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SINTESI IN PRIMO PIANO – 4 settembre 2019

In evidenza sui maggiori quotidiani:

– Rousseau approva con il 79%. Parte il governo giallorosso
– Spread giù ai livelli post elezioni 2018. Dai mercati sì al governo
– Nel programma giallorosso svolta su flat tax, Fornero e sicurezza
– Johnson perde la sfida di Brexit: “Ora elezioni anticipate”
– L’audio rubato che agita Hong Kong. La leader: “Lascerei, ma non posso”

PRIMO PIANO

Politica interna

Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Martirano Dino 
Titolo: Sì di Rousseau, c’è il nuovo governo – Rousseau approva con il 79% Parte il governo giallorosso
Tema: Il voto su Rousseau

Il responso plebiscitario della piattaforma Rousseau –  il 79,3% favorevole al governo M5S-Pd guidato da Giuseppe Conte-Luigi Di Maio ce l’ha già stampato sul sorriso che sfoggia mentre solca a lunghe falcate i corridoi di Montecitorio. Sono le 19.15 di una giornata lunghissima, sospesa tra il sì e il no della piattaforma digitale della Casaleggio associati, e da 45 minuti la piccola sala stampa della Camera è un ribollire di microfoni, cavi, telecamere e taccuini. Di Maio si è fatto annunciare per le 18.30 ma poi il ritardo e il contemporaneo blocco del blog delle Stelle carica di attesa le dirette televisive sulla trattativa per la formazione del nuovo governo. Ma poi la tensione si smorza quando il capo politico del M5S, finalmente raggiante dopo giorni trascorsi con la faccia tirata, prende la parola e annuncia la «straordinaria partecipazione» alla consultazione online e il «netto risultato favorevole» al varo nuovo governo. Che infine lui arrotonda a un «80% di sì». Dunque, argomenta Di Maio rivolgendo finalmente il suo «grazie al presidente Conte», il governo ora può partire: «Guardiamo a una legislatura che possa concludere il suo ciclo dei 5 anni, e in questa legislatura realizzare tutti i punti che sono nel programma». La notizia dei sì a valanga per il governo Conte 2, registrati sulla piattaforma riservata ai militanti grillini, rimbalza prima sui volti finalmente distesi dei tanti funzionari del M5S e del Pd accorsi ad ascoltare Di Maio e poi carambola in direzione del Nazareno dove il segretario dem Nicola Zingaretti, pur non citando mai la piattaforma Rousseau, è in attesa di poter dichiarare per marcare il passo in avanti registrato in giornata: «Con la chiusura del lavoro programmatico si è fatto un altro passo in avanti. Ora andiamo a cambiare l’Italia». L’avvenuto «via libera» digitale al governo messo in cantiere dal presidente della Repubblica, non previsto per altro da alcuna norma costituzionale visto che si tratta di un voto gestito da una società privata, è subito rimbalzato anche in direzione del Quirinale: «Mattarella ha saputo del risultato dal blog – rivela Davide Casaleggio, presidente dell’associazione Rousseau – anche perché il presidente non mi aveva chiesto di comunicare i dati con precedenza…». In giornata, dunque, il presidente incaricato Giuseppe Conte salirà al Quirinale per sciogliere la riserva e, probabilmente, avrà già in tasca la lista con le proposte dei ministri da sottoporre al capo dello Stato.
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Guerzoni Monica 
Titolo: Il retroscena – Il piano di Conte per «normalizzare» Palazzo Chigi
Tema: Il voto su Rousseau

Giuseppe Conte salirà oggi al Quirinale per sciogliere positivamente la riserva, rafforzato dal plebiscito sulla piattaforma Rousseau e puntellato dalle parole di stima e «grande amicizia» con cui Luigi Di Maio ha provato a smentire rivalità e tensioni. Ora che il capo politico dei 5 Stelle gli ha pubblicamente riconosciuto il ruolo di garante della coalizione e, in barba alle proteste del Pd, lo status di premier super partes, il giurista pugliese può concentrarsi sulla squadra, che immagina «autorevole ed efficiente». Il verdetto del blog lo ha atteso tra un tavolo di lavoro e l’altro, senza mostrare, raccontano i suoi, particolare ansia o preoccupazione. Se lo staff era letteralmente nel panico, per la
paura che l’alta affluenza portasse il no alla vittoria, Conte ha confidato ai collaboratori l’emozione per quello che ritiene un successo personale, suo e di Beppe Grillo. Grazie al quasi 80% di sì tra gli iscritti 5 Stelle, Conte sente di aver conquistato quella «legittimazione» che gli consentirà di dar vita a un governo «forte, serio e stabile». La squadra che ha in mente, spiegano nello staff del presidente, dovrà avere «l’impronta di Conte», con uomini e donne di sua fiducia nelle caselle chiave. Se ci ha messo la faccia, anche con il videoappello di lunedì, è perché medita di istituzionalizzare il più possibile il profilo di Chigi, bonificando metaforicamente i piani alti del palazzo dagli echi dei conflitti quotidiani che hanno funestato il governo con la Lega. Via i due vicepremier in perenne competition e via, probabilmente, anche i sottosegretari con stanze nel palazzo del governo. Tranne quello cruciale alla presidenza del Consiglio, casella sulla quale è in atto un aspro braccio di ferro. Luigi Di Maio spinge perché il posto del leghista Giancarlo Giorgetti – che proprio ieri ha salutato tecnici e collaboratori – venga occupato da Vincenzo Spadafora. Ma Conte non è convinto di affidare il ruolo più delicato a un esponente politico troppo targato 5 Stelle e molto vicino a Di Maio. Sulla poltrona che fu di Gianni Letta e di Maria Elena Boschi vuole un tecnico puro, un burocrate del calibro di Roberto Chieppa, attuale segretario generale della presidenza.
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Testata:  Stampa 
Autore:  Grignetti Francesco 
Titolo: Un governo all’ombra di Rousseau Conte ai 5S: voglio l’ultima parola – Su Rousseau vince il sì: via al governo col Pd Conte oggi al Colle con la squadra di ministri
Tema: Il voto su Rousseau

È stata la gran giornata della piattaforma Rousseau. Mai era successo che i destini di un governo e di una maggioranza politica fossero così appesi alla creatura della Casaleggio Associati. Un’intera giornata durante la quale i capi di partito sono stati ridotti alla stregua di frequentatori di blog, tutti in attesa dei risultati. Il voto di gradimento telematico è andato avanti dalle 9 alle 18. Su 117 mila iscritti, hanno votato più di 79 mila. E il risultato è clamorosamente a favore dell’alleanza tra M5S e Pd: il 79% dei partecipanti approva; i contrari sono stati appena il 20,7%. Risultato certificato dal notaio. «Sono molto contento. Si è dimostrato che i cittadini possono partecipare attivamente alla propria comunità», esulta Davide Casaleggio. «Siamo un esempio internazionale di cittadinanza digitale». Non gli si pub dare torto. Nonostante le voci di ritardi e di blocchi del sistema, con tante fake news in circolo (molti sui social giuravano che il sistema non accogliesse i voti contrari), perfino ipotesi di hackeraggio, alle 18 finalmente le operazioni del voto telematico si sono chiuse. E da quel momento, tutta la politica nazionale è stata con il fiato sospeso. È stato insomma un indubbio successo della nuova frontiera tecnologica nel confronto sempre più evidente con la democrazia rappresentativa. Casaleggio junior si è permesso perfino una birichinata nei confronti del Capo dello Stato. Gli chiedono: «Avete informato del risultato il Quirinale?» E lui: «Il Presidente probabilmente l’ha letto sul blog. Non mi è mai stato richiesto di comunicarglielo».
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Lopapa Carmelo 
Titolo: Il governo last minute – Via al governo Pd-5S Oggi il Conte bis con il sì di Rousseau
Tema: Il voto su Rousseau

II Conte bis adesso può prendere il largo. Il plebiscito della piattaforma Rousseau conferma che l’anima del Movimento è “governista”, l’intesa col Pd piace al 79,3 per cento degli iscritti. La creatura informatica ideata dalla Casaleggio registra il record di votanti (79.634 su 117.194 aventi diritto: i sì sono stati 63.146, i no 16.488) e accende il disco verde definitivo che supera le ultime resistenze interne. «E’ stato un grande momento di democrazia diretta per il Paese», esulta Luigi Di Maio davanti alle telecamere subito dopo il responso, aggiungendo che sarà «un ciclo di cinque anni per realizzare tutti i punti del programma». È il segnale che Nicola Zingaretti e tutti i dem hanno atteso col fiato sospeso fino a sera. «Ora andiamo a cambiare l’Italia, un passo avanti per un governo di svolta», dice il segretario pd. Restano da definire le ultime tessere del puzzle, ma è fatta. Tanto è vero che alle 10 il presidente incaricato dovrebbe salire al Colle per sciogliere la riserva e annunciare al capo dello Stato la squadra dei ministri e illustrare il quadro programmatico, che nel frattempo è stato messo a punto. Intorno alle 17 il nuovo governo potrebbe giurare nelle mani di Sergio Mattarella. La fiducia seguirebbe nel fine settimana o al più tardi lunedì e martedì. Si volta pagina dunque, col plauso di investitori e mercati: alle 18 lo spread ha chiuso a 158, ai minimi da maggio 2018, come il tasso sul decennale del Tesoro, sceso allo 0,87%. Nelle stesse ore si sbloccavano le trattative sulle caselle più delicate dell’esecutivo. II vicesegretario Pd Andrea Orlando rinuncia all’ingresso nel governo, non andrà dunque alla Farnesina dove invece approda proprio Luigi Di Maio. Sarà il capo delegazione del Movimento al governo, come lo sarà il dem Dario Franceschini, per il quale si schiudono le porte della Difesa. Nessuno occuperà la poltrona, rivelatasi infausta nei 14 mesi precedenti, di vicepremier.
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Testata:  Stampa 
Autore:  Lombardo Ilario – Schianchi Francesca 
Titolo: Retroscena – Il premier: decido io sul sottosegretario Di Maio va agli Esteri
Tema: Governo M5S-Pd

All’ora di cena l’eco del rumoroso risultato della votazione su Rousseau si va assottigliando mentre al tavolo di Palazzo Chigi la voce di Giuseppe Conte scandisce una precisa richiesta: «Come sottosegretario della presidenza del Consiglio questa volta è meglio qualcuno che non appartenga a nessuno dei due partiti». Per quel ruolo vuole un suo uomo di fiducia, Roberto Chieppa, segretario generale a Palazzo Chigi in questi ultimi 14 mesi di governo gialloverde. Un tecnico per far dimenticare la lacerante convivenza con Giancarlo Giorgetti. Senza vice e con un ruolo politico di gran lunga maggiore, Conte vuole cancellare l’esperienza con la Lega e per farlo punta a neutralizzarne lo schema che prevedeva come ruoli cardine il ministero dell’Interno al capo del Carroccio, Matteo Salvini, e il posto cruciale da sottosegretario al suo numero due, Giorgetti. «Voglio un governo che non litighi più come è successo coni leghisti» dice, spiegando le ragioni delle sue scelte. In realtà è una partita tutta tra Conte e Luigi Di Maio. Il Pd ha già fatto un passo indietro anche sulla pretesa di avere per sé questo ruolo. Il capo dei grillini dopo aver visto sfumare la possibilità di tornare vicepremier spingeva per lasciare Vincenzo Spadafora a Chigi come guardiano degli interessi del Movimento. Un profilo che metterebbe d’accordo anche i dem: viene dal loro mondo, da sottosegretario si è distinto nella difesa dei dritti civili contro la Lega, infine è stato il negoziatore e uno dei principali artefici dell’alleanza con il centrosinistra. E infatti ieri sera è lui assieme a Stefano Patuanelli a lavorare sulla lista dei ministri. A questo punto Spadafora potrebbe rimanere sottosegretario alla presidenza ma con una delega di peso, tipo il Cipe o lo Sport.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Vitale Giovanna 
Titolo: Zingaretti: “Non sarà una passeggiata” Il no agli ex ministri
Tema: Governo M5S-Pd

Alle otto della sera Nicola Zingaretti tira un sospiro di sollievo. «Ora andiamo a cambiare l’Italia», detta lo slogan per il governo che verrà dal suo studio al Nazareno dove è appena arrivato l’esito del voto su Rousseau. In fondo a dieci giorni sulle montagne russe, trascorsi a domare le bizze di Luigi Di Maio e l’irrequietezza di un partito – il suo – ingolosito dalle poltrone, il segretario del Pd guarda le ultime tessere di un puzzle che a un certo punto sembrava impazzito andare ciascuna al proprio posto. E gode. Certo, la trattativa sul programma lascia intatti sul tavolo una serie di conflitti potenziali e quella sulla squadra è ancora da chiudere: da ore Andrea Orlando e Dario Franceschini sono chiusi a Palazzo Chigi, a battagliare con il premier e i vertici 5S sulla lista dei ministri. Ma la nave giallo-rossa è pronta per il varo. L’equipaggio dem – con l’unica eccezione di Franceschini – non avrà ex a bordo: saranno tutti nomi nuovi. E Zingaretti non può non dirsi soddisfatto. Almeno per oggi. Perché «guidare il Paese con questo assetto non sarà una passeggiata», ragiona preoccupato il segretario con gli occhi incollati sul telefonino, dove riceve aggiornamenti in tempo reale sul negoziato in corso, «ma ha ragione chi dice che non potevamo non provarci. La quadra che abbiamo raggiunto, sia al nostro interno sia con gli alleati, regala all’Italia una speranza di futuro». Con una serie di manovre che pochi, dentro e fuori il Pd, ritenevano fosse in grado di realizzare, Zingaretti ha prima messo tregua tra le correnti, quindi vinto la partita coi grillini che tanti, a iniziare da sé stesso, non avrebbero voluto neanche cominciare. Ottenendo oltretutto dalla forza politica che in Parlamento ha il doppio dei seggi dem, il riconoscimento di un sostanziale pareggio negli equilibri del governo. «Grazie al lavoro di una squadra che ha concordato e condiviso ogni mossa» pur di condurre sull’altare l’alleanza demostellata. L’ultima soprattutto.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Ciriaco Tommaso 
Titolo: Il retroscena – Braccio di ferro sui ministri – La Farnesina al capo grillino Franceschini verso la Difesa
Tema: Governo M5S-Pd

Il governo è quasi pronto, quindi non è ancora pronto. E in quel “quasi” ci sono carriere e speranze, assediate da delusioni cocenti dell’ultima ora. Fino a notte i leader limano la lista, che Giuseppe Conte vuole «innovativa». I cinquestelle, in realtà, innoveranno ben poco. Nel Pd, invece, la musica è diversa: soltanto Dario Franceschini, che guiderà la delegazione ministeriale dem, entrerà nell’esecutivo pur avendo già ricoperto il ruolo di ministro. E lo farà, pare, da responsabile della Difesa, anche se in un angolino tiene in serbo fino all’ultimo il “sogno Viminale”. Proprio il Viminale è il nodo forse più delicato da sciogliere: considerate le feste d’agosto al Papeete, si capisce anche il perché. Il prefetto Luciana Lamorgese resta il nome in cima alla lista, ma nelle ultime ore il pressing su Franco Gabrielli si è fatto asfissiante. Il diretto interessato ha spiegato negli ultimi giorni, ripetutamente, che non intende passare dalla guida della Polizia di Stato al Viminale. Resta l’approccio del servitore dello Stato, che se chiamato potrebbe alla fine anche rispondere. E molto ovviamente dipenderà dalla sensibilità del Colle sull’opportunità di un passaggio del genere. L’altra casella chiave, quella dell’Economia, sembra godere di qualche certezza in più. Il profilo scelto da Zingaretti è quello dell’eurodeputato Roberto Gualtieri. Lavorerà con Paolo Gentiloni, scelto come commissario Ue in corsa per gli Affari economici. Il progetto del Pd è quello di indicare quattro uomini e quattro donne. E allora, oltre a Gualtieri e Franceschini, sperano Lorenzo Guerini e Gianni Cuperlo. Il primo, dato praticamente per fatto alla Difesa, verrebbe indicato per i Rapporti con il Parlamento. Il secondo è in ballottaggio con Peppe Provenzano, giovane dem in segreteria, per un altro ministero: il Sud o i Beni culturali, se la renziana Anna Ascani dovesse perdere la sfida d’area con Ettore Rosato. Anche nei cinquestelle, ovviamente, infuria la battaglia correntizia. Il rebus impazzito sarà risolto d’imperio all’ultimo secondo utile da Di Maio e Giuseppe Conte. Il premier, innanzitutto, terrà per sé la delega ai Servizi. Non accetterà un dem come sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e deciderà invece da una rosa di tre nomi: Roberto Chieppa, attuale segretario generale a Palazzo Chigi, oppure i grillini Vincenzo Spadafora e Riccardo Fraccaro.
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Cremonesi Marco 
Titolo: L’ira di Salvini: «Non durerete» Via alla campagna per le Regioni
Tema: Lega

Non andate lontano…». I militanti stellati hanno detto di sì al nuovo governo da pochi minuti e Matteo Salvini non nasconde la rabbia, non più. Il live di Facebook è il più duro di sempre, quasi minaccioso: «Lo dico a Di Maio e Zingaretti: potete scappare per qualche mese dalle elezioni, ma non all’infinito. Prima o poi si arriva al voto democratico, non a quello su Rousseau». La domanda è: «Sarà più serio chiedere di parlare a 6o milioni di italiani oppure a 6o mila militanti?». II leader leghista parla da una località di montagna e si rivolge sempre direttamente agli avversari. Zingaretti, ma anche Di Maio, fino all’ultimo preservato dagli strali salviniani e invece da ieri protagonista di alcuni meme leghisti. E così, Salvini promette ai «perdenti e ai poltronari»: «Eviteremo che facciate troppi danni. Però, ragazzi, che brutta vita quella dei fuggiaschi, che brutta vita quella dei vigliacchi… Mi fa pena un governo che nasce che ha come unico collante il non perdere la poltrona e il lasciar fuori Salvini». Il tema delle poltrone è il Filo rosso di tutto lo sfogo del ministro dell’Interno uscente: «Mi vedo Renzi e Grillo, o Di Maio e la Boschi al telefono, a spartirsi le poltrone. Sono orgoglioso che la Lega sia fuori da questo mercato delle vacche disgustoso». Fino ad arrivare a un concetto appena abbozzato, ma dai confini delicati: «L’Italia è in mano a ioo parlamentari. Sarà la democrazia, però… ragioniamoci».
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Testata:  Giornale 
Autore:  Greco Anna_Maria 
Titolo: L’allarme di Berlusconi: libro dei sogni Pd-M5s che costerà caro all’Italia
Tema: Centrodestra

«Questo programma di governo è un libro dei sogni – dice ai suoi Silvio Berlusconi – che non coglie le priorità del Paese. E sarà un salasso per i cittadini». Ormai il Conte bis sta nascendo e il leader di Forza Italia non crede che farà bene all’Italia. La conferma gli viene dai punti sui quali si sono accordati M5s e Pd e anche dal metodo della piattaforma Rousseau, che ha tenuto tutti fino all’ultimo col fiato sospeso e per il Cavaliere è un insulto alla democrazia rappresentativa. Sarà, dunque, vera opposizione. Dagli azzurri arrivano duri attacchi alla consultazione online. Anna Maria Bernini, presidente dei senatori di Fi, dice che tutto ciò è «devastante perché umilia le procedure costituzionali e privatizza di fatto le istituzioni», lasciando la parola finale sulla formazione del nuovo governo agli «iscritti di un’azienda privata al cui verdetto dovrà inchinarsi, secondo i 5 Stelle, il premier incaricato dal capo dello Stato». Paolo Zangrillo, coordinatore degli azzurri in Piemonte, si appella al presidente della Repubblica «affinché valuti l’opportunità di revocare l’incarico» a Conte, dopo averlo visto mentre «arringava gli iscritti alla piattaforma Rousseau per ottenere il via libera alla chiusura dell’accordo di governo giallorosso» e ricorda «che l’incarico che ha ricevuto dovrebbe rimanere all’interno dei dettami della Costituzione, senza spazio per genuflessioni ad associazioni private». Quanto alle voci di una disponibilità di un gruppo di senatori di Fi di sostenere la traballante maggioranza che sta per nascere, chi smentisce è il vicecapogruppo Lucio Malan: «Fra di noi non ci sono né trame, né pattuglie, né gruppetti». Nessun soccorso azzurro, assicura anche Francesco Giro e Giorgio Mulè scandisce: «La nostra sarà un’opposizione durissima». Uno dei senatori citati dai media nel drappello dialogante con i renziaini, è Massimo Mallegni che precisa di non essere stato affatto contattato e spiega che per screditare le persone le si vuole sempre catalogare, o con Salvini o con Renzi: «O di qua o di là. Ma non è così. Ho sempre pensato che prima di essere fedeli servisse essere leali. Essere leali è difficile e spesso ci si scontra con l’altro, significa accettare le differenze. Cerchiamo di essere più leali che fedeli».
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Testata:  Stampa 
Autore:  La Mattina Amedeo 
Titolo: Intervista a Giorgia Meloni – Meloni: il loro piano ora è portare Prodi al Colle fra tre anni – “Vogliono Prodi al Colle per svenderci all’Europa”
Tema: Centrodestra

La leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni è convinta che «questo governo non avrà una vita lunghissima». Ne è proprio sicura? «Lo spero e ci credo. È vero che la qualità della colla per rimanere attaccati alle poltrone è buona, ma siamo di fronte a due partiti e due classi dirigenti che si detestano. Stanno insieme solo con il dichiarato intento di impedire agli italiani di votare liberamente, di avere un governo stabile e omogeneo. Le loro parole tradiscono un disprezzo per la democrazia e al posto di chiamare alle urne gli elettori veri usano la farsa della piattaforma Rousseau. Pensano all’infornata di nomine pubbliche che nel 2020 andranno a scadenza e a eleggere Prodi alla presidenza della Repubblica, espressione delle consorterie europee che ha già svenduto gli interessi italiani». Quindi almeno fino al 2022, anno in cui verrà eletto il nuovo capo dello Stato, reggerà la maggioranza giallo-rossa? «La brama di potere e la miseria umana può fare miracoli, ma aspettiamo di vederli all’opera con i loro personalismi esasperati. Nasce un governo che garantisce i burattinai e i manovratori della speculazione. Al presidente Mattarella ho detto chiaramente che il presidente della Repubblica non è un notaio. Se nasce una maggioranza distante dalla volontà popolare, può comunque sciogliere il Parlamento. Non mi permetto di dare lezioni di diritto costituzionale al presidente, ma non è obbligato a fare la scelta che sta facendo. Poi non accetto lezioni di certi soloni che vogliono solo salvare le poltrone, turlupinare i voti degli italiani aumentando le tasse, introducendo lo ius soli, aprendo i porti, come i giallo-rossi faranno».
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Basso Francesca 
Titolo: Gentiloni in pole position per andare a Bruxelles
Tema: Commissione Ue

Con la formazione del nuovo governo giallorosso anche la casella del commissario italiano sarà riempita e la presidente eletta della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, potrà finalmente completare il puzzle dei portafogli. La scadenza per presentare i nomi era il 26 agosto. Nei giorni scorsi voci ricorrenti davano come candidato l’ex premier Paolo Gentiloni (Pd) insieme al ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi. Nelle ultime ore le quotazioni di Gentiloni sembrano essere salite ulteriormente. Niente esclude che il governo indichi a Bruxelles un uomo e una donna (l’ex ministra alla Giustizia Paola Severino), come richiesto alle capitali da von der Leyen per consentirle di formare una Commissione composta per metà da donne (obiettivo che avrebbe comunque già raggiunto con le indicazioni degli altri Paesi). Ieri circolava anche il nome dell’ex amministratore delegato di Vodafone Vittorio Colao, adatto a un portafoglio economico perla sua esperienza professionale. Nel totonomi è entrato anche l’ex ministro delle Politiche agricole Paolo De Castro, ora eurodeputato del Pd.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  a.d.a. 
Titolo: Gentiloni verso la commissione Ue – Svolta in Ue Gentiloni può avere l’Economia
Tema: Commissione Ue

Sarà Paolo Gentiloni il nuovo commissario europeo italiano. La scelta del governo giallorosso è stata comunicata tramite canali informali la scorsa notte allo staff di Ursula von der Leyen, ansiosa di avere l’ultimo nome per completare la squadra che dovrà sostituire il primo novembre quella di Jean-Claude Juncker. Conte ha quindi promesso che la designazione formale da parte del governo arriverà subito dopo il giuramento, già oggi o al massimo domani. D’altra parte la tedesca ha dovuto pazientare diversi giorni rispetto alla scadenza del 26 agosto, ma a Bruxelles non si nasconde il sollievo per l’archiviazione dei sovranisti di Salvini e della prospettiva di un aspirante commissario leghista che avrebbe rischiato la bocciatura all’Europarlamento e le cui scarse competenze avrebbero reso impossibile dare all’Italia la Concorrenza, il portafoglio chiesto sin da luglio da Conte. Ed è proprio sul portafoglio che ora parte il delicato negoziato tra Roma e Bruxelles. Von der Leyen a questo punto deve chiudere in fretta, assegnare le deleghe per dare modo ai commissari di prepararsi per le insidiose audizioni a Strasburgo di fine mese. Lo farà già a inizio della prossima settimana. Dunque i prossimi giorni saranno occupati da frenetici negoziati con le capitali, impegnate a piazzare al meglio i propri candidati. L’ex ministro tedesco ha fatto sapere a Conte che intende dare all’Italia un riconoscimento per il ritrovato spirito europeista, pronta a concedere quanto chiesto finora dal premier: una vicepresidenza della Commissione con delega alla Concorrenza.
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Economia e finanza

Testata:  Sole 24 Ore 
Autore:  Rogari Marco – Trovati Gianni 
Titolo: Nel programma giallorosso svolta su flat tax, Fornero e sicurezza – Molta continuità ma si cambia su flat tax, pensioni e migranti
Tema: Programma Pd – M5S

Non sono le indicazioni sommarie dei prirni programmi giallorossi a poter segnare un drastico cambio di rotta rispetto al governo gialloverde che sta chiudendo i battenti. Ci penseranno i prossimi consigli dei ministri a chiarire quanto cambierà il percorso: dicendo addio alle ipotesi di Flat Tax che hanno dominato il dibattito negli ultimi mesi, rimettendo mano a quota 100 e definendo il restyling dei decreti sicurezza come chiesto dal Quirinale. Molto dipenderà anche dalla presenza di un capitolo dedicato alle imprese, su cui si sono concentrate le ultime riunioni di ieri insieme ad agricoltura e welfare, con il progetto di assegno unico per la famiglia. Tra le ipotesi il ritorno dell’Ace, lo sconto fiscale per gli investimenti, all’interno di un rilancio del piano industria 4.0. Anche da li potrà passare il ripensamento rispetto all’impostazione dei programmi gialloverdi. «Per uscire dalla crisi serve un’alleanza forte con le imprese» ragiona Graziano Delrio, che da capogruppo dalla Camera è stato in prima fila nel lavoro di costruzione del programma. Per il resto, nei testi ufficiali dei nuovi piani di governo, invece, la «discontinuità» è decisamente più sfumata. Per due ragioni. Il bilancino di precisione utilizzato per costruire un’alleanza inedita fra Pd e M5S, nemici giurati fino a ieri e collocati su fronti opposti con il Conte-1 non ha permesso di andare molto oltre i confini del generico. E la situazione dei conti italiani non consente voli di fantasia ecco che i giallorossi puntano su «una politica economica espansiva senza compromettere l’equilibrio di finanza pubblica», come i gialloverdi evocavano un «appropriato e limitato ricorso al deficit». Ma una volta costruito il governo programmi di questo tipo fanno in fretta a uscire dal cono di luce. E le s celte operative si imporranno. Il Conte-2 si dovrebbe tenere lontano dal 3% di deficit a cui puntava la Lega per far partirela tassa piatta
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Testata:  Sole 24 Ore 
Autore:  M.Rog. – G.Tr. 
Titolo: Debito, deficit e tagli: il nuovo programma ancora senza numeri
Tema: Programma Pd – M5S

Dall’«appropriato e limitato ricorso al deficit» scritto l’anno scorso a pagina 17 del contratto di governo giallo-verde si passa alla «politica economica espansiva senza compromettere l’equilibrio di finanza pubblica», indicata al punto i delle Linee di programma giallo-rosso. La differenza, se c’è, fatica a vedersi. Anche perché il tentativo di trovare un equilibrio fra la ricerca di spazi fiscali in Europa e la tenuta dei conti è un filo rosso che lega tutte le ultime manovre, schiacciate dalle clausole Iva. Sulla politica economica, allora, per ora nei programmi dominano le assenze, più delle indicazioni esplicite. Mancano le mosse per cercare di fermare la risalita del debito, cioè del punto più critico del bilancio italiano, manca un obiettivo chiaro sul deficit, e sulle altre leve centrali rappresentate da tagli di spesa e tax expenditures, e quindi dalla pressione fiscale, manca l’aspetto più importante: i numeri. Più che sulle prospettive generali, allora, il cambio di governo si traduce in un dato pratico: esce di scena l’ipotesi di spingere il deficit fino ad avvicinarsi al 3% del Pil, come chiedeva la Lega per fare spazio al nuovo modulo della Flat Tax. E rischia di seguire una strada simile anche quota 100, oggetto quanto meno di una revisione già dai prossimi mesi. Un po’ di disavanzo in più rispetto a quanto fin qui concordato con Bruxelles, comunque, si farà, spuntando «nuovi margini di flessibilità» dalla commissione. Per dare gambe alla manovra, stando al testo generico delle bozze programmatiche diffuse ieri, si useranno quattro strumenti: un nuovo tentativo di spending review, la revisione delle tax expenditures, la lotta all’evasione fiscale e la web tax.
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Salvia Lorenzo 
Titolo: Taglio al cuneo fiscale e salario minimo Programma in 26 punti
Tema: Programma Pd – M5S

Lo stop all’aumento dell’Iva, senza dire da dove si prenderanno i 23 miliardi necessari. La legge sul salario minimo, ma senza dire a quanto ammonterà la paga oraria, e a chi si applicherà. La promessa di un Green new deal per promuovere gli investimenti nel settore dell’ambiente, riprendendo la formula della democratica Usa Alexandria Ocasio-Cortez. E poi la necessità di «interventi mirati all’ammodernamento delle attuali infrastrutture». Restano sul generico i 26 punti delle «Linee di indirizzo programmatico per la formazione del nuovo governo», formula un po’ da prima Repubblica che indica il programma del nascente  esecutivo giallorosso. Quattro pagine appena, copertina compresa. Nulla in confronto alle 58 del contratto che aveva aperto la stagione del governo tra Movimento 5 Stelle e Lega. Ma, considerando che i lavori sono ancora in corso e la versione finale dovrebbe arrivare solo oggi, ci sono indicazioni importanti e anche qualche sorpresa.  Al punto dieci c’è la conferma che verrà messo all’ordine del giorno «nel primo calendario utile alla Camera dei deputati» il disegno di legge costituzionale sul taglio del numero dei parlamentari. Sarebbe l’ultimo passaggio alle Camere, anche se resterebbe la possibilità di chiedere il referendum confermativo. Al punto successivo si parla di una «seria legge sul conflitto di interessi» con una «contestuale riforma del sistema radiotelevisivo». C’è anche la lotta all’evasione fiscale nel documento messo insieme da M5S e Pd. Un obiettivo da raggiungere anche «prevedendo l’inasprimento delle pene per i grandi evasori e rendendo quanto più possibile trasparenti le transazioni commerciali». Viene poi chiarito come si dovrebbe procedere al taglio dell’ormai famoso cuneo fiscale, cioè la differenza tra salario lordo e busta paga netta, somma fatta di tasse e contributi. Il documento dice che il taglio deve essere a vantaggio non delle imprese ma del dipendente, in modo da sostenere i consumi. Mentre si parla anche di un piano strategico contro gli infortuni di genere e di una legge per la parità di genere nelle retribuzioni, cioè che provi a chiudere la forbice oggi esistente a parità di condizioni tra uomini e donne. Non si parla, invece, di deficit e debito pubblico, se non quando si accenna alla necessità di «superare l’eccessiva rigidità dei vincoli europei». Mentre si accenna solo alla spending review, la revisione della spesa pubblica, e a un intervento sulle agevolazioni fiscali.
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Testata:  Sole 24 Ore 
Autore:  Cellino Maximilian – Perrone Manuela 
Titolo: Spread giù ai livelli post elezioni 2018 M5S: 79,3% per Conte – Sì di M5s, spread giù: oggi il Conte 2
Tema: Governo Pd – M5S

Decolla il Conte 2. Con un «risultato plebiscitario» (parole di Luigi Di Maio) del 79,3% di “sì.” e del 20,7% di “no”, gli iscritti alla piattaforma Rousseau hanno dato Il via libera al Governo M5S-Pd. E Giuseppe Conte oggi può salire al Colle per sciogliere la riserva sull’incarico di presidente del Consiglio con la lista dei ministri da proporre al capo dello Stato. Un lavoro, quello sulla squadra, che ha tenuto impegnate le delegazioni dei due partiti fino a notte, dopo che sul programma erano stati scioltigli ultimi nodi. Non si esclude, a suggello, un vertice finale tra Conte, Di Maio e Zingaretti. Il colloquio del premier con il presidente Sergio Mattarella sarà comunque dirimente dal Quirinale, dove è alta la vigilanza sulle caselle più delicate (Interno, Difesa, Esteri ed Economia), non filtrano obiezioni sull’approdo al Mef di un politico. I riflettori sono rimasti puntati per l’intera giornata sul voto online dei 117.194 iscritti alla piattaforma, i cui esiti sono stati comunicati alle 19.24, con un’ora e 24 minuti di ritardo rispetto alla chiusura delle urne e tra i sospetti di nuovi disguidi tecnici, negati: hanno votato in 79.634, “affluenza” salutata dal Blog delle Stelle come «un record mondiale di partecipazione a una votazione politica online in un solo giorno». Di Maio, in conferenza stampa, è stato il primo a commentare, rivendicando al Movimento il ruolo di «forza maggioritaria» della coalizione e guardando oltre: «Il M5S è e resterà in una democrazia parlamentare come l’ago della bilancia di ogni legislatura». Il leader pentastellato ha insistito nel connotare il premier come «super partes» e ha assicurato: «Il Governo non sarà né di destra né di sinistra, sarà un Governo che deve fare le cose giuste». Senza lesinare frecciate all’ex alleato leghista Matteo Salvini: «Siamo contenti del lavoro svolto per mettere una toppa a irresponsabilità non nostre».
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Amato Rosaria 
Titolo: Lo spread ai minimi Dai mercati sì al governo
Tema: Governo Pd – M5S

Dopo quello della piattaforma Rousseau, è il responso più atteso della giornata: lo spread in calo a 158 punti è il via libera dei mercati al governo giallo-rosso. Quasi una benedizione: il tasso sul Btp decennale è sceso allo 0,87%, al minimo storico, e un differenziale così basso con il Bund tedesco non si vedeva da 18 mesi, dal maggio dell’anno scorso. Un vantaggio che potrebbe allargarsi: tra gli analisti c’è già chi punta a uno spread a 140 punti base nel giro dei prossimi due mesi. Uno spread basso si tradurrebbe in una piccola dote per la legge di Bilancio, il banco di prova del nuovo governo: il calo degli interessi sui titoli di Stato potrebbe fare risparmiare ai conti pubblici almeno due miliardi, forse anche tre. La dote si arricchisce poi di circa 2 miliardi per quest’anno e altrettanti per l’anno prossimo di aumento del gettito Iva, a cui si aggiungono i risparmi sulle risorse stanziate per quota 100 e reddito di cittadinanza (dai 2 ai 3 miliardi). Risorse certo importanti, ma non sufficienti per una legge di Bilancio che parte con un’eredità che è come un macigno: la necessità condivisa di sterilizzare le clausole Iva da 23 miliardi. Considerate le altre spese necessarie di bilancio ci si avvicinerebbe ai 30 miliardi, ma la manovra avrà un costo più elevato perché il governo giallo-rosso non intende ovviamente limitarsi a un programma notarile, e ha negoziato negli ultimi giorni alcune misure di equità e di rilancio dell’economia. Molte di queste misure hanno naturalmente un costo ulteriore, che porta tendenzialmente il conto della legge di Bilancio intorno ai 35 miliardi. La più onerosa è il taglio del cuneo fiscale, pensato interamente a vantaggio dei lavoratori. Ancora dalla parte dei lavoratori il salario minimo, voluto fortemente dal M5S e che, al contrario, non ha invece un costo per i conti pubblici, affiancato da una legge sulla rappresentanza sindacale. Sul piatto anche gli investimenti sulle infrastrutturee invocati anche dalle parti sociali, caratterizzati però da una forte connotazione ambientalista.
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Martirano Dino 
Titolo: I Ministri Per l’Economia il nome è Gualtieri Esteri a Di Maio, torna Franceschini
Tema: Ministri governo Conte-2

Limature e cancellature, ripetute fino a tarda notte, hanno accompagnato la stesura della lista dei ministri che già oggi il presidente incaricato Giuseppe Conte dovrebbe poter sottoporre al capo dello Stato. La lista, come da tradizione, sarà definitiva solo nel momento in cui Conte varcherà il portone del Quirinale. Per la poltrona di sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Conte vorrebbe un tecnico di sua fiducia: è molto quotato Roberto Chieppa (ora segretario generale di Palazzo Chigi) ma si pensa anche a Giuseppe Busìa (segretario generale della autorità garante della Privacy) che potrebbe così completare la squadra di Palazzo Chigi già affidata da Conte ad Alessandro Goracci (il suo capo di gabinetto preso in prestito dal Senato). Per i ministeri di prima fascia, sarebbero confermati Luigi Di Maio agli Esteri con i galloni di capo delegazione dei ministri del M5S, il prefetto Luciana Lamorgese al Viminale (anche se ieri sera sembrava tornato in pista il capo della polizia Franco Gabrielli), il dem Lorenzo Guerini alla Difesa (ma mille voci dal Pd spingevano Dario Franceschini), i grillini Alfonso Bonafede alla Giustizia e Giulia Grillo alla Salute. Stefano Patuanelli (M55), che da capogruppo al Senato ha maturato rapporti stretti con l’omologo renziano Andrea Marcucci, sarebbe finito ai Rapporti con il Parlamento. Liberando dunque la casella delle Infrastrutture assegnata alla vice segretaria del Pd Paola De Michell. Sul fronte dell’Economia è consolidata la candidatura dell’europarlamentare Roberto Gualtieri (Pd) sulla delicata poltrona di via XX Settembre. Una scelta, questa, che obbligherebbe Conte a indicare un esponente del M55 (forse Laura Castelli molto vicina a Di Maio) per il ricco ministero delle Attività produttive che verrebbe diviso dal Lavoro (assegnato stavolta al grillino Nicola Morra). Dario Franceschini, che sarà capo delegazione dei ministri Pd, salvo ripensamenti tornerà ai Beni culturali.
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Testata:  Corriere della Sera 
Titolo: I ministri – 6 I ruoli chiave
Tema: Ministri governo Conte-2

Spelta al Pd indicare il responsabile dell’Economia. Per i democratici la prima scelta delicata è stata fra la tradizione degli indipendenti – dura dal 2011 – o un politico. Un tecnico aiuta a trattare con freddezza il tema più esplosivo, tasse e spese. Un politico ha le spalle più coperte in Parlamento quando si trattera di scontentare gruppi d’interesse. II Pd è orientato per la seconda ipotesi e punta su Roberto Gualtieri, vicedirettore dell’Istituto Gramsci e presidente (confermato) della Commissione economia e finanza dell’Europarlamento. Gualtieri, uno storico contemporaneista della Sapienza (autore di un libro su Dc e Pci fra 1943 e 1992) è molto apprezzato a Bruxelles come in Italia per la notevole caparbietà sul lavoro e la padronanza di regole e procedure europee sia nella finanza pubblica che sulle banche. E stato un protagonista delle trattative per rendere meno rigide le norme sugli aiuti di Stato agli istituti. Pochi conoscono come lui l’alfabeto non scritto dei negoziati finanziari di Bruxelles. Gualtieri in questi anni ha lavorato molto perché non partissero procedure sui conti dell’Italia (anche durante il governo Lega-M5S). II nuovo ministro avrà subito bisogno di queste sue qualità: dato lo stato dei conti, il governo dovrà partire negoziando a Bruxelles un aumento del deficit 2020. E neanche quello gli eviterà una manovra impegnativa.
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Gabanelli Milena – Marvelli Giuditta 
Titolo: Dataroom – La guerra dei dazi ci costerà 5 miliardi – Guerra dei dazi, quanto ci costerà?
Tema: Usa – Cina

Quanto pesano sull’Italia i dazi di Trump Quanto incide sull’Italia la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina e cosa rischiamo se il braccio di ferro tra Usa e Ue su automobili e cibo finisce con nuovi dazi? Il Fondo Monetario Internazionale stima che due anni di conflitto tra Usa e Pechino possano costare all’Europa circa 80 miliardi di minor crescita. Il conto per l’Italia potrebbe essere pari a 5 miliardi. I dati del 218 dicono che il nostro export verso gli Usa vale 42 miliardi, quello verso la Cina 13. Secondo Sace-Simest in uno scenario «tranquillo» nel 2019 l’export italiano verso gli Usa può crescere del 4,9% e quello verso Pechino del 6%. Per come si è finora orientato il conflitto commerciale la crescita si fermerebbe rispettivamente al 3,9% verso gli Usa e al 3% verso la Cina. L’Italia vende negli Usa quasi 3 miliardi di euro in prodotti in metallo, pari al 5,5% del nostro export totale nel settore siderurgico e affini. Donald Trump ha deciso di mettere nuovi dazi per tutti (tra il 10 e il 25%), Europa compresa, a partire dal primo giugno del 2018. L’Ue naturalmente ha risposto con una ritorsione di pari entità, e non solo su tubi e laminati, ma ha piazzato un’aliquota fino al 25% anche sui prodotti simbolo del made in Usa: dai jeans Levi’s alle moto Harley Davidson. Per quel che riguarda acciaio e alluminio l’Italia non è molto esposta: a fine 2018 abbiamo esportato in Usa quasi 900 milioni di prodotti soggetti ai nuovi dazi (stime CsC). Se facciamo i conti oggi su questi prodotti, vediamo che la quota esportata dall’Italia si è addirittura rafforzata: il 2,1% delle importazioni americane di acciaio e alluminio proviene dall’Italia. A giugno 2018 era sotto il 2%. C’è da dire che abbiamo abbassato un po’ i prezzi. Forse proprio per compensare l’aggravio dovuto ai dazi. Decisamente piu pesante sarebbe l’impatto su automobili e agroalimentare. I mezzi di trasporto valgono 9 miliardi, macchinari e impianti arrivano a 7,9 miliardi. L’applicazione di dazi alle auto di marca europea è stata rimandata a novembre, insieme alla «lista nera» delle specialità alimentari, dove l’export vale 4 miliardi di euro. Secondo Coldiretti il bene più colpito potrebbe essere il vino (dal Prosecco al Marsala), che è anche prodotto alimentare italiano più venduto negli States: 1,5 miliardi di esportazioni nel 2018.
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Testata:  Sole 24 Ore 
Autore:  Fotina Carmine – Palmiotti Domenico 
Titolo: Ex Ilva, sbloccato il decreto sulle tutele legali – Sbloccato il decreto ex-Ilva: tutele legali per ArcelorMittal
Tema: Decreto ex-Ilva

Dopo un delicato passaggio tecnico, per ottenere le intese dei vari ministeri coinvolti, il decreto sulle crisi di impresa e sull’ex Ilva è stato firmato dal presidente della Repubblica e dovrebbe essere pubblicato oggi sulla Gazzetta Ufficiale. Evitato un nuovo passaggio in consiglio dei ministri, dunque, il testo che era stato approvato «salvo intese» lo scorso 6 agosto rimette in campo le tutele legali per ArcelorMittal, il gestore dell’ex Ilva. L’immunità penale ed amministrativa che era stata introdotta con il governo Renzi, e della quale il decreto crescita dell’esecutivo gialloverde disponeva l’abolizione dopo il 6 settembre 2019, non viene ripristinata tout court ma viene circoscritta. Non ci sono finora commenti di ArcelorMittal che, dopo il varo del decreto crescita, aveva minacciato di interrompere l’attività in Italia. Il decreto, all’articolo 14, mantiene in campo l’immunità solo per «l’affittuario o acquirente e i soggetti da loro delegati» degli impianti, e non più per i commissari straordinari, e limitatamente «alle condotte poste in essere in esecuzione» del Piano ambientale con un meccanismo a tempo, legato all’esecuzione dei vari interventi.
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Testata:  Sole 24 Ore 
Autore:  Barlaam Riccardo 
Titolo: Cnh, lo scorporo Iveco dal 2021 Doppio investimento nel green – Cnh, spin off Iveco dal 2021: in arrivo maxi investimenti
Tema: Cnh Industrial

Una road map per creare valore. È questo il senso del piano industriale 2020-2024 presentato ieri da Cnh Industrial a Wall Street. Il perimetro dell’operazione prevede la divisione del gruppo in due società quotate con lo spin off dei camion Iveco e dei motori Fpt IndustriaL Il piano punta al raddoppio dei profitti e dei dividendi a fine 2024 con 13 miliardi di dollari di investimenti e una crescita annua dei ricavi netti del 5%. Accanto al piano industriale Cnh ha annunciato due investimenti strategici. Un’operazione da 250 milioni di dollari per entrare nel round di finanziamento della start up Nikola Corporation, società di Phoenix, in Arizona, all’avanguardia nei motoria idrogeno ed elettrici per i veicoli pesanti. Infine l’acquisito dell’australiana Agdna, piattaforma leader nei sistemi informativi digitali per la gestione delle aziende agricole.
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Societa’, istituzioni, esteri

Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Ippolito Luigi 
Titolo: Johnson sconfitto in Parlamento ora vuole le urne – Schiaffo a Boris. Londra verso il voto
Tema: Brexit

É stata una giornata nera per Boris Johnson. E oggi potrebbe essere anche peggio. Perché ieri i deputati di Westminster hanno inflitto al governo una sconfitta umiliante, votando per dibattere oggi una legge che chiede il rinvio di tre mesi della Brexit: provvedimento che potrebbe essere approvato già stasera. E una prospettiva che Johnson rifiuta con tutte le sue forze: lui vuole concludere il divorzio dalla Ue entro il 31 ottobre, «senza se e senza ma». E ieri in aula ha accusato i deputati di volerlo costringere «a elemosinare un altro insensato rinvio». Dunque, dopo stasera non gli resterà altra scelta, come ha fatto capire, se non di andare a elezioni anticipate, probabilmente già il 14 ottobre. Una mossa resa ancora più necessaria dal fatto che il suo governo, ieri pomeriggio, ha perso la risicata maggioranza di un seggio su cui si reggeva: il deputato conservatore Phillip Lee ha attraversato l’aula ed è andato a schierarsi sui banchi dei liberal-democratici. E’ stato un difficile esordio in Parlamento, quello di Boris: il premier ha subìto il cannoneggiamento non solo delle opposizioni, ma anche dei conservatori moderati che si oppongono alla prospettiva di un no deal, una Brexit senza accordi. Conservatori «ribelli» che hanno scelto alla fine di votare contro il governo: sotto lo sguardo sornione di Theresa May, che seduta accanto ai rivoltosi si godeva lo spettacolo sorridendo. A nulla sono valse le minacce di espulsione dal partito proferite all’indirizzo dei conservatori dissidenti: come ha chiosato Jeremy Corbyn, il leader laburista, «questo è un governo senza mandato, senza morale e senza maggioranza».
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Guerrera Antonello 
Titolo: Johnson perde la sfida di Brexit – Nell’arena Westminster Johnson perde sulla Brexit “Ora elezioni anticipate”
Tema: Brexit

Westminster, ore 15.40. Un deputato conservatore si alza dai suoi banchi verdi. Attraversa l’aula e si siede tra i liberal-democratici, il suo nuovo partito. «Lo ha comunicato al premier solo pochi secondi dopo», commentano irritati da Downing Street. La rivolta dei deputati tory europeisti contro Boris Johnson inizia così, con la passeggiata plateale e rivoluzionaria di Phillip Lee, tory di 48 anni, ex medico, rugbista e da sempre pro Ue. Il governo Johnson, che aveva soltanto un seggio di vantaggio, è ora ufficialmente minoranza. «Quando l’altro giorno ho sentito Jacob Rees-Mogg», uno dei brexiter più estremisti, «offendere in radio un medico che gli contestava la sua faciloneria sul No Deal», cioè la pericolosa uscita senza accordo di Londra dall’Ue fissata al 31 ottobre, «non ci ho visto più. Dopo 27 anni tra i conservatori», commenta affranto Lee, «dico basta». Lee è solo il primo. A nulla sono servite le minacce di purga politica di Johnson, di esclusione dei “traditori” dal partito conservatore. Ieri sera oltre venti deputati tory, dall’ex ministro delle Finanze Hammond fino  al nipote di Churchill Sir Nicholas Soames, si sono clamorosamente ribellati contro il governo Johnson e il tremendo sospetto che i «progressi con l’Ue per un accordo Brexit» siano solo una farsa, come ha scritto ieri il Telegraph. In serata Sky News rincara: Johnson ha decimato il team di negoziatori britannici in Ue al lavoro per risolvere l’annosa questione del confine irlandese post Brexit. Così, i congiurati tory si sono uniti al “demonio marxista” Corbyn, ai suoi laburisti e i lib-dem, e hanno strappato a Boris, 328 a 301 voti, il controllo del Parlamento per approvare, tra oggi e domani, una legge che obbligherebbe il premier a chiedere all’Ue l’ennesimo rinvio della Brexit fino al 31 gennaio 2020 – se non avesse un accordo entro il 19 ottobre – e così schivare, ancora una volta, il No Deal.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Franceschini Enrico 
Titolo: La notte di Boris il prestigiatore tradito dagli amici
Tema: Brexit

L’ex-sindaco di Londra ed ex-ministro degli Esteri si gioca tutto in poche settimane o pochi giorni. Se non addirittura in 24 ore. Fin dall’inizio si capisce che per Alexander Boris de Pfeffel Johnson, questo il suo nome completo, non è una buona giornata. Al mattino i giornali rivelano che, due settimane prima di chiedere formalmente il permesso alla regina, aveva già segretamente deciso di sospendere il parlamento: a Elisabetta II non piace essere presa per i fondelli. E se fra poco più di un mese il Regno Unito andrà di nuovo alle urne come conseguenza del voto contro il “no deal”, in caso di sconfitta Johnson dovrebbe tornare da Sua Maestà a presentare le dimissioni, passando alla storia come il premier di più breve durata nella storia britannica. Naturalmente lui è convinto di vincere, per poi realizzare la Brexit che vuole. Ma in questo caso rischia di venire ricordato come l’ultimo premier della Gran Bretagna e il primo della Little England, quello che resterebbe dalle secessioni di Irlanda del Nord e Scozia, schierate a grande maggioranza contro la Brexit nel referendum del 2016 e certamente non disponibili a ingoiarne una dura e pura. Senza contare che, per indire le elezioni, gli serve un voto a maggioranza di due terzi dei Comuni: e una parte del Labour sembra orientato a lasciarlo piuttosto cuocere a fuoco lento nell’agonia della Brexit.
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Testata:  Stampa 
Autore:  Rizzo Alessandra 
Titolo: Johnson perde la maggioranza a Westminster – Johnson senza maggioranza a Westminster Il suo stratega: una finta il dialogo con la Ue
Tema: Brexit

Ogni decisione importante presa da Downing Street, dalla linea dura sulla Brexit, alla sospensione del Parlamento, alla scommessa delle possibili elezioni anticipate, è pianificata dal consigliere principale di Boris Johnson, uno stratega abilissimo e machiavellico che è diventato uno degli uomini più influenti del Regno Unito: Dominic Cummings. Già capo della campagna per la Brexit durante il referendum del 2016, Cummings è stato portato da Johnson nella cabina di comando di Downing Street, novello Rasputinin salsa British. «Ha instaurato un regno del terrore nel cuore del governo», ha detto una fonte al «Guardian». Ha talmente tanta libertà di manovra che per qualcuno il vero primo ministro è lui. «Nessun consigliere ha mai dominato Downing Street quanto lui», ha detto Sam Friedman, ex funzionario che ha lavorato con lui anni fa l’Istruzione. A Cummings, già artefice dello slogan «Take Back Control» («Riprendiamoci il controllo») della campagna referendaria, si devono le mosse più audaci prese da Johnson, comprese quelle che stanno stiracchiano la costituzione non scritta del Paese fino ai limiti massimi: come per esempio l’idea di prorogare Westminster per cinque settimane per impedire ai ribelli di bloccare un’uscita senza accordo con Bruxelles. Secondo delle note governative pubblicate dal «Telegraph», Cummings avrebbe definito trattativa con la Ue una «finta», una mera perdita di tempo per arrivare alla scadenza di fine Ottobre. Ma è una strategia rischiosa, che sta esacerbando la guerra civile in atto nei Tory: a poche ore dal voto cruciale dei deputati ribelli sul no-deal, Johnson ha perso la sua già minima maggioranza quando un deputato conservatore, Phillip Lee, è passato ai liberal democratici. Altri potrebbero seguire. «Molti si stanno guardando dentro», ha detto Lee.
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Testata:  Avvenire 
Autore:  Michelucci Riccardo 
Titolo: Intervista a Marisa McGlinchey – «Così in Irlanda del Nord emerge una nuova Ira»
Tema: Brexit

Secondo molti analisti una nuova stagione di tensioni in Irlanda del Nord potrebbe essere uno dei possibili effetti collaterali della Brexit. Tutta colpa dell'”Irish Border”, la frontiera artificiale tra le due Irlande che fu cancellata alcuni anni fa, in seguito all’attuazione del processo di pace. Un tempo controllato dai checkpoint militari, quel confine è svanito a poco a poco fino a diventare impalpabile, e si può oggi attraversare decine di volte quasi senza rendersene conto. Ma il suo eventuale ripristino potrebbe fornire un pretesto a quei gruppi dissidenti che contestano da sempre gli esiti del processo di pace. E riaccendere una crisi sopita da tempo. Ad alimentare quest’idea ci sono i recenti fatti di cronaca avvenuti nella cittadina nordirlandese di Derry, in particolare i gravi scontri dell’aprile scorso culminati con l’assassinio della giovane giornalista Lyra McKee. La responsabilità dell’omicidio è ricaduta fin da subito sulla cosiddetta “New Ira”, la sigla più significativa e letale tra i repubblicani dissidenti. Un’organizzazione armata nata nel 2012 dalla fusione travari gruppi, che ha il suo braccio politico nel piccolo partito Saoradh. «II sostegno di cui dispongono Saoradh e New Ira all’interno della comunità cattolico-nazionalista dell’Irlanda del Nord è minimo. Tuttavia la Brexit rappresenta per loro un’opportunità e se certi scenari dovessero materializzarsi, le contee di confine potrebbero diventare l’obiettivo di un’escalation delle attività armate». A sostenerlo è Marisa McGlinchey della Coventry University, divenuta una delle voci più autorevoli sull’argomento dopo aver dato alle stampe Unfinished Business: The Politics of “Dissident” Irish Republicanism (Manchester University Press), un libro che raccoglie novanta interviste all’interno della galassia dei contrari all’Accordo di pace del 1998. Un’inchiesta durata sette anni, durante i quali la studiosa ha raccolto anche molte voci all’interno del carcere di massima sicurezza di Maghaberry. «Quella dei dissidenti repubblicani è una realtà composta da molte sfaccettature. Il loro obiettivo è la riunificazione dell’Irlanda e la completa indipendenza dalla Gran Bretagna ma la strategia della lotta armata non è condivisa da tutti. Alcuni continuano a rifiutare la violenza».
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Santevecchi Guido 
Titolo: L’audio rubato che agita Hong Kong La leader: lascerei, ma non posso
Tema: Hong Kong

Con la città che dovrebbe amministrare entrata nella quattordicesima settimana di rivolta, con migliaia di giovani che gridano «Riprendiamoci Hong Kong, rivoluzione dei nostri tempi», la polizia che ormai minaccia anche le allieve delle medie in gonna e camicetta bianca unite in catene umane per protestare e lo spettro dello stato d’emergenza, la governatrice Carrie Lam vorrebbe solo dimettersi e andarsene. Se a Pechino glielo permettessero. Qualcuno ha passato all’agenzia Reuters la registrazione di un discorso privato tenuto la settimana scorsa dalla Chief Executive che una volta era definita «the good fighter», la buona combattente. Si sente distintamente la signora, con voce bassa, umiliata, confessare di non avere spazi di manovra perché «sfortunatamente debbo servire due padroni: il governo di Pechino e il popolo della nostra città». Nell’audio, in inglese, la governatrice ammette che «aver causato questo caos è imperdonabile», e sostiene che se la scelta spettasse a lei «me ne andrei, dopo aver chiesto profondamente scusa mi dimetterei». La governatrice che non governa più la sua città dice alle persone in sala, membri della business community: «Il problema è come aggiustare le cose, ma come?». E sostiene che non si può fare perché «per la dirigenza di Pechino la crisi ha raggiunto un livello di sovranità nazionale e di sicurezza». Aggiunge di non credere che la Cina userà l’esercito «perché mandare i soldati comporterebbe per il governo centrale un prezzo troppo alto che al momento lo spaventa, forse non gli importa di Hong Kong, ma gli importa il profilo internazionale del Paese».
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Santelli Filippo 
Titolo: L’audio che tradisce Lam “Se potessi, mi dimetterei”
Tema: Hong Kong

Ha provato a smentire Carrie Lam, con una conferenza stampa convocata in tutta fretta: «Non ho mai neppure pensato di discutere con Pechino le mie dimissioni». Ma c’è poco da smentire, in una dichiarazione registrata, che tutta Hong Kong può ascoltare e riascoltare. Per di più pronunciata a porte chiuse, in una situazione in cui la contestata Chief executive riteneva di potersi aprire, a differenza di quanto ha fatto finora con i cittadini. «Aver creato questo enorme caos è imperdonabile, se avessi scelta la prima cosa sarebbe dimettermi», ha detto la settimana scorsa a una platea di imprenditori, un intervento che qualcuno ha registrato e girato a Reuters. In cui l’ammissione più grave è quella di totale impotenza: «Lo spazio politico per un Chief executive, che sfortunatamente deve servire due padroni, il governo centrale (cinese) e il popolo di Hong Kong, è molto, molto, molto limitato». Si capisce quale tra i due sia il vero padrone. In fondo è quello che nell’ex colonia britannica tutti già pensavano: che Lam, scelta dal Partito comunista, fosse un burattino nelle sue mani.
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Testata:  Stampa 
Autore:  Radicioni Francesco 
Titolo: Hong Kong e la leader senza potere Lam: governo per conto di Pechino
Tema: Hong Kong

“Se avessi scelta, la prima cosa che farei sarebbe be dimettermi, dopo aver presentato profonde scuse”. C’è emozione nella voce della leader di Hong Kong, Carrie Lam, mentre lascia intendere quello che a Hong Kong già da settimane in molti sospettano: più che dall’amministrazione locale, la più grave crisi politica in città fin dal ritorno dell’ex-colonia britannica alla Cina è gestita direttamente da Pechino. Nell’audio diffuso da Reuters e registrato la scorsa settimana nel corso di un incontro a porte chiuse con alcuni esponenti del mondo del business, la Chief Executive di Hong Kong ammette che è «molto, molto limitato» il potere nelle sue mani per trovare un compromesso con i manifestanti pro-democrazia che da tredici settimane scendono per le strade, mentre per la leadership di Pechino ora la questione è diventata un dossier «di sovranità e sicurezza nazionale». «Sfortunatamente – aggiunge Lam nell’audio diffuso dall’agenzia britannica – per Costituzione la Chief Executive deve servire due padroni, il governo centrale e il popolo di Hong Kong, così che gli spazi politici di manovra sono molto, molto limitati». Parlando con i giornalisti all’indomani della diffusione dell’audio, Carrie Lam ha però negato di aver mai presentato le sue dimissioni a Pechino, aggiungendo che è una sua scelta quella di rimanere alla guida di Hong Kong «in questa difficile situazione» per risolvere la crisi politica esplosa in città dall’inizio di giugno. «Su Hong Kong, Reuters è coinvolta politicamente», tuonava su Twitter il direttore del Global Times: una delle voci più nazionaliste nella Repubblica Popolare. «Le sue storie servono a sabotare le relazioni tra il governo locale e Pechino, usando il giornalismo come cortina fumogena». La scorsa settimana erano state sempre fonti dell’agenzia britannica a rivelare che la leader di Hong Kong avrebbe suggerito a Pechino il ritiro formale dell’emendamento alla legge sull’estradizione, trovandosi però davanti il veto del governo centrale nel fare qualsiasi concessione ai manifestanti.
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Valentino Paolo 
Titolo: Merkel e il D-day dei migranti Ora in Germania arriva la fiction
Tema: Germania

«È come nel 1989, dobbiamo evitare una catastrofe umanitaria», dice Angela Merkel a Beate Baumann. «Si ricordi che lei e soltanto lei personalmente verrà considerata responsabile di questa scelta», risponde la sua fedelissima. È la tarda serata del 4 settembre 2015, l’ora in cui la cancelliera prende la madre di tutte le decisioni, l’apertura delle frontiere tedesche a migliaia di rifugiati che dall’Ungheria a piedi si stanno dirigendo verso la Germania. E’ il vero spartiacque della recente storia europea, dopo nulla sarà più come prima. Per Merkel e per la Germania, che prima applaude poi si rivolta contro la sua cancelliera. E per tutta l’Unione europea, che da quel momento assiste al rilancio in forza dei movimenti sovranisti. La Zdf, la seconda rete tedesca, ricostruisce quella giornata minuto per minuto in uno straordinario docu-fiction, che va in onda questa sera. Somiglia incredibilmente a Merkel l’attrice Heike Reichenwallner, che la interpreta nelle parti sceneggiate. La cancelliera agì per ragioni etiche, ovvero ebbe paura di un’escalation violenta che ogni tentativo di fermare la «marcia della speranza» avrebbe probabilmente innescato? E il quesito centrale, cui gli autori non danno una risposta, scegliendo di offrire tutti gli elementi perché ognuno si faccia la sua idea. Di certo, Merkel fu messa con le spalle al muro dal premier ungherese Viktor Orbán, quando questi pose l’alternativa tra l’uso delle forze di sicurezza e il sì di Berlino ad accoglierli. Ma la memoria del 1989, quando i tedeschi dell’Est arrivarono a migliaia a Praga, fu decisiva in una scelta della quale Merkel nonostante tutto non si è mai pentita: «Se dovessi scusarmi di aver avuto un atteggiamento aperto in quella emergenza, allora questo non è il mio Paese».
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Testata:  Corriere della Sera 
Autore:  Sideri Massimo 
Titolo: Il corsivo del giorno – Argentina, nuovo crac: 18 anni fa gli italiani persero una fortuna
Tema: Argentina

Così lontane, così vicine. Tra Italia e Argentina ci sono sempre state due grandi rivalità: quella calcistica e quella economico-finanziaria. Purtroppo anche nella seconda delle due rivalità noi italiani abbiamo sofferto visto che siamo spesso stati creditori come nel famigerato crac del 2001. Una vicenda che torna in mente ora che Buenos Aires, nonostante le promesse liberiste del governo di Mauricio Macri (si noti anche qui il derby: nome argentino e cognome italiano), è tornata a parlare di default con il Fmi. Un vizio antico: quello del 2001, dove un italiano ogni 180 deteneva titoli del debito pubblico estero per 14 miliardi di dollari, era l’ottavo della storia del Paese. L’Argentina in questo triste campo detiene il record mondiale: il primo risale al 1827, pochi anni dopo la dichiarazione di indipendenza dalla Spagna. Nel 2001 Si sfiorò anche il caso diplomatico quando il super-ministro dell’Economia Cavallo fu costretto a viaggiare sotto mentite spoglie a Roma per dribblare la folla inferocita. A giustificare l’acquisto dei bond, nonostante l’attrito calcistico, c’erano dei legami culturali molto forti: non fu un caso che le spoglie di Evita Peron vennero conservate e protette per anni a Milano. Con la ristrutturazione gli investitori persero oltre il 60% del valore dei titoli.
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Testata:  Stampa 
Autore:  Stabile Giordano 
Titolo: Putin presenta il conto della guerra Assad svende beni di Stato ai russi
Tema: Russia

Bashar al-Assad svende «l’argenteria di Stato» per pagare il costo della guerra. Il raiss si avvicina alla vittoria decisiva, con la conquista della provincia di Idlib, ma la Russia comincia a presentare il conto per il sostegno che gli ha permesso di schiacciare l’opposizione interna e i jihadisti stranieri. Ed è un costo notevole. Mosca, all’inizio dell’estate, avrebbe chiesto un primo pagamento di tre miliardi di dollari e di fronte al rifiuto di Damasco avrebbe interrotto per mesi le forniture di materiale bellico. Otto anni di conflitto hanno ridotto gran parte delle città siriane in macerie, il valore della lira è crollato del 90% e l’economia si è dimezzata. Quel che resta dello Stato fatica a mantenersi in piedi. Per questo Assad ha davanti due possibilità. Svendere aziende e altri asset nazionali, «l’argenteria». O pescare nelle tasche del clan famigliare. E a quanto pare ha fatto entrambe le cose. La Siria possiede alcuni dei più grandi giacimenti di fosfati al mondo, vicino a Palmira, e un importante stabilimento per produrre fertilizzanti a Horns. Assad, messo alle strette, ha ceduto miniere e impianti a GennadyTimshenko, oligarca amico di Vladimir Putin. La sua azienda, la Stroytransgaz Logistic, secondo il «Wall Street Journal» avrebbe ottenuto una partnership favorevole con la siriana General Fertilizer Company. Contractors russi sono adesso a guardia degli impianti. La scelta dei fertilizzanti è dovuta anche al fatto che sono merce più facile da esportare, non sottoposta a sanzioni a differenza del petrolio. E Timshenko, che ha cominciato la sua carriera come sparring partner di Putin nel judo, può incassare subito.
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Testata:  Stampa 
Autore:  Mastrolilli Paolo 
Titolo: La Danimarca nomina un ambasciatore nella Silicon Valley
Tema: Danimarca

Ambasciatore presso la Silicon Valley. Questo grosso modo è il titolo di Casper Klynge, il diplomatico di carriera che la Danimarca ha nominato come primo rappresentante del proprio governo nell’industria tecnologica. Klynge in passato si era occupato della ricostruzione dell’Afghanistan e della stabilizzazione del Kosovo, ma facendo un bilancio della sua missione attuale con il New York Times, ha detto di ritenerla ancora più importante: «Oggi cosa ha l’impatto più grande sulla nostra società? Un paese dell’Europa meridionale, il sudest asiatico, l’America Latina, oppure le grandi piattaforme tecnologiche?». La risposta, secondo lui, è scontata: «I nostri valori, le nostre istituzioni, la democrazia stessa e i diritti umani, vengono sfidati in questo momento a causa dell’emergere delle nuove tecnologie». II peso dei colossi digitali In genere gli altri paesi comunicano con i colossi digitali attraverso le loro rappresentanze a Washington, o magari con i consolati a San Francisco. L’Unione europea invece si è affidata soprattutto alla Commissaria per la competizione Vestager, anche lei danese, che con le sue iniziative è diventata un po’ la bestia nera del settore. Copenaghen però ha deciso che non bastava. Il peso della Silicon Valley ormai è uguale o supera quello di tanti paesi, non solo per la sua potenza economica, ma anche per la capacità di influenzare le nostre vite. Quindi ha sentito la necessità di affidare ad un diplomatico il compito di gestire le relazioni con questo mondo.
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Testata:  Stampa 
Autore:  Stabile Giordano 
Titolo: Macron offre 15 miliardi all’Iran “Rispetti l’intesa sul nucleare”
Tema: Francia – Iran

a Francia offre 15 miliardi di dollari all’Iran perché ritorni a rispettare in pieno gli accordi sul nucleare del 2015. E’ questo il succo di una trattativa che è andata avanti tutta l’estate e che ha visto protagonista Emmanuel Macron. Il patto è arrivato a un passo dall’essere concluso, come hanno fatto trapelare l’Eliseo e la presidenza iraniana dopo il colloquio telefonico fra Macron e Hassan Rohani domenica sera. Lunedì è arrivata a Parigi una delegazione di funzionari dei ministeri delle Finanze e del Petrolio per limare i dettagli. Ma i leader francese e iraniano devono fare i conti con i falchi dell’Amministrazione Trump e gli oltranzisti del regime degli ayatollah. Parigi è rimasta abbottonatissima sull’operazione. Macron ne ha discusso in privato con Trump al summit dei G7 a Biarritz. Ha tentato anche il colpo con l’invito a sorpresa del ministro degli Esteri Jawad Zarif al vertice per aprire la strada a un incontro fra lo stesso Trump e Rohani e chiudere la partita. Il leader americano si è detto disposto ai negoziati diretti ma è stato frenato dal consigliere John Bolton che vuole mantenere «la massima pressione» per far cedere l’avversario. Sull’altro lato la guida suprema Ali Khamenei ha messo il veto sui colloqui e Rohani si è dovuto adeguare. Il presidente iraniano ha posto come condizione, ribadita ancora ieri in un discorso al Parlamento di Teheran, che Washington tolga «tutte le sanzioni» imposte dopo il proprio ritiro unilaterale dall’intesa del 2015.
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Testata:  Stampa 
Autore:  Bresolin Marco 
Titolo: Intervista a Pekka Haavisto – “La Ue ridistribuirà i profughi ma l’Italia collabori sulla Libia”
Tema: Emergenza migranti

I Paesi europei devono andare incontro all’Italia, accettando la redistribuzione dei richiedenti asilo. Ma per fermare i flussi, Roma deve condividere con i partner Ue le informazioni che ha sulla Libia. Può essere riassunto con questi due punti il pensiero di Pekka Haavisto, ministro degli Esteri della Finlandia, Paese che oggi guida il semestre di presidenza Ue. Il dossier immigrazione sarà uno dei temi caldi dei prossimi mesi e il finlandese – in questi giorni a Bruxelles per presentare in Parlamento le priorità di Helsinki – si augura di trovare «un’atmosfera positiva» nel dialogo con il nuovo governo italiano, dopo un annodi tensioni. Haavisto propone di unificare i vari strumenti finanziari utilizzati dalla politica estera Ue, tra cui il Fondo per l’Africa, «in modo da avere maggiore flessibilità». Insiste sulla «necessità di intervenire nei Paesi di origine». Ma sostiene anche che «le procedure per consentire ai migranti di venire in Europa legalmente sono troppo lente e burocratiche», per questo andrebbero riviste: «Abbiamo bisogno di forza lavoro – spiega – e senza via legali si alimenta soltanto il mercato nero». Nell’immediato, però, vanno sciolti alcuni nodi. Innanzitutto quello della redistribuzione di chi sbarca sulle coste europee. E, strettamente connesso, quello dell’operazione Sophia, in scadenza a settembre. Il mandato della missione navale (a guida italiana) era stato prorogato di tre mesi, ma senza navi in mare: una situazione paradossale che diverse capitali, Berlino in primis, vogliono risolvere al più presto. Ci sono possibilità di rilanciare Sophia? «Noi siamo sempre stati a favore, perché si tratta di un’operazione che ha portato benefici a tutti. Questa cooperazione nel Mediterraneo è stata estremamente importante, anche per l’influenza che l’Ue può avere sul processo di pace in Libia. Serve un approccio comune».
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Testata:  Repubblica 
Autore:  Castelletti Rosalba 
Titolo: Ritorno a Moscopoli I legami con Putin dei russi al Metropol
Tema: Moscopoli

È uno stretto collaboratore del filosofo sovranista AleksandrDugin il “secondo uomo russo” dell’incontro a sei all’hotel Metropol di Mosca, la trattativa intavolata il 18 ottobre da Gianluca Savoini, Gianluca Meranda e Francesco Vannucci con tre cittadini russi attorno a una compravendita di petrolio che avrebbe dovuto portare fondi al partito di Matteo Salvini. Secondo l’ultima inchiesta congiunta realizzata dal sito americano Buzzfeed, il sito d’inchiesta Bellingcat e il russo Insider.ru, il suo nome è Andrej Jurjevich Kharchenko. E fonti vicine all’inchiesta della procura milanese lo confermano. Nato nel 1980 in Azerbaijan e cittadino russo dal 1995, Kharchenko è direttore del dipartimento Medio Oriente del Movimento internazionale euroasiatista, almeno così lo definiva l’anno scorso il sito azero Avciya annunciando la sua partecipazione a una conferenza nel Nagorno-Karabakh. Il Movimento è fondato e diretto da Dugin per promuovere un nuovo blocco geopolitico guidato da Mosca, l’Eurasia, da contrapporre all’Occidente americanizzato. Filosofo amato dai sovranisti europei, Lega compresa, Dugin era citato nell’audio dell’incontro al Metropol pubblicato in luglio da Buzzfeed. Oltre a essere stato fotografato con Savoini, Vannucci e – presumeBuzzfeed – Kharchenko, di fronte al Metropol alla vigilia della trattativa, un mese prima aveva incontrato i tre protagonisti italiani dei negoziati a Roma. Più volte interpellato da Repubblica, si è rifiutato di commentare.
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Testata:  Repubblica 
Autore:  De Vito Luca 
Titolo: Ora i pm devono capire per conto di chi trattavano i due
Tema: Moscopoli

Andrej Jurjevich Kharchenko è il quinto uomo. Il nuovo nome, rivelato ieri dal sito americano Buzzfeed e confermato dalla procura di Milano, spunta nell’inchiesta per corruzione internazionale che prende le mosse dall’incontro all’hotel Metropol di Mosca dello scorso 18 ottobre. Quel giorno tre italiani, Gianluca Savoini, fedelissimo del leader leghista Salvini, Gianluca Meranda e Francesco Vannucci, trattarono un accordo per una fornitura di 3 milioni di tonnellate di petrolio russo per l’Italia: un veicolo per far arrivare 65 milioni nelle casse della Lega. I pm Sergio Spadaro e Gaetano Ruta stanno indagando anche sui personaggi russi presenti a quel tavolo: oltre a Kharchenko, uomo ritenuto vicino all’ideologo di estrema destra Aleksandr Dugin, c’era anche Ilja Andreevich Jakunin, vicino a un uomo come Vladimir Pligin a sua volta nell’entourage di Dmitrj Kozak potentissimo vicepremier russo. È proprio lui che Salvini avrebbe segretamente incontrato la sera del 17 ottobre. I nomi di Kharchenko e Jakunin erano noti da tempo alla procura di Milano che conosce anche le generalità del terzo russo presente all’incontro, un certo “Jurij”. Il fascicolo aperto a Milano – che al momento vede tra gli indagati i tre italiani, ma nessun russo – si basa sull’ipotesi che al centro della trattativa ci fosse un accordo corruttivo: la compravendita di petrolio, secondo quanto emerso dall’audio registrato dell’incontro, avrebbe dovuto avere uno sconto sul prezzo di mercato e proprio questa riduzione di prezzo sarebbe la quota da redistribuire.
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IL MESSAGGERO
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