– Il premier: «Non generalizziamo». Il timore di tensioni continue
– Berlusconi guarda avant: «Avviso di sfratto, senza Fi non si governa»
– Bce, l’omaggio dell’Europa a Mario Draghi
– Manovra, si riapre il cantiere. Sfida su Quota 100 e partite Iva
– Bruxelles concede al Regno Unito una Brexit flessibile
– Il nuovo Isis: ipotesi Qardash come erede di Al Baghdadi
– L’Archivio Vaticano cambia nome: non sarà più “segreto”
PRIMO PIANO
Politica interna
Testata: Corriere della Sera
Autore: Pagnoncelli Nando
Titolo: L’analisi – L’erosione dei consensi è iniziata cinque anni fa – Crollo del Pil e scandali della sanità I consensi persi in cinque anni
Tema: Post elezioni Umbria
Gli eclatanti risultati delle elezioni umbre non rappresentano un fulmine a ciel sereno, ma sono la risultante di un processo di cambiamento che ha investito la regione e non solo. I dati ci indicano che, nelle elezioni regionali, l’area di centrosinistra mantiene sino al 2010 – sia pur con qualche scricchiolio – una sua consistenza sostanzialmente stabile, addirittura a partire dalle prime consultazioni del 1970. Infatti se, sia pure un po’ arbitrariamente, sommiamo le forze che allora potevano essere attribuite all’area della sinistra (Pci, Psi, Psiup, Psdi) troviamo a loro favore il 60% e oltre dei voti validi. Dopo la scomparsa di queste forze il centrosinistra e la sinistra (Pds, Rifondazione, Ulivo, Pd) ottengono insieme tra il 58 e il 63% dei voti validi nelle elezioni che vanno dal 1995 al 2010. Dati simili si trovano specularmente per il centrodestra. La prima incrinatura seria di questa egemonia si registra alle regionali di cinque anni fa, dove la coalizione di centrosinistra cede oltre 15 punti rispetto alle elezioni precedenti, con i 5 Stelle che ottengono un risultato doppio rispetto a quello di domenica scorsa e la Lega che diventa il primo partito del centrodestra. Oggi il dato vede un’ulteriore contrazione del centrosinistra, che perde complessivamente circa 7 punti, il dimezzamento del Movimento 5 Stelle rispetto alle regionali precedenti (ma in calo di 20 punti rispetto al risultato delle politiche 2018), il grande balzo in avanti della Lega e il quasi raddoppio di Fratelli d’Italia.
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Testata: Corriere della Sera
Autore: Franco Massimo
Titolo: Il retroscena – Il premier: «Non generalizziamo» Il timore di tensioni continue
Tema: Post elezioni Umbria
“Ascoltare il messaggio che è arrivato, senza generalizzare…”. La parola d’ordine ufficiale che arriva da Palazzo Chigi agli alleati è nel segno della continuità. Ma il modo in cui la declina il premier Giuseppe Conte per ora appare in contrasto stridente col M5S in versione Luigi Di Maio. Forse perché per il ministro degli Esteri il voto di domenica è stato la seconda disfatta in 5 mesi. E il timore di una rivolta del grillismo duro e puro nei confronti della sua leadership gli suggerisce di archiviare l’esperimento delle alleanze a livello locale col Pd. Ma l’ottica di Conte è diversa. Per lui, l’alleanza col partito di Zingaretti è essenziale per andare avanti. E nel momento in cui Di Maio seppellisce quell’ipotesi in regioni e comuni, Conte chiede ai partiti di prendere tempo per ragionare più a freddo. L’impressione è che ritenga prematura e troppo a caldo la reazione del capo del M5S; e che senza un raccordo col Pd esteso localmente, presto vacillerà pericolosamente anche il suo esecutivo. Non condivide l’ossessione dei sondaggi, né la sindrome della sconfitta che serpeggia tra i 5 Stelle per l’umiliazione umbra, con percentuali a una cifra. Ritiene che la vera vittoria di Matteo Salvini e di Giorgia Meloni starebbe proprio nella capacità di introiettare nella maggioranza la loro analisi del Paese: un’Italia «vera», di destra, opposta a un governo minoritario di usurpatori e di trasformisti tra sinistra e M5S.
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Testata: Corriere della Sera
Autore: M.Cre.
Titolo: Salvini: questa è una vittoria di tutti E sul caso Vaticano attacca Conte
Tema: Lega
«In Emilia! In Romagna!». A poche ore dalla conquista dell’Umbria Matteo Salvini, canticchiando Una splendida giornata di Vasco Rossi, parte come un treno verso la prossima sfida, quella per le regionali dell’Emilia- Romagna del prossimo 26 gennaio. Il leader leghista comincerà a portare la sua sfida al governatore Stefano Bonaccini insieme alla sua candidata Lucia Borgonzoni già domani e dopodomani: «Perché, come ha dimostrato l’Umbria, si vince con la squadra, mai da soli». E un eventuale successo in Emilia è per il leader leghista il tassello fondamentale del ritorno al governo: «In democrazia conta il voto, fatte salve le incursioni esterne. E di elezione in elezione, vediamo quanto durano…». Come dicono i due capigruppo parlamentari Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo «il trionfo di Donatella Tesei in Umbria è la conferma che dove si dà la parola al popolo la proposta politica della Lega si afferma».
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Testata: Corriere della Sera
Autore: Cremonesi Marco
Titolo: Il retroscena – Ma Salvini non ha fretta: una cottura a fuoco lento – Il leader punta le altre Regioni: le divisioni nella maggioranza portano la gente a votarci
Tema: Lega
L’immagine è quella del Risiko. Con i carroarmatini che si mangiano un territorio dopo l’altro. Non ha più così fretta, Matteo Salvini, di veder cadere il governo Conte. Non dopo la clamorosa vittoria in Umbria: «Avevo scommesso qualche caffè su dieci punti di distacco, ma venti…». Ora, per qualche tempo (non troppo), Pd e 5 stelle possono sobbollire nel loro brodo: la finanziaria in un modo o nell’altro sarà approvata, e lui potrà cannoneggiarla ad ogni comizio e ad ogni post sui social, presentando al contempo la sua contromanovra. Che, impostata come sarà sul taglio delle tasse, farà battere qualche cuore anche a un bel pezzo di elettorato non leghista. Conte, intanto, rischia di «finire nel bozzolo» (copyright leghista). Per la vicenda dell’indagine di cui ha parlato il Financial Times oltre alla tela che, Salvini ne è convinto, gli sta tessendo intorno Luigi Di Maio: «E Giggetto – avrebbe detto ai suoi – che, dopo aver ucciso il nostro governo ora vorrebbe uccidere quello con il Pd nell’illusione di rifarsi un’illibatezza». Certo, se la presunta missione riuscisse, Salvini sarebbe lì per raccoglierne il frutto elettorale. Però, riflette il segretario leghista, le tensioni dentro al «governo che la gente non vuole» sono utilissime «a portare la gente a votare, e a votare noi». Come l’Umbria avrebbe dimostrato anche con l’alta affluenza alle urne. Per questo Salvini ha chiesto le dimissioni di Di Maio ma, in realtà, non quelle di Conte.
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Testata: Repubblica
Autore: Ciriaco Tommaso
Titolo: Il retroscena – Ma Conte, Grillo e Fico stoppano il capo “Non cambiare linea”
Tema: M5S
Una guerra spietata tra le macerie, ecco come si consuma il Movimento. Al centro del bersaglio Luigi Di Maio, il capo politico che per restare in sella dopo l’ennesimo tracollo ha preso in ostaggio il governo. A tirare le frecce, tre pesi da novanta come Beppe Grillo, Giuseppe Conte e Roberto Fico. «Non gli consentirò di far saltare l’alleanza con il Pd», sostiene in queste ore in privato il comico che ha imposto la svolta verso i dem. Crepuscolare, parla ossessivamente di «Movimento biodegradabile» e si scaglia contro il carrierismo che guida alcune scelte: «Non possiamo esistere solo per perpetuare le poltrone». Quella “dell’amico Luigi”, che però si mette di traverso: «Non porterò il Movimento a sinistra. I flussi sono chiari: devo tenerlo lontano da Zingaretti, altrimenti i nostri non ci votano – scandisce il ministro degli Esteri al telefono con Conte – Moriamo, se ci schiacciamo sul Pd». L’assedio al leader è partito. L’epicentro è Palazzo Madama, dove un gruppo di senatori ragiona in queste ore attorno a un documento che chiede a Di Maio di scegliere: «Capo politico oppure ministro».
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Testata: Corriere della Sera
Autore: Buzzi Emanuele
Titolo: Intervista a Luigi Di Maio – Di Maio: basta alleanze con il Pd – «Dobbiamo diventare autonomi Io ero perplesso sull’alleanza»
Tema: Pd
Luigi Di Maio il giorno dopo la sconfitta in Umbria dove il Movimento 5 Stelle ha raccolto poco più del 7 per cento dei consensi dice «basta alleanze con il Pd». E poi aggiunge: «Non è un mistero che io fossi il più perplesso su questa intesa» perché «noi siamo alternativi e non complementari ai partiti». Nella maggioranza gialloverde però ci sono tensioni per la pesante sconfitta elettorale. Anche se il premier Conte invita a «non generalizzare». Mentre la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, dice: «Se vinciamo anche in Emilia-Romagna il governo deve andare a casa». Salvini attacca Conte.
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Testata: Repubblica
Autore: De Marchis Goffredo
Titolo: Zingaretti: governare da avversari? Allora meglio smetterla – L’ultimatum Pd ai grillini Zingaretti: “Non ha senso governare da avversari”
Tema: Pd
«Così non ha senso». Nello studio di Largo del Nazareno, aleggia la parola “voto”. Zingaretti ha rimesso indietro l’orologio ed è tornato ai giorni in cui avrebbe voluto puntare sulle elezioni anticipate. «Un governo non di alleati ma di avversari produce solo conflittualità e rafforza la destra». Esattamente quello che si era voluto evitare dando vita al Conte bis, spianare la strada a Salvini, può succedere ora moltiplicato per mille se «questo esecutivo viene percepito come utile solo ad occupare potere e poltrone nei ministeri e negli enti». Parole dure. E stavolta, al netto delle solite polemiche tra ex compagni di partito, rivolte più a Luigi Di Maio che a Matteo Renzi, visti anche i rapporti di forza parlamentari. «Come si fa a parlare di buon governo in una campagna elettorale già difficile se rimetti in discussione la manovra economica 24 ore dopo averla chiusa? Come può un cittadino fidarsi di te?». La batosta è forte, il segretario del Pd non la nega. Certo, il crollo vero è quello dei 5 stelle e nella cerchia ristretta del leader si fa notare che il Pd ha tenuto al 22 per cento, più o meno come le Europee, e Vincenzo Bianconi, il candidato sconfitto, ha preso 6000 voti in più della vincitrice Marini cinque anni fa. Zingaretti affida il suo sfogo a un lungo post su Facebook. Ma prima c’è ancora qualcosa da dire in via riservata ai collaboratori. «Non sono contento del risultato ma il Pd, malgrado la scissione, è il secondo partito dell’Umbria e l’unico argine alla destra. Non basta ma si deve ripartire da qui. Noi abbiamo combattuto la destra».
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Testata: Corriere della Sera
Autore: Piccolillo Virginia
Titolo: Berlusconi: senza di noi non si può governare
Tema: Forza Italia
Ha chiamato, per congratularsi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni. E ha twittato: «Dall’Umbria dopo mezzo secolo una svolta storica, anche nelle tradizionali Regioni rosse il centro-destra unito rappresenta l’ampia maggioranza degli elettori. La nostra alleanza è il futuro dell’Italia e ha il diritto-dovere di governare il Paese». Silvio Berlusconi festeggia assieme agli altri leader. E non si dimostra preoccupato di quel 5% che lo rende fanalino di coda della coalizione: «Senza Forza Italia il centro-destra sarebbe una destra-destra, probabilmente non in grado di vincere le elezioni nazionali e certamente non in grado di governare. II nostro apporto è fondamentale». II leader forzista non perde il buonumore e incassa con soddisfazione, le parole di Salvini sulla «vittoria di squadra del centrodestra». Poi, a Quarta repubblica, rilancia: «Saremo la nazionale azzurra per il bene dell’Italia». Preconizza «una vittoria con un margine di distacco considerevole» anche in Emilia Romagna, convinto che «non ci siano più fortini rossi in Italia».
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Testata: Giornale
Autore: de Feo Fabrizio
Titolo: Berlusconi: centrodestra di governo solo con noi – Berlusconi guarda avanti «Avviso di sfratto, senza Fi non si governa»
Tema: Forza Italia
II centrodestra dilaga, Forza Italia soffre, ma tiene i nervi saldi ed evita di alzare i toni o di aprire un processo interno. Lo fa rimarcando come la vittoria in Umbria sia una vera vittoria di coalizione, figlia di un gioco di squadra messo in campo da tre leader tornati davvero a remare nella stessa direzione. Silvio Berlusconi il giorno dopo la vittoria nella ormai ex roccaforte rossa rivendica la decisione di andare in piazza San Giovanni – «una scelta giusta e vincente» – e manda un messaggio chiaro sull’ancoraggio di Forza Italia al centrodestra. Ospite di Nicola Porro a Quarta Repubblica il Cavaliere saluta «la fine di un sistema di potere in cui i cittadini erano intrappolati da 50 anni». E parla apertamente di un verdetto e un giudizio politico inequivocabile su di un governo «figlio di una coalizione improvvisata, pasticciata che ha presentato una manovra fatta di misure di cui il Paese non ha bisogno». «C’è un segnale simbolico molto importante» aggiunge. «Si tratta di un avviso di sfratto, ma resteranno in carica, legati come sono alla poltrona e alla loro voglia di potere». Berlusconi si dice pronto a combattere anche per la conquista dell’Emilia Romagna. «Sosteniamo Lucia Borgonzoni in modo convinto e unitario, non esistono più fortini rossi e abbiamo la possibilità di vincere e di farlo anche con un distacco considerevole».
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Testata: Corriere della Sera
Autore: Di Caro Paola
Titolo: Intervista a Giorgia Meloni – «Era un voto di fiducia e hanno fallito Se vinciamo in Emilia elezioni inevitabili»
Tema: Fratelli d’Italia
La vittoria è così travolgente – la sua, quella del centrodestra – che dovrebbe portare ad una «valutazione» sull’esecutivo anche il capo dello Stato: «Ci era stato detto che questo governo doveva nascere per impedire l’aumento dell’Iva, tagliare le tasse, dare stabilità; tutte cose ben lontane dal divenire, come sanno gli italiani che elezione dopo elezione continuano a scegliere il centrodestra». E Giorgia Meloni, dall’alto del 10,4% conquistato in Umbria, avverte: «Paradossalmente più restano in sella e più calano, ma a noi non interessa il tanto peggio, tanto meglio. Noi abbiamo il diritto-dovere di mettere in campo un progetto coeso e alternativo per governare». Oggi non sembrano vicine le urne, ma se a gennaio in Emilia-Romagna doveste di nuovo vincere voi? «Se nella regione rossa per eccellenza, dove nemmeno possono invocare gli alibi della caduta della giunta come in Umbria, dovessero perdere, beh il dato sarebbe insormontabile per tutti». Anche per Mattarella, intende? «Non posso essere io a dare consigli al capo dello Stato, dico però che oggi una riflessione sarebbe naturale».
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Economia e finanza
Testata: Sole 24 Ore
Autore: Bufacchi Isabella
Titolo: Bce, l’omaggio dell’Europa a Mario Draghi – Il tributo dei leader a Draghi: «Erede dei padri fondatori Ue»
Tema: Bce, Draghi-Lagarde
Omaggio a Mario Draghi, che il 1° novembre lascia il timone della Banca centrale europea a Christine Lagarde. Ieri è stata una giornata di grandi celebrazioni a Francoforte, presso la sede della Bce, per salutare l’uomo che ha guidato l’istituzione negli anni tempestosi della crisi mondiale e dell’attacco all’euro: oltre alla stessa Lagarde, hanno preso la parola la cancelliera tedesca Angela Merkel, il capo di Stato francese Emmanuel Macron e il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. «E davanti agli occhi di tutti che ora è il momento di più Europa, non meno. Noi europei dobbiamo prendere il nostro destino nelle nostre mani» ha detto Draghi.
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Testata: Repubblica
Autore: Mastrobuoni Tonia
Titolo: L’analisi – Lagarde, obiettivo crescita cercando l’asse con Angela Merkel
Tema: Bce, Draghi-Lagarde
Per ringraziare Mario Draghi, Christine Lagarde ha scelto ieri Leonard Cohen: I magnifici versi di “Anthem” ricordano che “c’è una crepa in tutto”, ma che “è lì che entra la luce”. I questi otto anni, il banchiere centrale italiano ha aperto più volte una breccia nel muro di sfiducia che rischiava di travolgere l’Europa. E solo in apparenza Lagarde subentra in un frangente meno drammatico di quello che toccò all’ex governatore della Banca d’Italia nell’autunno del 2011. Allora la crisi degli spread aveva spinto i Paesi europei a chiedere pacchetti di salvataggio all’Ue. A ottobre, la festa d’addio al suo predecessore, Jean-Claude Trichet, si tenne alla Alte Oper, una serata di gala da Re Sole della moneta. E quando i principali leader Ue sparirono in una riunione segreta per discutere dell’imminente e drammatico vertice a Bruxelles per salvare la moneta unica, quella festa in pompa magna assunse le sembianze dell’orchestrina del Titanic. Anche Merkel ha ricordato ieri il summit tesissimo che accompagnò l’esordio di Draghi. Lui, in piena sintonia con il suo stile sobrio, ha scelto una semplice aula del quartier generale della Bce per il suo addio. Merkel, Macron e il presidente Mattarella lo hanno ringraziato per i miracoli degli ultimi otto anni. Ma volgendo lo sguardo in avanti, ci si rende conto che Christine Lagarde eredita il suo posto in un momento non meno insidioso. La vera sfida dei prossimi anni è il vaticinio di Larry Summers, la “stagnazione secolare” ispirata alle teorie della Grande depressione, che rischierebbe di precipitare l’Europa in una spirale di tassi di crescita striscianti, paralizzati da consumi e investimenti al palo. Soprattutto: che condannerebbe le banche centrali a proseguire con le politiche dei tassi azzerati.
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Testata: Corriere della Sera
Autore: Taino Danilo
Titolo: Il commento – Tassi e stabilità, la doppia lezione lasciata in eredità
Tema: Bce, Draghi-Lagarde
Mario Draghi usa dire che un banchiere centrale non deve fermarsi mai. Nemmeno nel momento dell’addio, evidentemente: nel discorso di saluto finale che ha pronunciato ieri alla Banca centrale europea non ha concesso un minuto alla retorica del congedo; ha parlato solo di politica ai politici. Ha detto che, dopo otto anni di presidenza, si porta via innanzitutto due lezioni: e le ha proposte a chi gli succede, Christine Lagarde, e ai capi di Stato e di governo dell’Eurozona che lo ascoltavano. Sono i due pilastri della saggezza di Mario Draghi. La prima lezione è la costruzione di una banca centrale moderna, che non è un modo di dire. Fino a una decina d’anni fa – ha detto il presidente uscente della Bce – l’obiettivo era solo la lotta all’inflazione. Ma poi c’è stata una «inattesa inversione: le forze inflazioniste si sono rovesciate in deflazioniste». Ciò ha significato un «cambiamento di paradigma» per tutte le banche centrali dei Paesi avanzati: per la Bce ha voluto dire cercare la stabilità sia contro le pressioni sui prezzi verso l’alto che verso il basso. Con una serie di strumenti mai sperimentati prima: i tassi d’interesse negativi, gli acquisti di titoli sui mercati, la comunicazione anticipata delle mosse future della banca. Questa Bce moderna nata negli ultimi anni è la prima eredità lasciata a Lagarde, completa di uno staff che la accompagnerà nelle decisioni. La seconda lezione riguarda il «predominio monetario», cioè l’obbligo della Bce di non sottomettere la politica monetaria a quella di bilancio dei governi, cioè di essere indipendente e non sostituirsi alle decisioni nazionali, per quanto possano essere deleterie.
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Testata: Repubblica
Autore: Pucciarelli Matteo
Titolo: Mattarella: caro Mario, ti dico grazie – “Grazie Mario”
Tema: Bce, Draghi-Lagarde
La prima cosa che la neopresdente della Bce Cristine Lagarde dice all’uscente Mario Draghi quando si salutano dietro le quinte della cerimonia di addio alla guida della banca centrale è «what a day!»; che giornata. II passaggio di consegne è soprattutto un omaggio dei big dell’Unione agli otto anni di guida della banca centrale da parte di Draghi. Con il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che, fuori dalla consueta formalità, gli dà del tu e lo ringrazia, «da cittadino europeo: grazie Mario per ciò che hai fatto». Quello dell’economista invece è un commiato da politico, come quando rimarca che «in un mondo globalizzato, condividere la sovranità è un modo per riguadagnare la sovranità». In prima fila c’è una rappresentanza al massimo livello del potere politico europeo: Mattarella, Angela Merkel, Emmanuel Macron e Ursula von der Leyen; in sala assistono anche il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, il commissario europeo Paolo Gentiloni e Mario Monti. In diversi passaggi i discorsi del presidente della Repubblica e quello di Draghi sembrano richiamarsi l’uno con l’altro. Sempre sulla sovranità, Mattarella spiega che «la Ue in molte aree ha permesso agli Stati membri di essere sovrani. Una sovranità condivisa, preferibile ad una inesistente». Entrambi poi fanno un bilancio positivo del sistema economico europeo. «L’occupazione è cresciuta – continua la prima carica dello Stato ed è mediamente più alta che nel 1999. II sistema bancario è più compatto e l’integrazione tra le economie dei membri è elevata».
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Testata: Repubblica
Autore: Draghi Mario
Titolo: Serve più Europa – “La moneta unica è stata un successo Ora ci vuole più Europa, non meno”
Tema: Bce, Draghi-Lagarde
“Quest’anno segna il ventesimo anniversario dell’unione monetaria, una ricorrenza importantissima da ogni punto di vista. Fino a non molto tempo fa, l’economia dell’area dell’euro era segnata da un livello di disoccupazione probabilmente mai visto dalla Grande depressione e la sopravvivenza della moneta unica era fortemente in dubbio. Oggi ci sono 11 milioni di persone in più che hanno un lavoro, la fiducia nell’euro è salita ai livelli massimi mai raggiunti e in tutta l’Eurozona le autorità ribadiscono l’irreversibilità della moneta unica. Tuttavia, vedo quest’occasione più come un’opportunità di riflessione che di celebrazione… Quanto costruito è stato in buona parte un successo: i redditi, in tutto il continente, sono sostanzialmente cresciuti, l’integrazione e le catene del valore si sono sviluppate a un livello che era inimmaginabile vent’anni fa e il mercato unico è uscito intatto dalla peggiore crisi dagli anni ’30…”
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Testata: Sole 24 Ore
Autore: Barlaam Riccardo
Titolo: Wall Street da record spinta da dazi, Tiffany e tassi – Wall Street tocca i nuovi record Tiffany brilla con un balzo del 31%
Tema: Mercati
Usa Nuovi rialzi a Wall Sreet, con l’indice S&P 500 che segna il record a quota 3047 punti, dopo le conferme arrivate nel week end sui progressi nel negoziato Usa-Cina con la prospettiva di una “fase 1” dell’accordo ormai definita. Al riguardo il presidente Trump ha dichiarato che si aspetta di firmarlo già al vertice Apec in Cile a metà novembre. A infiammare la Borsa Usa ci pensa anche Tiffany, dopo la conferma di un’offerta a premio per la società da parte del colosso del lusso Lvmh. Tiffany è arrivata a guadagnare subito il 28%, ben oltre i 120 euro per azione dell’offerta di Lvmh. Intanto sale l’attesa per le decisioni delle banche centrali di Stati Uniti e Giappone.
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Testata: Sole 24 Ore
Autore: Perrone Manuela
Titolo: Nel Governo si riapre il cantiere manovra Di Maio: nodi da chiarire
Tema: Manovra
La débâcle umbra dell’asse M5S-Pd-Leu ha un immediato effetto sul Governo: fa riaprire il cantiere della manovra economica. Con un nuovo vertice possibile oggi pomeriggio o domani che si preannuncia carico di tensioni. È Luigi Di Maio, il più provato dal risultato elettorale, ad affondare il colpo: «Più ascolto le persone più capisco che il Governo deve agire con una voce univoca che non crei dubbi e perplessità tra la gente. E per fare questo vanno chiarite il più possibile tutte le misure in manovra». Parole indigeste per chi, soprattutto nel Pd di Zingaretti, in questo caso il più fedele alleato del premier Conte, ritiene proprio il M5S e Italia Viva i principali responsabili dei veti e dei distinguo che hanno minato il cammino del decreto fiscale e della legge di bilancio, seminando il caos. Sta di fatto che, dopo i no a qualsiasi ritocco dell’Iva e dopo l’impuntatura sul carcere peri grandi evasori, Di Maio prova a piantare altre bandierine e a rimettere la palla nel campo del Governo prima che la legge di bilancio approdi in Parlamento. Tira di nuovo in ballo quota 100, quasi a blindarla da tentazioni di modificarne le finestre per recuperare risorse: «Questa misura rimarrà intatta. Ma in svariate circostanze è stata messa in discussione, generando confusione anche tra la gente». Il capo politico dei Cinque Stelle difende sugar tax e plastic tax ma punta il dito «contro altri tipi di intervento sulle entrate» che – aggiunge – «vanno analizzati bene e avremo modo di discuterne». il riferimento implicito è alle partite Iva, per le quali è stato confermato il prelievo agevolato al 15% e il regime forfettario per la determinazione del reddito.
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Testata: Corriere della Sera
Autore: Salvia Lorenzo
Titolo: Nuova verifica sulla manovra La stretta per l’assegno unico
Tema: Manovra
II Pd, ma anche il partito di Matteo Renzi che ha il ministero della Famiglia con Elena Bonetti, che chiede un’accelerazione sull’assegno unico per i figli. II M5S che studia qualche altra mossa a effetto su evasione fiscale e partite Iva. Ancora il partito di Renzi che prova a rimandare di un anno il taglio del cuneo fiscale e propone di usare quei 3 miliardi per cancellare le tasse in arrivo su plastica e bevande zuccherate. E infine Leu che chiede di anticipare lo stop al del superticket. La batosta rimediata in Umbria riapre il file del disegno di legge di Bilancio, approvato ormai due settimane fa «salvo intese» dal consiglio dei ministri ma non ancora arrivato in Parlamento. E offre un terreno concreto di scontro tra i partiti della maggioranza. Tutti sono consapevoli che i reali margini di manovra sono minimi: tra stop dell’Iva e spese non rinviabili, 25 dei 30 miliardi di quella che una volta si chiamava Finanziaria non si possono toccare. Ma questo non impedisce certo ai singoli partiti di imbracciare le singole misure per andare alla ricerca del consenso perduto. Oggi sui temi della manovra ci dovrebbero essere due vertici. Uno di maggioranza per esaminare tutti i punti del testo. L’altro ristretto sulla famiglia, agganciato al disegno di legge sull’assegno unico per i figli da tempo all’esame della Camera, con i capigruppo di maggioranza e due ministre, Elena Bonetti perla Famiglia e Nunzia Catalfo (MSS) per il Lavoro.
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Testata: Repubblica
Autore: Petrini Roberto
Titolo: Manovra, si riapre il cantiere Sfida su Quota 100 e partite Iva
Tema: Manovra
Vertice oggi, a Palazzo Chigi, per fare il tagliando alla manovra che ieri ha ricevuto un primo via libera da Bruxelles. «Parlare con voce unica e programma più dettagliato», chiede Di Maio alla vigilia del summit che arriva nove giorni dopo il termine per la presentazione del disegno di legge di Bilancio alle Camere e dopo le elezioni in Umbria. Ma il ministro degli Esteri invia anche una serie di messaggi: sulla famiglia chiede di definire lo «strumento» per erogare le risorse e sul cuneo «a chi vanno» i benefici perorando implicitamente un intervento anche a favore delle imprese. Aggiunge: «Sulle partite Iva non mollo». La verità è che, al di là delle elezioni, le divisioni all’interno della maggioranza si erano manifestate anche nei giorni scorsi. Sulla famiglia, ad esempio Di Maio, è favorevole, come parte del Pd, all’assegno unico: una operazione da fare subito a partire dal 2020. Fino ad oggi, per evitare lo scontro, si era trovato un compromesso: è stato appostato in Bilancio un fondo da 2 miliardi nel quale sono stati inserite le risorse, aumentate di 600 milioni, già esistenti con i vari bonus, nido, asili ecc. In particolare i renziani vorrebbero un rifinanziamento, almeno per il 2020, di questi strumenti e solo l’anno successivo intenderebbero partire con l’assegno unico. L’altra questione sono le partite Iva e la mini flat tax forfetaria di Irpef-Iva-Irap del 15% fino a 65 mila euro. L’intento del Pd è quello di inserire paletti e risparmiare qualcosa sui 2 miliardi all’anno di costo: fino ad oggi ne sono stati inseriti alcuni (contabilità, dipendenti e cumulo).
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Societa’, istituzioni, esteri
Testata: Sole 24 Ore
Autore: Romano Beda
Titolo: Bruxelles concede al Regno Unito una Brexit flessibile
Tema: Brexit
Dopo un fine settimana di trattative, i Ventisette hanno accettato ieri a livello diplomatico di rinviare nuovamente l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, dal 31 ottobre al 31 gennaio. È la terza volta che i Ventisette sono costretti a prorogare la permanenza della Gran Bretagna nell’Unione, in attesa della ratifica definitiva dell’accordo di divorzio da parte di Londra. Il nuovo rinvio pone la questione del commissario inglese nella nascente Commissione europea. Nel documento che le cancellerie dovranno approvare in queste ore per procedura scritta è precisato che in attesa del divorzio il Regno Unito continuerà ad essere un Paese membro e dovrà quindi nominare un proprio rappresentante nella Commissione von der Leyen. Quest’ultima potrebbe entrare in carica non più il 1° novembre, ma il 1°dicembre o il 1°gennaio. Brexit, invece, potrà avvenire prima del 31 gennaio, ossia il primo giorno del mese successivo alla ratifica da parte di Londra e Bruxelles. Sempre nel documento, i Ventisette ricordano che la Gran Bretagna deve continuare a dimostrare «sincera cooperazione» nei confronti dei suoi partner.
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Testata: Corriere della Sera
Autore: Ippolito Luigi
Titolo: Brexit rinviata L’Europa allontana (al 31 gennaio) l’ultima scadenza
Tema: Brexit
La data della Brexit si sposta di nuovo in avanti. Ora è stata fissata dall’Unione europea al 31 gennaio: e Boris Johnson ha accettato, seppure a malincuore. Il premier si è dovuto dunque rimangiare la promessa di portare la Gran Bretagna fuori dalla Ue entro il 31 ottobre, «vivi o morti»: ma non c’era molto altro da fare, visto che l’alternativa era il no deal, il divorzio senza accordi, una prospettiva catastrofica che nessuno ha interesse a intestarsi. I 27 alla fine hanno trovato una posizione comune, che consiste in una «fiestensione», cioè un’estensione flessibile: il che vuol dire che se il Parlamento di Westminster dovesse approvare prima l’accordo negoziato con Bruxelles, la data della Brexit verrebbe anticipata di conseguenza. I deputati britannici avevano dato un primo via libera al testo dell’accordo già la settimana scorsa: ma poi avevano chiesto più tempo per esaminare bene tutta la legge ed eventualmente emendarla. Una prospettiva che non è vista di buon occhio a Bruxelles, dove sottolineano che l’accordo sul tavolo è solo quello e che non ci sono più margini di manovra. L’attenzione dunque si sposta tutta, ancora una volta, sulle dinamiche politiche in corso a Londra. L’unica maniera di uscire dall’impasse è andare alle elezioni anticipate, dalle quali Johnson spera di ottenere una solida maggioranza che gli consenta di portare la Brexit a compimento entro gennaio senza intoppi.
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Testata: Repubblica
Autore: A.Gue.
Titolo: Entro il 31 gennaio Brexit, slitta ancora il divorzio dalla Ue
Tema: Brexit
Ora è ufficiale: il 31 ottobre Londra non uscirà dall’Ue. II premier britannico Boris Johnson si è dovuto piegare all’ennesimo rinvio della Brexit, forzato dal Parlamento e ieri vidimato dall’Europa: ora la nuova scadenza è iI 31 gennaio, ma il Regno Unito potrà uscire prima se il Parlamento britannico approverà l’accordo Brexit di Johnson. II premier vuole andare a elezioni anticipate. Ieri ha fallito per la terza volta (Labour contro e servono 2/3 della Camera), da oggi ci riproverà con una legge speciale (maggioranza semplice) per votare il 12 dicembre.
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Testata: Corriere della Sera
Autore: Olimpio Guido
Titolo: Il nuovo Isis: ipotesi Qardash come erede di Al Baghdadi – Isis in mano a Qardash? L’ombra del «fantasma» per il dopo Al Baghdadi
Tema: Isis
Dopo la morte del Califfo Al Baghdadi chi indosserà il mantello di leader dell’Isis? Diversi i possibili successori, ma voci insistenti accreditano Abdullah Qardash detto «il fantasma». Per qualcuno era capo della fazione già ad agosto. Difficile, ora, avere conferme. Le ceneri del leader disperse in mare. Il Dna, fornito da un indumento trafugato. E tra una «mezza sporca dozzina» di possibili eredi, spunta l’ex soldato di Saddam.
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Testata: Repubblica
Autore: Ansaldo Marco
Titolo: Qardash lo spietato Perché può diventare il nuovo Califfo
Tema: Isis
Lo chiamano il Professore. Ma l’appellativo più adatto, data l’indole brutale e non meno incline alla spietatezza di chi lo ha preceduto, è il secondo: il Distruttore. Nome con cui entra ora in scena Abdullah Qardash, nuovo capo dell’Isis, prontamente elevato dopo la morte violenta del fondatore Abu Bakr al Baghdadi, come riferiva ad agosto Amaq, agenzia di stampa del califfato. Per capirne la provenienza, e disegnarne la possibile traiettoria politica, basti sapere che è un ex generale di Saddam Hussein. E già questo sarebbe sufficiente ad accennarne il profilo. Ma l’uomo ha spessore dietro di sé, oltrepassando dunque l’immagine di cinico militare avvezzo alle battaglie e alla frusta. Qardash, nato a Tal Afar, nel nord dell’Iraq, si è laureato al Collegio di Scienze islamiche di Mosul e, una volta crollato il regime di Saddam, è entrato nel Califfato nero scrivendone le leggi e scalando rapidamente il vertice
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Testata: Corriere della Sera
Autore: Cremonesi Lorenzo
Titolo: I curdi: «Noi i primi a segnalare agli Usa la posizione del Califfo»
Tema: Isis
«Siamo stati noi curdi a segnalare agli americani per la prima volta agli inizi di marzo che Abu Bakr al Baghdadi era fuggito nella zona di Idlib», sostengono adesso i responsabili dell’intelligence di Rojava. La loro tesi è molto chiara e viene alimentata di ora in ora dalla necessità di segnalare la loro rilevanza di fronte al pericolo dell’attacco turco e la crescente presenza nella loro regione, sempre meno autonoma, di forti contingenti delle truppe del governo di Bashar Assad coadiuvati dai russi. «Durante le settimane della battaglia della cittadina di Baghouz lungo l’Eufrate l’opinione più diffusa era che Baghdadi fosse fuggito in Iraq. Non sarebbe stato strano dopo tutto. Lui è iracheno e nelle regioni sunnite di Al Anbar, che confinano col la Siria anche in prossimità di Baghouz, ha ancora contatti e amicizie che possono garantirgli protezione e rifugio. Ma la nostra rete di contatti a Idlib è stata molto rapida a individuare il suo covo», dice un alto ufficiale dell’intelligence curda a Qamishli che esige si restare anonimo. Il suo racconto non è certo tenero con la Turchia, accusata di avere avuto un ruolo simile a quello del Pakistan nei confronti Osama Bin Laden.
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Testata: Stampa
Autore: Stabile Giordano
Titolo: Dispersi in mare i resti del califfo Qardash, ex ufficiale di Saddam favorito per la leadership dell’Isis
Tema: Isis
L’Isis ha subito un colpo devastante, ma non è ancora finito. Ha perso il suo fondatore e leader carismatico, Abu Bakr al-Baghdadi, il primo jihadista che ha osato proclamarsi successore di Maometto. I suoi resti sono stati cremati e le ceneri poi disperse in mare, così come per Osama Bin Laden , hanno fatto sapere dal Pentagono. Ma l’organizzazione resta ramificata in Siria e Iraq, ha cellule attive dal Maghreb alle Filippine. E ha ancora spazi di manovra nel caos che si è creato nel territorio settentrionale della Siria dopo il ritiro americano. Washington nei giorni scorsi ha mandato indietro 500 soldati, anche per gestire il blitz contro il califfo. Nel Nord-Est c’è un ingorgo di truppe Usa, russe, turche, governative, curde, milizie varie, terroristi in fuga. Nel Nord-Ovest, specie nella provincia di Idlib, è un proliferare di gruppi jihadisti. In tutto ciò l’Isis ha tenuto in piedi la sua struttura burocratica. Al vertice c’è la Maj is al-Shoura, l’assemblea degli anziani, composta per «l’80 per cento da iracheni, il 18 da siriani, il 2 da stranieri». Ha il compito di scegliere il successore del califfo. Il nome dato come più probabile è quello di Al-Hajj Abdullah Qardash, già ufficiale dell’esercito sotto Saddam Hussein.
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Testata: Corriere della Sera
Autore: Franco Massimo
Titolo: Intervista a Sergio Pagano – «L’Archivio vaticano cambia nome: addio segreto» – «Perché l’Archivio vaticano non è più segreto»
Tema: Vaticano
Muore l’Archivio segreto vaticano. Nasce l’Archivio apostolico vaticano. «Ecco il motu proprio di Papa Francesco che abolisce l’intestazione “secretum”…». Monsignor Sergio Pagano, custode dei misteri più ambiti del mondo, posa sulla scrivania i tre fogli con i quali, il 22 ottobre scorso, Jorge Mario Bergoglio ha deciso di cancellare quattro secoli di storia pontificia. Si parlò di Archivum Secretum Vaticanum a partire dal 1646. Ma quell’aggettivo, «segreto», ha cominciato a «essere frainteso, colorato di sfumature ambigue, perfino negative», scrive Francesco nel documento reso noto ieri. Dunque, si cambia. Perché Francesco ha deciso di cancellare l’aggettivo «segreto»? «La decisione si deve alla forte sensibilità del Papa di fronte a un’esigenza di trasparenza. La sua volontà è che la Chiesa agisca senza quelle che possono essere considerate tendenze o tentazioni a nascondere, o faziosità». Si, ma in concreto che cosa cambia? «Cambia il titolo. Non vengono modificate né la struttura né la funzione dell’archivio. Il problema è di avvicinarlo alla sensibilità della gente comune, di evitare “l’accezione pregiudizievole di nascosto da non rivelare e da riservare a pochi”, come scrive papa Francesco. Comunque, anche con l’aggettivo “segreto” l’archivio era stimato dovunque. Cambiando l’intestazione si avvicina agli altri archivi storici del mondo non segreti».
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Testata: Messaggero
Autore: Fra.Gia
Titolo: L’Archivio Vaticano cambia nome: non sarà più “segreto”
Tema: Vaticano
Papa Francesco ha annunciato che l’Archivio Segreto Vaticano da ora in poi si chiamerà più semplicemente Archivio Apostolico Vaticano. Un cambiamento non da poco per questo giacimento sterminato di documenti, uno dei più ricchi al mondo, con preziosi incunaboli, papiri, pergamene antichissime. Nei chilometri di scaffalature e nei bunker sotterranei sono custoditi, catalogati, conservati gli ultimi 9 secoli di storia della Chiesa. I documenti dei pontificati precedenti, invece, furono parzialmente devastati nel rogo del palazzo del Laterano avvenuto nel XIV secolo. La scelta di sostituire la parola “segreto” è dettata dalla necessità. Il Papa vuole evitare che al Vaticano si associ sempre l’idea del mistero, legandolo a significati persino oscuri e opachi. Papa Francesco vorrebbe sfatare tanti miti, rendere, invece, l’idea di un luogo trasparente e aperto. «Non abbiamo paura della storia» disse alcuni anni fa annunciando l’apertura di tutta la documentazione del pontificato di Pio XII, che potrà essere consultabile già l’anno prossimo. Nel motu proprio che ha firmato e reso noto ieri mattina, Francesco spiega che «con i progressivi mutamenti semantici che si sono verificati nelle lingue moderne e nelle culture e sensibilità sociali di diverse nazioni, In misura più o meno marcata, il termine Secretum accostato all’Archivio Vaticano ha cominciato a essere frainteso, a essere colorato di sfumature ambigue, persino negative rispetto al suo significato originari».
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Testata: Sole 24 Ore
Autore: Da Rin Roberto
Titolo: Argentina, nuovi limiti per l’acquisto di dollari – Dopo la vittoria peronista scattano nuovi limiti all’acquisto di dollari
Tema: Argentina
Strada in salita per il nuovo presidente argentino Alberto Fernandez, che si prepara a lanciare “el nuevo pacto social”. La Banca centrale del Paese ha infatti varato il primo provvedimento: ha ridotto il limite per gli acquisti di dollari, abbassandolo drasticamente. Si potranno acquistare solo 200 dollari al mese se si possiede un contobancario (100 se si acquistano in contanti). È la prima misura con forti impatti sulla società che guadagna in pesos ma utilizza il dollaro come moneta di riferimento. Il biglietto verde è l’unica divisa di cui ci si fida e i dati parlano chiaro: gli attivi fuori dal sistema finanziario superano i 300 miliardi di dollari (l’85% del Pil, stimato a 350 miliardi).
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Testata: Stampa
Autore: Semprini Francesco
Titolo: Giovedì il voto alla Camera sull’impeachment per Trump
Tema: Stati Uniti
La strada verso l’ipotesi di impeachment nei confronti di Donald Trump sarà presto più chiara. La Camera dei Rappresentanti vota giovedì per formalizzare le procedure per l’eventuale messa in accusa per la prossima fase dell’indagine. Lo hanno annunciato alcuni deputati democratici, spiegando che la mossa «assicurerà trasparenza e fornirà una strada chiara per andare avanti». La risoluzione, che «stabilisce le procedure per le udienze», stando ad una dichiarazione della speaker NancyPelosi, sarà il primo voto della Camera in seduta plenaria sull’indagine di impeachment da quando è iniziata un mese fa. «Stiamo prendendo questa misura per eliminare ogni dubbio sul fatto che l’amministrazione Trump possa trattenere i documenti, bloccare la testimonianza di testimoni, ignorare mandati puntualmente autorizzati o continuare a ostruire la Camera», ha scritto Pelosi in una lettera ai Dem. La vicenda nasce dalla controversa telefonata del 25 luglio scorso al presidente Volodymyr Zelensky in cui l’inquilino della Casa Bianca avrebbe chiesto per «otto volte» di riaprire un’indagine sul suo rivale, Joe Biden, capofila democratico alle presidenziali Usa 2020, e su suo figlio, Hunter, membro del Cda di un’azienda ucraina del gas coinvolta in un caso di corruzione. In cambio del «favore» Trump avrebbe promesso di sbloccare fondi americani destinati all’Ucraina, congelati dalla stessa amministrazione Usa.
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Testata: Stampa
Titolo: Elezioni in Uruguay Sinistra in testa Mujica va al Senato
Tema: Uruguay
Si andrà al ballottaggio, il 24 novembre prossimo, per decidere il nuovo presidente dell’Uruguay. Il candidato della sinistra, da 14 anni al potere nel Paese, Daniel Martinez ha infatti vinto le elezioni di ieri ma si è fermato al 38,5%, percentuale non sufficiente ad evitare il ballottaggio con Lacalle Pou, ex senatore del Partido Nacional che ha conquistato il 28,3% con una campagna elettorale incentrata sulla promessa di rilanciare l’economia e combattere la criminalità. Le prossime settimane saranno quindi critiche per la formazione di sinistra Frente Amplio. Il senatore più votato del Frente è una vecchia conoscenza della politica sudamericana: Pepe Mujica. L’ex presidente si era ritirato a vita privata nel 2018, ma ha scelto di ripresentarsi per aiutare il suo Frente Amplio nel tentativo del partito di ottenere il quarto mandato presidenziale.
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Testata: Stampa
Autore: Olivo Francesco
Titolo: Bogotà, la prima sindaca lesbica “La mia sfida ai politici corrotti”
Tema: Colombia
L’immagine gira in tutto il Sudamerica: la nuova sindaca di Bogotà che festeggia il successo elettorale baciando la sua compagna. La politica colombiana, saldamente in mano delle oligarchie di sempre, ha subito uno scossone. Merito soprattutto di Claudia Lopez, che ha vinto le elezioni nella capitale e sarà la prima donna ad assumere quella che di fatto è la seconda carica del Paese sudamericano. Senatrice ambientalista, paladina della lotta alla corruzione, Lopez è dichiaratamente omosessuale e non nasconde le sue origini umili, «sono figlia di una maestra e di un agricoltore e non di un potente», ha ripetuto in campagna elettorale. La biografia fa notizia, è lei stessa a spiegare il perché: «Sono lesbica e questo non dovrebbe avere importanza nel dibattito pubblico, ma in Colombia lo ha. Come anche il fatto che sia una donna a vincere, mentre in molti altri Paesi del mondo questo non fa notizia». Le elezioni di Bogotà erano piene di valenza simbolica, anche perché l’avversario di Lopez era Carlos Fernando Galán, figlio di Luis Carlos, politico ucciso durante la campagna delle presidenziali del 1989.
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IL FATTO QUOTIDIANO
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