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SINTESI IN PRIMO PIANO – 23 novembre 2019

– Scontro nei Cinque Stelle. Processo a Di Maio
– Legge elettorale. Zingaretti apre alla Lega sul maggioritario
– Ex Ilva, trattativa a oltranza
– La sfida di Putin: perfezioneremo l’arma più potente del mondo

PRIMO PIANO

Politica interna

Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Al.T. 
Titolo: Attacco a Di Maio e Casaleggio – Processo a Di Maio nei 5 Stelle Fico: urgente una riflessione
Tema: M5S
II presidente del Consiglio Giuseppe Conte spiega che «il Movimento 5 Stelle in questo momento è in una fase di transizione». E aggiunge, molto ottimisticamente, che «dobbiamo dare un attimo di tempo per passarla». L’«attimo di tempo» rischia di prolungarsi un bel po’, visto che persino Luigi Di Maio dichiara «difficile» la situazione. E che il momento non sia tranquillo lo dimostra anche l’incursione di Beppe Grillo, arrivato a Roma per fare il punto. Nessun incontro con il capo politico, che è in Sicilia per comizi, ma una visita, oggi, all’ambasciata cinese. A far precipitare la situazione, la decisione improvvisa di mettere al voto su Rousseau la partecipazione o meno alle Regionali di Emilia-Romagna e Calabria. Di Maio era ufficialmente, anche se tiepidamente, per il no, non per una «desistenza» con il Pd ma per «una pausa di riflessione» in vista dei futuri stati generali del Movimento. II sì, con partecipazione scarsa, era scontato, ma invece di placare gli animi, li ha esacerbati. Di Maio, che alcuni considerano «sconfessato» dal voto, sembra contento: «II voto è stato un grande esercizio di democrazia. Il messaggio arrivato è un no a tatticismi e un no alle manovre di palazzo». Nel Palazzo ora c’è lui, però, sono dettagli. Anzi, non lo sono, visto che in serata, da Sciacca, spiega: «Stando al governo abbiamo perso il contatto con la gente». Il Movimento è in uno stato confusionale e mai come ora si sentono voci critiche. Roberto Fico, nel suo ruolo istituzionale, non sconfina in un attacco diretto, ma spiega che è «urgente un momento di riflessione importante sull’organizzazione, sui temi, sull’identità e sul posizionamento».
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Testata:  Stampa 
Autore:  … 
Titolo: I grillini a Di Maio “Dopo questo voto lascia la leadership” – Grillo a Roma pronto a sconfessare l’ex pupillo Di Maio sfidato dai 5S: “Lascia la leadership”
Tema: M5S

Beppe Grillo è arrivato a Roma. Un tempo avrebbe visto accorrere i big del Movimento alle porte dell’hotel Forum, dove alloggia quando scende nella Capitale. Ma Luigi Di Maio ha deciso di volare in Sicilia, Roberto Fico poi è a Napoli, Alfonso Bonafede a Firenze, Riccardo Fraccaro a Parigi, Alessandro Di Battista in Iran. Insomma, lo stato maggiore del Movimento si è dileguato. Il comico genovese non l’ha presa bene. Si aspettava che Di Maio, di fronte al marasma generato dal voto su Rousseau e alle critiche che gli sono piovute addosso, rimandasse la partenza per la Sicilia, dove si trova per «dare vicinanza alle popolazioni colpite dal maltempo». Anche perché è sulle spalle del fondatore che si sta riversando il malessere dei gruppi parlamentari. In tanti, troppi, chiedono ormai apertamente la testa di Di Maio. E sempre a Grillo si rivolgono i dirigenti del Pd, che in queste ore cercano sponde all’intemo del Movimento per convincerlo a dare un segnale che dia nuova forza al governo: correre insieme in Emilia Romagna e in Calabria. Ma Di Maio gioca d’anticipo. Vuole bruciare ogni ipotesi di alleanza con i dem e allontanare definitivamente il suo partito dall’abbraccio del centrosinistra. Ecco perché in mattinata, mentre Grillo è ancora in treno, incontra il coordinatore dell’Emilia Romagna, Andrea Bertani, e quello della Calabria, Paolo Parentela. Poco dopo, detta la linea: il Movimento correrà da solo, «A Roma c’è il governo, ma nei territori c’è il M5S. Non possiamo asservire il M5S alle logiche del governo». In Emilia Romagna da lunedì partiranno le candidature interne, mentre in Calabria il nome del candidato presidente c’è già, quello del professore Francesco Mello, docente di Politica economica all’Università della Calabria. Un nome sul quale però, in caso di ripensamento, potrebbero convergere anche i dem. Il primo siluro contro il leader e la sua decisione per le Regionali arriva da Roberta Lombardi, da sempre vicina al pensiero di Grillo: «Il ruolo del capo politico singolo ha fallito», scrive in un lungo post su Facebook, con cui invoca un nuovo voto su Rousseau per chiedere agli iscritti emiliano romagnoli e calabresi se preferiscano presentarsi in solitaria, se alleati del Pd o del centrodestra.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Bignami Silvia 
Titolo: I 5S in Emilia: rivotiamo per l’intesa coi dem
Tema: M5S

Votare su Rousseau per decidere se allearsi col Pd. Ad aprire la breccia che conduce ai dem è la consigliera regionale bolognese Silvia Piccinini, che come Roberta Lombardi chiede ai vertici che gli iscritti possano esprimersi sul patto giallo-rosso in Emilia Romagna: «Credo che sarebbe corretto chiedere alla nostra base di decidere sulle alleanze, visto che ci sono posizioni diverse nel Movimento». «Pronta ad accettare qualunque decisione degli iscritti» e pure a valutare se candidarsi alla presidenza se davvero il M5S si presenterà al voto da solo, Piccinini spinge però per non far calare decisioni dall’alto. «C’è un clima di intolleranza che va fermato, anche in Emilia Romagna. Col Pd potremmo condizionare il governo regionale con le nostre proposte» spiega. In altre parole, col Pd i pentastellati potrebbero entrare e contare in giunta. Come lo stesso presidente Stefano Bonaccini suggerisce da tempo, e come del resto i grillini in regione fanno già in parte da mesi, firmando insieme ai dem diverse leggi, da quella contro l’omofobia al progetto plastic free. Ci spera molto il Pd, che numeri dei sondaggi alla mano sa che solo con il Movimento 5 Stelle potrebbe esser certo di sbaragliare il pericolo leghista. Se Bonaccini è infatti avanti nel gradimento personale, nel voto ai partiti i sondaggi danno un vantaggio di 2-3 punti al centrodestra. Abbastanza per tremare. Solo il patto col M5S (che le ultime rilevazioni danno tra il 6 e l’8% in regione) potrebbe chiudere la partita, archiviando per sempre il pericolo di una vittoria della leghista Lucia Borgonzoni. Al contrario, senza i 5 Stelle, si ballerebbe.
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Franco Massimo 
Titolo: La Nota – I cinque stelle contagiano il governo con la loro crisi
Tema: M5S

L’editorialista del Corriere della Sera ritiene che “le convulsioni grilline sono figlie del rifiuto di qualunque analisi della batosta alle Europee di maggio; e della presunzione di poterle rimuovere facendo pesare la posizione di rendita parlamentare ereditata con le Politiche del 2018. Si tratta di due difetti che Di Maio rappresenta alla perfezione, resistendo ciecamente. Ma con lui le incarna gran parte della nomenklatura dei Cinque Stelle. Quando si chiede, ormai all’unisono, che il «capo politico» si faccia da parte permettendo una gestione collettiva, l’esito appare scontato: anche se potrebbe portare con sé una scissione. Sarebbe la certificazione di un’esperienza al tramonto da quando il grillismo è andato al governo. Palazzo Chigi si e rivelato un «Campidoglio nazionale», copia dilatata della giunta mediocre della sindaca Virginia Raggi nella capitale. La differenza è che la crisi di identità e il panico di una nomenklatura in dissoluzione stavolta si scaricano sull’intero Paese. E rischiano di provocare la crisi dell’esecutivo guidato da Giuseppe Conte, dopo quello con la Lega; e di creare serie difficoltà al Pd di Nicola Zingaretti. Matteo Salvini nel rapporto col M5S ha guadagnato visibilità e voti: un vantaggio sprecato con la crisi di agosto e il tentativo di forzare la mano al Parlamento. Ma ora, grazie al negazionismo e all’autodistruzione grillina, il vantaggio sta tornando, moltiplicato; e senza che il Pd abbia avuto modo né tempo per cannibalizzare il M5S come ha fatto la Lega.
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Meli Maria_Teresa 
Titolo: Legge elettorale, il Pd apre a Giorgetti
Tema: legge elettorale

Il Pd cambia strategia. Basta corteggiare Luigi Di Maio. Se dentro i Cinque Stelle vi sarà un «ribaltone» e prevarrà l’ala favorevole a un’alleanza con i dem, bene. Sennò al Nazareno si punterà direttamente a prosciugare i grillini. E la riforma elettorale può servire a entrami gli scopi. Per questo il Pd apre alla proposta di Giancarlo Giorgetti avviare un tavolo di confronto su questa materia. La Lega, come il Pd, è favorevole al maggioritario ed è contraria al mantenimento del Rosatellum o al ripristino del proporzionale puro, due sistemi che, invece, piacciono a Di Maio, I lavori sono quindi in corso. E c’è chi giura che ci siano stati già abboccamenti tra dirigenti del Pd e del Carroccio e chi racconta di aver visto Giorgetti e Andrea Orlando parlare fitto fitto in Transatlantico. Le avvisaglie della «svolta» del Partito democratico sono contenute in un’intervista di Orlando all’Huffington post: «Le richieste di Giorgetti non devono essere lasciate cadere». Il giorno dopo è stata la volta di Nicola Zingaretti: «..Non va fatta cadere la proposta di Giorgetti di un tavolo di confronto». Ma il segretario del Pd ha aggiunto qualche dettaglio in più, lasciando intravedere quale sia la strategia del Pd: «Il processo politico italiano — ha osservato — va verso una netta bipolarizzazione. È chiaro che nel futuro il confronto e la competizione saranno sempre di più tra un campo democratico, civico e progressista, di cui il Pd è il principale pilastro, e la nuova destra sovranista». Dunque, il gruppo dirigente del Nazareno spera di giocare di sponda con il partito di Salvini e di costringere il riottoso alleato 5 Stelle ad accettare una riforma elettorale che, per dirla con Zingaretti, «aiuti a formare coalizioni di governo chiare e stabili». Infatti, non conviene al segretario del Pd ma nemmeno al leader della Lega un sistema, come il proporzionale, in cui Luigi Di Maio o Matteo Renzi possano vestire i panni di Ghino di Tacco. E poiché ormai il Pd ha perso ogni speranza di ritrovare il filo di un rapporto con il ministro degli Esteri, la strategia è cambiata. Il tentativo è quello di mettere all’angolo i 5 Stelle, vedere se qualcosa lì dentro si muove, se gli oppositori di Di Maio vengono allo scoperto. Se, insomma, la parte grillina che è favorevole a un’alleanza con il Pd entra nella partita.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  De Marchis Goffredo 
Titolo: Zingaretti sfida gli alleati e apre alla Lega sul maggioritario
Tema: legge elettorale

Dario Franceschii pensa che alla fine si arriverà a un proporzionale corretto in modo da sganciare Forza Italia dalla Lega e da non offrire a Salvini i “pieni poteri”. Ma se serve uno strappo per accelerare certi processi, allora ci sta anche lui. Zingaretti sembra già un passo avanti. «Il Pd è compatto». Si sono fatte tre riunioni di maggioranza sulla legge elettorale. I dem hanno sempre proposto il doppio turno. È il modo, in fondo, per infilarsi nei guai dei grillini, per mettere il sale sulla coda al capo politico. «Il processo politico italiano va verso una netta bipolarizzazione», dice il segretario democratico. Altro che terza via del ministro degli Esteri. «Il confronto e la competizione saranno sempre di più tra un campo democratico, civico e progressista, di cui il Pd è il principale pilastro, e la nuova destra sovranista. E a partire dalle prossime elezioni regionali noi saremo presenti e pronti ad affrontare le sfide». Sintetizzando, in campo ci sono solo tre partiti veri: Pd, Lega e Fratelli d’Italia. Che si presentano agli elettori senza il timore di mostrare chi sono. Al contrario di altri che si sottraggono o hanno bisogno del voto della piattaforma Rousseau che sconfessa i leader. «Renzi — spiega Zingaretti ai suoi interlocutori — avrà presto un problema di chiarezza politica. L’Italia vedrà contrapposta la destra contro i progressisti e democratici. A un certo punto, si troverà di fronte questo bivio». Dunque, la mossa serve a stanare Italia Viva, che punterebbe a pescare in tutti i campi, e il Movimento, in modo da far venire allo scoperto tutti quelli che puntano a un’alleanza vera con il Pd, a stare nel campo progressista. In questo caso, la sponda con Matteo Salvini non è un ostacolo. Si parla di regole. E non ci sono paletti. Rispetto per il «travaglio e le difficoltà dei 5 stelle», spiega Zingaretti, ma le ragioni sono di sostanza. Non possono più essere né di destra né di sinistra, questo è il punto. «La crisi di sistema è chiara. Per questo non va fatta cadere la proposta di Giorgetti di un tavolo di confronto su questi temi, da attivare nei tempi più rapidi».
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Guerzoni Monica 
Titolo: Intervista a Carlo Calenda – Calenda: «Ecco il mio partito: noi mai con populisti»
Tema: il movimento di Calenda

«Azione, il debutto è andato benissimo. Diecimila tessere a 10 euro in poche ore il doppio di quante ne ha fatte +Europa in un anno. Stiamo crescendo e la gente mette anche 20, 25 euro». «Siamo l’unica offerta che dica né con i populisti, né con i sovranisti». Ci sarebbe Renzi. «Non gli pestiamo i piedi, perché lui è l’autore di questo governo. Prende distanze, ma vota sempre tutto». A chi vi ispirate? «A Sturzo e al Partito d’Azione. E ora di essere combattivi al fianco di persone come Walter Ricciardi, massimo esperto di sanità, Stefano Allievi, grande studioso dell’immigrazione, o Francesco Italia, sindaco di Siracusa». Reazioni dal Pd? «Zero. L’unico messaggio me lo ha mandato Gianni Cuperlo, un signore». Zingaretti e Gentiloni? «Niente. Non so perché, ma la reazione è un ostile silenzio. Forse speravano che rientrassi nel Pd». . Non glielo hanno chiesto? «Sì, sempre. Ma dopo l’Ilva sarebbe impensabile. Michele Emiliano mi ha definito un “fan dei tumori” nel silenzio del Pd. Potevo restare e votare l’emendamento Lezzi contro lo scudo fiscale, sulla linea di Emiliano e dei 5 Stelle?». Non sosterrà il governo? «Il governo è defunto. E in un tale marasma che neanche Nembo Kid potrebbe salvarlo. Lo dicevo che non avrebbe funzionato e ha pure rafforzato la destra. Di sinistra in questa manovra non c’è niente». Punto primo? «La sinistra non è una parola, sono i contenuti. Vogliamo dare fiato, con il taglio del cuneo fiscale concentrato sugli under trenta, ai ragazzi che guadagnano meno di mille euro? E invece no, questo governo nazionalizza e non investe su cose fondamentali». Parole d’ordine? «Scuola, sanità, sicurezza, investimenti».
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  De Rita Giuseppe 
Titolo: La politica resta inerte ma le città si trasformano
Tema:

Nei sondaggi e nelle più recenti consultazioni elettorali il fronte della destra cavalca un grande e quasi inarrestabile consenso e la sensazione che l’inerzia della partita non cambierà a breve e che si possa avere un lungo ciclo di vittorie. Dall’altra parte le opposizioni soffrono maledettamente l’inerzia della partita che non permette grandi speranze; e ne traggono quasi una rassegnata attesa che le destre vincano le prossime elezioni e imbocchino poi il tempo del proprio logoramento. E quasi sconcertante riscontrare una tale sotterranea rassegnazione; ma, per quanto sconcertante, è un atteggiamento razionalmente accettabile. Non ci sono oggi in realtà modi e strumenti per invertire l’attuale inerziale consenso, visto che l’armamentario tradizionale di decostruzione del potere è quasi completamente consumato. Di conseguenza, viviamo una inevitabile mediocrità del confronto politico e dei suoi protagonisti: si scende a cavalcare egoismi molto diversi. Nessuna ambizione coraggiosa di sistema, nessuna strategia politica, in un Paese segnato dalla cedevolezza alla sua informe molecolarità (di soggetti, di interessi, di comportamenti). Ed è partendo da questa constatazione che si deve convenire che è illusorio affrontare l’attuale inerzia del gioco politico partendo da alti concetti e impegnativi programmi di sistema. Meglio volare basso, il più vicino possibile alla molecolarità dei soggetti e degli interessi. E forse, come è tradizione, è nella realtà della vita quotidiana, a livello locale, che si troverà la strada; ci sono infatti diecine di città medie che vanno ripensando il loro futuro radicalmente e concretamente. Non si riuscirà forse a cambiare l’inerzia della partita politica in corso riavviando un paio di centinaia di città minori; ma qualcosa si muove ed è destinato a una lunga durata.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  De Gregorio Concita 
Titolo: Le sardine nel mare di Greta – Dalle sardine ai ragazzi di Greta Così nuotano nello stesso mare
Tema: i giovani e le mobilitazioni

Strumentalizzare politicamente i nuovi movimenti di piazza, da destra per insultare o da sinistra per applaudire, prima che ingiusto è proprio sbagliato. Tecnicamente: improvvido, inutile alla comprensione. Più interessante sarebbe osservare bene, possibilmente a lungo, ascoltare e capire cosa dicono coloro che manifestano e perché vanno in piazza, d’inverno attività più scomoda che restare a commentare al computer. Poi, certo, anche, osservare chi sono. I promotori delle manifestazioni emiliane delle sardine sono un gruppo di giovani di trent’anni, è vero, e molti sono i loro coetanei che hanno finalmente trovato un luogo collettivo in cui riconoscersi – nel vuoto di comunità che la politica di questi anni, specialmente a sinistra, ha generato ma in quelle piazze, sotto gli ombrelli c’erano centinaia di nonni e genitori e nipoti, uomini e donne, vecchi e giovani. Un gruppo di trentenni ha dato la stura – ha chiamato, ha liberato l’energia – di una moltitudine di persone diverse che hanno in comune, di certo, l’esasperazione per una politica che non si occupa delle loro vite, di quello in cui credono e che dà senso ai loro giorni. Allo stesso modo l’azione di Greta Thunberg ha risvegliato nel mondo intero non solo adolescenti ma persone di ogni età condizione e cultura. Il movimento per il clima chiama le sardine, oggi: le invita alla manifestazione del 29 novembre. Mi pare che le sardine e i nuovi giovani guardiani della terra abbiano questo in comune: riempiono finalmente un enorme vuoto.
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Economia e finanza

Testata:  Sole 24 Ore 
Autore:  Fotina Carmine 
Titolo: Ex Ilva: trattativa a oltranza su esuberi, contratto e scudo – Ex Ilva, trattativa finale su esuberi e contratto
Tema: Ex Ilva

L’incontro tra il governo ed ArcelorMittal inizia poche ore dopo una nuova potente iniziativa della Procura di Milano, schieratasi al fianco dei commissari Ilva nel contenzioso. Gli stralci dei verbali delle testimonianze contengono elementi di coerenza con la linea del governo, secondo il quale l’abolizione dello scudo penale non è la vera causa della disdetta contrattuale, e indirettamente finiscono per indirizzare il confronto serale a Palazzo Chigi. Sul tavolo è centrale la questione dei 5mila esuberi paventati dal gruppo, sui quali l’esecutivo potrebbe far valere una penale che vale fino a 750 milioni. «Non possiamo accettare un disimpegno dagli impegni contrattuali», dice Conte nel pomeriggio prima che inizi l’incontro. Il vertice è iniziato in forma ristretta, solo con il premier, i ministri Roberto Gualtieri (Economia) e Stefano Patuanelli (Sviluppo economico) e i vertici indiani della multinazionale, il Ceo LakshmiMittal e il Cfo Aditya Mittal. Solo dopo quasi tre ore si è aggiunta anche l’a.d. di Arcelor Italia, Lucia Morselli. Il governo ha ribadito la richiesta di ritirare o almeno sospendere il recesso contrattuale ritenendolo illegittimo. Questo passaggio formale dell’azienda, con il ritorno alla piena gestione ordinaria anche attraverso il ripristino degli ordini delle materie prime e di quelli relativi ai clienti, potrebbe consentire un vero tavolo tecnico tra le due parti. Per i commissari Ilva, rappresentati dagli avvocati Enrico Castellani, Giorgio De Nova e Marco Annoni, si tratta di una condizione imprescindibile. Non necessariamente occorrerà una richiesta congiunta di un rinvio del Tribunale di Milano che deve decidere sul ricorso d’urgenza ex articolo 700 presentato dagli stessi commissari (udienza fissata il 27 novembre). Un pieno accordo potrebbe concretizzarsi anche dopo il pronunciamento. Ieri sera non si escludevano nuovi incontri a breve, anche nel fine settimana, per entrare nella fase più tecnica.
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Galluzzo Marco 
Titolo: «Ilva, valutiamo l’intervento statale» – Conte: Mittal pronto a un nuovo piano
Tema: ex Ilva

Già il fatto che le parti non abbiano rotto è una notizia. Significa che si stanno esplorando tutti i margini per risolvere la vertenza, che si è entrati nei dettagli della richiesta di recesso, che a questo punto potrebbe anche essere ritirata da parte di ArcelorMittal. La riunione fiume, la seconda del governo direttamente con la proprietà di Arcelor, è dunque servita a qualcosa. In particolare si è discusso delle condizioni alle quali la multinazionale dell’acciaio può fare un passo indietro e quali strumenti può mettere in campo lo Stato per aiutare il rispetto degli obblighi contrattuali. La trattativa principale a questo punto è sugli esuberi, il governo è pronto ad accettarne un dimezzamento rispetto all’ipotesi iniziale di 5.000, ma a patto che Arcelor rispetti pienamente continuità produttiva e occupazionale, bonifiche previste incluse. Alle 11 di sera le parti erano ancora a porte chiuse, finendo di limare la trattativa e il comunicato finale della riunione. Una riunione sicuramente fruttuosa, in cui si è discusso di uno sconto sul canone di affitto, dei tagli che comunque ArcelorMittal vuole fare per restare come investitore, di quello che può mettere in campo lo Stato per rendere meno oneroso il contratto e la continuità produttiva. Alla fine Conte dice che i Mittal «si sono resi disponibili ad avviare un confronto e un percorso condiviso, per arrivare a un nuovo piano industriale, con nuove tecnologiche che assicuri il massimo impegno nel risanamento ambientale. A questo punto si va verso un piano di transizione energetica, è stata valutata anche la possibilità di un intervento pubblico, abbiamo assicurato la disponibilità di una valutazione, anche con misure sociali d’accordo con le associazioni sindacali. Obiettivo è giungere al processo di accordo, con nuove tecnologie, e per questo chiederemo un rinvio dei termini processuali da parte dei commissari, posponendo l’udienza del 27 novembre». Ovviamente, ha proseguito Conte, questo «a patto che ArcelorMittal garantisca la continuità produttiva e occupazionale in questo periodo di transizione. Cercheremo di avere un atteggiamento quanto più possibile trasparente per i cittadini e per i tarantini, per i quali arriveranno diverse proposte e iniziative del governo e della partecipate pubbliche».
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Testata:  Sole 24 Ore 
Autore:  Mobili Marco – Pogliotti Giorgio 
Titolo: Crediti con la Pa, le imprese potranno ancora compensare i debiti fiscali – Crediti con la Pa, nuova chance per compensare debiti fiscali
Tema: decreto fiscale

Riaprire le compensazioni di crediti commerciali maturati dalle imprese e dai professionisti con debiti tributari iscritti a ruolo; sostenere con l’8 per mille la messa in sicurezza delle scuole, a cui potrebbero aggiungersi i proventi del recupero dall’evasione del bollo auto; e in tema di lotta al nero sul mercato delle lezioni private, potrebbe anche arrivare una detrazione Irpef del 19% pagata dalla famiglie per le lezioni private e le ripetizioni dei figli. Sono alcuni degli emendamenti in arrivo sul decreto fiscale collegato alla manovra di bilancio. Altri possibili correttivi: riscrivere il calendario dell’assistenza fiscale e ampliare la platea dei soggetti ammessi a usare il 730. Infine lo “scontrino unico”: l’esercente che accetterà dal 2021 pagamenti tracciati non sarà obbligato alla trasmissione degli scontrini.
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Testata:  Stampa 
Autore:  … 
Titolo: Lagarde come Draghi “Chi è in surplus deve investire di più”
Tema: primo discorso della presidente Bce

Christine Lagarde conferma la sua linea in netta continuità con Mario Draghi. Avverte i governi europei che la politica monetaria non basta, che servono maggiori investimenti pubblici. E che bisogna «pensare diversamente l’Europa». La presidente della Bce cita San Francesco d’Assisi: «Inizia facendo ciò che è necessario – ha detto al congresso bancario europeo di Francoforte -, quindi fai ciò che è possibile, e all’improvviso stai facendo l’impossibile». E servirebbe un vero miracolo per mettere al riparo i conti pubblici italiani: ieri Bankitalia ha evidenziato nel suo rapporto sulla stabilità finanziaria gli elementi di vulnerabilità della nostra economia. Tanto che «la fiducia degli investitori verso il Paese è ancora fragile». Lagarde ha assicurato che la politica accomodante della Bce continuerà, ma che «potrebbe raggiungere il suo obiettivo più rapidamente, e con meno effetti collaterali, se altre politiche sostenessero la crescita al suo fianco». La francese si è rivolta direttamente ai governi dell’Eurozona, in particolare quelli che hanno maggiori margini di bilancio, invitandoli a rafforzare la domanda interna. Una mossa che aiuterebbe a «proteggere i posti di lavoro quando si ferma la crescita globale», ma anche a facilitare il riequilibrio tra le varie economie dell’area euro. Secondo la presidente Bce «i Paesi in surplus tendono a crescere più velocemente rispetto all’economia mondiale durante i periodi di ripresa globale, ma anche a concentrarsi più bruscamente durante i periodi di recessione». Per quelli in deficit è l’opposto. Per questo ha invitato tutti, anche chi ha necessità di consolidare le proprie finanze pubbliche, a mantenere un livello sufficiente di investimenti pubblici. Che, al momento, «rimangono al di sotto dei livelli pre-crisi».
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Testata:  Repubblica 
Autore:  D’Argenio Alberto 
Titolo: Niente accordo sul Mes si cerca la via d’uscita in Ue Gualtieri vola a Berlino
Tema: riforma zona euro
«Ci stiamo prendendo la responsabilità di una trattativa non fatta da noi, ma dal governo gialloverde a giugno: è a dir poco paradossale». Si apre con queste parole del ministro Roberto Gualtieri il vertice di maggioranza a Palazzo Chigi sulla riforma del Fondo salva-Stati europeo (Mes). Che si chiude con la sensazione che da qui a metà dicembre la polemica potrebbe rientrare permettendo all’Italia di firmare il testo contestato dal Movimento 5 Stelle a rimorchio di Salvini e Meloni. Centrale però sarà il passaggio all’Eurogruppo del 4 dicembre a Bruxelles: la chiave per convincere i 5S a non chiedere il rinvio è portare a casa un buon testo sull’Unione bancaria firmato dai ministri delle Finanze della moneta unica. Con Gualtieri già al lavoro in vista dell’appuntamento, tanto che l’altro ieri – senza darne pubblicità – è volato a Berlino per incontrare il collega tedesco Scholz. Alle 9 del mattino intorno al tavolo di Giuseppe Conte siedono Gualtieri, Franceschini e Amendola per il Pd. Di Maio invece porta con sé i due riottosi parlamentari della commissione Finanze, Alvise Maniero e Raphael Raduzzi. Gualtieri spiega loro i termini dell’accordo negoziato dal governo Salvini-Di Maio. Per fugarne i dubbi si va nel tecnico, tanto che Maniero e Raduzzi vengono invitati al Tesoro per proseguire nei prossimi giorni la discussione. Tra l’altro, spiega ancora Gualtieri, «in Europa siamo considerati noi i vincitori sul Mes, un nostro passo indietro a ridosso dalla firma sarebbe incomprensibile», danneggiando pesantemente la credibilità italiana. La discussione quindi si sposta sulla vera mina per il Paese, il negoziato sullo Schema di assicurazione dei depositi bancari (Edis), prossimo passo della riforma della zona euro dopo il Mes. «E lì che dobbiamo essere duri», spiega Gualtieri. Il riferimento è alla proposta del tedesco Scholz di sbloccare l’ultima tranche dell’Unione bancaria – come Roma chiede da anni – ma a patto di una sorta di limite ai titoli di stato in pancia alle banche: passo letale per il sistema italiano. Gualtieri ha già stoppato l’idea all’Eurogruppo del 7 novembre, ma il tema tornerà sul tavolo il 4 dicembre, quando i ministri dovranno scrivere una roadmap per spingere le trattative.
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Testata:  Foglio 
Autore:  Padoan Pier_Carlo 
Titolo: Questo lo dice lei – Oltre le baruffe sulle euro-riforme, ridurre il debito (senza scosse) è la priorità – Condividere e ridurre i rischi, l’Italia tra il Mes e il debito che non scende
Tema: riforma zona euro

il governo respinge, giustamente, la richiesta (non solo tedesca) di introdurre una ponderazione per il rischio paese sui titoli pubblici detenuti dalle banche. Si tratta di una richiesta sul tavolo da qualche anno e che viene avanzata a volte in modo strumentale per cercare di forzare una riduzione del debito nei paesi dove è troppo alto. Intendiamoci, il debito italiano è troppo alto e soprattutto ha ripreso a crescere dopo che nel 2016 si era stabilizzato e poi aveva cominciato a calare. Occorre chiedersi perché la Germania abbia deciso di avanzare queste proposte. Nel dibattito sono emerse due posizioni. La prima è che la Germania voglia rafforzare l’Unione bancaria perché teme per la solidità delle sue banche. La seconda ragione è che la Germania si sente sotto attacco sul piano della sua politica di bilancio e quindi vuole spostare l’attenzione su altri terreni. Da tempo, infatti, viene chiesto alla Germania di utilizzare lo spazio fiscale di cui dispone per accrescere gli investimenti pubblici, di cui ha bisogno, con evidenti benefici per la Germania e per gli altri paesi dell’unione monetaria. Questa posizione viene invece rigettata sia dal governo tedesco che, tra gli altri, dagli istituti indipendenti, sia per ragioni economiche che di ordine politico. Nel frattempo è esplosa in Italia la polemica sull’approvazione del trattato sul Meccanismo europeo di stabilità (Mes), uno strumento di sostegno e intervento per la gestione delle crisi nell’Eurozona. Approvazione formale di un testo, negoziato dal governo passato, che rappresenta un oggettivo miglioramento rispetto a versioni precedenti, che erano di chiaro sapore rigorista e punitivo nei confronti dell’Italia, e che prevedevano un ricorso alla ristrutturazione del debito in base a criteri meccanici e quindi molto pericolosi. Malgrado tali miglioramenti l’eventuale combinazione di un dispositivo (il Mes) che, giustamente, richiama alla necessità della sostenibilità del debito pubblico ma che lascia margini di ambiguità sulla valutazione della sostenibilità medesima, con la richiesta tedesca di un diverso trattamento dei titoli sovrani nei portafogli delle banche, comporta il rischio che situazioni di fragilità si autoalimentino e vadano fuori controllo. Sarebbe opportuno allora che la proposta di riforma del Mes fosse integrata da altre componenti di un pacchetto per la stabilità dell’Eurozona che includa, tra l’altro, l’introduzione di un “safe asset” europeo.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Mastrobuoni Tonia 
Titolo: Intervista a Olaf Scholz – Scholz: il Salva-Stati non è contro l’Italia – Scholz “L’Europa diventi più politica Dal fondo salva-Stati niente rischi sul debito”
Tema: fondo salva-Stati

Olaf Scholz, il ministro delle Finanze tedesco e vicecancelliere del governo di coalizione con la Cdu-Csu non ha l’aria di chi tra una settimana potrebbe aver perso la battaglia della sua vita: quella per la leadership della Spd e, dunque, per la candidatura per la cancelleria. Con Repubblica Scholz parla delle sfide future dell’Europa e del partito, delle campagne anti-Draghi, della Nato, del pareggio di bilancio che in Germania è un dogma e al quale tutti gli chiedono di rinunciare e anche di due temi che agitano molto l’Italia: il fondo salva-Stati e l’Unione bancaria. La sua proposta sul completamento dell’Unione bancaria è stata criticata dal collega italiano Roberto Gualtieri che l’ha definita “dannosa” per le banche; idem Il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco. Lei sarebbe pronto a rinunciare al principio che i titoli di Stato vengano considerati un fattore di rischio o che vengano introdotti dei limiti per le banche per comprarli? Molti temono il caos sui mercati, se passasse un principio del genere. «Il senso della mia proposta è quella di riattivare un dibattito che era morto. Dobbiamo adottare una prospettiva europea. Se guardiamo agli Usa, è chiaro quali vantaggi possa avere un mercato bancario regolamentato in maniera unitaria. La mia proposta è sul tavolo, e sono felice della futura discussione aperta con i miei colleghi europei. Alla fine dovranno prevalere vantaggi per ogni Paese». In Italia si è scatenato anche un dibattito enorme sul fondo salva-Stati che Matteo Salvini definisce “distruggi-Stati”. Si annunciano barricate sulle condizioni, sulla ristrutturazione del debito. «Con il fondo salva-Stati Esm rafforziamo l’eurozona, perché gli Stati siano in grado di superare meglio le crisi che verranno. L’Esm ha tradizionalmente il compito di sostenere Paesi in difficoltà. Perciò concede crediti che sono legati a determinate condizioni». Ma non ci sarà una ristrutturazione automatica del debito? «No, non c’è alcuna ristrutturazione automatica del debito».
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Testata:  Foglio 
Autore:  Conte Giuseppe 
Titolo: Il manifesto di Conte per sbloccare l’Italia – Manifesto di Conte
Tema: sfide del governo e Europa

L’inizio di una nuova legislatura europea ci spinge ad assumere con coraggio e visione decisioni fondamentali per il nostro futuro. E’ un’occasione da cogliere per affrontare con lucidità e spirito critico le sfide che abbiamo di fronte a noi. Siamo chiamati a riconsiderare ciò che fino ad oggi è stato acriticamente accettato, e a porre al centro dell’agenda comunitaria la dimensione sociale – umanistica mi piace definirla – che negli ultimi anni è stata trascurata a favore di un approccio rigorista. E’ doveroso quindi aprire adesso una fase costituente per ridisegnare le regole di governo delle nostre economie, riconsiderando modelli di sviluppo e di crescita che si sono rivelati inadeguati di fronte alle sfide poste da società attraversate da sfiducia. All’Europa non serve un europeismo fideistico: questa sarebbe la più grande insidia per il futuro della stessa Unione. Serve invece un europeismo critico ma costruttivo. Questo è stato l’approccio che mi ha guidato sin dal primo giorno del mio mandato di presidente del Consiglio italiano. Un approccio coerente e trasparente, ispirato al dialogo e al confronto, che oggi è più omogeneamente sostenuto dalle forze politiche che attualmente sostengono la maggioranza di Governo. Oggi possiamo sedere ai tavoli europei convinti della forza del nostro disegno riformatore per dare risposte ai cittadini, per recuperare quel gap di fiducia con gli elettori e rinvigorire il progetto europeo originario. Questa è l’unica ricetta possibile per ridare slancio all’Europa e per evitare che forze disgregatrici e nazionalismi prendano il sopravvento. Dobbiamo mettere da parte timori e timidezze nel riconoscere che l’Europa è la nostra casa comune, ma nello stesso tempo avere la consapevolezza che l’Italia può e deve dare un contributo essenziale per fare di questa Europa una comunità più vicina ai cittadini, più solidale, più giusta.
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Testata:  Sole 24 Ore 
Autore:  Fortis Marco 
Titolo: Crescita vera soltanto sbloccando gli investimenti infrastrutturali
Tema: crescita italiana

Pochi sono consci del fatto che negli ultimi anni l’economia italiana aveva trovato un suo modus vivendi relativamente soddisfacente, dopo tante tribolazioni e due profonde recessioni consecutive. Infatti, nel triennio 2015-17 eravamo tornati ad avere una crescita del Pil finalmente apprezzabile e nello stesso tempo sostenibile e compatibile con il nostro alto debito pubblico. Il segreto di quel triennio sta nell’aver visto realizzarsi sul campo quella che potremmo definire ex post la “regola dei cinque 1 per cento”. Con ciò intendendo il verificarsi simultaneo sull’arco di almeno un triennio di una crescita media annua composta del Pil e delle ore lavorate superiore all’1%, contemporaneamente ad una riduzione di almeno l’1%in rapporto al Pil sia della pressione fiscale, sia della spesa pubblica corrente prima degli interessi, sia del debito pubblico. Qualcuno potrebbe obiettare: che cosa c’è mai di così straordinario in una crescita media annua dell’1% del prodotto e del lavoro, associata a un calo delle tasse, della spesa e del debito di un punto percentuale di Pil sull’arco di un triennio? Affermare ciò equivarrebbe a non conoscere i numeri reali e la storia della nostra economia. Infatti, dal triennio 2002-04 fino al 2014-16 l’Italia non era mai riuscita a centrare la “regola dei cinque 1%”. Il che prova che si tratta di un obiettivo non così semplice da conseguire, almeno per il nostro Paese.
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Societa’, istituzioni, esteri

Testata:  Sole 24 Ore 
Autore:  Sorrentino Riccardo 
Titolo: Perché Macron chiude ai Balcani e apre alla Russia
Tema: allargamento della Ue
La Francia ha detto no. L’adesione alla Ue, per ora almeno, non si deve fare. Sono state così deluse le aspettative dell’Albania e della Macedonia del Nord, che ha dovuto dolorosamente modificare il proprio nome per ottenere il via libera della Grecia (per la quale “Macedonia” è una delle sue regioni); ed è stata chiusa una prospettiva importante per Bosnia, Montenegro, Serbia e Kosovo. L’irritazione dei partner è evidente. Quella di Emmanuel Macron è una decisione gravida di conseguenze strategiche. La penisola balcanica è da sempre considerata una possibile area di influenza da parte della Russia e non a caso Mosca si è subito candidata a “prendere il posto” di Bruxelles. «Se [nei Balcani] si apre un vuoto, questo vuoto sarà colmato da altri e questo non corrisponde al nostro interesse strategico europeo», ha commentato preoccupata la cancelliera tedesca Angela Merkel. Il rischio è reale. Per la popolazione dei Balcani, il «no» è stata una vera doccia fredda. «L’Albania, la Bosnia Herzegovina, il Kosovo, il Montenegro, la Macedonia del Nord, e la Serbia appartengono all’Europa, in virtù della loro storia, cultura e geografia. Legami più stretti con l’Unione europea sono il solo modo per questi paesi di costruire o consolidare Stati basati sul governo della legge e società aperte e pluralistiche, perseguire il loro sviluppo sociale ed economico, dare alla loro gioventù una prospettiva e promuovere la riconciliazione tra i popoli», spiega un recente documento: un non-paper scritto – sorpresa! – dal Governo francese per proporre una riforma del processo di adesione. La contraddizione tra fatti e parole della Francia è stridente. Quali sono allora i motivi del suo no? In realtà è abbastanza evidente – anche alla luce di altri discorsi di Macron – che ha pesato molto l’esperienza di Ungheria e Polonia: i due paesi hanno aderito alla Ue, ne colgono i vantaggi, ma nello stesso tempo perseguono politiche illiberali, lontane dagli standard dell’Unione, e fanno pesare il proprio euroscetticismo sulle decisioni comunitarie. Le obiezioni di Macron non sono però soltanto pratiche. Nel non-paper colpisce soprattutto quello che non c’è: il riconoscimento del valore strategico dell’allargamento.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Franceschini Enrico 
Titolo: Tutti contro il compagno Corbyn “Porterà il Regno Unito al declino”
Tema: partito laburista
Jeremy Corbyn si prepara a fare un favore alla sinistra europea, americana, mondiale, resta da vedere se anche a quella britannica: risolvere il dilemma su quale sia la strada giusta per zittire i populisti e conquistare il potere. Se con una decisa svolta progressista o con il riformismo moderato della cosiddetta terza via. La risposta verrà fra tre settimane con le elezioni del Regno Unito, in cui il leader laburista si candida a diventare primo ministro con un programma definito dai giornali inglesi come «il più radicale della storia». Il piano illustrato questa settimana da Corbyn, scrive senza mezzi termini il Financial Times, è «una mappa per realizzare il socialismo». Gli altri organi d’informazione sono ancora più pesanti: «Un manifesto marxista», titola il Daily Telegraph, «una rapina da 83 miliardi nelle tasche dei contribuenti», accusa il Daily Mail. Le misure prospettate da Corbyn sono effettivamente più radicali di quelle che lui stesso formulò per le elezioni del 2017. E perfino più radicali del programma del Labour di Michael Foot nel 1983: un manifesto elettorale che, dopo la vittoria a valanga di Margaret Thatcher, venne ricordato come «il più lungo messaggio di suicidio mai scritto». Tra i punti principali del programma corbyniano spiccano 400 miliardi di sterline di investimenti pubblici, nazionalizzazione di ferrovie, posta, acqua, energia elettrica e telecomunicazioni, aumento del salario minimo, 10% di azioni ai dipendenti delle maggiori aziende, Wi-Fi, cure dentali e università gratuita per tutti. Il quotidiano della City lo bolla come «una ricetta per il declino economico», sostenendo che nel medio e lungo termine non gioverà alla classe media e alla classe operaia, creando un debito insostenibile nelle casse dello Stato. L’autorevole Institute for Fiscal Studies, una think tank indipendente, afferma che il manifesto del Labour creerebbe «il regime fiscale più punitivo del mondo», la cui scure finirebbe per cadere su tutti, non solo su grandi corporation o contribuenti più ricchi. Taglia corto Brent Hoberman, uomo d’affari ed ex consigliere di governi sia laburisti che conservatori: «Il piano di Corbyn è un attacco al business». Ovvero, un attacco al capitalismo.
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Gaggi Massimo 
Titolo: Obama toma e dà l’allarme «Viviamo tempi pericolosi La gente non sa cosa è vero»
Tema: Usa

«Viviamo tempi pericolosi. La gente non sa cosa è vero e cosa no, è disorientata. Il Paese è spaccato: la cosa più difficile sarà ricreare una conversazione comune e una cultura comune. Abbiamo bisogno di leader che non si circondino di yes men: bisogna essere aperti a opinioni contrastanti e alle diversità razziali e sessuali che non sono una concessione ma un aiuto indispensabile per illuminare angoli della realtà che altrimenti resterebbero oscuri». Invecchiato, i toni riflessivi al posto dell’antica energia oratoria, le battute ironiche che affiorano di tanto in tanto come un tempo, ma hanno un fondo più amaro, Barack Obama torna a calcare la scena pubblica. Partecipa a incontri per finanziare la campagna del partito democratico e ieri, qui a San Francisco, è stato il protagonista assoluto della Convention di Sales force rispondendo alle domande del fondatore del gigante dei servizi informatici per le aziende, Marc Benioff, sul palcoscenico del centro congressi davanti a una platea entusiasta di ottomila manager e studenti mentre gli altri 170 mila invitati alla kermesse aziendale erano collegati in video conferenza. Mai tirato in ballo direttamente il Donald Trump sotto impeachment. Solo un sarcastico «viviamo in tempi strani, no?». Tempi difficili per l’America, per Trump, ma anche per il partito democratico che fatica a trovare una sua identità post-Obama. E allora Barack, che per tre anni ha limitato al minimo gli interventi pubblici, torna in campo. Al Paese parla da statista, insistendo molto su come una tecnologia non governata ha prodotto un’involuzione del sistema informativo mentre i social media che dieci anni fa l’hanno aiutato a diventare presidente, ora vengono usati per minare la democrazia. Al partito, invece, si rivolge con toni da arbitro: non sposa uno specifico candidato, ma si mostra allarmato per l’emergere di piattaforme politiche radicali che difficilmente conquisteranno gli elettori moderati indispensabili per battere Trump.
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Sarcina Giuseppe 
Titolo: Impeachment, ipotesi di voto il 12 dicembre Donald prepara la seconda fase
Tema: Usa

I democratici stringono i tempi sull’impeachment. La Camera dei Rappresentanti dovrebbe votare il rinvio a giudizio nei giorni tra il 10  e il 13 dicembre. La scelta più probabile sembra essere giovedì 12 dicembre. I repubblicani si preparano alla seconda fase, il verdetto del Senato. Dopo una laboriosa discussione sarebbe prevalsa l’idea di procedere a ritmo serrato in modo da assolvere rapidamente Trump e rilanciarne la campagna elettorale 2020, puntando su economia, lavoro, immigrazione e tutto il repertorio populista che ha propiziato la vittoria nel 2016. Trump, ha subito per l’intera settimana. L’ultimo caso: il tweet con cui annunciava l’apertura di una fabbrica della Apple in Texas. Il Financial Times lo ha sbeffeggiato così: «Le uniche cose corrette sono le parole “Oggi” e “in Texas”, quell’impianto esiste dal 2013». Il presidente, però, ieri ha rilanciato su tutti i fronti, con una lunga intervista telefonica a Fox News. Le proteste di Hong Kong? «Ho convinto io il presidente cinese Xi Jinping a non schiacciarle. Se non fosse stato per me la città sarebbe stata spazzata via in 14 minuti. Sto con i manifestanti, ma anche con il mio amico Xi, con cui stiamo lavorando al più grande accordo commerciale della storia». L’impeachment? «I democratici non hanno niente in mano, ma ben venga il processo al Senato». I testimoni chiave? «Conosco appena Sondland (uno dei finanziatori della sua cerimonia di inaugurazione ndr) e l’ambasciatrice Maria Yovanovitch mi detestava a tal punto che si era rifiutata di appendere il mio ritratto negli uffici di Kiev».
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Santelli Filippo 
Titolo: Trump: “Senza di me Hong Kong cancellata in 14 minuti”
Tema: Usa

«Se non fosse stato per me Hong Kong sarebbe stata cancellata in 14 minuti. Xi Jinping ha un milione di soldati in posizione, non entrano solo perché gliel’ho chiesto io». Si sa, Donald Trump ama intestarsi meriti che non ha. Tanto più se parla ai microfoni di un network amico come la Fox e deve svicolare da una situazione di difficoltà. La verità è che il dossier Hong Kong per lui sta diventato una patata bollente, dopo che i due rami del Congresso americano hanno approvato all’unanimità (meno un voto) una legge per tutelare le libertà dell’ex colonia britannica. Giovedì il testo è stato inviato alla Casa Bianca e ora Trump ha dieci giorni per decidere se firmarlo, provocando una sicura ritorsione cinese e mettendo a rischio i negoziati commerciali, lasciare che entri in vigore naturalmente oppure mettere il veto, esponendosi all’accusa di non difendere i diritti umani. Il passaggio chiave dell’intervista alla Fox allora, anziché la smargiassata sull’aver fermato Xi, che in realtà si è contenuto da solo, è l’imbarazzato equilibrismo sulla norma: «Dobbiamo stare dalla parte di Hong Kong — ha detto Trump — ma io sto anche dalla parte di Xi, è un amico. Sto con la libertà, ma stiamo anche discutendo uno dei più grandi accordi commerciali della storia». Non è un mistero che a Trump dell’ex colonia britannica, e in generale di una politica estera centrata sui valori, interessi poco. Quello su cui ha investito è il braccio di ferro economico con Pechino e ora un’intesa “fase uno” sembra in dirittura d’arrivo. Un’ipotesi allora è che il presidente non firmi né opponga veto (che tra l’altro il Parlamento potrebbe aggirare), ma lasci passare i dieci giorni ed entrare in vigore la legge, sperando che Pechino non faccia saltare il tavolo commerciale. Xi ieri ha detto di «non aver paura a usare ritorsioni», ma anche lui ha bisogno di un accordo. Resta il fatto che la norma, invocata dal campo democratico di Hong Kong, avrebbe un impatto enorme.
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Testata:  Stampa 
Autore:  … 
Titolo: La sfida di Putin: perfezioneremo l’arma più potente del mondo
Tema: Russia

L’arma al centro del misterioso incidente nucleare avvenuto la scorsa estate in un poligono della Russia settentrionale è «unica al mondo» e «certamente verrà perfezionata». Vladimir Putin è tornato a giocare la carta dell’orgoglio nazionale. Lo ha fatto giovedì, consegnando delle onorificenze ai familiari dei cinque ingegneri morti nell’esplosione dell’8 agosto che fece brevemente salire il livello della radioattività nella zona e uccise anche due militari. Non è ancora chiaro quale sia la micidiale arma di cui parla Putin. Il Cremlino si è limitato a far sapere che l’incidente nel poligono di Nyonoksa, sul Mar Bianco, si è verificato durante il test di un motore missilistico atomico.  Gli esperti suppongono che il motore appartenesse a un missile cruise a propulsione atomica. Forse a uno dei “super missili” che un anno e mezzo fa Putin presentò al mondo come capaci di penetrare ogni tipo di difesa e quindi di rendere «inutili» gli Scudi americani in Europa e in Asia. Alcuni analisti ipotizzano che si tratti del missile anti-navi Zirkon, che può volare a otto volte la velocità del suono, altri scornmettono sul drone-siluro sottomarino Poseidon. L’opzione su cui si concentra la maggior parte degli esperti è però quella del Burevestnik: un razzo che – stando alla presentazione che ne fece lo stesso Putin – avrebbe una gittata «illimitata» e che è stato pensato come «arma di castigo» da usare dopo un attacco nucleare. La Nato lo chiama Skyfall. Il suo nome russo è però quello della procellaria, un uccello marino che sfida onde e tempeste. L’agenzia atomica russa Rosatom sostiene che la tragedia dello scorso agosto sia avvenuta su una piattaforma offshore subito dopo un test. Ma secondo Thomas DiNanno, un funzionario del Dipartimento di Stato americano, a Washington sono convinti che l’incidente si sia verificato durante il recupero di un missile dal fondo del mare dopo un test andato male.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  De Feo Gianluca 
Titolo: Il supermissile di Putin che copia Dottor Stranamore
Tema: Russia

L’ordigno fine di mondo, che tanto piaceva al Dottor Stranamore, o una bufala strategica per rinsaldare il morale dei suoi sostenitori? Il mistero della super-arma di Vladimir Putin si arricchisce di una nuova puntata. Ieri il leader russo ha incontrato le vedove dei 5 ingegneri morti nello scorso agosto durante una prova del sistema segreto e ha promesso: «Lo metteremo a punto, nulla ci fermerà». II presidente ha parlato di «una tecnologia unica, le idee e le soluzioni impiegate nel progetto non hanno pari». Precisando che ha «un raggio illimitato». Gli ingredienti perfetti per costruire un clima di suspense, obbligando gli analisti della Nato a scervellarsi sulla natura del congegno. Finora le intelligence occidentali non sono riuscite a capire bene di cosa si tratta. C’è la certezza che l’incidente durante il test di agosto abbia rilasciato una nube radioattiva ma il poligono di Nyonoksa è isolato da tutto: la cittadina più vicina dista circa 50 chilometri e alcuni diplomatici americani sono stati fermati proprio mentre si avvicinavano all’area di sperimentazione in un golfo interno del Mar Bianco. Neppure i satelliti spia hanno fornito informazioni e il mistero appare ancora intatto. L’ipotesi è che sia un altro dei disegni resuscitati dai laboratori sovietici. Uno dei marchingegni cervellotici escogitati durante la Guerra Fredda per ribaltare “l’equilibrio del terrore”, portato avanti con investimenti enormi e poi sepolto dal crollo del Muro. Il concetto è semplice: costruire un missile con un propulsore nucleare al posto dei soliti motori a reazione o dei razzi. In questo modo potrebbe rimanere in volo per settimane senza sosta, ad alta velocità e con manovre frequenti, per entrare in azione in caso di attacco atomico. Un vero cavaliere dell’apocalisse, per rispondere al primo colpo e scatenare la rappresaglia contro gli Usa senza che nessuno possa fermarlo. Proprio come quello che il Dottor Stranamore del film di Stanley Kubrick aveva chiamato “ordigno fine di mondo”.
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Testata:  Avvenire 
Autore:  Cardinale Gianni 
Titolo: Il Papa: Il coraggio proviene dalla fede – Il Papa: radicati nella fede degli anziani per imparare il coraggio del futuro
Tema: Il Papa in Thailandia

I «malati e i carcerati». E a loro che rivolge il suo ultimo saluto in terra thailandese. La Messa con i giovani nella bella Cattedrale di Bangkok è al termine. E il momento dei saluti finali, stamattina all’alba infatti si parte per il Giappone, seconda meta del suo viaggio asiatico. Per papa Francesco è il tempo dei ringraziamenti. Per il re e per il governo, per i vescovi, per i sacerdoti e le religiose, per tutti i fedeli, «specialmente» per i giovani. E poi per i tanti generosi volontari, per «quanti mi hanno accompagnato con la preghiera e i loro sacrifici», e «in modo particolare», appunto, per i malati e i carcerati. La seconda e ultima giornata del Papa in Thailandia inizia a Wat Roman, un villaggio nei sobborghi della grande metropoli di Bangkok. E’ una piccola isola cattolica in un mare buddista. Qui si trova il santuario che raccoglie le spoglie del primo sacerdote martire del Paese, il beato Nicholas Bunkerd Kitbamrung. Qui saluta i fedeli contentissimi di poter vedere da vicino il Successore di Pietro venuto da Roma. Ci sono anche cattolici cinesi con la loro bandiera nazionale. Qui incontra i religiosi e le religiose, i catechisti e le catechiste, i seminaristi della Chiesa locale. Ringrazia il lavoro dei missionari che con «il silenzioso martirio della fedeltà e della dedizione quotidiana» hanno fecondato la fede in queste terre. Poi offre alcune considerazioni e suggerimenti. Ricorda che il Signore attrae «per mezzo della bellezza». Infatti «non ci ha chiamati per mandarci nel mondo a imporre obblighi alle persone, o carichi più pesanti di quelli che già hanno, e sono molti, ma a condividere una gioia, un orizzonte bello, nuovo e sorprendente». Papa Francesco osserva «con una certa pena» che qui la fede cristiana è da molti considerata «straniera». Ecco quindi l’invito «ad inculturale il Vangelo sempre di più», a «proclamare la fede “in dialetto”» come fa «una madre che canta la ninna nanna al suo bambino».
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PRIME PAGINE

IL SOLE 24 ORE
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CORRIERE DELLA SERA
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LA REPUBBLICA
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LA STAMPA
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IL MESSAGGERO
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IL GIORNALE
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LIBERO QUOTIDIANO
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IL FATTO QUOTIDIANO
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