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SINTESI IN PRIMO PIANO – 26 agosto 2019

– Pd-M5S, ancora muro contro muro sul Conte bis
– Sondaggi: in un mese la Lega ha perso 5 punti
– L’Iran al vertice del G7
– Raid israeliani contro le milizie sciite

PRIMO PIANO

Politica interna

Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Caccia Fabrizio 
Titolo: Il Pd apre, Di Maio più freddo – Per i dem l’intesa è possibile I 5 Stelle: prima il sì a Conte
Tema: Pd-M5S
Poco più di 60 ore per chiudere o dirsi addio. La trattativa per il governo giallorosso entra nel vivo: «Saremo chiamati mercoledì a tornare dal presidente della Repubblica —l’annuncio ieri sera del segretario del Partito democratico Nicola Zingaretti —. Faccio perciò un appello al M55, e anche alle altre forze di centrosinistra che vogliono partecipare, a vederci già da domani (oggi, ndr). Si superino le timidezze e si entri nel merito delle questioni: voglio un governo green…». Non ci sarà però un nuovo «contratto» come quello M55-Lega, ma «un patto di governo» e dovrà essere di «svolta». Qui, però, arriva il nodo: «La discontinuità va garantita anche da un cambio di persone», scandisce il leader dem che al telefono col capo dei 5Stelle Luigi Di Maio ribadisce il suo «no» per Conte a Palazzo Chigi. I grillini, però, su questo non transigono e con una nota gelida, ultimativa, ristabiliscono una distanza netta: «La soluzione è Conte, il taglio dei parlamentari e la convergenza sugli altri 9 punti posti da Di Maio. L’Italia non può aspettare il Pd…». Replica Andrea Orlando, l’ex Guardasigilli: «Sono giorni che aspettiamo di parlare dei problemi del Paese mentre i 5 Stelle parlano solo di poltrone». Pure Beppe Grillo sul suo blog ieri aveva postato un endorsement per la conferma di Conte premier. Il M55, insomma, resta rigido, guardingo e anche irritabile: «Di Maio non ha mai proposto a Zingaretti di lasciare al Pd la maggior parte dei ministeri chiave — sottolinea lo staff M5S smentendo alcune voci —. Non ci sono giochini in corso…». Zingaretti, dal canto suo, ce la metterà tutta, continuando a lavorare al Nazareno per mettere a punto il programma da sottoporre a Di Maio. Intanto, Nicola Fratoianni, di Leu-Sinistra Italiana, risponde sì al suo appello: pronti anche loro a dare una mano. Zingaretti comunque dice no a «un rimpastone che l’Italia non capirebbe» e conclude fiducioso sull’esito dei futuri incontri coi MSS: «Sono convinto che si troverà una soluzione». Fonti «renziane» gli mandano segnali: «Accetti la sfida del M55, via libera a Conte. Il segretario si ricordi che è ancora possibile un governo con Salvini».
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Lauria Emanuele 
Titolo: Prove di totoministri giallo-rosso Per l’Economia c’è il dem Misiani
Tema: Pd-M5S
C’è un plotone di ministri in pectore che, in queste ore, scruta con sguardo interessato l’esito ancora incerto della trattativa fra Zingaretti e Di Maio. Le variabili sono tante e quella principale riguarda ovviamente la fattibilità dell’operazione “MaZinga”. Ma c’è la seconda incognita, che riguarda la permanenza o meno di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi. In caso positivo, ovvero nell’ipotesi ufficialmente proposta dal capo politico di MSS, la delegazione dem nell’esecutivo sarebbe più larga e andrebbe a occupare poltrone di serie A. Il Nazareno, in ogni caso, si avvia a schierare una squadra che rappresenta in pieno il nuovo establishment del partito ma anche l’anima renziana. Fra i papabili il senatore Antonio Misiani, responsabile del settore economia del partito, nel ruolo di successore di Giovanni Tria. E nel governo potrebbero trovare spazio i due vice di Zingaretti, Paola De Micheli (si parla di Sviluppo Economico), e un nome di peso come quello di Andrea Orlando, che a sorpresa potrebbe reindossare i panni del Guardasigilli. Ma per la Giustizia c’è anche la suggestione Pietro Grasso (Leu). Un’altra figura di spicco del Pd, l’ex premier Paolo Gentiloni, potrebbe tornare agli Esteri, anche se per la Farnesina restano alte le quotazioni di Enzo Moavero Milanesi, personalità non sgradita al Nazareno. Resta il nodo del Viminale, dove un esponente dem dovrà raccogliere la pesante eredità di Matteo Salvini: non ha mai smesso di circolare il nome di Marco Minniti, anche se è nota la predilezione di Matteo Renzi per il capo della polizia Franco Gabrielli. Escluso che Renzi o i suoi più stretti fedelissimi possano entrare in un esecutivo coi 5 Stelle, maggiori sono invece le chance di renziani come Ettore Rosato, o dei due capigruppo Andrea Marcucci o Graziano Delrio, che oggi ha una posizione più autonoma rispetto al senatore florentino.  Non ci sarà sicuramente Danilo Toninelli pronto a essere sostituito alle Infrastrutture dal capogruppo grillino al Senato, Stefano Patuanelli. In ascesa sono invece le quotazioni di Lorenzo Fioramonti, vice ministro dell’Istruzione, e soprattutto di Vincenzo Spadafora, sottosegretario alla presidenza del Consiglio del governo gialloverde. Minori possibilità di entrare in una squadra col Pd avrebbe Alessandro Di Battista, che in questi giorni ha espresso una posizione filo-leghista.
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Verderami Francesco 
Titolo: Il commento – Una corsa a ostacoli – I segnali e le ambiguità di una corsa a ostacoli
Tema: Pd-M5S
Se è vero che grillini e democratici lo stanno facendo per «salvare l’Italia», non si comprendono le rigidità che hanno caratterizzato questa prima fase di trattative sul governo. Se è vero che M5S e Pd hanno «a cuore il Paese», allora devono spiegare come mai si attardano nei soliti giochi di Palazzo, tra tatticismi e veti contrapposti. Sarebbe il caso che i dirigenti dei due partiti evitassero la retorica, così come dicono di voler evitare l’aumento dell’Iva. Anche perché, semmai si presentassero insieme al Quirinale, oltre a persuadere il presidente della Repubblica dovrebbero convincere i cittadini che l’intesa di governo non è un mero patto di potere, che il collante dell’accordo non è evitare le elezioni, che l’obiettivo non è garantire la sopravvivenza di una legislatura destinata a chiudersi con la scelta del futuro capo dello Stato. Convincere l’opinione pubblica sarà più complicato di trovare la convergenza sul nome del premier e sul programma, ma è l’imperativo per chi ha deciso di provare a governare dopo l’ultimo, fallimentare esperimento. E allora occorrerebbe trovare il modo di restituire fiducia a un Paese che ha smarrito la fiducia nella politica, che ormai è vaccinato a qualsiasi promessa, che assiste disincantato all’ennesimo tentativo, dopo averle provate (e viste) tutte. Un Paese talmente stanco di toni urlati e interminabili campagne elettorali, da essersi allontanato dall’esercizio del voto, come ha dimostrato il massiccio astensionismo alle Europee, in controtendenza rispetto a tutti gli altri Stati dell’Unione. Ecco qual è la posta in gioco. La domanda allora è se M5S e Pd ritengano di essere attrezzati ad affrontare la sfida.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Ciriaco Tommaso 
Titolo: Il retroscena – Proposta al buio sui ministri – L’offerta del premier che spera ancora: via i decreti di Salvini
Tema: le mosse di Conte
Tramonto sull’oceano di Biarritz. Un bambino in giacca e cravatta attraversa il salone dell’Hotel Du Palais. Si chiama Niccolò Conte, è il figlio del premier e ha un posto a tavola con i Grandi del mondo. Giuseppe Conte è sereno, si capisce anche da questi dettagli. Di più: fiducioso. La crisi è ancora lì, ma il suo nome resiste: strapazzato dai veti, ma ancora vivo in questo caos. Luigi Di Maio continua a proporlo, Nicola Zingaretti a opporsi. «Non siamo disponibili ad essere presi in giro o ad accettare diktat», giura con Repubblica il dem. Se non frena nessuno, finiscono entrambi nel burrone. Conte si muove, silenziosamente. Sa che ogni mossa va ponderata al millimetro. E quella che ha in mente di compiere nelle prossime ore va dosata al meglio: promettere una revisione corposa dell’odiato decreto sicurezza fortissimamente voluto da Matteo Salvini, per tendere la mano al Pd. Cambiarne l’impostazione, su cui era scettico fin dal principio in nome di alcuni cardini costituzionali, dopo aver però accettato la forzatura della Lega sul testo. Mai trasferta internazionale fu più benedetta, va detto. Conte può centellinare anche gli sms. Ma quelli che riceve lo rincuorano. Dal Colle continuano ad arrivare segnali positivi. E ogni giorno si aggiungono sponsor al Conte bis. Un esempio? Pierluigi Castagnetti, che di Sergio Mattarella è amico: «La lezione di Berlinguer nel 1976 fu quella di accettare Andreotti, perché riteneva che sono i programmi e non le persone il terreno e lo strumento della discontinuità». Messaggi in bottiglia, progetti per uscire dallo stallo. Come quello presentato ieri da alcuni autorevoli pontieri grillini alla segreteria dem. L’offerta manca ancora del bollo ufficiale di Di Maio, ma prevede uno “scambio” tra il capo 5S e Giuseppe Conte. In cambio della riconferma del premier uscente, i cinquestelle sarebbero pronti ad assegnare al Pd ministeri di peso come Interni, Economia, Giustizia. La regola aurea del nuovo corso imporrebbe di tenere fuori la maggior parte dei ministri uscenti, in nome della discontinuità. «Anche Di Maio?», hanno chiesto dal Nazareno. «Meglio con Di Maio dentro e Zingaretti vicepremier unico», la risposta.
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Testata:  Stampa 
Autore:  Grignetti Francesco 
Titolo: Il retroscena – Imprese, mondo cattolico, leader Ue Il partito silenzioso che spinge Conte
Tema: le mosse di Conte
L’anno trascorso a palazzo Chigi ha fatto conoscere agli italiani ma anche ai Palazzi questo forbito avvocato amministrativista, che è uscito lentamente ma sempre più decisamente dall’aura di riservatezza e dal suo ruolo di tecnico fino all’ultimo exploit di argine invalicabile contro il leghismo. Uno dopo l’altro, cadono i veti che i vertici del Pd avevano posto.  A favore del professore con la pochette, gioca la simpatia che lo circonda in Europa e negli Usa. Trump gli ha concesso un colloquio-passerella di 10 minuti e non è poco, considerando che è un premier dimissionario. Oltreoceano non dimenticano la cotta di Salvini per Putin. Conte, poi, che si è posto a muro contro il sovranismo, gode di esplicite simpatie nelle cancellerie europee. Da Macron alla Merkel, al Partito popolare europeo, non sono mancati gli ammiccamenti. Il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, un polacco anche lui cristiano-popolare, è stato il più diretto: «Conte è uno dei migliori esempi di lealtà in Europa. Su di lui posso dire solo cose positive». D’altra parte, Conte è dietro la scelta del M5S di votare per la tedesca Ursula von Der Leyen a presidente della Commissione. Questa forte benevolenza parte da lontano, dagli studi di Giuseppe Conte a Roma, a Villa Nazareth, una scuola di eccellenza che dipende dalla Segreteria di Stato vaticana. Si racconta di un grande lavorio dietro le quinte da parte dell’arcivescovo Claudio Maria Celli, attuale direttore della scuola. Compagno di studi è stato l’attuale segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, che magari non si è espresso pubblicamente a favore dell’inquilino di palazzo Chigi, ma non ha mai fatto mancare le sue bordate contro Salvini nei momenti topici. E comunque bastano e avanzano le parole spese dal Pontefice appena qualche settimana fa: «E’ un uomo intelligente – ha detto Papa Francesco, il 3 giugno scorso – un professore, sa di cosa parla».. Ottimi poi i rapporti con la Comunità di Sant’Egidio, che più di tutto teme il ritorno alla «politica della paura». E’ quasi luna di miele anche con i sindacati e le organizzazioni datoriali.
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Martirano Dino 
Titolo: Zingaretti «Faremo di tutto per la soluzione» Il segretario ricompatta il partito
Tema: Pd

Al Nazareno, sede nazionale del Partito democratico, il miglio che resta da percorrere nella trattiva con il Movimento 5 Stelle lo vedono così: «La spunta chi si ferma per ultimo a un millimetro dal precipizio…». E così, nella domenica in cui tutto ruota ancora intorno all’ultimatum (del Movimento) e al corrispondente veto (del Pd) su un governo Conte-bis, il segretario Nicola Zingaretti si presenta in maniche di camicia davanti alle telecamere e ai giornalisti, affiancato dal vice Andrea Orlando e dalla vice Paola De Micheli. La percezione che deve essere trasmessa — quando sul Conte sì/Conte no rischia di incartarsi tutto: «Ora non c’è soluzione possibile ma noi faremo di tutto…» — è quella di mostrare un gruppo dirigente impegnato ai tavoli di lavoro anche di domenica per mettere a punto il programma per un governo con i grillini (economia green, digitale, lavoro, infrastrutture, scuola, università, tasse e sterilizzazione dell’Iva): «Con il Movimento 5 Stelle e la sinistra possiamo vederci anche domani (lunedì, ndr) per parlare di contenuti». La svolta sul merito serve, dunque, per posticipare il nodo della scelta del presidente del Consiglio: «La discontinuità deve essere garantita anche dal cambio di persone», insiste il segretario senza però mai citare Giuseppe Conte e aggiungendo che il Pd cercherà di fare «tutto il possibile per cercare questa soluzione che ancora non si è determinata». Nel salone del convento del Nazareno, davanti a Zingaretti che parla, ci sono anche i parlamentari Roberta Pinotti, Emanuele Flano, Andrea Giorgis, Gianni Cuperlo, Alfredo Bazoli e altri dirigenti. Rispettano tutti la consegna del silenzio sull’ipotesi che alla fine il Pd debba cedere a sul Conte-bis imposto da Luigi Di Maio. L’unica voce in chiaro che si leva è quella sottile di Pier Luigi Castagnetti che utilizza Twitter per citare la lezione di Enrico Berlinguer sui rospi da digerire nei passaggi difficili della Repubblica: «Nel 1976 Berlinguer (che avrebbe preferito Moro) accettò Andreotti perché riteneva che sono i programmi e non le persone il terreno e lo strumento della discontinuità». Quella scelta poi non portò grossi risultati, anche se, insiste Castagnetti, «in quel momento fu comunque utile per il Paese».
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Breda Maurizio 
Titolo: Adesso il Quirinale vede uno spiraglio ma teme i tatticismi
Tema: il ruolo del Quirinale
Uno spiraglio minimo alla fine sembra essersi aperto. Una breccia ancora strettissima e disagevole, ma sufficiente a far pensare a Sergio Mattarella che la trattativa tra i 5 Stelle e il Pd possa concludersi con la nascita di un governo. Ecco il provvisorio risultato dei contatti che si sono intrecciati nel weekend fra il Quirinale e gli emissari dei partiti coinvolti nel negoziato. Il nodo resta quello del premier. Con i grillini che insistono su Conte. E con i democratici che, pretendendo «discontinuità» altrimenti si avrebbe «un rimpastone», lo escludono. A questo punto o affiora un candidato «terzo» (una figura neutrale, magari un tecnico, comunque non suggerito dal Colle), accettabile per entrambi i fronti, o Conte supera il veto, per esempio grazie al «merito» d’aver seppellito Salvini e chiuso da Biarritz il forno del M55 con la Lega. Tutto è possibile. E da ieri più che da sabato, a patto che i potenziali «soci» della futura maggioranza sappiano compiere anche qualche rinuncia in nome di una visione generale. Il quadro è in evoluzione e Mattarella resta in attesa di risposte entro le prossime 24 ore. Già, perché se prevalessero tatticismi e inconcludenze e si chiudesse la piccola apertura delle ultime ore (poco più che indizi di buona volontà), potrebbe tagliare corto. Il che significherebbe completare il secondo giro di consultazioni addirittura domani sera, anziché mercoledì, decretando la resa. Cioè il varo di un esecutivo di garanzia con l’incarico di portare il Paese al voto, che difficilmente potrebbe avvenire prima del 10 novembre. Ecco il rovello del presidente, che si è concesso una pausa ieri volando a Fivizzano, paese della Lunigiana, per onorare con il collega di Berlino Frank-Walter Steinmeier i 75 anni delle stragi nazifasciste in cui morirono 174 civili.
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Testata:  Giornale 
Autore:  Cramer Francesco 
Titolo: Lega, sondaggio choc: in un mese persi 5 punti – Matteo in calo di consensi Persi 5 punti in un mese
Tema: Lega

Primi effetti della strambata del Capitano: il vento in poppa della Lega cala. Per carità, non è certo un naufragio ma l’ultimo sondaggio spiattellato sul Sole 24 Ore deve aver impensierito un Salvini in versione privata. Tra un selfie con la figliola per esaltarne lo smalto rosa pallido e l’incubo di una quadra tra i gialli e i rossi, c’è anche il nero dell’ultima rilevazione Winpoll per il quotidiano di Confindustria. Sta arrivando il conto dell’essersi fatto saltare in aria a Palazzo Chigi affossando se stesso assieme a Conte: per la prima volta da mesi il Carroccio frena. Oggi vale il 33,7% quando alle Europee (26 maggio) incassò il 34,2% e a luglio veleggiava addirittura al 38,9%. Insomma, facendo saltare il banco sono saltati anche ben 5 punti percentuali di consenso. Rimorsi? Forse. Di certo nessun leghista lo ammetterà mai, preferendo guardare l’altra parte del sondaggio, quello che tasta il polso agli italiani sul come uscire dall’empasse. Ebbene, la maggioranza del Paese chiede il voto (41% contro il 34% che vuole un governo giallorosso). Grancassa, quindi: e-le-zio-ni, e-le-zio-ni. E ancora: se Di Maio e Zingaretti trovassero la quadra, per il 51% degli italiani il governo durerebbe «solo pochi mesi». Come va dicendo un Salvini disorientato perché mero spettatore della trattativa M5s-Pd.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Lopapa Carmelo 
Titolo: Salvini gioca le ultime carte Sms a Di Maio: vediamoci oggi
Tema: Lega

Se proprio dobbiamo dirci addio, almeno facciamolo guardandoci negli occhi. La proposta di Matteo Salvini a Luigi Di Maio deve essere stata formulata più o meno così, nei messaggi coi quali fino a ieri i due hanno tenuto aperto un filo di dialogo. Sta di fatto che in serata si sono intensificate le indiscrezioni su un possibile faccia a faccia tra i leader, dopo la ripresa dei contatti da sabato via Whatsapp. Potrebbe avvenire oggi, a Roma, dove il segretario leghista è rimasto per tutto il fine settimana proprio nella speranza di rivedere l’ex alleato. Ed è chiaro che in quel caso tutto cercherebbe di fare il ministro dell’Interno meno che limitarsi a un commiato. Rilancerebbe piuttosto l’offerta della premiership e quella di un contratto nuovo di zecca. Esattamente come chi, nella coppia, cerca di riconquistare la fiducia dell’ex tradito. Certo è che lo stato maggiore della Lega si è blindato per l’intera giornata dietro un inconsueto silenzio, fatti salvi un paio di tweet del capo agostani (“Di rosso solo l’anguria”) o da tifoso del Milan deluso dalla prima sconfitta. C’è un clima d’attesa tra i ministri del partito. Ma non è escluso che le voci e la stessa suspance vengano alimentate nel tentativo di far saltare in extremis la trattativa tra il M5S e il Pd che fino a ieri pomeriggio sembrava procedere, pur tra veti dem sul nome del premier. Sembrava già partita la giostra del totoministri. Poi qualcosa è successo. Tanto che nel Partito democratico le voci di una possibile riaccensione del secondo “forno” da parte di Di Maio proprio a 24 ore dalla ripresa delle consultazioni al Colle hanno prodotto inevitabilmente nervosismo e preoccupazione. Nella Lega invece non escludono che ad aver convinto il capo del Movimento a cedere al pressing di Salvini possa essere stato anche il veto formulato dalla segreteria Zingaretti sulla permanenza stessa del capo del Movimento nel futuro, eventuale esecutivo giallorosso. Nei colloqui avuti coi suoi più stretti collaboratori nel giorno di blackout, Salvi ni ha fatto ancora professione di ottimismo, a dispetto dell’evidenza: «Ogni giorno che passa senza che chiudano l’accordo col Pd è un giorno a nostro vantaggio». Anche nell’ottica di un fallimento e del ritorno al voto.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Ainis Michele 
Titolo: Il commento – Mattarella e un Paese spaesato – Mattarella solo con la Carta
Tema: la crisi dei partiti
L’Italia è un Paese spaesato. Mancano poche ore all’ultimo giro di consultazioni al Quirinale, e ogni soluzione resta ancora in campo. Il ripristino dell’alleanza gialloverde (Salvini 2, la vendetta). Un governo giallo-rosso, con i colori della Roma. O il voto anticipato, chiudendo la legislatura più breve della storia repubblicana. Noi, quaggiù, assistiamo alle giravolte dei partiti con lo sguardo attonito, con la mente confusa. Non vorremmo trovarci nei panni del presidente Mattarella, cui tocca sbrogliare la matassa. Lui adesso è un uomo solo, ma è sola anche la Costituzione, povera donna. L’uno e l’altra non pretendono un governo purchessia, bensì un esecutivo stabile, con programmi chiari, con un orizzonte proiettato sul futuro. Invece non è aria, non è proprio aria. Colpa dei partiti politici italiani, di ciò che sono diventati. D’altronde la loro crisi rispecchia il declino delle nostre classi dirigenti, che s’estende a ogni settore della vita economica e sociale, dall’università alle banche, alle imprese, ai sindacati. Dove per lo più contano i parenti, piuttosto che i talenti. E dove vai avanti per appartenenza, non per competenza. Di conseguenza ogni organizzazione collettiva si frantuma in bande armate l’una contro l’altra. Ne sono prova le scissioni silenziose che attraversano un po’tutti i partiti democratici (quelli non democratici praticano la dittatura, ma temperata dal tirannicidio). È il caso del Pd, i cui parlamentari rispondono soprattutto a Renzi, trasformando Zingaretti nel segretario dell’ex segretario. Di Forza Italia, dove una pattuglia di deputati e senatori si è già promessa a Toti, il nuovo pifferaio. Dei 5 Stelle, attraversati da una sfida tra fichiani (si dirà così?), seguaci di Conte, Di Maio, Di Battista. È un problema, anzi un formidabile problema. Come fai a comporre le tessere del puzzle, se il tuo interlocutore rappresenta solo un segmento del partito? E quali garanzie puoi offrire a Mattarella, se il tuo primo nemico è dentro casa? Sarà per questo che i leader, i troppi leaderini della politica italiana, si stanno esercitando in una partita a poker. Con molti tatticismi, ma senza una strategia precisa, senza lo sguardo lungo. Manca uno slancio, insomma, manca un’idea, se non proprio un ideale. Eppure servirebbe, se davvero stesse per aprirsi una stagione nuova, orientata a sinistra dono il tempo della destra. Altrimenti tutto si risolve in un’operazione di puro trasformismo, di conservazione del potere.
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Polito Antonio 
Titolo: Cimeli da Terza Repubblica – La soffitta della Terza Repubblica
Tema: i falsi miti della Terza Repubblica

C’è una soffitta a Montecitorio dove i commessi stanno mettendo un po’ alla volta tutti i cimeli della Terza Repubblica, la stagione del grande «cambiamento» avviata appena quindici mesi fa. Siamo in grado di condurvi in una visita privata a questa nostalgica raccolta dei simboli che ci hanno accompagnato nell’avventura politica cominciata nel marzo del 2018, e che ha buone probabilità di diventare la più breve del Dopoguerra. Dentro una scatola con dei vecchi filmati c’è lo streaming, lo strumento che avrebbe reso trasparente come una casa di vetro il palazzo del potere impedendo i soliti accordi occulti e sottobanco: ogni decisione presa sotto gli occhi del pubblico, anzi della gente. Si è invece tornati alle cene segrete nelle case private. Se il governo giallorosso nascerà, al «patto della crostata», cucinato dalla signora Letta per Berlusconi e D’Alema in una calda sera di giugno del 1997, si aggiungerà il «patto della pizza bianca» consumato in casa Spadafora, aspirante-Letta, e servito a Di Maio e Zingaretti in un tete-á-tete riservato, secondo le migliori tradizioni della Seconda Repubblica. Forse in soffitta ci finisce anche Rousseau. I «cyber-militanti» cinquestelle chiedono a gran voce la consultazione online, uno dei riti più esoterici e misteriosi del Movimento (non è stato mai reso noto neanche il numero degli aventi diritto al voto). Ma molti «dirigenti» sono perplessi. Come si fa? Il quesito rischierebbe di sembrare un pezzo di satira televisiva: «Volete voi a) un governo con la sinistra; b) un governo con la destra; c) un governo con la qualunque; d) no risponde».
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Testata:  Foglio 
Autore:  Chirico Annalisa 
Titolo: Intervista a Urbano Cairo – Il manifesto politico di Cairo – Un altro governo è possibile
Tema: parla il presidente di Rcs

Non è più questione di se, ma di quando. Urbano Cairo scende in campo senza scendere in campo. “Al momento l’idea non mi sfiora”, dice lui. Poi aggiunge: “Progettavo la scalata a Rcs da dieci anni senza farne mai parola con nessuno, nell’assoluto riserbo. Un giorno l’ho realizzata. I sogni non si svelano in anticipo: si mettono in pratica”. Sono in corso le consultazioni quirinalizie, i gialloverdi galleggiano nel caos, Mattarella sbuffa, il Pd non sa a quale segretario votarsi, e il presidente di Rcs si dirige in macchina verso lo stadio per la partita del suo Torino. Per la prima volta in assoluto, Cairo non vuole parlare di calcio e tv, di giornali e settimanali. Solo politica, tanta politica. “Grillini e leghisti hanno fallito, mi pare evidente. Dove pensavano di andare?”. Al governo, presidente. “Non sono neppure deluso perché solo chi coltiva aspettative può esprimere delusione: io non ne avevo. Quel `contratto di governo’ era totalmente irrealistico, Salvini e Di Maio avevano agende inconciliabili. Come fai a tenere insieme flat tax, quota 100 e reddito di cittadinanza? Come si possono giustapporre politiche monetariste e keynesiane? Non si può promettere tutto e il contrario di tutto. Se annunci cose mirabolanti, la gente ti vota perché ha bisogno di una speranza, dal 2008 a oggi la condizione della classe media è obiettivamente peggiorata. Se però poi non sei in grado di trasformare le promesse in realtà, i cittadini ti voltano le spalle, e fanno bene”. Il connubio gialloverde non doveva neppure cominciare? “Ci hanno fatto perdere quindici mesi, nel frattempo l’economia è entrata in stagnazione, e pure in politica estera non abbiamo fatto un figurone. Era davvero necessario sprecare questo lasso di tempo per prendere atto che il matrimonio non funzionava? Io, nelle mie aziende, determino il corso degli eventi nei primi cento giorni”. Insomma, i due l’hanno tirata troppo per le lunghe”. In molti vedono in lei il nuovo Berlusconi. “Io non sono e non sarò mai l’erede del Cavaliere. Io sono molto diverso da lui. Per essere ancora più chiaro: non vivo nell’attesa di ricevere una qualche investitura né intendo assumere la guida di partiti già esistenti che hanno attraversato una parabola puntellata di successi e fallimenti. Nella vita non si prende il posto di qualcun altro… Se si vuole compiere il grande passo, si dà vita a una creatura inedita, la s’inventa di sana pianta”
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Economia e finanza

Testata:  Sole 24 Ore 
Autore:  Prioschi Matteo 
Titolo: Le «nuove» pensioni al test d’impatto – Pensioni, gli sconti su uscite e requisiti alla prova di impatto
Tema: la riforma gialloverde
Requisiti allentati e qualche opzione in più per aumentare l’anzianità contributiva. Può essere riassunta così l’eredità in ambito previdenziale lasciata dal governo uscente che, soprattutto per mano della Lega, ha puntato a smontare il sistema vigente creatosi dopo la riforma Fornero di fine 2011. Tuttavia i correttivi introdotti sono a tempo e, se non prorogati, limiteranno nel breve termine la platea dei beneficiari, mentre gli effetti sui conti pubblici si faranno sentire per un periodo più lungo. Il totale stimato inizialmente dal governo stesso, nell’arco che va dal 2019 al 2028, è di 45 miliardi di euro, ma quello effettivo potrebbe essere minore. Quota 100 è lo strumento che ha fatto più notizia e che è stato più propagandato a livello politico. Con la possibilità di andare in pensione a fronte di almeno 38 anni di contributi e 62 anni di età, garantisce sulla carta uno sconto fino a 5 anni rispetto alla pensione di vecchiaia e quasi altrettanti rispetto alla pensione anticipata. In base alle previsioni avrebbero dovuto sfruttare questa opportunità circa 290mila lavoratori quest’anno, 327mila l’anno prossimo e 356 mila nel 2021 quando questa possibilità dovrebbe scomparire. I numeri relativi ai primi mesi di utilizzo dicono che le adesioni sono inferiori alle attese e il 2019 si dovrebbe concludere con circa 2oomila pensionamenti. Seppur di minor impatto mediatico, ha effetti rilevanti sui conti pubblici il congelamento dell’adeguamento alla variazione della speranza di vita per quanto riguarda la pensione anticipata. Fino al 2026 gli uomini la potranno ottenere con 42 anni e 10 mesi di contributi, mentre alle donne saranno sufficienti 41 anni e io mesi. In base alle proiezioni che erano già state elaborate, nel 2026 dovrebbero essere necessari 11 mesi in più. Ciò comporta un incremento crescente del numero di pensionamenti con relativo appesantimento sui conti. Il governo gialloverde ha anche ripristinato Opzione donna cioé la possibilità per le lavoratrici di andare in pensione a 57 o 58 anni di età, ma con l’assegno determinato tramite il sistema di calcolo contributivo, che nella maggior parte dei casi comporta una riduzione consistente dell’importo. Arrivano a scadenza quest’anno l’Ape sociale, quello volontario e quello aziendale. Quindi chi sarà al governo a dicembre dovrà decidere se prorogarli o concludere la sperimentazione.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Conte Valentina 
Titolo: Le promesse mancate
Tema: le riforme in sospeso
Il governo degli annunci lascia il Paese con poche cose fatte e, tra queste, alcune male e incomplete. Molte in sospeso. Oltre a una zavorra da 23,1 miliardi di aumento di Iva e accise sui carburanti pronte a scattare dall’1 gennaio 2020. Mai clausola di salvaguardia fu così alta, da quando il governo Berlusconi (con la Lega) ha istituito questa cambiale nel 2011 a copertura delle spese. L’anno scorso era pari a 12,5 miliardi, poi disinnescata. Ora quasi raddoppiata. Vediamo quali sono le promesse mancate e quelle rimaste incagliate dalla crisi di governo in atto. I rider erano stati i primi a essere ricevuti dal ministro del Lavoro e vicepremier pentastellato Luigi Di Maio i14 giugno, tre giorni dopo il giuramento al Quirinale. «Simbolo di una generazione abbandonata e senza tutela», i ciclofattorini dovevano di lì a poco essere trasformati da lavoratori a cottimo in dipendenti a tempo indeterminato. Tutto pronto, persino il testo del decreto legge. Dopo 15 mesi, nulla. Le pensioni al minimo e gli assegni di invalidità portati tutti a 780 euro, come si sgolava non solo Di Maio ma anche Salvini? Zero. Anzi, il governo pentastellato ha fatto cassa con le pensioni, rastrellando 3,6 miliardi in tre anni dal taglio dell’adeguamento all’inflazione. I vigili del fuoco sono stati costretti a lanciare due petizioni online per avere l’assicurazione Inail. Vanno avanti senza dotazioni adeguate, con salari ridotti all’osso, straordinari non pagati, organici ridotti. Nessun accenno di politiche famigliari, nonostante la campagna (a parole) per le nascite del ministro leghista Fontana. I vicepremier – ma anche il premier Conte – promettevano l’assegno unico al Forum che rappresenta 5 milioni di famiglie, l’ultima volta prima delle elezioni europee. Non se n’è fatto nulla. «Con i governi che durano in media un anno e due mesi puoi andare avanti solo a bonus», dice oggi rammaricato Gigi De Palo, presidente del Forum. Quota 100 consentirà a molti dipendenti pubblici di lasciare in anticipo il posto. Il ricambio sarà uno a uno, era la promessa. Ma ora chi farà i concorsi nella scuola, nella sanità, negli enti locali? Tra l’altro ai lavoratori pubblici che scelgono di andare in pensione – e non solo con quota 100 – era stata promessa l’erogazione entro 75 giorni – anziché 2 anni o più – della liquidazione. Il decreto ministeriale si è perso nei corridoi della burocrazia romana. E non c’è ancora l’accordo con le banche per l’anticipo. Gli interessi li paga lo Stato, ma non si sa con quali modalità l’Inps gestirà il fondo da 75 milioni per coprire gli interessi. Salvini aveva promesso di rimpiazzare non solo le forze dell’ordine in uscita, ma di aumentare gli organici. Ha stanziato 2 miliardi per fare 6 mila assunzioni: le ha spalmate però in un decennio. Quest’anno sì e no riuscirà a coprire i pensionati.
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Testata:  Messaggero 
Autore:  Cifoni Luca 
Titolo: I numeri del Reddito: tra i grandi Comuni Roma all’ottavo posto – Reddito: tra le grandi città Roma ottava, sotto la media
Tema: reddito di cittadinanza
Il reddito di cittadinanza premia il Sud, e questa non è una sorpresa. Ma i dati dettagliati sulla domande accolte dall’Inps nei quasi ottomila Comuni italiani danno un quadro un po’ più analitico e per certi versi inedito della distribuzione del sussidio, voluto dal Movimento Cinque Stelle e operativo dallo scorso marzo: si scopre così ad esempio che tra le grandi città l’incidenza per abitante di nuclei familiari destinatari del beneficio è massima in quattro metropoli meridionali (Catania, Palermo, Napoli e Bari) ma al quinto posto c’è Torino, con un valore superiore a quello medio italiano, subito seguita da Genova. Milano e Roma si collocano entrambe al di sotto della media nazionale ma – guardando solo al territorio comunale in senso stretto ed escludendo quindi i rispettivi hinterland – nel capoluogo lombardo la frequenza di domande accolte è leggermente superiore a quella registrata nella Capitale. I numeri arrivano fino alla metà del mese scorso e riguardano circa 896 mila domande accolte su più di 1,4 milioni presentate: quelle restanti sono state rifiutate oppure tenute in sospeso in attesa di ulteriori verifiche: è il caso ad esempio di tutte le richieste inoltrate da extracomunitari provenienti da Paesi per i quali non è possibile lo scambio di documenti relativi a redditi o proprietà. Va ricordato che in questa fase la domanda di reddito viene presentata da un solo componente del nucleo familiare, anche per conto degli altri eventualmente presenti: per cui il numero di persone effettivamente coinvolte dal beneficio è maggiore e pari a oltre 2,2 milioni di individui. Il dato più recente diffuso dall’Inps, aggiornato al 31 luglio, parla di 922 mila domande accolte: le 896 mila per le quali sono disponibili i valori disaggregati per Comune rispecchiano quindi sostanzialmente la situazione attuale e ormai non dovrebbero nemmeno risentire della maggiore o minore efficienza con cui nelle prime settimane la macchina organizzativa si è messa in moto a livello locale. È possibile insomma fare un primo bilancio attendibile di come lo strumento di contrasto alla povertà è stato accolto nel territorio.
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Ferrera Maurizio 
Titolo: Un patto (possibile) con la Ue – Un percorso europeo per le riforme italiane
Tema: vincoli di bilancio
Il governo uscente ha avuto con la Ue un rapporto teso e conflittuale. Nel dicembre 2018 abbiamo rischiato la bocciatura della legge di Stabilità, schivata solo «grazie» alle tristemente note clausole di salvaguardia sull’Iva. Nella primavera scorsa abbiamo evitato per un soffio la procedura per debito eccessivo. I due partner di maggioranza (soprattutto Salvini) s’illudevano di poter cambiare gli equilibri politici europei nelle elezioni dello scorso maggio. Guadagnando così «licenza di spendere». Nonostante il successo della Lega, l’operazione dei sovranisti è fallita. La nuova Commissione avrà infatti il sostegno dei partiti tradizionalmente europeisti: popolari, socialisti e democratici, liberali. Sarebbe sbagliato però dire che la Ue è rimasta quella di sempre. La nuova legislatura sarà sicuramente meno «austera» delle due precedenti (Junker e Barroso), meno orientata alla stabilità fiscale in quanto tale e più aperta verso i temi della crescita, dell’occupazione, della sostenibilità ambientale e sociale. Lo testimoniano innanzitutto i programmi dei partiti che ora formano la maggioranza a Strasburgo. Rispetto alle elezioni del 2014, essi hanno formulato proposte precise su tutti questi fronti. Il segnale più forte viene tuttavia dall’«Agenda per l’Europa» preparata dalla neopresidente Ursula von der Leyen per il prossimo quinquennio. Una lettura attenta di questo documento sarebbe molto utile a chi sta lavorando per risolvere la crisi di governo. Vi si trovano infatti idee e proposte molto calzanti per l’Italia. In primo luogo, von der Leyen richiama l’attenzione sui temi ambientali e sulla necessità di un vero e proprio «Patto verde» europeo. Non solo per affrontare la sfida oggi più dirompente per l’intero pianeta — il cambiamento climatico — ma anche per stimolare la crescita. Economia circolare, risanamento ambientale, rilancio delle aree e delle attività rurali, investimenti massicci in sostenibilità: preso seriamente, il perseguimento di questi obiettivi avrebbe enormi ricadute in termini di Pil e occupazione. Sul versante del lavoro, la neopresidente propone un salario minimo Ue e la regolazione della cosiddetta gig economy (i lavori tramite piattaforma, che interessano un numero crescente di giovani europei). In tema di welfare, l’obiettivo prioritario è il rafforzamento della garanzia giovani, nonché di una nuova «garanzia minori» (reddito, asili, formazione primaria, salute per tutti i bambini/ragazzi in condizioni disagiate). Dato il suo successo come ministra per gli affari sociali e la famiglia in Germania, von der Leyen propone poi un piano ambizioso per le donne (conciliazione, pari opportunità, protezione contro violenze e femminicidi) e la piena realizzazione del nuovo Pilastro europeo dei diritti sociali.
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Testata:  L’Economia del Corriere della Sera 
Autore:  Rossi Nicola 
Titolo: Fisco, pensioni, lavoro: con la crisi il tempo corre e le riforme finiscono in frigorifero – Fisco anno zero Aliquote, saldi clausole evitare un nuovo nulla di fatto
Tema: fisco

I grandi progetti riempiranno la prossima campagna elettorale — che ci sarà comunque, anche se non si dovesse votare — ma se ne parlerà con la legge di Bilancio per il 2021. Dovrebbe essere la prima vera legge di Bilancio della prossima legislatura, o la prima della seconda incarnazione di questa legislatura e quindi non ci sarebbe da meravigliarsi. Se non fosse che il passaggio del tempo non è irrilevante. Un altro anno di crescita nel migliore dei casi asfittica e di decisioni non prese non farà che allargare il divario fra noi ed i nostri partner euro- pei, approfondire il solco fra Centronord e Sud del Paese e rendere ancora più fragile una situazione di finanza pubblica perla quale dovremmo ogni giorno accendere un cero a San Matteo, patrono dei ragionieri. Dovremmo, però, avere davanti a noi tutto il tempo per discutere (o per continuare a discutere) di quello che inevitabilmente sarà il tema principe della campagna elettorale (reale o virtuale) e cioè della riforma della riforma fiscale (in tutte le sue varianti). E sarebbe bello farlo tenendo a mente alcuni aspetti elementari. Quale che sia il colore del governo. Punto primo: evitateci, se possibile, l’ennesimo kamasutra fiscale. Evitateci, cioè, norme fiscali frutto della improvvisazione e della superficialità che finiscono per avere il solo risultato di rendere ancora meno facile la vita già faticosa del contribuente costringendolo ad attività quantomeno fantasiose. Un esempio? Le clausole di salvaguardia intese a consentire al contribuente la scelta fra vecchia e nuova struttura dell’imposta a seconda delle sue convenienze. Diciamo le cose come stanno: clausole di salvaguardia siffatte sono un monumento equestre a riforme fiscali scritte in fretta e furia di cui non si possono e forse non si vogliono nemmeno valutare compiutamente tutti gli effetti, talché quello che dovrebbe essere il lavoro del legislatore — accertarsi di avere un quadro chiaro e completo dell’impatto della riforma sulle singole categorie di contribuenti — viene rovesciato sul contribuente stesso al quale si chiederà di fare due dichiarazioni (e, con ogni probabilità, di pagare due volte il costo del commercialista).
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Testata:  Stampa 
Autore:  Montanino Andrea 
Titolo: Una ricetta in tre mosse per evitare l’aumento dell’Iva e iniziare a tagliare le tasse
Tema: fisco

La prossima legge di bilancio dovrà affrontare due nodi principali: come evitare l’aumento dell’Iva e come avviare una riduzione delle tasse sulle persone fisiche. Il tutto, mai dimenticarlo, assicurando la compatibilità dei conti pubblici con una graduale riduzione del rapporto tra debito e Pil. Con la Germania verso la recessione tecnica e la guerra dei dazi che non accenna a placarsi, è necessario fare le mosse giuste per sostenere la domanda interna e ricreare fiducia intorno al nostro paese. Prima della crisi, il dibattito politico ed economico era focalizzato su una ipotetica riduzione del numero delle aliquote Irpef, la tassa sui redditi delle persone fisiche a cui sono soggetti circa 40 milioni di italiani. Oggi le aliquote fiscali nominali sono cinque, che vanno dal 23 per cento per i redditi fino a 15 mila euro, fino al 43 per cento per i redditi eccedenti i 75 mila euro. Nelle ipotesi circolate, su cui va detto non esisteva nessun testo scritto che specificasse esattamente le intenzioni del governo oggi dimissionario, si parlava di una aliquota del 15 per cento fissa fino a 55 mila euro di reddito. Qualunque sia l’esito di questa fase politica, è utile far parlare i numeri e mettere qualche punto fermo. Se non si modificassero le attuali detrazioni e deduzioni, una aliquota al 15 per cento fino a 55 mila euro costerebbe circa 80 miliardi di euro, dimezzando sostanzialmente il gettito Irpef annuale, e rendendo la riforma chiaramente insostenibile dal punto di vista dei conti pubblici. In diverse occasioni però alcuni membri del governo dimissionario hanno indicato delle cifre ben più basse, chi 12 miliardi, chi 17 miliardi di euro. Per arrivare ad esempio a un costo di 17 miliardi, bisognerebbe eliminare tutte le attuali detrazioni e deduzioni attualmente esistenti come quelle per figli a carico e per lavoro dipendente, includendo inoltre il bonus di 80 euro mensili che spetta ai lavoratori dipendenti con un reddito tra gli 8 e i 26 mila euro. Ma così facendo, secondo le analisi condotte dal Centro Studi di Confindustria attraverso un modello di micro simulazione, ci perderebbero circa 21,2 milioni di contribuenti a basso e medio reddito. Anche questo percorso non sarebbe dunque perseguibile. Si potrebbe allora immaginare di sostituire le detrazioni e deduzioni cancellate attraverso un’unica deduzione, modellata secondo la composizione del nucleo familiare. I costi lieviterebbero consistentemente, verso i 35 miliardi di euro, rendendo l’intervento comunque impossibile a meno di non portare il rapporto tra deficit pubblico e Pil a cifre da anni ’90.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Amato Rosaria 
Titolo: Intervista ad Annamaria Furlan – Furlan “Serve discontinuità Il nuovo governo dovrà sbloccare le infrastrutture”
Tema: sindacato e governo

«Un governo che sia in grado di dare una svolta economica importante al Paese, nel segno della discontinuità rispetto al passato». La segretaria generale della Cisl Annamaria Furlan non prende posizione sulle possibili alleanze politiche, e tanto meno sulla scelta del premier ma ha le idee chiarissime sulle priorità: crescita economica e lavoro. Discontinuità significa anche non puntare più sulle misure bandiera dell’ultimo governo, quota 100 e reddito di cittadinanza? «La spesa per queste due misure si è dimostrata minore del previsto, e pertanto le risorse non utilizzate possono essere impiegate peraltro. Ma non c’è solo questo: siamo un Paese con una evasione fiscale e contributiva di 150 miliardi l’anno, lì c’è moltissimo da recuperare. Il tema della riforma fiscale ha tanto appassionato il dibattito all’interno dello scorso governo: le risorse recuperate devono essere utilizzate per tagliare le tasse a chi le paga, e cioè i lavoratori e i pensionati». II taglio del cuneo fiscale è in effetti al centro delle ipotesi di programma di governo allo studio in queste ore. Quali altre priorità? «Sul taglio del cuneo fiscale ai lavoratori tutte le organizzazioni sindacali, comprese quelle datoriali, si sono espresse in senso positivo, si tradurrebbe anche in una spinta importante ai consumi, ma non basta. Chiediamo di dare risposta alle istanze che abbiamo presentato allo scorso governo attraverso la nostra piattaforma unitaria, messa a punto con Cgil e Uil, e sulla quale abbiamo mobilitato centinaia di migliaia di uomini e di donne. Ma i nodi sono rimasti insoluti, mentre le politiche economiche messe in atto hanno portato il Paese alla crescita zero. L’Italia ha bisogno di investimenti su crescita, formazione, innovazione. È fondamentale sbloccare le infrastrutture, ferme da troppo tempo, per competere sui mercati internazionali”.
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Testata:  L’Economia del Corriere della Sera 
Autore:  de Bortoli Ferruccio 
Titolo: Meno profitti, più etica il pentimento sarà sincero? – Capitalisti Il colore dei profitti È sincera la svolta green?
Tema: sostenibilità sociale
La responsabilità sociale dell’impresa non è una scoperta recente. Grandi realtà industriali e finanziarie sono cresciute e si sono affermate anche, e soprattutto, grazie alla lungimiranza, non sempre alla benevolenza, di imprenditori e manager oltre che al lavoro di dipendenti e fornitori. I protagonisti dell’economia che non hanno mai perso di vista i criteri della sostenibilità sociale e ambientale sono stati premiati, nel tempo. Anche dal punto di vista dei profitti. I marchi più affermati sono diventati parte delle identità nazionali, l’orgoglio di tanti territori, l’essenza del loro benessere. Prima che si inventassero i fattori Esg (Environmental social and governance), i capitalisti e i dirigenti più attenti all’evoluzione della società, al mutamento dei diritti e dei costumi hanno compreso che il valore di un’azienda, anche se non è traducibile in dividenti immediati per gli azionisti, è misurato dal giudizio dell’opinione pubblica.
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Testata:  Sole 24 Ore 
Autore:  Cherchi Antonello – Paris Marta 
Titolo: L’Italia contro: tra Stato e Regioni la sfida dei ricorsi alla Consulta – Le liti tra Stato e Regioni impegnano una sentenza su due della Consulta
Tema: i conflitti sulla legislazione concorrente
Stato e Regioni continuano a litigare e a chiamare in causa la Corte costituzionale. Nel 2018 i ricorsi generati dai conflitti tra Roma e la periferia sono stati quasi la metà di quelli complessivamente presentati nell’anno davanti alla Consulta. Un braccio di ferro che potrebbe anche farsi più intenso se dovesse andare in porto la riforma sull’autonomia differenziata. Un progetto per ora accantonato per via della crisi di Governo, ma evocato come un percorso da completare sia dal premier Giuseppe Conte nel corso delle comunicazioni di martedì scorso al Senato, sia dal leader dei 5 Stelle Luigi Di Maio, che l’ha inserito fra i dieci punti da continuare a perseguire se questa legislatura proseguirà. Ora si guarda al modello emiliano di autonomia. Il maggior spazio di manovra chiesto dalle Regioni ai sensi dell’articolo 116 della Costituzione potrebbe, una volta concesso, riverberarsi sul contenzioso davanti alla Corte costituzionale. Come è stato perl a riforma del Titolo V della Carta, diventata operativa a novembre del 2001, dopo la ratifica referendaria del mese precedente. In 18 anni di Titolo V riformato – quello che, appunto, regola i rapporti tra lo Stato e le amministrazioni periferiche – la Corte ha avuto il suo bel daffare. Già nel 2002 erano stati presentati complessivamente 107 ricorsi, sia dalle Regioni contro lo Stato, sia viceversa. Una litigiosità altalenante, che ha raggiunto il suo picco nel 2012, con 193 cause, e il suo minimo nel 2007 (50). L’anno scorsoi ricorsi sono stati 87, in diminuzione rispetto al 2017, quanto erano stati 95. Oltre alle fisiologiche oscillazioni di questo contenzioso, va, però, messo in conto anche il fatto che nel 2018 il nuovo Governo ha stentato a prendere forma. E l’Esecutivo è uno dei due attori del braccio di ferro costituzionale.
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Testata:  La Verita’ 
Autore:  F. Nov. 
Titolo: Intervista a Giordano Riello – Le interviste della crisi – «Ci vuole un cambio di passo: basta burocrazia e reddito di cittadinanza» – Giordano Riello «Quanti danni dalla mentalità contro le aziende»
Tema: crisi e imprese

«I Cinque Stelle erano quelli che dicevano “mai con la Lega”, “mai con il partito di Bibbiano”. E adesso tentano alleanze prima con l’uno e poi con l’altro? Questa la considero prostituzione politica, praticamente meretricio». Addirittura? «Capisco che siamo quasi tornati alla prima repubblica, e che le alleanze ormai si fanno dopo le elezioni, e non prima: ma a tutto c’è un limite». Giordano Riello, veronese, quinta generazione di una rinomata famiglia di industriali nel settore dei condizionatori, ha fondato l’azienda di elettronica Nplus. In passato è stato presidente dei giovani di Confindustria Veneto. Sta per nascere il famigerato governo giallorosso? «Solo pensarci è aberrante. Vorrei capire come faranno a mettersi d’accordo sulla Tav, la Tap, il Jobs act, sull’Ilva, temi chiave per rilanciare l’economia. E anche sull’immigrazione: come potranno i Cinque stelle abbracciare la linea dell’ex ministro Minniti?». Dunque il tentativo fallirà, nonostante i rumors di queste ore? «Era già fallito un anno e mezzo fa, ricorda? Non capisco su quali basi riprovare. Mi viene il sospetto che il vero obiettivo sia quello di allungare la legislatura per consentire ai propri parlamentari di ottenere la pensione. A pensar male si fa peccato, però…». Quindi non resta che una strada. «La soluzione migliore è andare al voto al più presto. Lo so che c’è la manovra da approvare, ele clausole di salvaguardia sull’lva da disinnescare. Ma si può fare tutto, se si agisce per tempo e c’è volontà politica. Ricordiamoci che Mario Monti ha scritto la finanziaria in 48 ore».
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Societa’, istituzioni, esteri

Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Montefiori Stefano 
Titolo: L’Iran al vertice, l’invito di Macron spiazza Trump – Il blitz di Macron spiazza Trump: l’inviato iraniano atterra a Biarritz
Tema: G7

Con un colpo di scena che ha rivoluzionato il programma della giornata, un Airbus A321 della Repubblica islamica d’Iran è atterrato poco dopo le 14 di ieri nell’aeroporto di Biarritz, chiuso al traffico aereo per il vertice G7 che si chiude oggi. Poco dopo la presidenza francese e fonti iraniane hanno confermato che a bordo c’era il ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif, partito la mattina da Teheran su invito di Emmanuel Macron. «Nei giorni scorsi Zarif ha fatto il giro delle capitali europee e venerdì era a Parigi a parlare con Macron — ha spiegato una fonte dell’Eliseo a Biarritz, poco dopo l’atterraggio —. La ragione per chi si trova qui è che alla cena di ieri sera (sabato, ndr) c’è stata una discussione sostanziale sull’Iran e ci è parso importante fare il punto con Zarif per passare a una fase operativa, che garantisca un abbassamento della tensione e una pausa nell’escalation». L’arrivo di un avversario protagonista di una crisi in corso è senza precedenti per una riunione del G7, e rappresenta senza dubbio un successo diplomatico per la Francia, che da settimane ha intensificato gli sforzi per evitare uno scontro militare aperto con l’Iran. Dopo gli incidenti nello stretto di Hormuz e la violazione da parte di Teheran dell’accordo di Vienna sul nucleare, la scorsa notte c’è stata l’operazione di Israele che ha neutralizzato avamposti iraniani in territorio siriano. Oltre alla questione della bomba atomica, ci sono gli sforzi di Teheran di dotarsi di un arsenale missilistico e il suo protagonismo in tutte le crisi del Medio Oriente, dallo Yemen alla Siria all’Iraq al Libano. La questione dell’Iran è stata al centro del pranzo di due ore tra Trump e Macron sabato, quando il presidente americano ha assicurato di non volere una guerra con Teheran ma un accordo sul nucleare migliore di quello attuale, che l’America ha denunciato un anno fa e che comunque scade nel 2025. Poi se ne è riparlato a cena e i Sette hanno raggiunto un consenso di massima su due punti: i) L’Iran non può dotarsi dell’arma atomica 2) occorre fermare l’escalation in Medio Oriente. Su questa base, Macron ha invitato Zarif a venire a Biarritz per parlare con il ministro francese degli Affari esteri Jean Yves Le Drian. Trump ha detto «no comment» a proposito dell’arrivo del ministro iraniano, che non ha incontrato alcun responsabile americano. L’impressione è che Macron e Trump si siano assegnati i ruoli del poliziotto buono e del poliziotto cattivo nei confronti dell’Iran.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Ginori Anais 
Titolo: Dispetto a Trump Macron riceve ministro iraniano – Colpo a sorpresa di Macron e al G7 arriva l’Iran
Tema: G7
Portare uno degli uomini forti di Teheran, già oggetto di sanzioni americane, a qualche passo da Donald Trump è sembrata quasi una provocazione. «II leader Usa era stato informato prima», ha precisato l’Eliseo, negando qualsiasi sgarbo. L’arrivo di Zarif è stato preceduto da un teso botta e risposta tra Trump e Macron. L’Eliseo aveva infatti sostenuto che la Francia era stata incaricata di portare un messaggio di mediazione a Teheran. «Non ne abbiamo mai discusso» ha smentito Trump salvo poi aggiungere a proposito dei negoziati portati avanti dalla diplomazia francese: «Ognuno parla con chi vuole». Qualche ora dopo, quando si è saputo che l’aereo iraniano era atterrato a Biarritz, il presidente americano ha rilasciato un prudente «No comment». Vista la sua suscettibilità, è sembrata una timida apertura. Il presidente francese lavora a una soluzione di compromesso che dovrebbe portare all’offerta di una sospensione provvisoria delle sanzioni Usa, affinché il regime di Teheran possa riprendere in parte l’export di petrolio, in cambio dell’impegno a rispettare pienamente l’accordo sul nucleare siglato nel 2015. «La strada è difficile ma ne vale la pena» ha commentato il ministro iraniano prima di ripartire in serata. La riunione con Le Drian e Macron è stata «positiva», ha aggiunto l’Eliseo. Oltre a Trump, erano stati avvertiti solo Boris Johnson e Angela Merkel dell’improvvisata. «Ogni iniziativa che può portare a discutere è benvenuta» ha commentato la cancelliera tedesca. La delegazione italiana, ha spiegato l’Eliseo, non era stata informata in quanto non fa parte dell’accordo sul nucleare.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Caferri Francesca 
Titolo: Dalla Siria al Libano così Israele ha già iniziato la guerra contro Teheran
Tema: Siria
A dispetto del tentativo di mediazione della Francia, la guerra contro l’Iran è già cominciata. A condurla non è una coalizione internazionale, ma un primo ministro sotto pressione in patria e all’estero, quel Benjamin Netanyahu che il 17 settembre si presenterà alle urne, per la seconda volta in un anno, per chiedere agli israeliani di conferirgli il mandato pieno che gli hanno negato nel voto di aprile. Nelle ultime settimane, Israele ha attaccato l’Iran ripetutamente, su tutti i fronti più caldi della regione: in Iraq prima di tutto, dove il misterioso bombardamento che ha distrutto depositi di armi dei Pasdaran è stato attribuito dal Pentagono – che secondo il New York Times non era stato avvertito – all’aviazione israeliana. E dove ieri un attacco con i droni nella provincia di Anbar, non lontano dal confine con la Siria, ha ucciso due uomini di Hezbollah, il partito-milizia libanese legato a filo doppio a Teheran. Nella stessa Siria poi: nella notte fra sabato e domenica c’è stato un attacco contro obiettivi delle Guardie rivoluzionarie iraniane vicino Damasco. È servito, secondo Israele, a fermare un attacco che si preparavano a sferrare contro lo Stato ebraico. E infine a Beirut: la periferia Sud della capitale libanese, dove è concentrato il potere di Hezbollah, è stata scossa ieri mattina da un’esplosione che ha ricordato a molti la guerra del 2006. Si trattava invece di due droni israeliani, il primo precipitato sul tetto di un edificio appartenente ad Hezbollah, il seattribuita allo stesso gruppo. «Una missione suicida», «una chiara aggressione», ha definito l’incursione il leader sciita Hassan Nasrallah, che ha giurato vendetta a Israele. Un’escalation di tensione tanto rapida ha pochi paragoni anche nella sempre tesa situazione del Medio Oriente. E su di essa pesa un’ulteriore aggravante: per tradizione e per scelta politica in passato raramente Israele ha rivendicato le sue azioni nella regione.
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Testata:  Stampa 
Autore:  GIO. STA. 
Titolo: Raid israeliani contro le milizie sciite
Tema: Siria
Cacciabombardieri e missili alle porte di Damasco, droni nel cuore di Beirut, e infine un blitz al confine fra Siria e Libano per completare una triplice offensiva aerea contro le milizie sciite alleate di Teheran. Una escalation mai vista nella guerra a bassa intensità che contrappone Israele all’Iran, ora sempre più esplicita e aperta. Le danze sono cominciate attorno alla mezzanotte fra sabato e domenica, quando a essere presa di mira è stata la base di Aqraba, pochi chilometri a Sud della capitale siriana. I jet israeliani hanno lanciato una, forse due ondate di missili. Una è stata intercettata dalle difese anti-aeree siriane, allenate dall’Intelligence iraniana già nel pomeriggio. Ma la seconda salva ha distrutto i due obiettivi principali: un posto di comando, secondo gli israeliani usato dai Pasdaran, e un deposito di armi, che custodiva missili e droni d’assalto. Le esplosioni erano visibili fin dal centro di Damasco e fra le macerie sono rimasti cinque miliziani, compreso un consigliere militare iraniano, secondo fonti dell’opposizione siriana. A notte tarda il blitz è stato commentato dal premier israeliano Benjamin Netanyahu, che ha spiegato come i raid avessero bloccato un imminente attacco «con droni armati» sul territorio israeliano. «In una operazione di larga portata—ha spiegato—abbiamo sventato un attacco contro Israele da parte delle forze iraniane di Al-Quds. Siamo riusciti a scoprire che l’Iran ha inviato un’unità speciale per uccidere israeliani sul Golan. “Se qualcuno cerca di ucciderti, uccidilo tu per primo”, è il nostro motto. Continueremo ad agire con determinazione e responsabilità contro l’Iran e i suoi alleati per la sicurezza di Israele».
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Frattini Davide 
Titolo: Droni e bombe: Israele attacca i Pasdaran in tre Paesi
Tema: 

Gli israeliani hanno rinunciato all’autoimposto mutismo strategico. Se non fosse abbastanza chiaro dopo i lampi delle esplosioni a sud di Damasco, vogliono essere sicuri che il messaggio arrivi agli iraniani e ai Paesi che ospitano le loro milizie. «Colpiremo ovunque», avverte il premier Benjamin Netanyahu. Questa volta le armi del duello sono stati i droni: nella notte tra sabato e domenica i jet israeliani hanno bombardato una base in Siria da dove — secondo l’intelligence militare — i Pasdaran si preparavano a colpire il nord di Israele con gli aerei telecomandati. Nelle stesse ore due velivoli senza pilota sono caduti nel quartiere di Beirut dominato dall’Hezbollah. L’organizzazione scllta filo-iraniana sostiene che erano controllati dagli israeliani e avessero «obiettivi precisi», gli analisti dall’altra parte della frontiera di guerra spiegano che i rottami sembrano quelli di una tecnologia iraniana. Per il sunnita Saad Hariri, primo ministro libanese, resta «un’aggressione che minaccia la stabilità regionale». Verso il tramonto di ieri i droni hanno colpito ancora e distrutto il convoglio che trasportava il comandante di una milizia fio-iraniana assieme a otto dei suoi uomini: un raid che si è abbattuto sull’Iraq. I generali israeliani chiamano queste campagne militari «la guerra tra le guerre».
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Fubini Federico 
Titolo: Intervista a Enzo Moavero Milanesi – «L’Italia non si isoli» – «L’Italia resti aperta al mondo Non scordiamo i nostri interessi»
Tema: politica estera italiana
Enzo Moavero Milanesi, 65 anni, ministro degli Esteri da 15 mesi, usa i pomeriggi della domenica per mettere a posto il suo studio in una Farnesina avvolta nel silenzio. II suo collega Giovanni Tria dice che le divisioni interne all’Italia fanno sì che non ci accorgiamo di ciò che accade fuori. Concorda? «È inevitabile che una nazione dia peso alle proprie questioni. E tipico della democrazia, specie nei momenti di fermento e non accade solo in Italia. Ma è vero: non bisogna eccedere in un’ottica centrata su dinamiche interne. Questo fa sottovalutare l’orizzonte più ampio, come è accaduto in Gran Bretagna». Teme che la crisi politica porti il Paese a perdere di vista i propri interessi in Europa e nel mondo? «Spero di no. L’Italia non è un sistema chiuso, né autosufficiente o marginale. Restiamo protagonisti sul piano internazionale. Siamo una realtà globale importante. L’industria realizza il quinto maggior surplus commerciale al mondo e la nostra economia funziona in interdipendenza con gli altri Paesi». Qual è l’orizzonte che rischiamo di non vedere? «Sta cambiando il contesto in cui eravamo inseriti e inseriti bene. Le tecnologie accelerano la fluidità. Pensiamo al G7, nato negli anni `70 con le prime sette economie del mondo di allora. Oggi due di queste, Italia e Canada, non sono più fra le prime sette e altre due fuori dal G7, Cina e India, lo sono. Fra vent’anni nessuno Stato europeo avrà un’economia fra le prime sette del mondo. Invece l’Unione europea e la stessa area euro, nel loro insieme, saranno saldamente sul podio delle tre grandi». Lei conosce le critiche: con questo governo l’Italia si è isolata e ha perso peso. «Non vedo l’Italia isolata. II vero punto, però, è l’influenza: tutti ambiremmo averne di più. Ma non è certo un problema nato oggi ed è una sindrome che ritrovo in tanti altri Paesi. L’Italia conta e aggrega quando presenta agli altri idee di qualità: per esempio, al Consiglio Esteri dell’Unione europea ho portato proposte concrete per governare i flussi migratori che stanno ricevendo attenzione e sostegno. Un altro esempio: si è detto che ci siamo isolati sulle sanzioni alla Russia, in realtà siamo sempre rimasti allineati ai nostri partner»
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Testata:  Repubblica 
Autore:  F.Sant. 
Titolo: La polizia spara per disperdere la folla
Tema: Hong Kong
I manifestanti mascherati armati di molotov, spranghe e mattoni. La polizia con lacrimogeni, manganelli e, per la prima volta dall’inizio delle proteste, supportata anche da cannoni ad acqua. È stata una domenica di scontri violentissimi quella vissuta ieri da Hong Kong, il secondo giorno consecutivo di tafferugli. Dopo che lo scorso fine settimana era passato senza incidenti, alimentando le speranze in un dialogo, questo, il dodicesimo, ha riportato la situazione al punto di partenza. Anzi l’escalation pare evidente, e al momento non si vede come possa essere contenuta. Solito copione ieri pomeriggio: al termine di una marcia pacifica che ha visto sfilare migliaia di persone nel quartiere di Tsuen Wan, un gruppetto di manifestanti in tenuta da guerriglia ha bloccato le strade e bersagliato di oggetti la polizia, che ha risposto caricando. I due fronti sono spesso arrivati corpo a corpo, con momenti ad altissima tensione.
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Testata:  Stampa 
Autore:  Barbera Alessandro 
Titolo: Sbarchi, il flop sovranista Troppe le leggi violate – Naufragio sovranista sugli sbarchi Sulla Libia violate troppe leggi
Tema: immigrazione

Ufficio del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Trapani, 23 maggio: «Il diritto a non essere espulsi, estradati o respinti verso Paesi a rischio tortura s ono assoluti ed inderogabili». Tribunale amministrativo del Lazio, 14 agosto: «Si ravvisa una violazione delle norme di diritto internazionale del mare in materia di soccorso». Procura della Repubblica di Agrigento, 20 agosto: «L’obbligo di salvataggio delle vite in mare costituisce un dovere degli Stati e prevale sulle norme e gli accordi bilaterali». Cosa spinge tre uffici giudiziari in tre mesi a mettere in discussione le scelte dell’autorità politica? «Porti chiusi», dice Matteo Salvini. Ma chiusi a cosa? In nome di quali regole? Perché il ministro degli Interni è stato indagato per sequestro di persona e invece Carola Rackete – l’ormai famosa comandante tedesca della Sea Watch – è stata rilasciata in poche ore dopo aver attraccato illegalmente a Lampedusa? Il più incredibile fallimento politico della storia continentale viene da lontano e cade sulle spalle dell’intera Unione europea: Mare Nostrum, Frontex, Frontex plus, Triton, Themis, confusi tentativi di risposta all’emergenza migratoria scivolati lentamente nell’irrilevanza delle istituzioni comuni. A differenza di quanto accaduto nei Balcani, l’Unione ha lasciato l’Italia sola a gestire la rotta libica e tunisina. Le soluzioni adottate negli ultimi due anni hanno sì fatto crollare il numero degli sbarchi, ma hanno provocato un cortocircuito fra le regole nazionali invocate nei singoli casi e il quadro giuridico internazionale.
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