiano chiesti, prima di tutto. In secondo luogo, l’impressione che mi sono fatto è che si siano mossi con molta disinvoltura, e pochissima esperienza, perché non è irrilevante chi ti apre alcune porte. Da questo punto di vista credo che abbiamo scelto persone sbagliatissime, non solo con un’immagine, ma anche un curriculum non immacolato. Quindi non posso che vedere male tutto ciò. Lasciamo ora che la magistratura indaghi». Ritiene che Salvini debba spiegare in Parlamento cosa è successo? «Mi pare inevitabile. Cavarsela dicendo che sono state solo cene mi sembra semplicistico. Alla fine se ha buone ragioni, perché non dovrebbe andare a spiegarle? E’ ancora tutto da determinare riguardo l’entità della storia».
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Mauro Ezio 
Titolo: L’editoriale – La paura di un leader braccato – Il silenzio della paura
Tema: Lega-Salvini: il caso Russia

Come se all’improvviso si fosse spogliato di tutte le divise poliziesche che ha abusivamente indossato in questi mesi, Matteo Salvini scappa. È uno spettacolo a cui non avevamo ancora assistito, una rappresentazione inedita del potere che capovolge di colpo il culto politico del Capitano, costruito attorno all’uomo forte e decisionista, che mostra il petto e sfida nemici, mentre cavalca impavido lo spirito dei tempi. E invece scappa. Si sente braccato dallo scandalo russo del petrolio e delle percentuali milionarie, dalle voci dei suoi uomini mentre scambiano nei microfoni che li registrano la politica estera dell’Italia con i rubli clandestini per la campagna elettorale. Si scopre di colpo esposto davanti al mondo dall’imperizia dei faccendieri che ha convocato intorno a sé nella doppia missione russa, una alla luce del sole con gli industriali locali e l’altra nella penombra intercettata del Metropol, con trafficanti che dovevano definire la cresta politica sulla vendita del petrolio. Si vede isolato dal suo stesso governo, di cui fino a ieri era il padrone, e che oggi si ribella davanti alla sua debolezza e alla sua palese ambiguità, con il premier Conte che prende le distanze e il vicepremier Di Maio che stacca incredulo i primi dividendi politici dell’affanno leghista, sentendo l’odore del sangue dell’animale ferito. Naturalmente l’imbarazzo di Salvini è solo colpa sua. La fuga non è affatto una strada obbligata per un leader politico. In democrazia, soprattutto in una democrazia (quasi) diretta nell’interpretazione che ne dà tutti i giorni il populismo al potere, sarebbe doveroso affrontare lo scandalo a testa alta, distinguere colpe, errori, ingenuità e responsabilità e fare chiarezza fino in fondo, rispondendo ai dubbi e agli interrogativi della pubblica opinione. Solo che bisognerebbe dire la verità: e Salvini evidentemente non può permetterselo.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Longhin Diego 
Titolo: Torino, Appendino licenzia il vice e va allo scontro con gli ortodossi 5S
Tema: Appendino licenzia il vice

Forte dell’appoggio del leader Luigi Di Maio, la sindaca Chiara Appendino attacca l’ala ortodossa del Movimento 5 Stelle torinese rischiando di mandare in frantumi la maggioranza che la sostiene. Un ultimatum che potrebbe portare la prima cittadina nel giro di pochi giorni, la verifica è fissata per giovedì, alle dimissioni. Oppure al dover affrontare la “sfiducia” in aula su una delibera, la trasformazione dello storico Motovelodromo di Torino, che Appendino ha definito vincolante. «Se il male minore dovesse essere la fine anticipata di questa amministrazione, così sarà», ha detto Appendino in Consiglio comunale ieri dopo due giorni di silenzio. La sindaca ha attaccato i suoi sulla querelle del trasferimento del Salone dell’Auto da Torino a Milano, questione che è costata il posto al vicesindaco Guido Montanari, licenziato ieri dalla prima cittadina (che per ora si tiene le sue deleghe) per le battute sulla speranza di vedere la grandine sul Parco del Valentino durante la kermesse motoristica. «Nessuno può dileggiare, ironizzare o osteggiare un evento che coinvolge 700mila persone e ha ricadute sulla città», ha detto Appendino. È l’occasione per la sindaca di sfidare l’ala dura del 5 Stelle: «Non sono disposta in alcun modo ad andare avanti con il freno a mano tirato. È vero che in questi tre anni abbiamo fatto molto ma potevamo fare tanto altro». Basta con le «battute d’arresto e compromessi al ribasso. Su questo vincolerò il mandato».
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Ricca Jacopo 
Titolo: Intervista a Guido Montanari – Montanari “La sindaca sbaglia e si riallinea al vecchio sistema”
Tema: Appendino licenzia il vice
«Quella dei 5stelle era l’unica esperienza politica alternativa in Italia. Mi ero illuso potesse portare a qualcosa, ma purtroppo sta fal- lendo. Invece ce ne sarebbe grande bisogno nel nostro Paese». Guido Montanari, ormai ex vicesindaco di Torino, tornerà a fare il professore al Politecnico a tempo pieno e ieri, per la prima volta, ha ascoltato il discorso della sua sindaca in consiglio comunale da lontano, non più tra i banchi riservati agli assessori. «L’ho trovato un discorso assurdo – ammette al termine del suo ultimo incontro da amministratore comunale al circolo Esperia per una riunione di Aspesi, l’associazione Nazionale tra le Società di Promozione e Sviluppo Immobiliare -. In parte senza senso: sia per quanto riguarda il mio ruolo e il peso che le mie parole hanno avuto nella vicenda del Salone dell’Auto, sia per quello che ha detto rivolgendosi alla sua maggioranza, cosa che poteva fare in una riunione interna. Appendino è una brava persona, ma secondo me ha sbagliato e la sua visione è miope». Professore, sembra molto amareggiato. Non si aspettava di essere defenestrato? «Appendino mi ha chiesto di dimettermi, ma io non sono d’accordo perché penso di aver lavorato bene in questi anni, cercando di essere coerente con il nostro programma e il più vicino possibile alle linee guida del Movimento. Abbiamo cercato di costruire una città più giusta, più verde e secondo me, almeno in parte, ci stavamo riuscendo. Lei ritiene di dare una svolta politica governativa alla Giunta e alla sua maggioranza con questa mossa».
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Economia e finanza

Testata:  Sole 24 Ore 
Autore:  Perrone Manuela – Pogliotti Giorgio 
Titolo: Flat tax, Siri al tavolo Di Maio lancia l’altolà – Salvini: patto per il lavoro su Flat tax, cuneo e opere
Tema: Flat tax e taglio del cuneo

Matteo Salvini raduna al Viminale per oltre sei ore 43 associazioni imprenditoriali e sindacali. Illustra le proposte della Lega per la prossima manovra che vuole «fondata sul sì»: da un «patto per il lavoro» basato su «un mix tra flat tax e taglio del cuneo», a un «grande piano di investimenti pubblici». Poi ascolta quelle delle parti sociali, derubricando il summit a «interventi che non vanno a offendere nessuno», assicurando «piena fiducia nel premier Giuseppe Conte» e sostenendo di voler solo «aiutare il lavoro degli altri ministri». Ma all’irritualità della convocazione in una sede istituzionale si aggiunge la presenza dell’ideologo della flat tax Armando Siri, ex sottosegretario leghista ai Trasporti allontanato dal Governo perché indagato per corruzione. Partecipazione vissuta come uno schiaffo da Conte e dal vicepremier M5S Luigi Di Maio, che però sfida il Carroccio sulla tassa piatta («Facciamola prima di settembre, se il piano della Lega è pronto, basta che non si facciano scherzetti agli italiani») e se la prende coni sindacati: «Se vogliono trattare con un indagato è una scelta di campo. Ora ho capito perché alami attaccano la nostra proposta sul salario minimo». È in questo clima, surriscaldato dal muro alzato da Salvini nei confronti delle richieste di chiarimento sul caso dei fondi russi, che il leader della Lega conduce il suo tavolo.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Amato Rosaria 
Titolo: Sindacati delusi su fisco e salario minimo ma il vertice al Viminale finisce nel mirino
Tema: Flat tax e taglio del cuneo
A ricevere le 43 associazioni convocate al Viminale ci sono, oltre al padrone di casa, il vicepremier Matteo Salvini, i sottosegretari al Lavoro e all’Economia, Claudio Durigon e Massimo Bitonci e il viceministro del Mef Massimo Gravaglia. Ma a illustrare nei dettagli il disegno di flat tax è l’ex sottosegretario alle Infrastrutture Armando Siri, che si è dimesso alcuni mesi fa perché indagato, rimanendo però il responsabile delle politiche economiche della Lega. Un particolare non di poco conto: il vicepremier Luigi Di Maio se la prende però con i sindacati piuttosto che con Salvini: «Se vogliono trattare con un indagato per corruzione messo fuori dal governo invece che con il governo stesso, lo prendiamo come un dato. Ora ho capito perché alcuni sindacati attaccano la nostra proposta sul salario minimo. Parlino pure con Siri, parlino pure con chi gli vuole proteggere le pensioni d’oro e i privilegi». Parole che in una nota Cgil, Cisl e Uil definiscono «del tutto inaccettabili ed offensive, nei toni e nella sostanza». Ma a criticarli è anche Carlo Calenda (Pd): «I sindacati incontrano i ministri preposti o il presidente del Consiglio. Non si prestano a spregiudicate operazioni di distrazione di massa pur di compiacere Salvini», scrive su Twitter. «Se hanno indagati facciano la crisi di governo, e non cerchino scuse per prendersela con i sindacati», osserva il segretario generale della Uil Carmelo Barbagallo, dichiarandosi poi «non soddisfatto» dell’incontro.
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Testata:  Stampa 
Autore:  Giovannini Roberto 
Titolo: Intervista a Maurizio Landini – “Credevamo di partecipare a un incontro governativo Ma a questo punto ci dicano quanti esecutivi esistono”
Tema: Flat tax e taglio del cuneo

«L’incontro è stato convocato su carta intestata del Viminale dal vicepremier e ministro degli Interni del governo in carica. Se convocati dal governo, noi sindacati andiamo per ascoltare, per dire cosa pensiamo e quali sono le nostre proposte. E così abbiamo fatto anche oggi: poi naturalmente ci siamo trovati di fronte a un vicepremier che aveva con sé solo rappresentanti di governo del suo partito. Addirittura c’era anche una persona che non fa più parte del governo». Landini, sta parlando di Armando Siri, che è sotto indagine… «Una presenza impropria, forse una provocazione per il resto della maggioranza». Eppure Luigi Di Maio si è scagliato contro di voi. «E singolare che Di Maio dica sì alla flat tax proposta da Siri a nome della Lega, e polemizzi con i sindacati perché al tavolo c’era anche Siri. Si metta d’accordo con sé stesso. A noi la flat tax così non piace; è lui che ha fatto il contratto con la Lega». Anche l’ex ministro Carlo Calenda dice che andando da Salvini lo avete legittimato. «Osservazioni senza senso. Ripeto, un sindacato se convocato dal governo ci va. Poi è diventato un incontro improprio, della Lega; ma la convocazione era del governo. Nei giorni scorsi avevamo incontrato il premier Conte e il vicepremier Di Maio, che si erano impegnati a convocare una serie di incontri, senza dare poi seguito alla cosa. Non siamo né suggeritori né ascoltatori: il sindacato ha una piattaforma di proposte, su cui da sei mesi ha riempito le piazze d’Italia. L’abbiamo consegnata anche al vicepremier Salvini, e abbiamo chiesto che il governo in quanto tale definisca tempi e modi per confrontarsi sulle nostre rivendicazioni e sulla legge di Stabilità.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Petrini Roberto 
Titolo: Flat tax o tre aliquote guadagnano i redditi sui 50 mila euro
Tema: Flat tax e taglio del cuneo

La gara è cominciata e durerà almeno fino al varo della legge di Bilancio 2020. Nel frattempo lo scontro sarà aspro e si lotterà fino all’ultima aliquota. Per ora Lega e Cinque stelle hanno messo le carte sul tavolo: gli uomini di Salvini, come hanno detto ieri alle parti sociali, tengono duro su una sorta di flat tax al 15 per cento sui redditi familiari fino ad un tetto di 55 mila euro. I grillini sono posizionati su tre aliquote, soluzione più vicina a quella del ministro dell’Economia Tria: lo scaglione più basso, dove attualmente si paga il 23 per cento, verrebbe ampliato fino a 28 mila euro; la zona dei redditi intermedi, dove oggi ci sono tre aliquote (38, 41 e 43 per cento), sarebbe concentrata sotto l’unica aliquota del 37 per cento e spunterebbe una nuova aliquota del 42 per cento oltre i 100 mila euro. Detto così solo chi ha pratica di imposte riesce a capire quale delle due proposte sarà più conveniente per gli italiani. Una cosa tuttavia è certa: i costi sono alti per entrambe. La flat leghista, secondo i calcoli di Massimo Baldini che oggi torna sull’argomento su lavoce. info, costerebbe 17 miliardi (contro gli 11-12 dichiarati dalla Lega), mentre anche la proposta a “tre gambe” pentastellata avrebbe un onere rilevante pari a circa 14 miliardi nel caso in cui si decida di eliminare il bonus Renzi fino 26.600 euro risparmiando circa 9 miliardi.
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Ducci Andrea – Massaro Fabrizio 
Titolo: Le Fs scelgono Atlantia per Alitalia – Alitalia, le Fs scelgono Atlantia Cordata con il Tesoro e Delta
Tema: Alitalia

Atlantia entra nella cordata per il salvataggio di Alitalia. Ad assumere la decisione di puntare sulla proposta del gruppo, che fa capo alla famiglia Benetton e che controlla sia Autostrade per l’Italia sia Aeroporti di Roma, è la delibera del consiglio di amministrazione di Ferrovie dello Stato. La scelta, del resto, compete all’azienda pubblica guidata da Gianfranco Battisti in veste di capofila nella partita in soccorso dell’ex compagnia di bandiera. Una riunione del board di Fs durata oltre quattro ore è servita ieri ad esaminare le proposte pervenute all’advisor Mediobanca. Nella notte tra domenica e lunedì il team di Francesco Bosco ha rielaborato, con l’obiettivo di illustrarle al consiglio di Fs, le manifestazioni di interesse per Alitalia depositate oltre che da Atlantia, da parte del gruppo Toto, e dall’azionista della compagnia Avianca, German Efromovich, e dal presidente della Lazio, Claudio Lotito. In serata una nota certifica la decisione di Ferrovie. «Il consiglio di amministrazione ha individuato Atlantia quale partner da affiancare a Delta Airlines e al ministero dell’Economia per l’operazione Alitalia». Poche righe che suonano come una conferma dell’orientamento espresso più volte da Fs e Delta: da sempre focalizzate sulla necessità di optare per un socio solido finanziariamente e di «settore», quale Atlantia. La scelta di accettare solo la proposta del gruppo riconducibile alla famiglia Benetton (dovrebbe sottoscrivere circa il 35% della newco, investendo una cifra vicino a 350 milioni di euro), scartando tutte le altre, si presta a qualche inevitabile speculazione politica.
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Testata:  Sole 24 Ore 
Autore:  Dragoni Gianni 
Titolo: Fs sceglie Atlantia per la cordata di Alitalia – Per Alitalia Fs sceglie Atlantia Solo a settembre l’offerta finale
Tema: Alitalia

Solo Atlantia è stata scelta dalle Ferrovie dello Stato come partner perla Nuova Alitalia. Respinte le proposte di Carlo Toto, di German Efromovich e di Claudio Lotito, scartati dall’advisor Mediobanca nell’esame sulle credenziali finanziarie. I tempi per l’offerta finale però slittano al 30 settembre, quando le condizioni di Alitalia, che vola in rosso e brucia cassa, potrebbero essere a rischio di esaurimento di liquidità. Il cda delle Fs ha impiegato quasi sei ore per prendere la decisione che sembrava già preordinata. Era quella preferita dalla stessa società pubblica e da Delta Airlines, il partner industriale forte individuato dall’a.d. di Fs Gianfranco Battisti per il difficile salvataggio di Alitalia. Una gestazione evidentemente laboriosa, anche se, precisano fonti Fs, presa all’unanimità. «Il consiglio di amministrazione di Ferrovie dello Stato Italiane – dice il comunicato emesso in serata – in data odiema, valutate le conferme di interesse pervenute, ha individuato Atlantia quale partner da affiancare a Delta Air Lines e al Ministero dell’Economia e delle Finanze per l’operazione Alitalia. Fs Italiane inizierà a lavorare quanto prima con i partners individuati per condividere un Piano industriale e gli altri elementi dell’eventuale offerta». Da oggi Fs, Delta e la società della famiglia Benetton si confronteranno sul piano industriale. Al tavolo anche gli advisor industriali di Fs, McKinsey e Oliver Wyman. Un lavoro dall’esito non scontato. Ha prevalso la linea di Atlantia, che aveva chiesto un sostanzioso rinvio, di andare almeno a settembre per «approfondire» il piano industriale e basa la disponibilità a investire su profonde modifiche del piano.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Mania Roberto 
Titolo: Il commento – Senza Toto e Lotito si sgonfia il pasticcio voluto da Di Maio
Tema: Aliatalia

Non sarà un’Armata Brancaleone afar volare Alitalia. Il pasticcio, sponsorizzato dal ministro dello Sviluppo e del Lavoro, Luigi Di Maio, con dentro tutti (Toto e magari anche Claudio Lotito e il boliviano German Efromovich) pur di ridurre il peso nella Newco di Atlantia dei Benetton (gli stessi della tragedia del crollo del ponte Morandi), rimasto sui post di Facebook. Evaporato. La faciloneria dilettantesca della neo politica si è dovuta piegare – almeno un po’- di fronte alla complessità di un’operazione industriale il cui successo non è comunque scontato. Alitalia resterà un piccolo protagonista, dal passato glorioso, negli scali globali; e i contribuenti italiani (attraverso la partecipazione delle Ferrovie dello Stato e del ministero dell’Economia) regaleranno (e non per loro scelta) un altro miliardo (dopo i quasi otto dei salvataggi inanellati negli anni precedenti) a una compagnia che si è deciso ostinatamente di far tornare di bandiera. Gli italiani, però, continueranno anche liberamente a scegliere da chi comprare i biglietti e dunque con chi volare. Sono le regole del mercato nel quale l’interesse dei consumatori quasi mai coincide con quello della propaganda politica. Tante. Delta e Atlantia, che controlla Aeroporti di Roma e che ha ridato dignità agli scali della Capitale, hanno le risorse e il know how per provare a rimettere in piedi l’Alitalia. Ma dovranno fare i conti con le ingerenze, i capricci e le incompetenze della politica di questa stagione. E dovranno misurarsi con un progetto industriale che nessuno al mondo ha sperimentato: l’integrazione in una medesima azienda tra il trasporto aereo e quello ferroviario.
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Testata:  Corriere della Sera
Autore:  Galli Della Loggia Ernesto 

Titolo: Un paese diviso dai fatti – Un paese dal doppio volto la crisi della sua unità
Tema: Nord e Sud

Non è detto che il significato vero di un evento sia quello che appare a prima vista. E’ anzi buona regola dubitarne, e comunque chiederselo. Personalmente, ad esempio, me lo chiedo a proposito della vittoria di Milano per l’assegnazione delle Olimpiadi invernali del 2026. Certo, è evidente che si tratta di un importante successo della città. Di un’ulteriore tappa della sua corsa a diventare più di quanto lo sia già oggi una metropoli tra le più importanti del continente. E forse in futuro qualcosa di più: chi può dire infatti se nel destino di Milano non vi sia quello – che molti fattori possono indurre a immaginare (cominciando dalla sua posizione al centro della pianura padana, cioè al centro della grande piattaforma geografica di comunicazione e di scambio tra l’Europa orientale e balcanica da un lato e l’area italomediterranea e quella franco-iberica atlantica dall’altra) – di diventare una vera e propria cosmopoli, una cittàmondo sul modello di New York odi Shanghai? Possono ragionevolmente farlo credere le sua potenzialità, le sue capacità sinergiche sollecitate da un’amministrazione in genere mediamente buona, la sua antica vocazione al terziario e quindi a ogni genere d’intermediazione, da quella finanziaria a quella culturale, all’economia immateriale, infine il dinamismo straordinario di cui tanto spesso è stata protagonista.
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Societa’, istituzioni, esteri

Testata:  Sole 24 Ore 
Autore:  Pelosi Gerardo 
Titolo: Von der Leyen sul filo, Cinque stelle verso il sì
Tema: Elezione Presidente Commissione Europea
Mai come questa volta l’esito del voto dell’Europarlamento su un presidente designato della Commissione è così appeso ad un filo. La presidente designata e attuale ministro della Difesa tedesca, Ursula von der Leyen, deve ottenere nella votazione di oggi almeno 374 voti favorevoli, obiettivo non impossibile ma neppure così scontato. Un rischio molto concreto nel caso in cui la candidata decidesse di contare solo sui voti delle forze europeiste rinunciando al sostegno dei sovranisti come Lega e Le Pen. Al momento la candidata può contare sull’apporto del suo gruppo, i Popolari, che comprende Forza Italia, ma non si sono neppure placati i malumori nella Cdu bavarese, che ha visto male l’uscita di scena di Manfred Weber, lo spitzen kandidat. Sostegno anche da una parte dei Socialisti, che però arrivano divisi al voto, con il Pd ancora incerto, e i liberal-centristi di Renew Europe. In forse una parte dei Conservatori, e anche il M55 che tuttavia sembra orientato per il sì. Tra i contrari i 74 eurodeputati Verdi – che la von der Leyen non è riuscita a inglobare nella maggioranza – e i 41 della sinistra Gue, a cui si aggiungeranno anche i socialisti tedeschi. Una maggioranza traballante e a geometrie variabili che tratteggia uno scenario incerto che darebbe un segnale di debolezza per la nascente Commissione.
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Basso Francesca 
Titolo: Il gran giorno di von der Leyen Deve convincere i socialisti
Tema: Elezione Presidente Commissione Europea

Le incertezze di una settimana fa sul futuro della tedesca Ursula von der Leyen, designata alla guida della Commissione europea dal Consiglio dopo trattative lunghe e faticose, sembrano essere state per la maggior parte superate. Ma solo dal voto del Parlamento europeo previsto oggi al termine della giornata si capirà quanto è ampio il suo sostegno. Restano le divisioni all’interno dei socialdemocratici, con tedeschi, polacchi, ungheresi, belgi e olandesi ancora critici, anche se dopo la riunione di ieri sera due terzi del gruppo era a favore della candidata designata. C’è chi dice che von der Leyen potrebbe ottenere circa 400 voti, altri parlano di appena 380: per essere eletta e diventare presidente della Commissione le servono almeno 374 preferenze su 747 deputati. UVDL, come è stata ribattezzata Ursula von der Leyen, ha inviato due lettere ieri per spiegare alcuni punti del suo programma: una ai socialdemocratici e una ai liberali. Roberto Gualtieri, capodelegazione del Pd nel gruppo SeD, ha definito «positiva» una prima valutazione del testo: «Ci sono molti punti importanti – ha spiegato – cose che non ci avevano convinto durante l’audizione e che invece adesso ci sono, come la parte sulla flessibilità e le iniziative legislative per la dimensione sociale a partire dal salario minino o l’impegno a proporre una indennità europea di disoccupazione».
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Testata:  Repubblica 
Autore:  D’Argenio Alberto 
Titolo: Gli ultimi appelli di von der Leyen a Strasburgo il voto suspense Ue
Tema: Elezione Presidente Commissione Europea

Recupera terreno Ursula von der Leyen. A poche ore dal voto di fiducia di questo pomeriggio a Strasburgo, la candidata alla successione di Jean-Claude Juncker alla guida della Commissione europea ha convinto diverse delegazioni europeiste a sostenerla. Decisive una serie di mosse inanellate nelle ultime 48 ore dai gruppi politici pro Ue e della tedesca, che ieri ha annunciato le dimissioni da ministro della Difesa di Berlino: vada come vada, punta tutto su Bruxelles, dove ora ha più chance di restare per i prossimi cinque anni. Ma anche quella di oggi per lei sarà una giornata di passione, con i giochi politici che andranno avanti fino all’ultimo. Quella che si è consumata tra Bruxelles e Strasburgo è stata una battaglia tra europeisti e sovranisti. Von der Leyen aveva strizzato l’occhio a nazionalisti e populisti nei giorni in cui era in bilico. Fino allo scorso week end era sotto, dopo avere incassato il no di Verdi e sinistra del Gue e con i tre grandi gruppi europeisti spaccati, era lontana dalla soglia dei 374 voti necessari per la fiducia. Troppo lo scetticismo verso un candidato paracadutato a Bruxelles da Macron e Merkel dopo avere affondato il sistema democratico degli Spitzenkandidate, peraltro facendo il gioco dei Visegrad appoggiati da Conte.
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Testata:  Stampa 
Autore:  Bresolin Marco 
Titolo: Intervista a Marco Zanni – “Un portafoglio di peso per il sì a Von der Leyen” – “I popolari ci hanno convinto Avremo un portafoglio di peso”
Tema: Elezione Presidente Commissione Europea

Dietro il possibile sostegno della Lega a Ursula von der Leyen c’è una manovra politica del Partito popolare. Che in cambio ha promesso di non ostacolare la nomina del commissario leghista. A spiegare i retroscena dell’intesa è Marco Zanni, eurodeputato leghista e capogruppo di Identità e Democrazia. Quindi siete pronti a sostenere von der Leyen? «Sia chiaro: noi non votiamo a scatola chiusa. E certe uscite contro l’Italia non aiutano. Però come Lega ne abbiamo già parlato tra di noi e c’è stata una interlocuzione con la candidata e soprattutto con il Ppe». Perché i popolari vi vogliono a bordo? «Loro cercano di bilanciare il supporto verso destra, per questo ci hanno chiesto di votarla. Da parte nostra c’è un’apertura in cambio di alcune garanzie». Quali? «Sul programma ci sono segnali positivi, per esempio sul fronte immigrazione: lei ha insistito sulla riforma di Dublino e sulla protezione delle frontiere esterne. E poi abbiamo ricevuto rassicurazioni sul commissario italiano, anche se ovviamente questo lei non lo può dire apertamente». Concorrenza o Commercio? «Un portafoglio economico di primo piano, come concordato con Conte. Ovviamente sarà un leghista».
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Testata:  Messaggero 
Autore:  Pollio Salimbeni Antonio 
Titolo: Von der Leyen verso il sì Ci sono anche M5S e Lega
Tema: Elezione Presidente Commissione Europea

C’è molto meno pessimismo sul voto dell’Europarlamento, oggi alle 18, sulla candidata presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Si tratterà solo di vedere se nel segreto dell’urna i voti di alcuni settori sovranisti/populisti saranno determinanti o meno. Potrebbe non essere una differenza da poco tale da condizionare il senso politico dell’investitura. Tuttavia si scommette sul via libera. La partita si giocherà sul filo di pochi voti, ma il clima è comunque diverso dal fine settimana e lo si è capito subito. L’ex ministra tedesca ha risposto ai rilievi critici e ai dubbi di socialisti e liberali con due lettere distinte fornendo chiarimenti su punti chiave: clima, immigrazione, flessibilità di bilancio (ma con «responsabilità»), assicurazione Ue contro la disoccupazione, difesa dello Stato di diritto, ruolo del parlamento nello stimolo dell’iniziativa legislativa. E ha ottenuto una reazione positiva, anche se non c’è niente di nuovo, niente di più rispetto a quanto praticato finora. Cosi, al termine di una giornata alquanto convulsa con riunioni a ripetizione, la barra del pallottoliere si è arricchita di si. Ne occorrono 374. Questa è l’attesa: voteranno VDL, come viene chiamata la presidente designata, i popolari (182 seggi), il grosso dei liberali e macroniani (108 seggi), circa due terzi dei socialisti (154 seggi).
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Sarcina Giuseppe 
Titolo: «Odiano il nostro Paese» Trump attacca la Squadra delle deputate radicali
Tema: Trump vs deputate radicali

«Chi non è contento degli Stati Uniti, può anche andarsene». Donald Trump va allo scontro totale con «le quattro parlamentari socialiste»: Alexandria Ocasio Cortez, distretto di New York; Rashida Tlaib del Michigan; Ayanna Pressley del Massachusetts e, in particolare, Ilhan Omar del Minnesota. Il presidente ha risposto con un’invettiva durissima alle domande dei giornalisti. Se l’è presa soprattutto con Omar, 36 anni, l’unica delle quattro a non essere nata negli Usa. E’ arrivata a New York nel 1992, quando il governo americano ha accolto la domanda di asilo dei genitori somali, di Mogadiscio. Ilhan è diventata cittadina americana nel 2000, si è laureata nell’Università del North Dakota e nel novembre 2008 e stata eletta deputata. Trump le ha rinfacciato brutalmente di essere un’ingrata: «Viene da un Paese fallimentare come la Somalia. Qui è diventata una deputata del Congresso. Una cosa mai vista. E adesso non fa altro che lamentarsi degli Stati Uniti. L’ho vista gonfiare il petto quando parla di Al Qaeda, minimizzare la strage dell’u settembre, disprezzare Israele e gli ebrei. Parliamoci chiaro: queste sono persone che odiano il nostro Paese. Ma se ne possono pure andare». In un paio di giorni, quindi, Trump ha fatto a pezzi le regole di rispetto, almeno formale, tra le istituzioni.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Lombardi Anna 
Titolo: I tweet razzisti di Trump contro le Dem
Tema: Trump vs deputate radicali

E’ bastato un tweet velenoso e razzista per far raggiungere a Donald Trump l’obiettivo che la leader democratica Nancy Pelosi inseguiva da giorni: unire il partito dell’asinello contro di lui. A indignare tutti è stato il cinguettio nativista con cui domenica il Presidente invitava quatto deputate progressiste del Congresso “a tornare nei posti corrotti e infestati dal crimine da cui provengono”. Un riferimento evidente ad Alexandria Ocasio-Cortez, IIhan Omar, Rashida Tlaib e Ayanna Pressley: “the squad”, la squadra, come da tempo si autodefmiscono, le dem antagoniste alla leadership del loro stesso partito, le sostenitrici dell’impeachment, cosl ostili alla “tolleranza zero” di Trump sull’immigrazione, da essere state protagoniste di un recente e duro scontro con la speaker Pelosi considerata troppo morbida sulla questione. Ribelli, ok, ma americanissime, visto che la rifugiata somala Omar è cittadina Usa dal 2000, Ocasio è nata nel Bronx da papà portoricano, Tlaib a Detroit da genitori palestinesi. E Pressley è un’afroamericana di Cincinnati. Non è però un caso che l'”Hater-in-ChieP – l’odiatore in capo, come ieri titolava il Daily News – abbia scelto di entrare a gamba tesa negli affari democratici, proprio mentre annuncia nuove norme sulle richieste d’asilo, da oggi accolte alla frontiera solo se si è già ottenuto lo status di rifugiato da uno stato terzo.
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Testata:  Giornale 
Autore:  Morelli Giorgio_C. 
Titolo: Migranti, guerra di tweet Trump sfida «le quattro»
Tema: Trump vs deputate radicali

Da una parte ci sono quattro giovanissime deputate democratiche al Congresso, appena elette, che rappresentano l’ala più progressista e di sinistra del partito dell’asinello. «The gang of 4», la banda delle quattro come vengono chiamate dai giornali Usa, hanno la leader in Alexandria Ocasio-Cortez, di origine portoricana ma nata nel Bronx. Poi c’è l’afroamericana Ayanna Pressley; quindi due musulmane che girano sempre con il velo: Rashida Tlaib, figlia di immigrati palestinesi, e Ilham Omar, somala emigrata nel Minnesota all’eta di tre anni. Le «quattro» vogliono aprire le frontiere americane a tutti e che il governo accolga tutti i clandestini. D’altra parte c’è il presidente Trump, razzista e xenofobo come lo definiscono i dem, perché sta usando ogni mezzo per combattere l’immigrazione clandestina e vuole aumentare le deportazioni (Obama deportò circa 3milioni di illegali in 8 anni). Il presidente Trump si è stancato di essere criticato dalla «banda delle quattro» (Ocasio-Cortez giorni fa ha detto che nei centri di detenzione, gli illegali sono costretti a bere acqua dalle toilette), e con una serie di tweet ieri The Donald ha detto ciò che pensa delle congresswomen. «Go back home». Tomate a casa. Trump se ne infischia del politically correct e ha scritto a chiare lettere ciò che la sua base vuole sentirsi ripetere contro le «quattro». «Tomate nei Paesi da dove siete venuti se non vi piace gli Stati Uniti, la più grande democrazia al mondo, che criticate sempre, in ogni occasione».
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Testata:  Stampa 
Autore:  Mastrolilli Paolo 
Titolo: Così Brooklyn difende i migranti dalle retate – A Brooklyn con i poliziotti delle retate “Diciamo ai migranti di nascondersi”
Tema: Brooklyn-migranti

Quando il taxi arriva all’incrocio tra la Sessantesima strada e la Terza avenue di Sunset Park, a Brooklyn, il guidatore si gira e chiede: «L’indirizzo è questo? Sei proprio sicuro?». Rispondo di sì, e allora lui spiega la perplessità: «Te lo dico perché trovare un modo per tornare da quaggiù non sarà facile». Il posto è giusto, però. Proprio qui, il quartiere a cui Paul Auster aveva dedicato un romanzo sugli squatters, nella notte fra sabato e domenica gli agenti dello U. S. Immigration and Customs Enforcement sono venuti a fare i primi raid annunciati da Trump, per arrestare e deportare circa 2.000 immigrati illegali. Hanno preso di mira una decina di città, fra cui New York. Il panorama è desolante. Case a schiera, che forse un secolo fa erano state immaginate come quartiere residenziale, sovrastate dalla rumorosa autostrada che porta verso il Verrazano Bridge. Ragazzini che giocano in strada, rigorosamente a calcio, e adulti tatuati che bevono birra sulle scale. Il ritmo della musica salsa invade i marciapiedi, dove gruppi di amici improvvisano passi di danza, come fossero a una festa.
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Testata:  Sole 24 Ore 
Autore:  Romano Beda 
Titolo: La Ue sanziona Ankara: sospesi colloqui e aiuti pre-adesione
Tema: Ue sanziona Ankara

Messa alle strette dagli Stati Uniti per la scelta di acquistare missili terra-aria dalla Russia, la Turchia deve anche affrontare evidenti tensioni con l’Unione europea. I Ventotto hanno approvato una serie di misure contro Ankara, accusata di effettuare «nuove esplorazioni petrolifere illegali» nel Mediterraneo orientale. Tra le altre cose, i ministri degli Esteri riuniti ieri a Bruxelles hanno chiesto alla Commissione europea di lavorare su eventuali sanzioni mirate contro il governo turco. Da giorni ormai le diplomazie nazionali erano al lavoro per mettere nero su bianco la decisione dei capi di stato e di governo di fine giugno di lanciare un messaggio alla Turchia, rispondendo agli appelli di Cipro. I ministri degli Esteri dei Ventotto si sono messi d’accordo per congelare il negoziato in corso su un accordo aereo e per sospendere una serie di incontri al vertice previsti nel futuro prossimo. Nel contempo, hanno fatto propria la proposta della Commissione europea di sospendere gli aiuti pre-adesione previsti nel 2o20. Hanno poi invitato la Banca europea per gli investimenti (Bei) a rivedere «le sue attività di finanziamento in Turchia, in particolare nei prestiti garantiti dallo Stato». Infine, sempre i Ventotto hanno chiesto alla stessa Commissione europea «di continuare a lavorare su diverse opzioni di sanzioni mirate», vale a dire contro personalità turche.
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Testata:  Giornale 
Autore:  Clausi Chiara 
Titolo: Scienziata francese arrestata a Teheran. Parigi: subito libera
Tema: Scienziata francese arrestata a Teheran

I Pasdaran danno un colpo alla mediazione francese e arrestano l’antropologa franco-iraniana Fariba Adelkhah. La Francia ha chiesto le motivazioni di quanto accaduto e l’accesso immediato ai servizi consolari. Adelkhah è sospettata di essere una spia. La ricercatrice lavora nella prestigiosa università Sciences Po di Parigi ma negli ultimi mesi ha viaggiato molto tra Parigi e Teheran, per le sue ricerche su Qom, il principale centro di elaborazione religiosa dello sciismo duodecimano. Secondo il sito web sui diritti umani con sede a Washington, Gozaar, la studiosa è stata fermata nella sua casa di Teheran dai servizi di intelligence dei Guardiani della rivoluzione. Potrebbe essere tenuta in isolamento nella prigione di Evin e controllata a vista. «Le autorità francesi in questo difficile contesto hanno preso provvedimenti con le autorità iraniane per ottenere informazioni da loro sulla situazione e le condizioni dell’arresto – ha dichiarato il portavoce del Quai d’Orsay Agnès von der Mühll – e hanno chiesto l’accesso ai servizi consolari come previsto in queste circostanze, per il rapido rilascio della ricercatrice». «Nessuna risposta soddisfacente è stata data a queste richieste – ha poi aggiunto il portavoce – . La Francia invita le autorità iraniane a far luce sulla situazione».
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Valentino Paolo 
Titolo: «Finirai ucciso come meriti» Il capo di Siemens minacciato dai neonazisti
Tema: Capo di Siemens minacciato
Per essere il capo di Siemens, una delle aziende simbolo del sistema Germania, Joe Kaeser è un’eccezione fra i grandi manager tedeschi. Non parliamo qui delle sue capacità imprenditoriali, che sono notevoli, riconosciute e non dissimili da quelle di tanti altri suoi colleghi. No, nel paesaggio dell’industria renana Kaeser è un numero a parte perché prende spesso e volentieri posizione su temi politici attuali e controversi. Molto presente sui social media, Kaeser critica le esternazioni razziste di Alice Weidel, la co-presidente dei deputati di AfD al Bundestag quando definisce con disprezzo Kopftuch-Mädel le ragazze musulmane che portano il velo. Cancella la partecipazione a una conferenza di investitori a Riad dopo il brutale assassinio del giornalista Jamal Khashoggi nei locali del consolato saudita di Istanbul. Da ultimo prende le difese di Carola Rackete, la capitana della Sea Watch, «arrestata per aver salvato vite umane». Ora Joe Kaeser ha un problema. Da tempo oggetto di insulti e accuse via email o e twitter, il capo di Siemens ha ricevuto nei giorni scorsi una minaccia di morte. Con una firma e un riferimento che fanno compiere un preoccupante salto di qualità alla vicenda.
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IL SOLE 24 ORE
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LA REPUBBLICA
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IL GIORNALE
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LIBERO QUOTIDIANO
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