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SINTESI IN PRIMO PIANO – 3 settembre 2019

– Il passo indietro di Di Maio: non sarò leader
– Oggi il responso sulla piattaforma Rousseau
– Contanti, controlli da 10mila euro
– Johnson: Brexit o subito elezioni

PRIMO PIANO

Politica interna

Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Guerzoni Monica 
Titolo: Il passo indietro di Di Maio – Di Maio: non sarò vicepremier La rinuncia sblocca la trattativa
Tema: il passo indietro di Di Maio

Alle sette della sera Luigi Di Maio lancia su Facebook il video che sblocca le trattative. «Il problema del vicepremier non esiste più», si rassegna al passo indietro il capo politico del Movimento. E, per salvare la faccia dopo essersi impuntato per giorni sul suo incarico di vice, prova a buttare sul Pd la responsabilità di uno stallo che ha tenuto col fiato sospeso i parlamentari e irritato il Quirinale: «Abbiamo saputo che il Pd ha rinunciato… Se ci avessero pensato prima non ci sarebbe stato neanche questo inutile dibattito sulla vicepresidenza…». Parole che tradiscono lo stato d’animo con cui Di Maio, dopo una lunga serie di ultimatum e minacce più o meno esplicite, ha infine concesso il suo sofferto via libera all’abbraccio con gli ex acerrimi nemici dem. «Il pressing del Colle ha avuto i suoi effetti», hanno commentato al Nazareno. Ma se da una parte il capo politico ha favorito la soluzione dell’impasse, dall’altra non si è schierato per il sì all’accordo. «Buon voto a tutti», si è limitato a dire riguardo al verdetto di oggi delegato alla piattaforma Rousseau, senza sciogliere i dubbi che covano nella pancia del Movimento. Non a caso il Pd, che aspettava un segnale di vita dai vertici 5 Stelle da domenica mattina, da quando cioè Dario Franceschini aveva disinnescato la mina vicepremier, ha incassato la vittoria evitando toni trionfalistici. «Siamo fiduciosi e ottimisti», è stato il primo commento di Nicola Zingaretti. Il segretario registra «passi in avanti» e indica la rotta verso un governo «di svolta vera», che tagli le tasse e rimetta in moto l’economia. La rinuncia di Di Maio a tornare a Palazzo Chigi con i galloni da vicepremier accelera, salvo sorprese ancora possibili, la nascita del nuovo governo. Giuseppe Conte potrebbe salire al Quirinale domani, o persino stasera, per sciogliere la riserva.
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Guerzoni Monica 
Titolo: L’appello (accorato) di Conte: non lasciate i sogni nel cassetto
Tema: il voto su Rousseau
In poche ore l’appello di Giuseppe Conte a «non lasciare i sogni nel cassetto» è diventato un tormentone sul web, che si è diviso tra ammiratori e detrattori. Ma a Palazzo Chigi, con il voto sulla piattaforma Rousseau che incombe e minaccia il destino del nascituro governo giallorosso, nessuno ha voglia di ironizzare. II video-appello, registrato dal presidente del Consiglio per spronare gli iscritti 5 Stelle a promuovere il «bis» e le nozze col Pd, rivela la «seria preoccupazione» del professore pugliese. La paura che stasera, chiuse le urne virtuali della Casaleggio Associati, tutto possa improvvisamente saltare: precipitando l’Italia nel caos e scatenando la reazione aggressiva dei mercati finanziari. E il timore che il premier incaricato ha confidato ai collaboratori, proprio nelle ore in cui il passo indietro di Luigi Di Maio rispetto all’incarico di vicepremier sembra aver sbloccato le trattative con il Pd. «II voto su Rousseau è un rischio altissimo», ha convenuto Conte parlando con i suoi, che gli mostravano sondaggi preoccupanti. Tra il no e il si, stando ai numeri di Palazzo Chigi, sarebbe testa a testa. Una votazione da infarto, con i favorevoli in vantaggio di un punto soltanto, 51% contro 49%. E anche se i parlamentari filo-governativi rassicurano, convinti che la base darà il via libera, Conte ha deciso di drammatizzare. Si è esposto in prima persona e si è intestato il governo. Se nell’esecutivo gialloverde era l’«avvocato degli italiani» e il notaio delle continue diatribe tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio, nella nuova esperienza il giurista si propone come «primo responsabile» dell’esecutivo. II messaggio ai 5 Stelle è chiaro: «Capisco le vostre perplessità, ma potete stare tranquilli, perché garantisco io». La narrazione non si discosta molto da quella recente di Beppe Grillo, segno che tra il fondatore e l’inquilino di Palazzo Chigi si è saldato un solido asse.
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Cassese Sabino 
Titolo: Il corsivo del giorno – Iscritti contro elettori – Paradossi democratici
Tema: il voto su Rousseau
«L’ ultima parola spetta agli iscritti». Quindi, oggi gli iscritti-certificati al M5S (poco più di 100 mila persone) decidono se si fa il governo con il Pd. Se la risposta sarà positiva, la decisione dei gruppi parlamentari del Movimento, regolarmente comunicata al presidente della Repubblica, sarà confermata. Se, invece, la risposta sarà negativa, i gruppi parlamentari, smentiti dagli iscritti, dopo essersi pronunciati a favore della nuova formazione di governo, che faranno? Si dimetteranno? E il presidente della Repubblica, che ha fondato l’incarico a formare un nuovo governo sulla decisione dei gruppi parlamentari delle due forze politiche (M55 e Pd), che potrà fare? Revocherà l’incarico al professor Conte? Coloro che hanno deciso di avviare questa consultazione, a questo stadio della procedura di formazione del governo (e non prima che si pronunciassero i gruppi parlamentari), non si rendono conto della contraddizione in cui hanno cacciato il M5S. I parlamentari del Movimento sono stati proposti all’elettorato dagli iscritti al Movimento (spesso con un numero esiguo di voti), ma sono poi stati eletti a furor di popolo, con circa 11 milioni di voti complessivi.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Tito Claudio 
Titolo: Il commento – E questa sarebbe la democrazia – E questa sarebbe democrazia
Tema:  il voto su Rousseau

In un sistema politico che non riesce a comporsi all’interno di una fisiologia, si assiste a una ennesima distorsione. Il voto sulla piattaforma Rousseau. Non è semplicemente in discussione il merito delle scelte che vengono compiute, ma è il metodo a gettare un’ombra sinistra sul nascente esecutivo 5S-Pd. I grillini si avvinghiano a questa procedura come il peccatore si immerge in un lavacro. La democrazia diretta è solo una mortificante giustificazione. I pentastellati hanno semmai bisogno di costruire un’immagine purificativa dell’intesa, una scusa per spiegare l’accordo con il Pd e mantenere il blocco di potere costruito in questo anno. Il nucleo di questa procedura contiene al contrario un germe antidemocratico. Non c’è certezza né trasparenza. Il Paese viene incagliato in un procedimento che rappresenta un vulnus. Il cuore dell’articolo 49 della Costituzione viene di fatto infartuato: «Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». Appunto, «con metodo democratico» e non secondo i dettami di una società privata, la Casaleggio & co. Eppure questa farsa segna l’atto finale di nascita dell’esecutivo. Un’eresia istituzionale che costituisce in primo luogo la prova della malattia del nostro sistema dei partiti. L’intero edificio governativo prossimo venturo si mostra insomma già pericolante.
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Testata:  Stampa 
Autore:  Grignetti Francesco 
Titolo: Intervista a Cesare Mirabelli – “La democrazia rappresentativa è sotto minaccia” – “Il voto su Rousseau può buttare a mare la democrazia rappresentativa”
Tema: il voto su Rousseau

Professor Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte costituzionale, ha visto che Giuseppe Conte, il presidente incaricato, si è rivolto al popolo dei Cinque stelle affinché voti senza paura il “suo” governo? Non le sembra una sgrammaticatura costituzionale e quantomeno uno strappo al galateo istituzionale da parte di chi siede a palazzo Chigi? … (ride). «Già, il galateo istituzionale…. Mi pare che fosse proprio una delle espressioni utilizzate contro Salvini dal presidente del Consiglio incaricato, nel discorso al Senato. E poi il presidente Conte ha appena rimarcato di considerarsi super-partes… Ma lasciamo perdere, questo è un altro discorso». Resta il fatto che abbiamo un governo nascente appeso alla consultazione sulla piattaforma Rousseau e non al voto del Parlamento. Lei che ne pensa? «E’ evidente che si affaccia un interlocutore nuovo, che in Costituzione non è previsto». Non vede un pericolo di collisione tra questa consultazione telematica e il ruolo delle assemblee elettive? «Mi chiedo anche se la criticità non sia nei confronti del Presidente della Repubblica. Se c’è questa adesione suppostamente popolare, il Capo dello Stato potrebbe poi prendere posizioni diverse? Vede, è chiaro che il quesito sulla piattaforma telematica è di assoluta genericità. E ci mancherebbe pure che fosse l’approvazione di ministri e programma di governo, ché questo sarebbe stato davvero grave». Ma… «Ma un conto è la consultazione di un partito come consultazione interna, altro è un atto che ha un impatto sul presente».
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Franco Massimo 
Titolo: Il commento – Futuro-passato: le due anime – Il futuro e l’obiettivo del ritorno in Europa
Tema: M5S e governo

Il presidente incaricato Giuseppe Conte, evocando l’archetipo della «persona normale» contraria ai «supereroi», ha ufficializzato la sua leadership. Il suo appello accorato ai militanti grillini è stato il segnale definitivo che dovrebbe aprire la strada a un sì al nuovo esecutivo nella votazione sulla piattaforma Rousseau: una prova di «democrazia diretta» digitale che rappresenta uno degli aspetti più discutibili di una crisi dai contorni già surreali; e lascia un margine di incertezza sull’epilogo. E il prezzo inevitabile da pagare a un M5S che deve giustificare un’alleanza col Pd, controversa quanto quella con la Lega; e che arriva da sconfitte e divisioni così profonde da condizionare fino all’ultimo la formazione del governo. Basta mettere a confronto il video di Conte e quello di Di Maio, alla vigilia del voto su Rousseau. Il primo è proiettato sul futuro, col premier deciso a scommettere sul successo della sua sfida, per quanto azzardata. La sottolineatura delle «consonanze» tra M5S e Pd serve a legittimare perplessità diffuse nella prospettiva di superarle e non di cristallizzarle. E l’emblema di una nuova fase della quale Conte si ritiene «il primo responsabile», nella convinzione di dover provare a riformare l’Italia. Quello dell’ex vicepremier, invece, suona come un’involontaria autodifesa. Il messaggio è soprattutto rivolto al passato e all’interno del Movimento: un tentativo di rivendicare quanto è stato fatto con la Lega, limitandosi a registrare lo strappo di Matteo Salvini; e di prolungare artificiosamente un programma e un’identità figli di una fase morta e quasi sepolta. Quando Di Maio cerca di piegare il nascente governo Conte a una continuità nei programmi e nelle regole dettate dal Movimento, riflette una centralità e una logica che non esistono più. Al di là dei rapporti di forza e degli equilibri ministeriali che l’esecutivo rifletterà, la vera novità è una sorta di «ritorno in Europa» dell’Italia.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Lopapa Carmelo 
Titolo: La provocazione della Lega “Nove senatori 5S contro la fiducia”
Tema: i numeri in parlamento

Il Conte bis non è ancora nato che si allungano già le ombre dei franchi tiratori pronti ad assassinarlo in culla. Nove senatori 5stelle, per l’esattezza, sarebbero i “Bruti” col coltello dietro la schiena, a sentire nientemeno che il numero due della Lega, il giovane vicesegretario Andrea Crippa. Avrebbero anche un nome, i “Liberi cittadini”, per approdare dopo lo strappo al gruppo misto e poi, chissà, proprio nelle liste elettorali del primo partito italiano. Ne nasce una spy-story in salsa senatoriale, storia di vere o preseunte compravendite, di audio che avrebbero registrato i contatti, di pozzi avvelenati e vendette tra ex alleati, senza esclusioni di colpi ormai. Quel che è certo è che Matteo Salvini non si è ancora rassegnato a lasciare il governo (e il Viminale) e lavora al colpaccio, anche se la piattaforma Rousseau dovesse sancire l’alleanza con il Pd. «Le nostre porte sono aperte e vedrete che nelle prossime ore ci saranno sorprese, non è affatto detto che questo governo parta», hanno sentito con le loro orecchie i dirigenti dal segretario impegnato in giro per feste e saghe al Nord, ultima la Berghem fest di domenica. Nelle ultime settimane si sono moltiplicate voci sui contatti attivati per corteggiare senatori determinanti del M5S. Quindici giorni fa era stato Gianfranco Rotondi, deputato forzista amico di diversi grillini, ad annunciare la partenza dello scouting. Il fatto è che quella campagna non avrebbe sortito in realtà i risultati sperati. Se fosse andata a segno, sarebbe rimasta coperta fino al momento clou del voto di fiducia, raccontano più fonti parlamentari. «Quando nel 1998 Silvio Liotta fece cadere il governo Prodi, rimase coperto fino al momento del voto», ricorda proprio Rotondi: «La stessa cosa mi dicono non si sia verificata in questi giorni». Nascerebbe da qui la sortita a sorpresa del vicesegretario leghista Crippa. Un fulmine a ciel sereno per destabilizzare i contraenti.
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Martirano Dino 
Titolo: Orlando vicino agli Esteri Errani il nome di Liberi e Uguali
Tema: la possibile squadra di governo

Ora che le due caselle di vicepresidente del Consiglio sono state depennate dall’organigramma del nuovo governo, il presidente incaricato Giuseppe Conte si appresta ad affrontare l’ultimo tornante della salita, il più difficile, che prevede entro stasera la stesura definitiva della lista dei ministri. E non sarà facile. Perché nonostante le decine di nomi e di profili circolati, di politici puri e di tecnici, gli incastri senza i due «vice» si fanno addirittura più difficili. Primo problema per Conte: cosa farà Luigi Di Maio dal momento in cui gli è stato detto che deve traslocare dai suoi uffici (con mega staff) di Palazzo Chigi? Per il capo politico del M5S, ci sarebbero due opzioni, a questo punto: 1) «tenersi le mani libere», rinunciando a entrare nel governo; 2) oppure rilanciare la richiesta di andare in un ministero di serie A come il Viminale, sul cui uscio però è già stato respinto perché il Pd, con Nicola Zingaretti in particolare, si è messo di traverso. Oggi, in piena attesa per la votazione della piattaforma Rousseau, si potrebbe riaprire anche la partita del Viminale con una mossa a sorpresa di Di Maio. Ma per guidare il ministero dell’Interno sarebbe stato individuato il prefetto Luciana Lamorgese che gode di ampio credito in tutti i palazzi a partire dal Quirinale: la soluzione tecnica, poi, non incontra l’opposizione del Pd (che potrebbe sempre candidare Minniti). Ora però se Di Maio spariglia ancora una volta le carte, pur motivando la sua richiesta con la rinuncia alla casella di «vice» di Conte, la trattativa rischia di ripartire in salita. Il M5S, poi, fa filtrare che i nomi sono quelli del governo precedente da collocare nelle medesime caselle.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Ciriaco Tommaso 
Titolo: Il retroscena – Il capo grillino verso la Difesa Per Orlando ipotesi Esteri
Tema: la possibile squadra di governo

Nella notte Dario Franceschini e Andrea Orlando lasciano Palazzo Chigi con un paio di certezze. E non è poco, visto che per giorni tutto è rimasto come congelato. Al Pd andranno il ministero dell’Economia e quello degli Esteri, affidato ad Andrea Orlando. Così hanno stabilito gli emissari di Nicola Zingaretti dopo tre ore di vertice con Giuseppe Conte e gli ambasciatori di Luigi Di Maio, Stefano Patuanelli e Vincenzo Spadafora. Agli Interni, invece, finirà un tecnico gradito al Viminale. Quando entrano nella sede del governo, lo schema è assai diverso. Luigi Di Maio ha in tasca la Famesina. Gli amici grillini, che conoscono le furiose battaglie del leader di Pomigliano con la lingua inglese, hanno già arruolato un professore madrelingua che lo segua passo passo negli uffici del ministero degli Esteri, durante i lunghi voli di Stato, anche a casa se necessario, pur di colmare la lacuna. Lo “scambio” prevede che il ministero dell’Interno vada a Dario Franceschini. A Palazzo Chigi, però, qualcosa si inceppa. E viene fuori un pacchetto assai diverso. Alla Farnesina, così decidono i giallorossi, andrà un dem, Andrea Orlando, che pure era in ballo per l’Ambiente. Anche Dario Franceschini entrerà nell’esecutivo, ma a lui potrebbe spettare non il Viminale — come sembrava già stabilito — ma il ministero dei Beni Culturali. La ragione? Agli Interni sarebbe promosso un tecnico, come da indicazione informale giunta dal Quirinale. Pronta, all’occorrenza, c’è già l’ex prefetto di Milano Luciana Lamorgese. Un modo per lasciarsi alle spalle Matteo Salvini, i porti chiusi e le dirette Facebook dal tetto del ministero. E Di Maio? Dopo la rinuncia alla vicepresidenza del Consiglio — e un ultimo tentativo per il Viminale — il grillino è il favorito perla Difesa. Il patto — che cambierà ancora cento volte nei suoi dettagli, fino al giuramento della squadra — prevede altri punti fermi. Nonostante le resistenze di Renzi, Paolo Gentiloni resta il nome designato perla Commissione europea. Forse però non più per il molo di commissario alla Concorrenza, ma addirittura — e clamorosamente — per gli Affari economici (o, in alternativa, per il Commercio). E poi c’è il ministero dell’Economia, un autentico rebus. II nome che circola è sempre più quello di Dario Scannapieco, vicepresidente delle Bei.
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Economia e finanza

Testata:  Sole 24 Ore 
Autore:  Galimberti Alessandro – Razzante Ranieri 
Titolo: Contanti, controlli da 10mila euro – Contanti sospetti da 10mila euro al mese in sù
Tema: antiriciclaggio

Il contante toma nel mirino dell’Uif. Da ieri è partito il monitoraggio mensile, da parte delle banche, sulle movimentazione in contanti da 10mila euro in su. Banche e intermediari finanziari devono infatti comunicare periodicamente gli “sforamenti” dei contanti. Entro il 16 settembre banche, istituti di moneta elettronica, istituti di pagamento ed eventuali succursali italiane dovranno inviare all’Unità di informazione finanziaria tutti i movimenti in entrata o uscita, pari o superiori a 10mila euro in contante per i mesi di aprile, maggio, giugno, luglio e agosto. Si tratta, è bene chiarirlo subito, di« controlli» e non di «divieti», siamo fuori dal perimetro delle segnalazioni per operazioni sospette (Sos) ma comunque, secondo la Gdf e la Direzione investigativa antimafia, in un ambito che deve essere monitorato per incrociare informazioni su chi è troppo appassionato al contante, «strumento anonimo e non tracciabile». L’obbligo, già introdotto nel 2017 primo provvedimento sul denaro con le modifiche al decreto antiriciclaggio (Dlgs 231/2007) , è stato meglio che la “questione contante” nel nostro dettagliato dal Provvedimento dell’Uif del 28 marzo scorso. Le comunicazioni oggettive non sono controlli fiscali né  di polizia ma servono, in ultima analisi, a “raffinare” le segnalazioni di operarizioni sospette, inviate oggi a decine di migliaia ma spesso solo per evitare rischi all’intermediario più che per intercettare operazioni realmente a rischio riciclaggio/terrorismo.
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Testata:  Sole 24 Ore 
Autore:  Parente Giovanni 
Titolo: La Superanagrafe dei conti bancari punta agli evasori totali – La Superanagrafe dei conti punta sugli evasori totali
Tema: evasione fiscale
La macchina è partita e punta a individuare evasori totali o paratotali. L’obiettivo è completare la sperimentazione, come messo nero su bianco anche dall’ultima circolare sui controlli arrivata quasi alla vigilia di Ferragosto. Dopo aver avviato lo scorso anno l’analisi del rischio sulle società, gli uffici centrali dell’agenzia delle Entrate sono al lavoro per estendere l’utilizzo dell’immenso patrimonio informativo messo a disposizione dalla Superanagrafe dei conti correnti (prevista dal decreto salva-Italia del Governo Monti a fine 2011) anche per le persone fisiche. L’obiettivo è un’operazione chirurgica destinata a ricalcare a grandi linee quanto già avvenuto appunto con le società. In pratica, prima si punta a completare i criteri per individuare i contribuenti a maggior rischio evasione con un’operazione che lavora su un incrocio tra le informazioni finanziarie della Superanagrafe (saldo a inizio e a fine anno, dato complessivo sui movimenti in entrata e in uscita, giacenza media) e quelle reddituali contenute in Anagrafe tributaria. Definite le linee operative, sarà poi stilata la lista dei contribuenti a rischio evasione da trasmettere agli uffici provinciali per l’eventuale accertamento. In questi casi, infatti, la procedura passa prima da un invito al contraddittorio per consentire a chi è stato “selezionato” di giustificare le anomalie rilevate dall’amministrazione finanziaria. Solo se la fase non va a buon fine si potrà procedere all’accertamento vero e proprio. Comunque tutto dipenderà dal criteri che saranno elaborati per la selezione e sui quali si sta cercando di evitare tutte quelle situazioni che potrebbero generare dei falsi positivi, ossia situazioni che sembrano in odore di evasione ma che in realtà non lo sono. L’elenco dei soggetti a rischio dovrebbe aggirarsi nell’ordine di un migliaio: in pratica una cifra molto simile al primo elenco delle società dello scorso anno. Considerando sia il metodo di lavoro sia i (prevedibili) numeri in gioco, verosimilmente l’Agenzia punterà a circoscrivere il raggio d’azione su evasori totali o paratotali. Ad esempio, sulle società il faro era stato puntato su quei casi in cui la dichiarazione dei redditi o Iva era stata omessa o era risultata “esigua” a fronte di ingenti movimentazioni sui conti per quel periodo d’imposta.
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Testata:  Sole 24 Ore 
Autore:  Rogari Marco – Trovati Gianni 
Titolo: Tra gli Obiettivi ci sarà anche la riduzione dell’Irpef – Tasse: nel programma entra il taglio Irpef, c’è il nodo risorse
Tema: tasse

Nel programma del governo giallorosso entra anche la riforma dell’Irpef. Ma con tempi e compatibilità economiche tutte da definire. La «seria riforma fiscale» fa la sua comparsa nel messaggio video diffuso nel tardo pomeriggio di ieri dal premier incaricato Giuseppe Conte. E punta a dare al governo un respiro più ampio, che non si esaurisca nella prossima manovra. Manovra che dovrà decretare lo «stop all’aumento dell’Iva», e secondo il programma affinato negli incontri di ieri a Palazzo Chigi avrà anche il compito di tagliare il cuneo fiscale, occuparsi del salario minimo «orario», quindi in una versione che apre alle ipotesi Pd, e introdurre misure per sostenere le famiglie, incentivare le nascite e aiutare i disabili. L’agenda targata Conte, in cui entra ufficialmente anche la revisione della legge elettorale chiesta dal Pd per accompagnare al taglio dei parlamentari, sarà affinata ancora stamattina in un nuovo giro di incontri. Ma sul piano della politica economica non sembra per ora superare i limiti delle prime bozze. Rimaste evasive sullo snodo chiave delle risorse da trovare per tradurre in misure i buoni propositi di questi giorni. Il tema in realtà non è assente dai tavoli tecnici che preparano il governo Conte-2. Al centro c’è la “manutenzione” di quota 100, con una riduzione della platea potenziale già l’anno prossimo e un possibile stop anticipato alla sperimentazione per chiuderla a fine 2020. Alla ricerca delle compatibilità economiche si lavora poi a nuove misure anti-evasione, a partire da un’estensione di fatturazione e scontrini elettroniche a categorie che oggi ne sono escluse. E al ministero dell’Economia è già stato elaborato un nuovo piano di spending review, dopo gli scarsi successi degli ultimi anni. Ma per far quadrare i conti della manovra il nuovo governo guarda dritto a Bruxelles. «In Europa saremo in prima fila per contribuire ad adeguare il Patto di stabilità e crescita al nuovo ciclo economico», ha detto ieri Conte. Tradotto in cifre significa che Roma punta a ottenere un bonus non inferiore ai 10-12 miliardi fra flessibilità vecchia (la replica dei 3,5 miliardi per strade e dissesto idrogeologico ottenuta quest’anno) e nuova.
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Fubini Federico 
Titolo: Il dilemma della manovra Almeno 15 miliardi o più deficit
Tema: manovra

La manovra finanziaria continua in silenzio a sovrastare i partiti come una montagna: scalabile solo da chi saprà tenere il passo in salita. Il Movimento 5 Stelle e il Partito democratico ne hanno parlato in questi giorni, benché per ora non un solo numero sia stato messo nero su bianco. La loro intesa al momento si limita ad alcuni punti di principio e nessuno riguarda la parte ripida del percorso. Le due forze concordano nel cercare di ridurre il cosiddetto cuneo fiscale (la differenza fra il costo del lavoro per il datore e quanto intasca il dipendente) e nel farlo a favore di quest’ultimo: lo sgravio dovrebbe andare tutto al lavoratore, non all’impresa. Gli stati maggiori di Pd e M55 concorrono anche nel sostenere misure più decise sugli investimenti e nel mantenere «quota 100», che pure può costare quasi 20 miliardi in tre anni (ma l’ex premier Matteo Renzi vorrebbe cancellare le pensioni anticipate volute dalla Lega). Poi c’è la parte in salita della legge di Stabilità. Su questa a quanto pare le due forze non si sono ancora confrontate, ma conoscono il punto di partenza: con l’attuale costo in interessi del debito e un utilizzo parziale di «quota 100 e «reddito di cittadinanza», il deficit è diretto all’1,6% del Prodotto lordo (Pil) nel 2020. Sarebbe un netto calo dal circa 2% di quest’anno. Ovviamente a patto che non ci siano altri interventi e dunque da gennaio aumentino Iva e accise per 23 miliardi di euro. Poiché però M5S e Pd hanno promesso di non far salire le imposte indirette su Iva e accise (lo stesso dicono tutti i partiti in Parlamento) il deficit in realtà è diretto in area 3% del Pil. Troppo per riuscire a evitare una procedura europea sui conti e una probabile sanzione dei mercati. Giovanni Tria ha già delineato con la sua squadra il profilo di una manovra per correggere la rotta. II ministro dell’Economia uscente si prepara a lasciare il suo schema in eredità al prossimo governo. Ma quel dispositivo, visto nei dettagli, fa capire perché il leader della Lega Matteo Salvini abbia deciso di aprire la crisi prima di affrontare la sessione di bilancio. Solo per mantenere il deficit attorno al 2% del Pil Tria ha dovuto pensare a una stretta da 15 miliardi di euro.
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Testata:  Sole 24 Ore 
Autore:  Picchio Nicoletta 
Titolo: Boccia: la priorità vada a lavoro e crescita Terzo trimestre debole, rischi al ribasso
Tema: politica industriale
Le priorità: lavoro e crescita. Vincenzo Boccia continua ad insistere su questi due temi, mentre Pd e Movimento 5 Stelle sono impegnati aformare il nuovo governo. «Noi non guardiamo ai colori, non guardiamo a una parte o all’altra. Noi, con tutte le parti sociali, guardiamo al lavoro e allacrescita», ha proseguito il presidente di Confindustria, in un intervento a Rai Radio 1. I dati mettono in evidenza le difficoltà della nostra economia. Italia bloccata, sono le prime parole del titolo di Congiuntura Flash, pubblicata ieri dal Centro studi di Confindustria. Nel terzo trimestre, dice la nota, l’economia appare ancora debole, dopo che nel secondo trimestre il Píl era risultato piatto. Accanto alla conferma di alcuni segnali di miglioramento, resta la «lunga serie di dati negativi» che riflettono anche uno scenario globale non brillante e con rischi al ribasso. L’industria è in affanno, dice il Csc, e la dinamica negativa continua. Gli investimenti sono attesi in negativo nel terzo trimestre (+1,9 nel secondo), la fiducia delle imprese manifatturiere è ancora calata ancora in agosto, ai valori del 2015. Boccia non ha nascosto, durante l’intervista «l’amarezza perla stagnazione in atto». Quanto al nuovo esecutivo «non entriamo nel merito delle tattiche – ha continuato il presidente di Confindustria – per noi il governo è uno e giudicheremo le misure e i provvedimenti. La nostra domanda è se questo governo sarà in grado di produne più occupazione e più crescita, tenendo conto che bisogna fare anche meno deficit e meno debito». Tornando ai dati congiunturali, l’indice Pini (indice dei responsabili degli acquisti) segnala una flessione dell’attività dell’industria nei mesi estivi. Invece c’è un recupero dello stesso indice nei servizi, in area espansione, 51,7. I dati qualitativi segnalano un moderato incremento degli occupati nei servizi, non nell’industria.
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Testata:  Sole 24 Ore 
Autore:  Seghezzi Francesco 
Titolo: Politiche attive, serve un sistema più moderno
Tema: politiche per il lavoro

Negli ultimi cinque anni la strada intrapresa dal Pd con il Jobs Act (sebbene non senza opposizione interna) è stata radicalmente criticata dal M5S che, non appena al governo, è subito intervenuto con il Decreto Dignità ed è legittimo pensare che senza la presenza della Lega quel decreto avrebbe riguardato anche il grande totem che sempre ritorna nelle discussioni sul diritto del lavoro: l’articolo 18. Viste le componenti del governo, tutt’altro che omogenee al loro interno oltre che lo scostamento, nel Pd, tra dirigenza e parlamento, si potranno individuare sintesi spostate più sul lato del riformismo o, al contrario, sulla restaurazione del regime pre-Jobs Act. Ma tutte queste complesse dinamiche devono essere osservate all’interno del più ampio contesto economico e sociale che caratterizza il mercato del lavoro italiano, e globale, contemporaneo. Infatti a fronte di un lavoro costantemente riformato nel corso dell’ultimo decennio, nel quale si possono contare almeno dieci riforme differenti, la sua mancanza, la sua instabilità, la sua debolezza restano tra le prime preoccupazioni degli italiani. Occorre quindi individuare un obiettivo comune tra le due componenti del nuovo governo che diventi oggetto di tutte le attenzioni dei ministeri competenti, senza perdere troppo tempo in misure minori che porterebbero solo a evidenziare e acuire distanze innegabili. Una strada potrebbe essere dare finalmente il via a un moderno sistema di politiche attive del lavoro in Italia. Obiettivo non certo semplice né banale, e che necessità inoltre di risorse, ma che, se ben inquadrato, può rispondere a quella che sembra la domanda principale dei cittadini in merito al lavoro: la sua sicurezza. Sicurezza che nei mercati del lavoro di oggi, profondamente dipendenti dalla domanda incostante, dalla richiesta di personalizzazione e quindi da processi produttivi mutevoli, non può essere garantita unicamente dalle tutele del contratto di lavoro. Leggi l’articolo da: PC/Tablet   SmartPhone

Testata:  Repubblica 
Autore:  Longhin Diego – Fraschilla Antonio – Strambi Valeria – Cozzi T. 
Titolo: Reddito di cittadinanza via alla fase 2 nel caos – Reddito senza lavoro
Tema: reddito di cittadinanza

Nel primo giorno della “fase 2” in fila nel più grande Centro per l’Impiego di Torino non c’è nessuno chiamato per firmare il Patto per il Lavoro. Insomma, una falsa partenza per il Piemonte. Sono quasi 17 mila i torinesi che percepiscono il reddito di cittadinanza, ma ieri in agenda nel polo di via Bologna non c’erano prenotati. E nemmeno a livello piemontese. «Stiamo facendo le chiamate», spiega però il direttore dell’Agenzia Piemonte Lavoro, Claudio Spadon. Per ora sono stati raggiunti da una telefonata e da un invito 6 mila persone su un totale regionale di oltre 50 mila redditi accolti. «Dalla prossima settimana partiremo con i colloqui», aggiunge Spadon. A Torino denunciano però un problema informatico: «I nostri sistemi, quelli dell’Anpal, quelli dell’Inps e quelli degli altri enti come i Comuni non sono ancora armonizzati – dice Spadon I contratti -tutte le fasi vengono gestite attraverso i sistemi in un rimando contratti di dati da un ente all’altro». Cosa non banale. Se un dato sbagliato dovesse passare dai Centri per l’Impiego all’Inps, che eroga il sussidio attraverso le Poste, uno dei beneficiari si potrebbe ritrovare senza mensile, che in Piemonte è in media di 540 euro.
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Testata:  Stampa 
Autore:  Friedman Alan 
Titolo: “Quando Tria non volle vedere il vicepremier” – Quando Tria evitava il capo dei grillini “Parla di cose che non si possono fare”
Tema: Tria al Ministero dell’Economia

«Ho un certo terrore di lui, di Di Maio», ha confessato Tria a un amico un giorno nella primavera dei 2019, abbassando la voce mentre chiudeva la porta. «Parla di cose insensate. Mi chiede di fare cose che io non posso fare!», si è sfogato l’inquilino del Mef. «Ha cercato di dimettersi in almeno due distinte occasioni», racconta l’interlocutore del ministro, «ma il presidente della Repubblica ha detto di no». E così è rimasto lì, il punching ball preferito di Di Maio e Salvini, il terminale delle loro pressanti brame in materia di finanza pubblica. Ma, tra i due, era il vicepremier grillino quello che temeva di più. O almeno così è stato fino alle elezioni di maggio. «Talvolta, se sente dire che Di Maio sta arrivando al ministero, cerca di nascondersi o di non farsi trovare in ufficio», ricorda l’amico di Tria con una piccola risata, aggiungendo che il ministro ha confidato il proprio scoramento a più di un visitatore, lamentandosi di quanto fosse difficile lavorare in quelle condizioni. Come se non bastasse, dopo la cospicua vittoria ottenuta alle europee, Salvini aveva iniziato a picchiare ancora più duro, terrorizzando il piccolo professore di economia che ormai scompariva dietro l’imponente scrivania di Quintino Sella. Povero Tria! Una vitaccia. Non c’è quindi da sorprendersi che il Quirinale abbia dovuto dissuaderlo almeno due volte dal rassegnare le dimissioni. Perché una notizia del genere avrebbe di certo spaventato gli investitori internazionali, e sia Salvini sia Di Maio lo sapevano bene. Non che questo avesse impedito ai due viceministri, da bravi demagoghi populisti, di cercare in tutti i modi di affibbiargli la colpa quando i conti non tornavano. Cioè, o a lui o alla Commissione europea. Tanto che cambiava? Di sicuro lo sventurato Tria si sentiva come a bordo del Titanic, mentre il transatlantico correva dritto contro l’iceberg.
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Testata:  Stampa 
Autore:  Riccio Alessandra 
Titolo: Bollette luce e gas più care del 10% “Pesano oneri extra”
Tema: rincari in arrivo

A vfine mese la bolletta di luce e gas è sempre più cara. Il mistero è spiegato con i tanti balzelli che compongono la fattura per l’energia e che arrivano a pesare intorno al 30% del conto complessivo. Non è il solo rialzo. Da settembre partiranno altri aumenti con la telefonia mobile in testa e in crescita di quasi il 30%. Tornando alle utenze domestiche per elettricità e gas, il costo in continua salita è una caratteristica specifica del nostro Paese. «Anche quando vi è un calo delle tariffe o una riduzione dei consumi, in Italia si paga di più» dice uno studio realizzato da Solar Power Network, multinazionale del fotovoltaico. Secondo una proiezione di questa azienda, nell’intero 2019 la spesa per l’energia per le famiglie italiane tipo registrerà un incremento del 13,5% per l’elettricità e del 10,5% per il gas naturale. «Il fatto è che in Italia, oltre alle materie prime (elettricità e gas) si continuano a pagare elevati “oneri di sistema’ e altri servizi accessori, anche per case vuote ed impianti non utilizzati» spiega l’ingegner Peter Goodman, presidente e ceo di Solar Power Network. Sulla bolletta della luce, spiega un tecnico di un grande gruppo dell’energia che preferisce restare anonimato «pesano gli oneri nucleari legati alle attività di smantellamento delle centrali, incentivi alle fonti rinnovabili, agevolazioni per il settore ferroviario, ricerca di sistema, agevolazioni alle industrie energivore, oneri per il bonus elettrico». Un’assurdità se si pensa che tali oneri incidono per quasi il 24% sulla bolletta media: questo significa che su una fattura della luce pari a 100 euro, 24 euro se ne vanno a causa di tali extra-costi di cui non ci si può liberare. Negli anni, queste uscite aggiuntive sono aumentate sempre di più. Fonti di un altro colosso dell’energia spiegano che «i rincari sono legati agli investimenti che le società di distribuzione, vale a dire quelle che portano elettricità e gas nelle nostre case, si trovano ad affrontare». E’ il caso della sostituzione dei contatori.
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Societa’, istituzioni, esteri

Testata:  Sole 24 Ore 
Autore:  Degli Innocenti Nicol 
Titolo: Johnson esclude proroga In vista elezioni anticipate – Resa dei conti su Brexit, Johnson pronto a elezioni il 14 ottobre
Tema: Brexit
Dopo il colpo di mano, il pugno di ferro e forse il voto. Il premier britannico Boris Johnson ha tentato di imporre disciplina al partito conservatore, ha ribadito che intende attuare Brexit entro il 31 ottobre «a qualsiasi costo» e ha dichiarato che non accetterà mai un ulteriore rinvio dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea. Il suo vero obiettivo però, secondo alcune fonti, sarebbe di andare a elezioni anticipate – le terze in cinque anni – già il 14 ottobre. I sondaggi danno il partito conservatore in netto vantaggio sull’opposizione laburista e Johnson potrebbe quindi rafforzare la maggioranza esigua che ha in Parlamento e consolidare la sua posizione. Il premier ieri ha lanciato un appello ai deputati conservatori a non schierarsi con l’opposizione per impedire un “no deal”. Johnson ha affermato di essere «incoraggiato dai progressi» nelle trattative per raggiungere una nuova intesa con la Ue, ma che tutti gli sforzi verrebbero vanificati dalla «spada di Damocle» di una ribellione contro il suo Governo. In una settimana decisiva per Westminster, il Parlamento riapre oggi dopo la pausa estiva. I partiti di opposizione, guidati dal leader laburista Jeremy Corbyn, intendono approvare una legge in tempo record per rinviare Brexit. Il disegno di legge, reso noto ieri, stabilisce che non può esserci un “no deal” senza il consenso del Parlamento, concede tempo per raggiungere un nuovo accordo con la Ue al summit di ottobre ma, in caso di mancata intesa, costringe il premier a chiedere a Bruxelles un’estensione di tre mesi dell’articolo 50 fino al 31 gennaio 2020. Decine di deputati conservatori intendono votare a favore della legge e contro il Governo. Per dissuaderli, il premier ha avvertito i ribelli che saranno sospesi dal partito e non potranno presentarsi come candidati Tory alle prossime elezioni.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  An.Gu. 
Titolo: Johnson: Brexit subito o elezioni – Johnson si gioca tutto in due giorni “La mia Brexit o voto anticipato”
Tema: Brexit
Oggi la Camera dei Comuni riaprirà dopo la pausa estiva. Sarà una settimana decisiva, per la Brexit e per il Paese. Le opposizioni, putativamente guidate da Jeremy Corbyn, partiranno all’attacco con una legge d’emergenza, fino a tarda notte. Obiettivo: chiedere all’Ue l’ennesima estensione della scadenza della Brexit, ora fissata al 31 ottobre, fino al 31 gennaio 2020. Ed evitare così il “No Deal”, la temutissima uscita senza accordo di Londra dall’Ue. Alle 17 di ieri, Johnson capisce che potrebbe essere affossato in Parlamento. Eppure ha fatto il possibile per convincere i conservatori europeisti ribelli a votare contro le mozioni delle opposizioni: «Distruggerebbero i nostri sforzi negoziali con l’Ue per ottenere un nuovo accordo, gli europei se ne approfitterebbero!». Il premier gli ha intimato di non cedere alle sirene anti No Deal del “marxista Corbyn”, li ha minacciati col terrore delle purghe politiche: «Se mi votate contro, la vostra carriera è finita». Niente. «A volte l’interesse nazionale viene prima», dice l’ex ministro della Giustizia, David Gauke. Sono una ventina i conservatori ribelli e oggi potenzialmente decisivi. Oltre a Gauke, è pronto a schierarsi con le opposizioni del “demonio sovietico” Corbyn persino l’ex ministro delle Finanze Philip Hammond, che gliel’ha giurata a Boris, perché il No Deal, secondo lui vero obiettivo di Johnson, «sarà una catastrofe». Allora il premier gioca d’anticipo e ieri alle 18 tiene un discorso a Downing Street: «Non voglio nuove elezioni e so che non le volete neanche voi», urla Johnson ai telespettatori mentre le sue parole guadano tra i cori “No golpe” dei manifestanti fuori. «Ma se oggi il Parlamento voterà contro il No Deal, allora non ci sarà altra scelta». La data delle urne è già scelta: il 14 ottobre, a tre giorni dall’ultima chiamata prima dello strapiombo, il Consiglio Ue a Bruxelles.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Guerrera Antonello 
Titolo: Intervista a Steve Barclay – Il ministro Barclay “Bruxelles sappia che non ci fermiamo Divorzio il 31 ottobre”
Tema: Brexit

«Parole come quelle di Michel Barnier accelerano sensibilmente la corsa e le preparazioni per il No Deal», cioè l’uscita potenzialmente rovinosa di Londra dall’Ue senza accordo. «Abbiamo lanciato 300 programmi statali per prepararci e siamo quasi pronti, se l’Ue non ci verrà incontro su un nuovo accordo che noi vogliamo fortemente». Il giorno dopo il severo editoriale del caponegoziatore Ue per la Brexit sul Sunday Telegraph, Stephen Barclay, il ministro della Brexit risponde duramente, all’articolo apparso il giorno prima sul quotidiano inglese, in cui Barnier ribadisce le richieste dell’Unione Europea per un nuovo patto sulla Brexit, già nero su bianco nell’accordo firmato dall’allora premier Theresa May e dall’Ue tutta. Peccato che questo “trattato” non sia mai stato approvato dal Parlamento britannico e così il nuovo premier Boris Johnson, per ammansire la furia degli euroscettici del suo partito conservatore, chiede di sradicare dal testo il “backstop”, ossia la controversa clausola imposta dall’Ue per preservare la pace del confine irlandese, con l’Irlanda del Nord (o addirittura tutto il Regno Unito) agganciata all’unione doganale Ue potenzialmente per sempre fino a quando non si troverà un’altra soluzione. Una bestemmia per i brexiters. Nell’articolo, Barnier è irremovibile su quelli che lui e l’Ue considerano pilastri essenziali di qualsiasi accordo con Johnson: il «backstop è insormontabile e che le soluzioni alternative proposte da Londra sono inapplicabili». Ribatte Barclay, occhi da husky, classica camicia bianca e cravatta scura: «Il backstop deve essere rimosso, punto», lui che pure aveva sempre votato a favore dell’accordo May sulla Brexit. Altri tempi. «E stato rifiutato tre volte dalla Camera dei Comuni», insiste, «l’unica strada alternativa è un accordo senza backstop e noi vogliamo fortemente questo accordo, per poi iniziare subito le trattative per un trattato di libero scambio con l’Ue. Ma – avverte Barclay – allo stesso tempo ci stiamo impegnando per essere pronti a uscire il 31 ottobre con il No Deal. Bisogna onorare il referendum del 2016 e la democrazia».
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Testata:  Sole 24 Ore 
Autore:  Bufacchi Isabella 
Titolo: Germania, dal voto a Est monito per il governo sull’economia
Tema: Germania
Più che la vittoria del partito di estrema destra Afd (Alternative für Deutschland), che in Sassonia e Brandeburgo ha sbaragliato conquistando il secondo posto rispettivamente con il 27,5% dei voti (+17,8% rispetto alle elezioni regionali 2014) e il 23,5% (+11,3%) e affermandosi come una realtà politica e non come fenomeno passeggero, le elezioni nei due Stati Länder della ex Germania dell’Est hanno inferto una sonora randellata ai partiti della Grande Coalizione, Cdu (al primo posto in Sassonia al 32,1% ma con un calo del 7,3% rispetto al 2014) e Spd (al primo posto in Brandeburgo con il 26,2% ma con un calo del 5,7%): confermandone il declino iniziato nel 2017 con il peggior esito elettorale dal Dopoguerra. Ai politici dell’estabilishment, Sassonia e Brandeburgo – che racchiudono e gonfiano tutti i mali di cui soffre la Germania Federale – hanno impartito una doppia lezione: la prima è che la crisi economica del Paese sull’orlo della recessione va contrastata con politiche, risorse e persino piglio di leadership più forti, come ha esortato ieri la confindustria tedesca BDI; la seconda indica come via di uscita dalle secche l’ingresso dei Bündnis 9o/Die Grünen nella GroKo, dopo quella in Sassonia e Brandeburgo. All’indomani della chiusura delle urne, l’indice Pmi Ihs Markit ha ricordato ieri a Berlino il principale problema economico del Paese, che è la recessione dell’industria manifatturiera iniziata dal terzo trimestre 2018: l’indice ha segnato quota 43,5 in agosto, affermando la contrazione dell’industria manifatturiera tedesca per l’ottavo mese consecutivo. Il Pmi tedesco ha registrato un lievissimo rialzo rispetto al 43,2 di luglio (che era il minimo degli ultimi sette anni) ma inferiore alle attese del mercato (43,6). In contrazione nuovi ordini, produzione e taglio dei posti di lavoro: i responsabili acquisti delle imprese manifatturiere tedesche hanno risposto così a una domanda in calo, soprattutto nel settore automobilistico. Prevedono in futuro la produzione a livelli minimi record.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Mastrobuoni Tonia 
Titolo: Intervista a Jörg Meuthen – Meuthen (leader Afd) “Noi ascoltiamo la gente e conquisteremo l’Ovest”
Tema: Germania
Jörg Meuthen è il numero uno dell’Afd e al congresso di novembre ha già detto che si ricandiderà per la presidenza. In quest’intervista l’ex Spitzenkandidat dell’ultradestra alle Europee analizza il trionfo del suo partito in Brandeburgo e Sassonia e spiega perché Matteo Salvini non ha perso. Meuthen, come interpreta il risultato del voto? Vi siete consolidati come Volkspartei, partito di massa? «Sì, è anche la mia lettura del risultato. È la seconda volta che partecipiamo a un’elezione in quelle regioni: in Sassonia abbiamo triplicato il risultato, in Brandeburgo lo abbiamo raddoppiato». Perché tutto questo successo in particolare tra gli astensionisti? «I partiti tradizionali non mantengono le promesse e non realizzano i cambiamenti che gli elettori vogliono davvero. Ciò ha deluso gli elettori per anni e li ha tenuti lontani dalle urne. In noi vedono un’offerta politica interessante e vogliono anche che ci venga concessa l’opportunità di prendere decisioni». E invece siete sempre in quarantena: nessuno vuole allearsi con l’Afd. «Vero. Siamo isolati, dovremo convivere ancora un po’ con questo fatto. Siamo un partito di opposizione molto forte e ci troviamo dinanzi a un’alleanza tra forze fragili. Un giorno non potranno più ignorarci. E questo voto darà anche una spinta all’Afd a Ovest». Vi accusano di non avere un programma definito e di alimentare solo le paure. Fomentate l’odio contro i profughi e spargete veleno sulla Riunificazione. «Queste accuse sono tutte infondate. Sono la Spd e la Cdua fomentare le paure contro di noi, ci bollano di essere estremisti di destra, razzisti e nazisti. Non lo siamo. Quanto alle preoccupazioni dei cittadini: è giusto ascoltarli, il loro timore di impoverirsi, di subire un’eccessiva presenza di migranti illegali. Saremmo nel torto se non lo facessimo. La Cdu e la Spd sono al tramonto: ci sono due partiti in ascesa, noi e i Verdi. Questi ultimi però sono stati frenati, hanno preso meno di quanto non dicessero i sondaggi».
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Testata:  Stampa 
Autore:  Tomasello Maria_Rosa 
Titolo: L’Ong tedesca forza il blocco Sbarcano 104 migranti “A bordo rischiavano la vita”
Tema: migranti
Racconta il sindaco Luigi Ammatuna che sul ponte della Eleonore, tra i migranti ammassati, non c’era spazio neppure per camminare. «Il medico della sanità marittima che di solito sale a bordo per fare un primo controllo non è riuscito a farlo: sono stati fatti scendere per essere visitati a terra. Una procedura anomala, tale era la situazione di disagio». Il buio cala in fretta sul porto e sulle case in questo scorcio finale d’estate. L’aria è appiccicosa, a Pozzallo. Afa e nuvole basse. Oltre i cancelli dell’hotspot gruppi di giovani uomini con magliette colorate e l’aria stanca si riposano, in silenzio. Terra, finalmente. Il comandante Claus Peter Reisch, con un altro membro dell’equipaggio della nave della ong tedesca Lifeline viene ascoltato a sera come persona informata sui fatti dalla polizia, assumendosi il rischio di una responsabilità che ora sarà valutata, ha già chiarito le ragioni della sua scelta: «La situazione è pericolosa per la vita delle persone a bordo e mi costringe a dirigere verso il porto più vicino». Il 57enne imprenditore e skipper bavarese lo ha spiegato quando era a quattro miglia dalla costa anche al sindaco, in una telefonata, dopo aver deciso di forzare il blocco imposto dal Viminale dichiarando lo stato d’emergenza: «Le condizioni meteomarine erano pessime, c’era stata una tempesta ed erano tutti zuppi, senza protezione: con 104 persone su una barca di 20 metri era impossibile affrontare quel mare. Questo mi ha detto il capitano — racconta Ammatuna —. Io rispetto la legge, ma la cultura del mare è scolpita nei geni della nostra gente, noi non abbiamo mai respinto un migrante. Sono un sindaco di centrosinistra e spero che Zingaretti possa imporre una strada nuova».
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Testata:  Avvenire 
Autore:  Redaelli Riccardo 
Titolo: Editoriale – Politica estera da riaccendere
Tema: politica estera italiana

Chiunque sia il futuro ministro degli Esteri suo sarà il compito, assieme al presidente del Consiglio (dato che sempre più la politica estera è nelle mani dei capi di governo) di far dimenticare l’indisciplina e, talora, il vero e proprio analfabetismo diplomatico che ci ha contraddistinto negli ultimi mesi quando membri politici del Governo si sono arrogati temi e addirittura competenze del titolare della Farnesina, il “tecnico” Enzo Moavero Milanesi (che ha preso la sua rivincita aiutando il premier Conte a fermare l’europrocedura di infrazione per deficit eccessivo). La prima regola, quella aurea, che sarà saggio ribadire è che la politica estera di uno Stato è intrinsecamente strategica: lega gli eventi e le crisi del momento, le contingenze sul breve termine, con una visione di lungo periodo ancorata ad alleanze consolidate e a scelte di campo stabili anche se non immobili. Nulla è peggio che asservirla alla logica dei “like” e delle frasi a effetto sui social, delle simpatie e antipatie personali, rincorrendo quel consenso via smartphone che sta togliendo il senno a politici di tutto il mondo. E non vi è dubbio alcuno che il pilastro strategico del nostro Paese sia – dopo la catastrofe della Seconda guerra mondiale – incentrato sull’Occidente e dentro l’Unione Europea. Il demagogismo velleitario e autolesionista di alcuni politici ha trasformato l’Europa nel capro espiatorio da gettare in pasto all’opinione pubblica, con il risultato di marginalizzarci e di farci apparire nel torto anche quando le nostre richieste erano, e sono, sacrosante. Dalla scelta europea non possiamo prescindere, né da quella atlantica: sono i due pilastri che garantiscono il nostro benessere e la nostra sicurezza. Certo, comprendere che Nato e Ue sono l’asse strategico della collocazione internazionale della nostra Repubblica non significa essere acritici o muti dinanzi alle loro storture o rinunciare a difendere i nostri interessi nazionali, perché a Bruxelles ognuno lo fa, e più sei forte (come la Germania) o scaltro (come la Francia) più riesci nell’impresa. Ma di sicuro correre ora ai piedi di Putin, ora a quelli di Trump o scimmiottare le forze di protesta antisistema non costituiscono la strada per ottenere di più e di meglio.
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Autore:  Stabile Giordano 
Titolo: Al-Bashir ammette di aver preso milioni dai sauditi
Tema: Sudan

Omar al-Bashir ammette per la prima volta di aver ricevuto soldi illegalmente dall’Arabia Saudita e fornisce anche i dettagli dei pagamenti, ricevuti dal principe ereditario Mohammed bin Salman in persona. Si tratta di 25 milioni che sarebbero andati a finanziare le Rapid Support Forces, una milizia paramilitare protagonista delle repressioni durante la rivoluzione sudanese che ha portato alla caduta del raiss dopo 30 anni al potere. E proprio con l’accusa di aver usato fondi illegali Al-Bashir è stato arrestato e messo a processo. E’ una accusa molto meno grave di quelle che gli sono rivolte dalla Corte penale internazionale dell’Aja, che ha emesso un ordine di cattura internazionale per «crimini di guerra». Il processo in corso a Khartoum è comunque molto importante per il morale della popolazione, provata da una lunghissima crisi economica, da anni di guerra civile nel Darfour, e da nove mesi di lotta che hanno portato alla caduta del regime. Un nuovo governo civile sta prendendo forma in questi giorni, mentre un Consiglio supremo, composto da cinque militari e sei civili ha assunto la massima autorità. Processare il raiss, seppure per reati meno gravi, è una garanzia che la transizione andrà avanti e alla fine i militari lasceranno del tutto il potere.
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PRIME PAGINE

IL SOLE 24 ORE
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CORRIERE DELLA SERA
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LA REPUBBLICA
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LA STAMPA
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IL MESSAGGERO
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IL GIORNALE
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LIBERO QUOTIDIANO
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IL FATTO QUOTIDIANO
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