In evidenza sui maggiori quotidiani:
– Roma, Salvini lancia il centrodestra unito
– Altolà di Conte a Renzi e Di Maio
– Partite Iva: fino a 30 mila euro si torna alla flat tax piena
– Brexit. Nuovo colpo di scena a Londra: voto rinviato
– Scontri a Barcellona, Sanchez chiude al dialogo con i separatisti
PRIMO PIANO
Politica interna
Testata: Repubblica
Autore: Lopapa Carmelo
Titolo: Roma, Salvini fa il pieno: “Il sangue dei migranti colpa del governo” – Per Salvini 200mila in piazza “Vinciamo le Regionali e mandiamo a casa il governo”
Tema: manifestazione centrodestra
Nasce il Pdl di Matteo Salvini. E nasce sulle note trionfali del Vincerò pucciniano. Il leader della Lega si prende Piazza San Giovanni, «questa che era la piazza di Luciano Lama, di Berlinguer e della Cgil, adesso è nostra». Ne fa uno scalpo, a fine kermesse, dopo che sul palco sono saliti anche Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi. C’è la foto a tre che non si vedeva dalla Piazza Grande di Bologna del 2015, ma quella era preistoria. Ora i rapporti di forza si sono invertiti. Non saranno i 200 mila che vengono proclamati dagli organizzatori, ma l’enorme spianata è piena a perdita d’occhio. La prova di forza è riuscita. Se si trasformerà in spallata a un governo giallorosso, fragile mai come in queste ore, dipenderà solo dall’autolesionismo dei suoi protagonisti. Il capo leghista è padrone unico e incontrastato. Non pronuncerà mai la parola “centrodestra”, quella è storia archiviata. Sul palco campeggiano solo simbolo e bandiere del suo partito. Gli altri due leader sono qui, ma da ospiti.
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Testata: Corriere della Sera
Autore: Verderami Francesco
Titolo: E Salvini rilancia: dobbiamo studiare – Slogan antichi e competition Ma il capo leghista sa che serve tempo per «studiare»
Tema: manifestazione centrodestra
E’ cambiato il capo ma il popolo è lo stesso di tredici anni fa, quando per la prima volta il centrodestra riempì la piazza «rossa» di San Giovanni: oggi come allora si è presentato in modo festoso e famigliare, oggi come allora ha i numeri per puntare alla riconquista del governo. Solo che oggi rispetto ad allora non ha ancora un programma di governo. Perché le parole d’ordine pronunciate ieri dai tre leader del centrodestra non erano che una rivisitazione degli slogan berlusconiani con cui venticinque anni fa venne annunciata la «rivoluzione liberale». Nell’attesa del «nuovo miracolo italiano», Salvini Meloni e Berlusconi hanno riproposto infatti le formule del «meno tasse» e «più sicurezza». Hanno cavalcato l’algoritmo mediatico dei «porti chiusi», dietro il quale si tenta di nascondere un anno di gestione fallimentare nella politica dei rimpatri. E hanno persino scomodato «Dio patria e famiglia» per difendere l’identità nazionale. Che nel centrodestra esista il problema di strutturare un progetto di governo, lo ha ammesso lo stesso leader della Lega: il tempo che manca «per tornare a palazzo Chigi dalla porta principale — ha detto — ci dovrà servire per studiare, incontrare e valutare». E ogni verbo si porta appresso una serie di interrogativi: sui rapporti europei, le relazioni internazionali, la politica economica, quella industriale.
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Testata: Repubblica
Autore: Lerner Gad
Titolo: La piazza dei finti moderati – Tra Putin e Patria Ma ora la destra si finge moderata
Tema: manifestazione centrodestra
In piazza, la protesta antigovernativa non sembra avere più al suo centro il rifiuto degli immigrati e la denuncia dei crimini, soprattutto di natura sessuale, ad essi ascrivibili. Certo, da Fedriga alla Meloni non mancheranno crudi riferimenti a tale piaga, accompagnati dalla piena solidarietà con le guardie carcerarie accusate di maltrattamenti sui detenuti, e dalla richiesta di mano libera per i poliziotti («Togliere il galateo alle forze dell’ordine e riconsegnare il manganello», ha proposto Zaia). Ma sembra venuto in auge un nuovo oggetto-simbolo contro cui si esprime il malcontento della destra antitasse: il POS, dispositivo per i pagamenti elettronici. Per meglio dire, è l’abbinamento tra il POS e le manette, a esacerbare gli animi. Perché le manette in verità piacciono, a questa piazza, purché adoperate contro i nemici del loro popolo. Chi s’illudeva che la manifestazione dell'”orgoglio italiano” trasformasse Salvini nel leader di un nuovo centrodestra liberale, pretendeva da lui una torsione contronatura. Egli guida un movimento reazionario ma autenticamente popolare, la cui forza risiede proprio nella negazione del liberalismo. Nel tramonto di questa ottobrata romana, mentre i treni e gli autobus riprendono la via del Nord, il capo leghista ruzzolato giù dal governo può tirare un sospiro di sollievo. Si riconferma a capo di una destra popolare vasta, galvanizzata dalle divisioni interne della compagine governativa, convinta di poterla travolgere nel giro di pochi mesi. Per questo Salvini ha goduto di indulgenza generalizzata da parte del suo popolo, nonostante l’evidenza degli errori da lui commessi. Dal palco non poteva infine che lanciare un «invito alla pazienza», perché «la calma è la virtù dei forti», corredato dalla promessa di vincere tutte le prossime nove scadenze elettorali. Se questa macchina da guerra s’inceppasse, lui ne pagherebbe le conseguenze. Ma la destra riunitasi ieri a San Giovanni, illiberale per vocazione fin dal 1994, quando Berlusconi si portò dietro post-fascisti e leghisti pur di conquistare la maggioranza, anche senza di lui resterebbe una forza egemone di questo paese.
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Testata: Corriere della Sera
Autore: Trocino Alessandro
Titolo: Conte, altolà a Renzi e Di Maio – Conte: chi non fa squadra è fuori
Tema: tensioni nel governo
Se Di Maio rimprovera al premier un’eccessiva vicinanza al Pd e a Dario Franceschini, il premier vede una convergenza di interessi di Italia viva e M5S per destabilizzare l’esecutivo. Conte, da Perugia, è durissimo: «Questo è un governo orientato ad abbassare la pressione fiscale complessiva. Se qualcuno pensa che stiamo qui ad aumentare le tasse si sta sbagliando. Il piano antievasione non può essere né smantellato ne toccato. Io ho iniziato con il M5S che gridava onestà-onestà e tutte le forze politiche non devono tirarsi indietro». Ma Il premier va oltre: «Qui bisogna fare squadra, chi non la pensa così è fuori dal governo». A seguire, una nota per diminuire la portata dell’affermazione: «Il premier faceva un discorso generale». E poi in seratam chiarisce: «Dobbiamo stare sereni tutti per un obiettivo comune, dobbiamo fare squadra. Renzi? Non lo conosco bene. Salvini invece sì, in lui vedo l’arroganza e la prepotenza più pericolose». Il premier è impegnato su due fronti: contro Renzi per quota 100 e contro Di Maio per il regime forfettario sulle partite Iva. Su questo tema, così come sulle critiche alla «sugar tax» (la tassa sulle bibite zuccherate), M5S e Iv marciano nella stessa direzione. Le convergenze parallele di Renzi e Di Maio, con la richieste di un vertice prima del consiglio dei ministri di domani, preoccupano Conte. Che replica: «La manovra è stata approvata, salvo intese tecniche. Vuol dire che si possono fare approfondimenti tecnici. La manovra è stata deliberata, approvata da ministri di tutte le forze politiche, anche del M55». Conferma il ministro dem dell’Economia Roberto Gualtieri: «La manovra non cambia».
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Testata: Corriere della Sera
Autore: Guerzoni Monica
Titolo: Il retroscena – Di Maio spiazzato dal premier: questa volta ha esagerato
Tema: tensioni nel governo
Nicola Zingaretti si è tappato le orecchie per non sentire i bellicosi echi della Leopolda di Matteo Renzi. Ma all’accusa di guidare «il partito delle tasse e delle tessere», il segretario del Pd ha deciso che era troppo. E così nel primo pomeriggio i contatti sulla linea Nazareno-Palazzo Chigi si sono intensificati. E in serata il premier, che ormai si affida più al Pd che al M5S, ha accettato di offrire un assist ai democratici. «Chi non fa gioco di squadra è fuori dal governo», ha alzato la voce Conte. E anche se i collaboratori hanno subito chiarito che non ce l’aveva con Di Maio e non alludeva alle tensioni sulla manovra, dalla Farnesina è trapelato tutto il fastidio del ministro: «Ha esagerato, lo vedo un po’ nervoso … certi tonici addolorano». Conte sa bene che il suo esecutivo non ha i numeri per rinunciare a nessuna delle tre forze che lo sostengono, ma sa anche che né Renzi, né Di Maio sono in condizioni di sfiduciarlo in Aula per poi contarsi nelle urne. Per scongiurare il collasso della sua litigiosa maggioranza, il premier ha segnato in agenda per domani un vertice chiarificatore, in cui sfiderà Renzi (e Di Maio) al rispetto degli accordi assunti davanti ai cittadini. Da Palazzo Chigi assicurano che tra l’avvocato e il capo dei 5 Stelle non ci sono ombre.
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Testata: Repubblica
Autore: De Marchis Goffredo
Titolo: Boschi attacca il Pd e divide la Leopolda Renzi duella col premier
Tema: tensioni nel governo
«L’unica ragione di vita di Conte è quella di fregare me» . Matteo Renzi alla Leopolda vara il simbolo del nuovo partito in un tripudio di luci e musica e non fa niente per smentire le tensioni con il presidente del Consiglio e l’idea di uno scontro che nasce da un patto del premier con il Pd. Ogni giorno la rottura sembra a un passo. Ma Renzi ribalta lo schema. Lui l’agnellino, gli altri i lupi. Lui buono, gli altri cattivi. Italia Viva non studia sabotaggi, semmai è costretta a difendersi da chi la considera un pericolo. «Avete ragione — dice ai suoi fedelissimi — non dobbiamo fare gli sfascisti, dobbiamo imparare a stare in coalizione. Non alimentiamo polemiche. Però il comportamento di Conte mica è normale». Così la linea dura dev’essere immediatamente corretta. Nell’affollatissima kermesse fiorentina Maria Elena Boschi dice chiaro e tondo: «Il Pd è il partito delle tasse, noi siamo un’altra cosa» . È la miccia che Renzi non vuole accendere. Non adesso, per calcolo: non sia mai Pd e Conte immaginassero davvero di andare al voto. Italia Viva non è affatto pronta. Anche se lui è il primo a dire che certe tasse o microtasse del decreto fiscale non vanno, che con i 5 Stelle si può provare a cambiare le cose in corsa. Ma senza andare oltre. «Faremo un emendamento anche su quota 100, vedremo chi vincerà in Parlamento». Le parole della capogruppo di Italia Viva alla Camera spiazzano infatti i partecipanti alla Leopolda, molti dei quali sono ex Pd, presentati sul palco in pompa magna come fuoriusciti, come portatori di uno spirito libero che tra i dem era ingabbiato. La scissione però è sempre un po’ dolorosa e certi colpi bassi non sono graditi.
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Testata: Corriere della Sera
Autore: Fontana Luciano
Titolo: Il commento – Ma si può continuare così? – Ma si può andare avanti così?
Tema: tensioni nel governo
L’esecutivo è di nuovo un campo su cui giocare tutte le partite individuali, scaricare tutti i conflitti, esercitare pressioni e minacce. Le parole del premier Conte («chi non fa squadra è fuori») sono la dimostrazione evidente che qualcosa di grave sta già avvenendo. E non si può fare finta di niente o giudicare tutto come una normale dialettica tra i partiti che compongono la maggioranza. La promessa di un’alleanza che non ripetesse gli errori del passato, che con compostezza si mettesse al lavoro per riforme incisive e possibili, che restituisse un clima di serietà e di prudenza sembra già svanita. Forse era un’illusione, forse la politica dell’istante, delle leadership personali, dell’ossessione del consenso immediato sui social non poteva che portare a questo risultato. Ma rassegnarsi non si può. Le due forze politiche, Pd e M5S, che si erano combattute aspramente, insultate e delegittimate dovevano già affrontare un’impresa ai limiti dell’impossibile. Quella di dimostrare che il cambio di fronte non era solo la conseguenza del desiderio di evitare le elezioni e impedire a Salvini di vincerle. Che era possibile, sotto la guida di un premier abile mediatore, ricostituire un rapporto con gli alleati europei e affrontare senza angoscia la manovra. Il varo del nuovo governo è stato salutato da un calo dello spread che ci permetterà di risparmiare sui titoli di Stato. E finora l’unica notizia positiva. Per il resto assistiamo a una sequenza di colpi di scena, protagonismi, conflitti, ultimatum. Il risultato è deludente per un Paese già provato da una stagione molto difficile. Era chiaro che la manovra economica, fatta in fretta fondamentalmente per bloccare gli aumenti Iva per 23 miliardi, non poteva rappresentare una svolta epocale. Chi guida il governo avrebbe fatto meglio a non annunciare l’ennesima rivoluzione che non c’è. Un po’ di coraggio nello smontare le misure dannose del passato sarebbe invece stato utile.
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Testata: Repubblica
Autore: Scalfari Eugenio
Titolo: L’editoriale – La nostra storia un Purgatorio senza Paradiso – Una storia senza Paradiso
Tema: tensioni nel governo
In un’Europa confederata il ministero degli Esteri ha un suo peso ma scarso per un’Italia che in Europa conta assai poco. La risposta a questa relativa autorevolezza della carica ministeriale ha spinto Di Maio a restare e anzi ad accrescere la sua funzione di capo del partito Cinquestelle. Spesso il ministro degli Esteri Di Maio è in una situazione polemica nei confronti del governo nel quale ha una carica importante ma solo sulla carta, nella pratica dei fatti Luigi Di Maio è molto polemico verso un’alleanza con la sinistra democratica. Di fatto è diventato polemico anche nei confronti di Conte al punto da prendersi i rimproveri del “nonno” Beppe Grillo. Di Maio è diventato un mistero politico: contro Salvini, contro il Pd e praticamente contro Giuseppe Conte. Luigi Di Maio è a questo punto un enigma per se stesso e soprattutto per gli altri.
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Economia e finanza
Testata: Stampa
Autore: Russo Paolo
Titolo: La flat tax cambia di nuovo Sotto i 30 mila euro spese deducibili del 22%
Tema: tasse e manovra
il governo lavora a un compromesso sulla flat tax, semplificando la vita con la deducibilità a forfait delle spese per chi è sotto i 30mila euro di reddito e allentando i vincoli delle deduzioni per chi viaggia tra i 30 e i 65 mila euro. Il Consiglio dei ministri di domani dovrà dare il via libera al decreto fiscale approvato “salvo intese” e i correttivi dovrebbero essere messi nero su bianco per l’occasione. Di allentare la stretta sul contante, come chiede Di Maio, non se ne parla nemmeno, anche se alla fine ci potrebbe essere qualche sconto sulle sanzioni per chi non accetta i pagamenti con il pos. Nemmeno è in discussione mettere le mani su quota 100 come reclamato da Renzi. A entrambi verrebbe però servito sul piatto un compromesso sulla flat tax, escludendo a priori l’idea di estenderla fino a 100mila euro con una aliquota del 20% come promesso dal governo giallo verde. L’idea allora sarebbe questa. Per chi non guadagna più di 30mila euro si tornerebbe alla possibilità di dedurre dal reddito con un forfait del 22% le spese connesse alla propria attività. Ovviamente con l’invarianza dell’aliquota Irpef al 15%. Senza dietrofront clamorosi in questo modo si verrebbe incontro alle richieste arrivate da professionisti e categorie produttive, con i rappresentanti di Rete imprese Italia che da subito hanno protestato per il ritorno al calcolo analitico e documentabile dei costi sostenuti per l’attività. Un meccanismo che penalizzerebbe i precari e i free lance che lavorano da casa, per i quali è difficile documentare i costi sostenuti e che quindi si troverebbero automaticamente a pagare un’imposta maggiore. Fermo restando che chi lo ritenesse più conveniente potrebbe restare in regime di conteggio analitico dei costi. Tra i 30 e i 65mila euro di reddito si resterebbe invece in regime di deduzione analitica delle spese ma con un allentamento dei vincoli per chi deciderà di fare ricorso alla fatturazione elettronica.
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Testata: Repubblica
Autore: Petrini Roberto
Titolo: Possibili cambi su contanti e flat tax “Ma i fondamentali restano uguali”
Tema: tasse e manovra
Via i criteri più severi per accedere alla mini flat tax sulle partite Iva e un probabile innalzamento del limite per gli acquisti in contante al momento fissato, in riduzione, dagli attuali 3.000 euro a 2.000 euro per il biennio 2020-2021. Ma a patto che ci siano le coperture, soprattutto per le misure sulle partite Iva. Sono questi dettagli sui quali si sta lavorando a Roma al Tesoro, senza tuttavia uscire dal perimetro fissato della manovra. Ed infatti il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, nella consueta conferenza stampa finale al termine del vertice del Fondo monetario internazionale a Washington, ribadisce che la manovra approvata «non cambia» e che il «perimetro resta lo stesso» di quanto deciso nella notte tra martedì e mercoledì. «I fondamentali della manovra sono quelli», ribadisce in sintonia anche con quanto dice il premier Conte da Roma. Insomma il «salvo intese» con il quale si è concluso a inizio settimana il Consiglio dei ministri non vuol dire che si può riaprire tutto; anche perché il tutto, cioè la manovra con la sintesi dell’articolato, è stato già inviato a Bruxelles.
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Testata: Sole 24 Ore
Autore: Rogari Marco – Trovati Gianni
Titolo: Alta tensione sui conti In gioco 2 miliardi – Le liti nel governo valgono almeno 2 miliardi di coperture
Tema: tasse e manovra
Tasse. Ad alzare la temperatura nel governo è la parola magica per partiti e movimenti all’eterna ricerca del consenso giorno per giorno. Parola evocativa per la politica: ma anche decisiva per il quadro complicato delle coperture della manovra. In gioco, nelle tensioni incrociate fra Cinque Stelle, Italia Viva, Pd e Leu ci sono misure chiamate a portare almeno due miliardi per il 2020, fra tasse ambientali, stretta sul forfait delle partite Iva, misure antievasione negli appalti e ritocchi fiscali sulla casa, dalle ipocatastali a 150 euro fino alla cedolare sugli affitti calmierati portata al 12,5%. Le entrate in bilico raddoppierebbero sul 2021. Il conto, destinato a tornare al centro del consiglio dei ministri previsto domani alle 19, non considera la stretta al contante, contestatissima dai Cinque Stelle e accolta con molta freddezza da Italia Viva. Perché l’abbassamento del tetto all’utilizzo delle banconote, così come le nuove soglie per i reati fiscali proposte dal ministro della Giustizia Bonafede, non sono “cifrate”, cioè non sono accompagnate da stime ufficiali sul possibile gettito aggiuntivo. E nemmeno potrebbero. E a confermare la distanza fra questo scontro e i numeri di dibilancio c’è l’unica misura accompagnata da cifre: la sanzione per gli esercenti che rifiutano di porgere il Pos peri pagamenti. La mossa serve ad attuare davvero l’obbligo introdotto nel 2012, ma dal punto di vista del gettito è praticamente irrilevante: 4,5 milioni.
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Testata: Sole 24 Ore
Autore: Picchio Nicoletta
Titolo: Boccia: infrastrutture la priorità, no alle tasse su plastica e zucchero – Boccia: priorità alle infrastrutture, sbagliate sugar e plastic tax
Tema: tasse e manovra
«Occorre andare oltre la manovra finanziaria». Vincenzo Boccia guarda già oltre la legge di bilancio, anche se ci sono «alcuni punti di criticità che vanno affrontati», dalla tassa sulla plastica, alla sugar tax, a come si sta affrontando l’evasione. Non ci sono molte aspettative: «Non abbiamo grandi risorse». Ma si può spingere la crescita, con una operazione anticiclica, rilanciando le infrastrutture. «Abbiamo 70 miliardi di euro già stanziati per opere superiori ai 100 milioni. Ooccorre fare una verifica opera per opera e individuare soluzioni anche oltre lo sblocca-cantieri per affrontare la questione temporale», ha detto il presidente di Confindustria, concludendo il convegno di Capri del Giovani imprenditori. Un’azione da fare in Italia e in Europa: «Lo stiamo proponendo, cercheremo di coinvolgere anche le Confindustrie Ue. Rifiutiamo l’idea di un’Italia periferia d’Europa, la nostra idea è un piano infrastrutturale transeuropeo da 1000 miliardi di euro, da finanziare con eurobond, di cui 100 sarebbe la quota italiana. Sommando le due azioni si attiverebbero opere da 170 miliardi nel paese. Inutile dibattere sui 3 miliardi per il cuneo, che sono comunque un passo. Guardiamo avanti», ha insistito Boccia. Ciò non toglie che occorra affrontare i punti di criticità della manovra.
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Testata: Stampa
Autore: Cecchi De’ Rossi Martina
Titolo: Intervista a Teresa Bellanova – Bellanova: le imposte sarebbero un colpo a imprese e lavoratori – “Quando si introducono imposte è un colpo a prodotti e posti di lavoro”
Tema: Tasse e manovra
La Ministra Bellanova dalla Leopolda manda a dire che «la legge di Bilancio è stata approvata salvo intese, anche se noi avremmo preferito un testo definitivo. Ci sono delle questioni aperte, e noi diamo la massima disponibilità a risolverle». Dite che non siete il partito delle tasse, ma avete dato il via libera al Documento programmatico di bilancio, che comunque ha disinnescato l’aumento dell’Iva, che non viene nemmeno rimodulata. Perché ora la questione fiscale è così prioritaria? «Quando si mettono piccole tasse, come la sugar tax sulle bibite analcoliche, non si considera ad esempio che quelli sono anche prodotti agricoli trasformati e che dietro quella produzione ci sono posti di lavoro. E’ per questo che abbiamo sempre detto che sarebbe stato opportuno eliminare Quota 100 e destinare quelle risorse alla riduzione delle tasse, e alle famiglie».
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Testata: Quotidiano del Sud L’Altravoce dell’Italia
Autore: Napoletano Roberto
Titolo: Basta balle, investire al sud
Tema: Sud e investimenti
Evitiamo di sprecare in un ventaglio di micro tasse il credito ricevuto dall’Europa per essere usciti dalla fase più insulsa, ideologica e dilettantesca, nella storia recente dei governi italiani. Fermatevi, per piacere. C’è una sola via per evitare che il segno della manovra sia il ritorno di Dracula. Si deve dire con chiarezza che un Paese che ha azzerato da dieci anni (0,15% del Pil) la spesa per infrastrutture di sviluppo nel Mezzogiorno e che consente alla Regione Piemonte di spendere per i suoi servizi generali cinque volte di più di quanto spende la Regione Campania, è morto per sempre. Non ha futuro. Ha deciso di non fare più figli. Ha condannato all’esodo di massa la sua generazione giovanile. Parliamo di investimenti, i soldi ci sono, di come e dove farli. Individuiamo gli strumenti centrali con poteri sostitutivi e rompiamo l’isolamento ferroviario delle regioni meridionali, restituiamo loro il maltolto in termini di spesa sociale, scuole, università, asili nido, ospedali, vita. Al primo vagito protestatario di Fontana e Zaia si ricordino le decine di miliardi che indebitamente sottraggono al Sud da dieci anni grazie alla spesa storica e ci si chieda come è possibile che sopravviva in Lombardia un poltronificio di enti collegati da 50mila e passa amici degli amici messi sul conto della collettività e che in Veneto ci siano 16mila infermieri, amministrativi non medici in più della regione Campania con un milione di abitanti in meno. Basta balle!
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Testata: Repubblica
Autore: Puledda Vittoria
Titolo: Italiani meno ricchi ma con più contanti per paura del futuro
Tema: indagine Censis-Aipb
A dieci anni dalla grande crisi internazionale, la ricchezza finanziaria delle famiglie italiane non è ancora ritornata ai livelli del 2008: a fine 2018 nei forzieri degli italiani c’erano custoditi 4.217,9 miliardi di euro, lo 0,4% in meno al netto dell’inflazione. Rispetto al 2017 il calo è più accentuato, meno 4,7%. Forzieri in senso quasi letterale, perché le scelte si indirizzano molto più di prima verso il contante: tra biglietti, monete e depositi le famiglie a fine 2018 avevano 1.390 miliardi cash (un terzo del totale della ricchezza complessiva) il 13,7% in più rispetto a 10 anni prima. La fotografia dei portafogli è stata scattata dall’osservatorio Aipb (Associazione italiana private banking) e Censis, che insieme hanno realizzato il secondo rapporto sulla ricchezza nazionale. Un atteggiamento super-prudente verso i propri soldi dettato dall’incertezza e dalla paura per il futuro. Ma anche dalla ritirata del welfare pubblico, che porta gli italiani a sentirsi scoperti rispetto alle possibili esigenze del domani e quindi a privilegiare i contanti rispetto agli investimenti. Molto ha contribuito la discesa dei rendimenti, che hanno ridotto in maniera marcata la distanza della remunerazione tra conti correnti e titoli di Stato — che, non a caso, segnano nel decennio una caduta verticale del 67,2% (il 61,2% del campione dichiara di non aver propensione all’acquisto di titoli pubblici). Ma la preoccupazione per il futuro si manifesta anche con un forte aumento delle polizze: le riserve assicurative, per la stragrande maggioranza legate al ramo vita e ai fondi pensione, segnano un incremento del 44,6% e rappresentano il 23,7% del portafoglio degli italiani. Quasi raddoppiato (+89,5%) il peso dei fondi comuni, che però in valore assoluto hanno una quota di patrimonio ancora piuttosto contenuta (l’11,5%). Gli italiani continuano ad essere formidabili formichine ma, segno anche questo della crisi oltre che dei mutati stili di vita, la propensione al risparmio è passata dal 18,7% del 1995 all’8,1% del 2018.
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Testata: Sole 24 Ore
Autore: Graziani Alessandro
Titolo: Intervista a Francesco Profumo – «Ecco l’identikit del presidente» – «Serve un presidente con esperienza di Cassa depositi»
Tema: Cdp
«Le Fondazioni stanno lavorando per esprimere una candidatura di alto livello per la presidenza di Cdp. Il 22 ottobre d riuniremo e faremo lev alutazioni necessarie. Puntiamo a individuare il sostituto del dimissionario Massimo Tononi entro il cda della Cassa del 24 ottobre. Dovesse servire qualche giorno in più, Tononi ci ha già dato disponibilità a restare in carica per il tempo che dovesse servire. Per noi la priorità è trovare un presidente di profilo elevato». Francesco Profumo, presidente della Compagnia San Paolo e dell’Acri, è al debutto nel rulo di regista delle nomine in Cassa depositi e prestiti dopo l’era ultraventennale di Giuseppe Guzzetti. La settimana prossima è quella decisiva per la scelta del successore di Tononi, che ha dedso di lasciare l’incarico per la diversità di vedute con l’amministratore delegato Fabrizio Palermo. Profumo illustra i criteri di selezione del nuovo presidente della Cassa, partendo dai necessari ragionamenti che i soci sono chiamati a fare sulle motivazioni che hanno determinato l’usdta dell’attuale presidente. «Ho chiesto a Tononi, che ha accettato, di partecipare alla riunione delle Fondazioni azioniste di Cdp di martedì 22 ottobre per spiegare i motivi delle sue dimissioni. È una persona seria e corretta, terremo conto di quello che ci dirà».
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Testata: Sole 24 Ore
Autore: Santilli Giorgio
Titolo: Investimenti: Cdp accelera su ospedali scuole, metro – Turbo Cdp per scuole, ospedali e metro
Tema: Cdp
Cassa depositi e prestiti anticipa tutti nella grande partita dello sblocca/accelera cantieri correndo in aiuto delle amministrazioni pubbliche locali con la nuova struttura Sviluppo Infrastrutture che ha già messo in portafoglio decine di opere piccole e grandi sul territorio. Decollo rapido in appena quattro mesi. Un record, mentre le altre strutture tecniche pubbliche promesse un anno fa arrancano: il ministero delle Infrastrutture e il ministero dell’Economia con il Demanio faticano a partire con le loro task force, dopo un anno di litigi all’interno del governo Conte I su chi debba fare cosa. In gran silenzio, la nuova unità del gruppo guidato da Fabrizio Palermo ha cominciato a lavorare dallo scorso maggio offrendo agli enti pubblici sul territorio servizi di progettazione, consulenza tecnica, assistenza nella fase di programmazione e di preparazione delle gare di appalto, assistenza finanziaria nel project financing. Nella missione c’è anche la promozione di opere con lo schema del partenariato pubblico-privato ma per ora è limitata alle opere che sono fuori della programmazione ordinaria delle pubbliche amministrazioni.
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Societa’, istituzioni, esteri
Testata: Corriere della Sera
Autore: Ippolito Luigi
Titolo: Il Parlamento vuole rinviare la Brexit E Johnson fa muro – Brexit Nuovo colpo di scena a Londra: voto rinviato E l’accordo sul divorzio dall’Ue resta sospeso
Tema: Brexit
Sembrava sul punto di tagliare il traguardo, Boris Johnson. Ma ancora una volta il Parlamento lo ha sgambettato: decretando l’ennesimo rinvio della Brexit, questa volta davvero sul filo di lana. E aprendo così la strada a scenari imprevedibili. Ieri doveva essere il giorno decisivo: i deputati erano stati chiamati ad approvare l’accordo finalmente raggiunto dal premier britannico con l’Unione Europea. Un voto dai margini ristrettissimi: ma nelle ultime ore sembrava che Johnson ce la potesse fare. In questo modo, la Gran Bretagna sarebbe uscita dalla Ue il 31 ottobre, come previsto: e in maniera ordinata, senza traumi. Con sollievo di tutti, anche degli europei, ormai stanchi di questa saga infinita e desiderosi di concentrare l’attenzione altrove. E invece no: lo psicodramma continua. Perché un gruppo di ex conservatori ribelli (espulsi dal partito a settembre proprio da Johnson) ha proposto un emendamento che chiedeva di rinviare l’approvazione finale dell’accordo con la Ue fino a quando non fosse stata messa in piedi tutta la legislazione necessaria. Ufficialmente, un modo per assicurarsi che non ci sia un no deal «accidentale», ossia una Brexit catastrofica senza accordi: in realtà, un tentativo in extremis di frustrare l’uscita dalla Ue, innescando un rinvio che potrebbe anche sfociare in un nuovo referendum e, chissà, nella revoca di tutto. Non a caso, quando le immagini della votazione che ha approvato, per pochi voti, il suddetto emendamento sono apparse sul maxischermo della piazza del Parlamento, dove erano convogliati i partecipanti a una nuova marcia anti-Brexit, è esploso un boato di giubilo. Un milione di persone, secondo gli organizzatori — ma è una cifra difficile da quantificare — avevano sfilato nel centro di Londra.
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Testata: Repubblica
Autore: Guerrera Antonello
Titolo: Brexit, dal Parlamento colpo basso a Johnson Lui gioca con il rinvio: “Fuori a fine mese” – Johnson cade nella trappola Costretto al rinvio sul piano Brexit
Tema: Brexit
Ieri doveva essere la consacrazione di Johnson, il glorioso giorno dell’ufficialità della sua Brexit in un sabato straordinario alla Camera (ultima volta durante la guerra delle Falkland), dopo il controverso accordo Brexit con l’Ue e 24 ore di pressioni enormi sugli indecisi tory e laburisti che, in numero sufficiente, avevano ceduto per il voto di oggi. Tutto inutile. «Ma farò di tutto affinché l’Europa non approvi il rinvio, il 31 ottobre si esce comunque!», giura in serata. Non sarà facile, per i tempi ristretti e altre trappole delle opposizioni che incontrerà quando ci riproverà la settimana prossima, incluso un possibile secondo referendum Brexit che oramai persino il leader laburista Corbyn chiede con forza. In serata, fuori da Westminster, decine di poliziotti hanno dovuto proteggere dalla folla inferocita celebri brexiter come Michael Gove e Jacob Rees-Moog.
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Testata: Sole 24 Ore
Autore: Fabbrini Sergio
Titolo: Le ombre di Brexit su crescita e sovranità – Le ombre per Londra su crescita e sovranità interna
Tema: Brexit
Ben 322 membri di Westminster (contro 306, su un totale di 650) hanno votato a favore dell’emendamento presentato da Oliver Letwin (parlamentare conservatore espulso dal suo partito nel mese scorso) che «impone di non discutere l’accordo di Bruxelles fino a quando non sia stata approvata la legislazione rilevante» ai fini dell’uscita del Paese dall’Unione europea (Ue). A questo punto scatta il Benn Act, cioè la legge proposta dal parlamentare laburista Hilary Benn e approvata da Westminster il mese scorso, che esclude qualsiasi uscita senza accordo dall’Ue. Quali sono le conseguenze di questa situazione per il Regno Unito, ma anche per l’Ue? L’uscita o secessione del Regno Unito dall’Ue è destinata ad avere molte implicazioni. Due meritano attenzione. In primo luogo, la secessione è destinata ad accentuare le difficoltà economiche del Paese. Secondo le stime dell’ISPI di Milano, dal giugno 2016 la sterlina si è svalutata di circa il 20 per cento rispetto all’euro, svalutazione che ha favorito le esportazioni ma anche penalizzato le importazioni, essendo il Paese dipendente dagli scambi e dai commerci esteri. Il risultato è stato un forte aumento dell’inflazione (3,5 per cento dopo Brexit), con relativa perdita di potere d’acquisto da parte delle famiglie britanniche. In secondo luogo, la secessione è destinata ad avere profonde conseguenze anche sul piano della sovranità interna. Consideriamo l’Accordo di recesso negoziato giovedì scorso a Bruxelles. Quell’accordo prevede un regime doganale diverso per l’Irlanda del Nord rispetto al resto del Regno Unito, una differenziazione ritenuta necessaria per impedire il ritorno della frontiera interna all’isola irlandese (così rispettando un altro Accordo, quello del Venerdì Santo del 1998, che aveva messo fine ai conflitti in Irlanda del Nord). Tuttavia, quella differenziazione è destinata ad accentuare, sul piano dell’ordine legale, la distanza tra l’Irlanda del Nord e il Regno Unito (che invece l’accordo del precedente premier May aveva cercato di prevenire).
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Testata: Sole 24 Ore
Autore: …
Titolo: Nuovi scontri a Barcellona – Scontri a Barcellona, Sanchez chiude al dialogo con i separatisti
Tema: questione catalana
«Il governo spagnolo è sempre stato a favore del dialogo, ma entro i confini della legge»: il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez ha respinto ieri la richiesta di confronto avanzata dal presidente indipendentista della Catalogna, Quim Torra. Dopo una notte di scontri a Barcellona, le peggiori da decenni, Sanchez non ha ritenuto sufficiente la presa di distanza di Torra: secondo cui la violenza non riflette la natura pacifica del movimento separatista. Per sedersi a un tavolo e negoziare, Sanchez vuole una condanna inequivocabile, cosa «che finora non ha ancora fatto». «Il governo spagnolo – prosegue la dichiarazione del premier – ribadisce che il problema della Catalogna non è l’indipendenza, che non avverrà in quanto illegale e la maggioranza dei catalani non la vuole, ma la coesistenza». Quest’ultima ondata di violenza è stata innescata a Barcellona dalle pesanti condanne inflitte lunedì scorso dalla Corte Suprema a nove leader separatisti per il ruolo avuto nel tentativo di conquistare l’indipendenza da Madrid nel 2017, organizzando un referendum considerato illegale. Nella notte di venerdì manifestanti con il volto coperto hanno bloccato le strade appiccando fuoco ai bidoni dei rifiuti, lanciando pietre e bottiglie incendiarie contro le forze di sicurezza che hanno risposto con granate fumogene e lacrimogeni. Prima che la situazione degenerasse, per le vie di Barcellona venerdì avevano manifestato mezzo milione di persone. Ieri i separatisti sono tornati in piazza, contro la violenza della polizia e «per la libertà di tutti i prigionieri politici». Il bilancio degli arresti effettuati da lunedì scorso è di 300 persone, e numerosi sono i feriti.
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Testata: Repubblica
Autore: Oppes Alessandro
Titolo: Una galassia di studenti e radicali Ecco i gruppi sulle barricate
Tema: questione catalana
Urlano la loro rabbia contro lo Stato, la polizia, il capitalismo. In parte, buona parte, sono anche convinti indipendentisti, ma non è l’unico elemento che tiene unita la confusa galassia di gruppi e movimenti che da una settimana infiammano le notti di Barcellona. Ci sono le sigle nuove, nate per organizzare la risposta della piazza alle condanne contro i leader separatisti, e ci sono le vecchie conoscenze, collettivi libertari e antifascisti, gruppi anarchici che fanno capo ai centri sociali più consolidati, fortini della protesta come Can Víes, Banc Expropiat, Kasa de la Muntanya, vere istituzioni in quartieri popolari e”rossi” come Sants e Gràcia. In questi ambienti lo Stato è il nemico, per convinzione ideologica e per strategia di lotta sociale. E l’esperienza di scontro diretto con le forze dell’ordine è legata agli sgomberi di vecchi edifici occupati che in alcuni casi ha avuto lunghi strascichi di guerriglia urbana. Scene simili, ma allora circoscritte, a quelle che si vivono da giorni in una zona estesa del centro. Basta vedere il tenore delle scritte apparse nelle zone della protesta — sulle facciate degli edifici, sulle vetrine mandate in frantumi, alle fermate degli autobus date alle fiamme — per capire l’ordine di priorità. “Morte al capitale”, “fuoco allo Stato”, “Barcelona antifa”, “l’unico terrorista è lo Stato capitalista”, oltre alla sigla “ACAB”, tutti i poliziotti sono bastardi. Pochi riferimenti alla lotta per l’indipendenza della Catalogna. Ma sulla sostanza di questa rabbia politica, anarchici e anticapitalisti vanno d’accordo con i movimenti giovanili più attivi del fronte secessionista.
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Testata: Corriere della Sera
Autore: Nicastro Andrea
Titolo: La rivolta permanente catalana «Non lasceremo la piazza»
Tema: questione catalana
La rivolta di piazza è un mito potente, spesso evocato a sproposito. Dopo due milioni di danni, 300 feriti e la macchia dei roghi sulla reputazione indipendentista, la maggioranza pacifica del catalanismo ha cercato ieri di riprendere il controllo delle strade. In serata, in piazza Urquinaona, luogo di concentrazione annunciato via Tsunami Democratic, un servizio d’ordine di persone che si tenevano sottobraccio. L’idea era di impedire a chiunque di lanciare oggetti, attaccare, provocare una carica. Fino a tarda sera sembravano esserci riusciti. Sul rapporto della politica ufficiale con gli incappucciati si è aperta l’ennesima frattura Barcellona-Madrid. Il President secessionista Quim Torra è arrivato a dire: «La violenza non ci rappresenta», ma al premier spagnolo Pedro Sánchez non basta. Chiede una condanna esplicita dei violenti. Torra tace.
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Testata: Repubblica
Autore: Ansaldo Marco
Titolo: Erdogan minaccia nuovi bombardamenti “Porterò la zona di sicurezza a 440 km”
Tema: Siria
Ineffabile Erdogan. La Turchia sta piazzando almeno una dozzina di posti d’osservazione in Siria con l’obiettivo, annuncia lo stesso Sultano, «di estendere la zona di sicurezza a 440 chilometri». Dunque, quasi quattro volte tanto del patto raggiunto l’altro ieri con gli americani, che prevedeva 120 chilometri di lunghezza e 32 di profondità. Ma, si sa, in Medio Oriente le variabili possono essere discrezionali, e un Paese che desidera entrare in Europa gioca con le misure e con gli accordi a proprio piacimento. Ci siamo messi nelle mani del Grande Ingordo, lo conoscevamo, e adesso Recep Tayyip Erdogan pare inarrestabile. Non solo soldi in più (ora siamo a 7 miliardi di euro). Ma il presidente turco, come aveva già detto prima dell’operazione militare “Fonte di pace”, dichiara impunemente di volersi allargare. Trump non lo fermerà di certo. E il progetto — sottoposto a opportune condizioni — ma che stronca il sogno del Rojava, la Siria curda del nord, verrà discusso con Putin al vertice che si terrà martedì a Sochi. Quello stesso giorno ci sarà anche la fine delle 120 ore di tregua pattuite. Tregua che, a seconda delle accuse, quasi nessuno sembra rispettare. II generale curdo Mazloum Abdi lamenta che «i turchi impediscono il ritiro da Ras al Ayn e la partenza delle nostre forze, civili e feriti». Da Ankara il ministero della Difesa ribatte che «in 36 ore» i curdi avrebbero compiuto 14 violazioni. La sensazione netta è che dopodomani qui possano scattare nuovi attacchi aerei e combattimenti. Ieri a Kayseri, in Anatolia, Erdogan facendo il saluto militare come i suoi calciatori ha chiarito così: «Nel minuto in cui scadranno le 120 ore di tregua, se non avranno lasciato la zona, schiacceremo la testa ai terroristi».
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Testata: Corriere della Sera
Autore: Romano Sergio
Titolo: L’ago della bilancia – Erdogan, l’amico-nemico di cui abbiamo (ancora) bisogno
Tema: Turchia
Dieci anni fa Recep Tayyip Erdogan, allora primo ministro della Turchia, era uno degli uomini politici più stimati d’Europa. Non potevamo ignorare che era stato liberamente scelto dai suoi connazionali e che sembrava deciso a modernizzare la Turchia per farne, nel nuovo clima politico creato dal crollo dell’Urss e dalla fine della Guerra fredda, un rispettato membro dell’Unione Europea. Per raggiungere questo scopo era aiutato da un eccellente ministro degli Esteri, Ahmet Davutoglu , deciso a instaurare buoni rapporti con tutti i Paesi della regione.Oggi il quadro è cambiato. Erdogan continua a governare il Paese, ma con uno stile che è diventato sempre più dittatoriale e vendicativo. È sempre il leader di un partito islamico, ma il suo principale avversario è un imam, Fetullah GUIen, che vive negli Stati Uniti, ha un largo seguito in Turchia e sarebbe responsabile, secondo Erdogan, del colpo di Stato che ha cercato di detronizzarlo nel luglio 2o16. Non possiamo escluderlo, ma Erdogan ne ha approfittato per scatenare una gigantesca epurazione. Credo che le ragioni di questo mutamento siano almeno due. In primo luogo la maggioranza dell’opinione pubblica europea ha chiuso alla Turchia la strada che le avrebbe permesso di entrare nell’Ue. Evidentemente siamo pronti a pagare perché la Turchia trattenga i migranti sul suo territorio ma non intendiamo spingerci sino a farne un membro della famiglia. E poi le guerre americane e le rivolte arabe, in una regione che fu per molto tempo ottomana, hanno reso il Medio Oriente instabile e la Turchia più nazionalista.
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Testata: Stampa
Autore: E.GUA.
Titolo: Studenti in piazza contro il carovita In Cile scatta lo stato di emergenza
Tema: Cile
È stato ancora una volta l’aumento del biglietto della metropolitana a far scattare la rabbia degli studenti cileni. Per la dodicesima volta negli ultimi dieci anni il ticket è aumentato e oggi costa poco più di un euro, in un paese dove salari e pensioni minime non superano i 400 euro. L’impresa concessionaria della metropolitana del Santiago del Cile ha spiegato che l’aumento è dovuto ai miglioramenti realizzati sulla linea: si tratta, in effetti, di una delle reti migliori e più capillari del Sudamerica, capace di trasportare quasi tre milioni di persone ogni giorno, ma sempre più gente fa fatica a pagarla. La protesta è iniziata all’inizio della settimana e si è diffusa sui social con l’hastag #evasionmasiva (evadere in massa) che invitava gli utenti a passare i molinelli senza pagare il biglietto. Hanno iniziato gli studenti poi, via via, migliaia di pendolari, obbligando i gestori a chiedere l’intervento della polizia per presidiare le stazioni. L’apice degli scontri è stato venerdì, con ore di battaglia campale per le strade del centro. Il bilancio fornito dalle forze dell’ordine parla di 308 giovani arrestati, 150 agenti feriti, un terzo delle stazioni della metro vandalizzate e una cinquantina di volanti prese a sassate. Il presidente conservatore Pinera ha decretato lo stato d’emergenza, che prevede restrizioni alle manifestazioni e l’applicazione della legge di sicurezza interna, con pene fino a dieci anni di reclusione per attentati al patrimonio pubblico. «Abbiamo costruito una democrazia piena e uno Stato di diritto; non possiamo tollerare la delinquenza e la violenza».
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