– Flat tax e manovra economica
– Elezioni in Grecia: trionfa il centrodestra di Mitsotakis
– L’Iran lancia la sfida sull’accordo nucleare: ultimatum all’Europa
– Decreto Sicurezza: M5S contro Salvini
PRIMO PIANO
Politica interna
Testata: Corriere della Sera
Autore: Trocino Alessandro
Titolo: Il retroscena – Decreto Sicurezza, i tormenti del M5S Bloccata (per ora) l’ala «oltranzista»
Tema: Decreto Sicurezza
Il conflitto a bassa intensità tra Lega e 5 Stelle è riesploso, non a sorpresa, in occasione dell’ennesimo scontro sui migranti con la vicenda delle navi Alex di Mediterranea e Alan Kurdi. Nel mirino, e non è la prima volta, il ministro della Difesa Elisabetta Trenta. La replica è stata durissima, ma in fondo il contenuto non era rilevante. Perché lo scopo di Matteo Salvini è quello di far emergere, e possibilmente esplodere, le contraddizioni del Movimento sul tema migranti. E l’obiettivo di Luigi Di Maio è il contrario: sopire, troncare ogni focolaio di ribellione interna e provare a scavallare la finestra del 20 luglio, termine entro il quale, cadendo il governo, si potrebbe tornare al voto a settembre. A quel punto, escluse urne troppo anticipate (visti anche i sondaggi alle stelle della Lega), si potrebbe trattare sui contenuti. Magari inscenando qualche duello mediatico. Ma di fatto, il via libera al decreto Sicurezza bis non sarebbe in discussione. Il Movimento resta però un magma incandescente e imprevedibile. Non è un mistero che l’immigrazione sia una delle faglie sismiche che attraversano i 5 Stelle. Non c’è una minoranza organizzata perché chi potrebbe guidarla, Roberto Fico, si astiene prudentemente dal prenderne il controllo. Il presidente della Camera rappresenta comunque un punto di riferimento importante e la sua voce conta. Solo pochi giorni fa ha spiegato senza troppe cautele che «chiudere porti ai migranti non è una soluzione». In occasione del primo decreto, ci full caso di una lettera interna di 17 deputati M5S, che chiedevano variazioni al testo. Difficile che si ripeta il caso. Ma i distinguo sono molti. Yana Ehm e Simona Suriano hanno visto un loro emendamento molto poco leghista cestinato dal gruppo (forse i loro nomi convergeranno in altri testi).
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Testata: Stampa
Autore: Amabile Flavia
Titolo: Rivolta M5S contro Salvini: “Troppo duri coi migranti” Decreto sicurezza a rischio – “Salvini è come un Higuain fuori forma” I 5 Stelle alzano il tiro, scintille nel governo
Tema: Decreto Sicurezza
Sale la tensione nel governo sui migranti con liti e insulti tra Lega e Cinque Stelle in questa lunga estate di sbarchi e bracci di ferro quotidiani tra ong e Salvini, ma anche tra i partiti di maggioranza. Dopo una lunga trattativa con l’Unione europea le 65 persone a bordo della Alan Kurdi verranno sbarcate a Malta e saranno immediatamente trasferite in altri Paesi Ue. Lo scrive su Twitter il premier maltese Joseph Muscat. «Dopo colloqui con la Commissione Europea e con il governo tedesco, il governo di Malta trasferirà i 65 migranti soccorsi a bordo della Alan Kurdi su mezzi delle forze armate maltesi. Nessuno dei suddetti migranti rimarrà a Malta visto che questa vicenda non rientra tra le responsabilità delle autorità maltesi», sottolinea Muscat. Al termine della giornata, a confermare l’intesa raggiunta, arriva anche una nota congiunta dei ministri degli Esteri di Italia, Enzo Moavero, e Malta, Carmelo Abela, che ribadisce «la ferma volontà di cooperare» per la gestione dei migranti ma soprattutto chiede un «meccanismo permanente a livello di Unione europea, che affronti l’insieme delle sensibili questioni che riguardano le migrazioni». Se la questione di Malta si è chiusa «agevolmente» è anche perché la nave è arrivata dopo il lungo braccio di ferro con la capitana Carola Rackete, dopo l’ennesimo sbarco a Lampedusa della barca a vela della ong Mediterranea con a bordo 46 migranti, e durante l’ennesima polemica tra il ministro tedesco Seehofer e il ministro Salvini sulla politica di porti chiusi in Italia. Si è cercato, insomma, di evitare di alimentare ulteriori scontri e si è accettata la posizione di Malta di acconsentire agli sbarchi a patto di avere la garanzia di un trasferimento.
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Testata: Corriere della Sera
Autore: Panebianco Angelo
Titolo: L’equilibrio che non c’è – Scelte sull’immigrazione: l’equilibrio che non c’è
Tema: Immigrazione
L’impressione di chi scrive è che, in materia di immigrazione, si sia aperta un’autostrada elettorale. Prima o poi qualcuno sarà tentato di percorrerla. Al momento l’opinione pubblica è polarizzata, sospinta verso posizioni estreme dal governo e dai suoi oppositori. Essi difendono politiche fra loro antitetiche ma che hanno una caratteristica comune: sono entrambe insostenibili nel medio periodo. La politica del governo può essere così riassunta: «Non passi lo straniero». In nome del «Prima gli italiani» e «Difendiamo la nostra cultura» (qualunque cosa tale parola – cultura – significhi). Dell’opposizione, oltre al Pd, fanno parte vari esponenti, laici e cattolici, della cosiddetta società civile. Alcuni sembrano anime belle: tanti buoni sentimenti, poco discernimento. La loro posizione può essere così sintetizzata: «Armiamoci e accogliete». In nome del Vangelo, dei diritti umani, nonché del rovescio – pardon, volevo dire del diritto – internazionale. inché gli unici piatti che gli elettori I, trovano nel menu sono questi due – ormai lo sappiamo – una netta maggioranza sceglie il piatto offerto dal governo. Quello cucinato dall’opposizione è ordinato da un numero assai inferiore di italiani. Si noti che all’opposizione importa solo fino a un certo punto di essere in minoranza. In regime di proporzionale il calcolo dell’uomo politico medio non riguarda le chance di vittoria elettorale della propria parte o degli avversari. II calcolo è un altro: la mia politica serve oppure no a garantirmi il consenso di quei quattro gatti di elettori di cui ho bisogno per essere rieletto? Se serve la difenderò a tutti i costi. E pazienza se le mie scelte contribuiranno a fare vincere gli avversari. «Non passi lo straniero» e «Armiamoci e accogliete» sono entrambe politiche suicide.
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Testata: Corriere della Sera
Autore: Sarzanini Fiorenza
Titolo: Intervista ad Elisabetta Trenta – Trenta a Salvini: ora navi militari contro gli scafisti – «Avvisai Matteo sulle ong e non mi ha ascoltata Manderò le nostre navi»
Tema: Immigrazione, intervista al Ministro Trenta
E’ arrabbiata e non lo nasconde. Ma la ministra della Difesa Elisabetta Trenta è soprattutto rammaricata «perché quanto che sta accadendo in questi giorni si sarebbe potuto evitare. Lo avevo detto a Matteo Salvini: senza la missione Sophia torneranno le ong. Non ha voluto ascoltare e adesso si lamenta». Non è la prima volta che i due esponenti del governo gialloverde arrivano allo scontro. Non è la prima volta che lei lo smentisce, carte alla mano, e rispedisce al mittente gli attacchi. Due giorni fa – furioso perché il veliero Alex di Mediterranea aveva aggirato il blocco ed era arrivato nel porto di Lampedusa con 43 migranti a bordo – il titolare del Viminale ha chiesto provocatoriamente se «il ruolo delle navi militari italiane sia di far rispettare le leggi e i confini, o se servono da scorta perla navi fuorilegge». Trenta l’ha preso come l’ennesimo affronto ai soldati e reagisce con durezza: «E sorprendente che ora torni ad attaccare i militari dopo che siamo stati noi a chiedere al Viminale se volevano supporto per il trasbordo dei migranti a Malta, visto che nessuno veniva a prenderseli». Da almeno una settimana alla Difesa si stanno pianificando «misure di sorveglianza speciale contro i trafficanti nei pressi delle coste italiane», l’ultima riunione c’è stata sabato sera. «Indipendentemente dal caso migranti e delle ong – chiarisce Trenta – l’emergenza da affrontare è quanto sta accadendo in Libia perché la situazione è peggiorata sensibilmente e ho dato mandato allo Stato Maggiore di pianificare vari scenari. Se la crisi dovesse degenerare, l’Italia non può farsi trovare impreparata». L’obiettivo è chiaro: «Prevenire ogni sviluppo per tenere in sicurezza il nostro Paese».
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Testata: Corriere della Sera
Autore: Arachi Alessandra
Titolo: «Salvini non è Maradona» I 5 Stelle riaprono il fronte
Tema: Scontro Lega-M5S
Nel suo post su Facebook Manlio Di Stefano non usa mezzi termini. Il sottosegretario agli Esteri dei 5 Stelle spolvera paragoni calcistici per attaccare il vicepremier della Lega Matteo Salvini: «Se ti senti Maradona e poi giochi come Higuain fuori forma è un serio problema, perché di mezzo c’è il Paese». La questione, ovviamente, è quella rovente dei migranti che arrivano sulle nostre coste. Il sottosegretario Di Stefano rimprovera a Salvini (che non cita mai per nome) di non passare mai la palla ai colleghi di governo. Dice Manlio Di Stefano: «Il problema è sempre lo stesso, se non passi mai la palla, se tieni lo sguardo fisso a terra senza accorgerti mai dei tuoi compagni in porta non ci arrivi mai». Il sottosegretario pentastellato Di Stefano sembra non avere dubbi: «Nel tentativo di nascondere l’evidenza, ieri qualcuno è arrivato ad attaccare direttamente i propri colleghi di governo inciampando, nuovamente, in una gaffe dietro l’altra». E’ stato già raccontato. In una diretta su Facebook sabato sera il vicepremier Matteo Salvini si è lamentato di essere stato lasciato da solo dai ministri della Difesa e dell’Economia, Elisabetta Trenta e Giovanni Tria. Lo ha detto chiaramente: «In questa battaglia mi sento un po’ solo. Io posso indicare un porto sicuro e bloccare uno sbarco non autorizzato, ma le forze armate in mare non dipendono da me».
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Testata: Messaggero
Autore: Ajello Mario
Titolo: Il retroscena – Un sondaggio agita M5S e Berlusconi: Lega-Meloni al 46% – Carroccio-Meloni insieme al 46%: patto per le Regioni
Tema: Salvini-Meloni: patto per le Regioni?
Non sarà certo il giallo dell’estate quello dell’incontro tra Salvini e Meloni. C’è stato? Non c’è stato? Lui smentisce categoricamente. Lei risponde no comment. Pare che si sarebbe svolto non a Milano ma a Roma. E comunque: quel che è certo è che i rapporti tra i due leader dei due partiti di destra stanno velocemente cambiando negli ultimi giorni. Alla luce di una serie di fatti. I nuovi sondaggi – l’ultimo, di ieri, è a cura di Antonio Noto per Qn – dicono che il 38 per cento della Lega sommato all’8 per cento di Fratelli d’Italia daranno, in caso di elezioni anticipate, una forza parlamentare del 46 per cento a Salvini e Meloni, e con il premio di maggioranza una capacità di governo larga e assicurata. Il che sta gettando M5S nella preoccupazione più nera. Inoltre, per la prima volta, nel sondaggio FdI supera – l’8 contro il 6,5 per cento – Forza Italia e sempre più, mentre l’opzione della scissione di Toti è considerata ormai improbabile o non decisiva, Salvini tende a considerare il partito azzurro inservibile mentre aumenta il suo interesse per la Meloni. Non legato soltanto, nel caso, all’eventualità delle elezioni anticipate. Anzi, queste si starebbero allontanando – la famosa finestra del 20 luglio è in via di chiusura – ma le guerre intestine tra Lega e 5Stelle, e le divisioni sempre maggiori all’interno dei pentastellati, rendono più prezioso, se non obbligato, il dialogo con la Meloni. Visti i numeri risicatissimi che i giallo-verdi hanno a Palazzo Madama. Ma c’è di più: Meloni vorrebbe che Salvini mollasse M5S e tornasse all’ovile, Salvini come extrema ratio sarebbe anche capace di chiedere a Fratelli d’Italia di entrare al governo o di dare l’impressione di volerlo fare pur di spaventare Di Maio.
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Testata: Corriere della Sera
Autore: Martirano Dino
Titolo: Le condizioni di Berlusconi a Toti
Tema: Berlusconi – Toti
Silvio Berlusconi ha atteso con pazienza il sabato del Brancaccio – il teatro romano nel quale Giovanni Toti ha radunato la sua corrente, «Italia in crescita» – e ha tratto due conclusioni. Una positiva: il governatore azzurro della Liguria, che strizza l’occhio a Matteo Salvini, non ha rotto con Forza Italia. La seconda negativa: l’iniziativa di Toti è risultata sostanzialmente inutile nei contenuti (si è parlato dello sfarinamento del ceto medio ma senza fare proposte) se non addirittura dannosa perché alla fine è stata una «perdita di tempo» nel mezzo del complesso percorso di rinnovamento stabilito a giugno per Forza Italia con la nomina dei coordinatori Giovanni Toti e Mara Carfagna. «Aspetto da quasi tre settimane le proposte sulle nuove regole e ancora non ho avuto niente…», si sarebbe lamentato il presidente di Forza Italia. Le tre proposte di Toti, comunque, si dovrebbero infrangere contro il muro eretto da Berlusconi: no al congresso a ottobre (perché, come stabilito, il percorso si chiuderà a dicembre); no alle primarie aperte (per Forza Italia votano solo gli iscritti); no all’azzeramento immediato dei coordinatori regionali (che verranno votati quando le nuove regole saranno approvate dal Consiglio nazionale). Con questi paletti piantati da Berlusconi, dunque, slitta di due giorni (a giovedì, per un problema di agende) l’annunciato tavolo delle regole di Forza Italia al quale, oltre ai coordinatori, partecipano le capogruppo, Mariastella Gelmini e Anna Maria Bernini, e il vice presidente Antonio Tajani: «Porterò un documento con le nostre proposte», dice Toti confermando che lui pensa a primarie aperte («Oltre Forza Italia ci sono tante liste civiche») da tenersi entro fine ottobre e a un azzeramento dei vertici locali e nazionali del partito da far scattare all’inizio di settembre quando dovrebbero essere approvate le nuove regole interne.
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Testata: Repubblica
Autore: De Marchis Goffredo
Titolo: I renziani si dividono sulle alleanze “Lotti e Guerini sono un po’ confusi”
Tema: Pd in vista dell’Assemblea di sabato
«Sono un po’ confusi», dice con un sorriso Roberto Giachetti. «Per noi la discriminante resta il no all’alleanza con i 5 stelle. Lo slogan “senza di me” resta valido», aggiunge il coordinatore della corrente dei renziani doc Luciano Nobili. L’area di Lotti e Guerini, nella convention di Montecatini conclusa ieri, ha cancellato le pregiudiziali sulle alleanze future del Partito democratico lasciando quindi la porta aperta a future intese con i grillini o con altri partiti. È in fondo la linea di Nicola Zingaretti e Paolo Gentiloni. Prima il voto e poi si valutano accordi per il governo, tenendo conto della legge elettorale proporzionale. Insomma, l’area che ha preso il nome di Base riformista, vuole rendersi autonoma dalla vecchia stagione renziana pur essendo guidata dal braccio destro dell’ex segretario e composta da parlamentari fedelissimi. Ha cominciato un percorso e lo ha reso esplicito negando qualsiasi tentazione di uscita dal Partito democratico. «Restiamo dentro al Pd, nessun ritorno al passato, non abbiamo nostalgia della cenere ma difendiamo la stagione riformista e la vocazione maggioritaria», spiega Lorenzo Guerini. Questa è la linea. «No al rifiuto aprioristico di alleanze, evitiamo una connotazione isolazionistica», si legge nel manifesto finale. Il messaggio è chiaro. «Non c’è nessuna apertura i 5 stelle», dice il capogruppo al Senato Andrea Marcucci. Ma è finita anche l’epoca della chiusura preventiva. La reazione dei renziani doc è secca: «Non voglio fare polemica, ma davvero i 5 stelle sono un pericolo per l’Italia. Pensare di ragionare con loro resta un rischio mortale per il Pd», insiste Nobili. Zingaretti si tiene alla larga dal dibattito correntizio.
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Testata: Libero Quotidiano
Autore: Specchia Francesco
Titolo: Intervista ad Annamaria Bernardini De Pace – «Peggio di certi giudici c’è soltanto Bonafede» – «Peggio dei giudici solo Bonafede Il governo? Prevedo un divorzio»
Tema: Intervista ad Annamaria Bernardini De Pace
Voilà, ecco quel che ci mancava, nell’arsura estiva: il governo gialloverde intrappolato – da Annamaria Bemardini de Pace, classe ’48, una mix sentimentale fra Christine Lagarde e la Donna Letizia montanelliana – nella metafora del diritto di famiglia. «Matteo Salvini è bravo e competente, ma è circondato da persone che non lo sono affatto. È come quel matrimonio che ti accorgi subito, a pelle, che non va. E infatti fai un patto prematrimoniale – il contratto di governo – però non c’è più l’amore, la passione, il sesso. E chi ci rimette sono sempre i bambini – cioè noi – che si trovano malissimo in una casa dove si litiga sempre e si aspetta che, da un momento all’altro, uno dei due se ne vada. Che, forse, è la cosa migliore. Io non vedo l’ora che arrivi il divorzio», afferma l’illustre avvocato. Caro avvocato, tu sei “regina dei matrimonialisti italiani” ma pure “giornalista, blogger” e molto altro secondo la tua frastagliata biografia. Sei d’una gentilezza da thè delle cinque nel privato, ma evochi sul lavoro un’idea di rara ferocia. Perché? «Questa è una leggenda metropolitana. In realtà il mio primo interesse sono sempre i figli. Se i coniugi si mettono d’accordo ed evitano loro il trauma, posso tranquillamente rinunciare alla causa, molto spesso io faccio transazioni. Sarei molto più ricca semi tenessi i clienti fino in fondo. Tranne quando vedo la meschineria, uomini ricchi che non mantengono la parola data…».
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Testata: Foglio
Autore: Cerasa Claudio
Titolo: Il Csm e l’orrore di una repubblica giudiziaria fondata sui pm. Sveglia – L’orrore di una repubblica giudiziaria fondata sui pm
Tema: Csm
Dimenticatevi della fuffa e pensate alla ciccia. Tra i molti spunti di riflessione offerti dalla incredibile guerra tra bande combattuta ormai da giorni attorno agli equilibri del Csm – e alle sue nomine, ai suoi indagati, alle sue fughe di notizie e ad alcuni sconvenienti intrecci con la politica – ce n’è uno molto importante che non è stato ancora considerato e che riguarda un tema cruciale non solo nell’ambito del caso Palamara ma anche nell’ambito della nostra democrazia. Qualcuno ci avrà fatto caso e qualcun altro forse no. Ma se c’è un filo conduttore che merita di essere seguito con attenzione per non perderci tra i mille rivoli del caos del Csm quel filo coincide con un dato che non può essere solo casuale: tra i protagonisti dell’ultimo incredibile cortocircuito della magistratura ci sono solo pubblici ministeri. Significa che i pubblici ministeri hanno una predisposizione naturale a fare zozzerie? Non diciamo stupidaggini. La nostra annotazione punta però a segnalare un tema che non può continuare a essere omesso: la ragione per cui la politica più o meno laica e le correnti più o meno togate si sono ritrovate a scannarsi tra di loro più per influenzare le nomine di procuratori e di sostituti procuratori che per influenzare le nomine di giudici è legata a un fatto difficilmente contestabile che riguarda la falsità assoluta di un dogma della nostra giurisprudenza: l’obbligatorietà dell’azione penale. on tutti i magistrati sono uguali, naturalmente, e generalizzare sarebbe un errore, perché siamo certi, abbiamo fiducia nella magistratura!, che il numero di magistrati che gioca con l’obbligatorietà dell’azione penale è infinitamente più piccolo rispetto al numero di quelli che non giocano con l’obbligatorietà dell’azione penale.
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Economia e finanza
Testata: Sole 24 Ore
Autore: Dell’Oste Cristiano – Parente Giovanni
Titolo: Sei bonus fiscali per riconquistare gli italiani in fuga all’estero – Un maxi taglio alle tasse dal 64% fino al 93% per favorire il rientro degli italiani dall’estero
Tema: Bonus fiscali per rientro di italiani all’estero
Cos’hanno in comune un ingegnere italiano che lavora a Londra, un imprenditore cinese con una società in India, un pensionato francese che vive in Olanda e un calciatore straniero appena ingaggiato in serie A? Sono tutti potenziali beneficiari dei regimi fiscali agevolati per far rientrare o attirare nel nostro Paese quello che la burocrazia chiama “capitale umano”. Gli sconti sono stati appena potenziati dal Parlamento approvando il decreto crescita (Dl 34/2019, convertito dalla legge 58). E mettono l’Italia in pole position nella competizione fiscale con gli altri Paesi, con una riduzione dell’Irpef che, a seconda dei casi, può andare dal 64 fino a193 per cento. Una gara a colpi di bonus, comunque, controversa. Criticata da chi paventa il rischio di un “turismo fiscale” senza freni. E sostenuta – al contrario – da chi ritiene che l’Italia debba combattere la concorrenza di altri Stati e la fuga dei cervelli, con gli iscritti all’Aire ormai a quota 5,3 milioni nel 2018. Sta di fatto che queste misure sono state varate sia dai governi di centrosinistra sia da quello gialloverde. In bilico tra superbonus e rientro Il regime per gli impatriati nelle dichiarazioni dei redditi presentate nel 2018 è stato usato da 3.758 contribuenti (italiani al rientro o stranieri che hanno scelto il nostro Paese), con un reddito medio lordo di circa 123mila euro. Per potenziarlo, il decreto crescita fa leva su quattro direttrici. La riduzione dell’imponibile tassato (dal 50 al 30%), l’estensione del bonus a chi avvia un’impresa o non ha titoli di studio particolari, la possibile proroga per altri cinque anni dopo il primo quinquennio e il supersconto per chi si trasferisce al Sud (imponibile ridotto al 10%).
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Testata: Repubblica
Autore: Amato Rosaria
Titolo: Sul taglio delle tasse i Cinque Stelle vicini a Tria
Tema: Flat tax
Una riduzione del carico fiscale per le classi medie: il ministro dell’Economia Giovanni Tria ha rilanciato ieri nell’intervista a Repubblica la riforma tributaria chiesta soprattutto dalla Lega, dopo che la Commissione europea ha archiviato la procedura per deficit eccessivo contro l’Italia. Ma le anticipazioni delineano due riforme diverse: la Lega vuole un piano triennale che per il 2020 parta con una flat tax al 15% fino ai 50 mila euro; il Movimento Cinque Stelle chiede invece una riforma complessiva del sistema attuale che porterebbe gli scaglioni da cinque a tre. Una linea quindi più vicina a quella di Tria. Nel mezzo, tutti i dubbi delle opposizioni, che ricordano come la flat tax sia l’opposto di una riforma a favore del ceto medio: dalle simulazioni emergono in misura prevalente vantaggi per i redditi alti. E per i redditi più bassi la riforma proposta dalla Lega appare priva di effetto anche secondo il ministro dell’Economia, che ricorda come «sulle classi di reddito inferiori c’è già una pressione fiscale sotto il 15%». Su tutte le proposte sul tavolo, poi, pesano i vincoli di bilancio. Anche se il Pil aumentasse più del previsto, anche se ci fossero ulteriori risparmi su quota 100 e reddito di cittadinanza, un intervento di forte riduzione del carico fiscale rischia di essere troppo costoso e di far tornare in campo il rischio della procedura Ue. O potrebbe avere una contropartita onerosa: «C’è il rischio concreto che le scelte sbagliate di questo governo si possano pagare con tagli alla sanità e agli altri servizi pubblici», scrive sul suo blog il segretario Pd Nicola Zingaretti.
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Testata: L’Economia del Corriere della Sera
Autore: Ruffini Ernesto_Maria
Titolo: Questa riforma è un’illusione ottica
Tema: Flat tax
Quello che si è appena chiuso potrebbe essere definito, con le parole di Federico Caffè, il mese delle «riscoperte soggettive», quelle che il popolo chiama da sempre le «scoperte dell’acqua calda». La riscoperta che la Banca d’Italia versa la maggior parte dei suoi utili al Tesoro: lo fa almeno da che è diventata istituto di diritto pubblico nel 1936, non proprio ieri. La riscoperta che persino le partecipate dello Stato versano gli utili allo Stato: aspettiamo ora che ci si accorga della diversa frequenza e ammontare con cui queste somme si manifestano e quindi sui limiti al loro utilizzo per far quadrare il bilancio dello Stato. La riscoperta che la fatturazione elettronica permette di ridurre l’evasione, dopo essere stata sprezzantemente definita una «genialata». Ma la riscoperta soggettiva più clamorosa riguarda le promesse elettorali. Si è scoperto che reddito di cittadinanza e quota 100 non erano proprio misure desiderate da tutti coloro a cui erano destinate. Sicché ci si aspetta che restino sul tavolo un po’ dei soldi stanziati (in deficit) per esse e per i quali si era partiti in tromba contro l’Europa. Coperture fantasma Ma, soprattutto, si è scoperto che la flat tax non ha coperture, se non con lo stesso gioco che sta alla base dei mini-Bot: quello delle tre carte. Era stato detto (disegno di legge a prima firma dell’attuale governatore del Friuli) che si sarebbe ripagata da sé con una clamorosa emersione del «nero»: i 60 miliardi, oltre tre quarti del sommerso stimato dall’Istat.
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Testata: Repubblica
Autore: Giannini Massimo
Titolo: Il commento – Solo Tria parla all’Europa
Tema: Il ruolo del Ministro dell’Economia
Tria guida una sorta di governo ombra, che limitandosi a usare un po’ di sano buon senso riesce a neutralizzare le mattane populiste del governo ufficiale. Era già successo a dicembre dell’anno scorso con la legge di bilancio: i gemelli del deficit Salvini e Di Maio, con lo scolapasta in testa e le spade di legno, issarono posticci cavalli di Frisia sulla linea del Piave di un deficit al 2,4 per cento del Pil, salvo poi dover ripiegare su un più severo 2,04 per cento. Risuccede oggi con la procedura d’infrazione: i due Don Chisciotte promettono sfracelli all’Europa morente dei tecnocrati, finalmente giustiziata dal tribunale dei popoli sovranisti, salvo poi dover subire il pugno dell’asse franco-tedesco nel risiko delle nomine Ue e lo schiaffo di una manovra-bis da 8,2 miliardi nella trattativa con la Commissione. Bentornati nel mondo reale, viene da ripetere ai due vicepremier, malati da un inguaribile velleitarismo. A Roma Salvini e Di Maio provano sistematicamente a sfasciare la tela che Tria tesse faticosamente a Bruxelles. Lo aiuta Mattarella, che stavolta ha messo una pesantissima “fideiussione istituzionale” e personale sul bilancio dello Stato, dicendo a Vienna «non vedo ragioni per aprire una procedura d’infrazione contro l’Italia». Lo aiuta Draghi, che con l’annuncio di un prolungamento dei tassi a zero e del “Qe” ha fatto crollare gli spread sul Bund tedesco, passati dai 320 punti del novembre 2018 ai 207 di venerdì scorso. Lo aiuta anche il Conte Zio, che manzonianamante prova a “troncare e sopire” le intemperanze tra Lega e M5S.
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Testata: Repubblica Affari&Finanza
Autore: Bogo Fabio
Titolo: L’editoriale – La manovra gli slogan e la realtà – La manovra, la retorica e la verità di Bruxelles
Tema: La manovra
La retorica gialloverde racconta storie agiografiche, soprattutto di un’Italia che non si piega all’Europa sul fronte delle scelte politiche, ma la realtà è ben diversa. Alla guida della commissione va la tedesca Ursula von der Leyen, che non è proprio una colomba, e alla Bce la pragmatica Christine Lagarde. Nella futura spartizione degli incaricihi che contano il nostro governo punta ad avere un commissario con un ruolo influente sul fronte dell’economia, ma in realtà salgono le quotazioni dell’ortodossa danese Margrethe Vestager, simbolo della continuità tra la commissione uscente e quella entrante. E al Parlamento europeo va David Sassoli, spinto dal gruppo socialista. Difficile definire l’esito finale diversamente da una débâcle, soprattutto se paragonato ai roboanti e minacciosi proclami della campagna elettorale. Roma poi esulta per aver evitato la minacciata procedura di infrazione sul debito. Ma dimentica di dire che ha dovuto mettere in campo una correzione strutturale del deficit pari a 8,2 miliardi, accantonando quindi risorse che potevano essere usate per la crescita. E ha dovuto sottoscrivere impegni per ridurre ancora il disavanzo nel 2020, promettendo tagli e misure che possano sterilizzare l’aumento dell’Iva, come previsto dalle clausole di salvaguardia. C’è poco da cantare vittoria insomma: la realtà è che davanti alle obiezioni di Bruxelles l’Italia ha sì evitato la gogna, ma lo ha fatto accettando una manovra correttiva adesso e impegnandosi a fare di più per l’anno successivo. L’ultimo oggetto del contendere riguarda lo spread. È sceso sotto i 200 punti all’annuncio della scampata procedura di infrazione europea sul debito, e questo è un dato indubbiamente positivo, soprattutto per il ridotto onere che graverà sugli interessi da pagare.
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Testata: Messaggero
Autore: Amoruso Roberta
Titolo: Un altro rinvio ora allarma Alitalia – Alitalia, nuovo rinvio adesso tocca a Conte
Tema: Alitalia, nuovo rinvio
Già da tempo il premier, Giuseppe Conte, ha annunciato l’opportunità di «una sintesi politica» da parte di Palazzo Chigi sulla vendita di Alitalia. Un passaggio cruciale persbloccare la partita avocando asé un dossier «di sistema». Ma ora che si avvicina l’ombra del quinto rinvio della scadenza, prevista il 15 luglio, per la procedura di vendita affidata ai commissari straordinari, questo passaggio politico appare sempre più cruciale e non più rinviabile. Almeno se si vuole valutare quella che sembra la soluzione naturale per il futuro di Alitalia, e cioè la partecipazione ufficiale di Atlantia, il gruppo che controlla Aeroporti di Roma e Autostrade per l’Italia, nella cordata guidata da Fs, affiancata dal Mefe da Delta Airlines. Perchè mentre il vicepremier, Lugi Di Maio, ancora nei giorni scorsi si diceva certo di poter chiudere la partita il 15 luglio – lo ha promesso ai commissari il 3 luglio scorso, ma più di recente lo fatto con i sindacati – è assai improbabile che la partita si possa chiudere in questi tempi visto che difficilmente Atlantia si farà avanti ufficialmente prima che sia Conte a prendere in mano il fascicolo. L’alternativa per rispettare la promessa è che lo stesso Di Maio tiri fuori dal cappello un partner industriale alternativo disposto a mettere sul piatto una quota intorno al 35-40%, e almeno 300 milioni di euro. A meno di un ritorno, clamoroso sulla scena di Lufthansa, di cui però non si ha alcun segnale.
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Testata: L’Economia del Corriere della Sera
Autore: De Bortoli Ferruccio
Titolo: Lo stato sempre più invadente Prende tanto e toglie spazio ai privati – Quanto e invadente il nuovo stato padrone?
Tema: Stato – Imprese
All’apice della sua storia, l’Iri, l’Istituto per la ricostruzione industriale – creato da Benito Mussolini nel 1933 e affidato ad Alberto Beneduce e Doto Menichella che fascisti non erano – aveva mezzo one di dipendenti. Ma perdeva soldi. Tanti. Nel 1993 veva un’esposizione di 70 mila miliardi di lire. Il gruppo pubblico verrà liquidato nel 2oo2. L’Efim, un altro degli enti a partecipazione statale, costituito nel 1962, venne messo in liquidazione nel 1992. A quell’epoca aveva un indebitamento di 18 mila miliardi di lire che diede luogo a una lunga querelle dello Stato con le banche estere. Provocò anche un declassamento del nostro rating. Lo smantellamento della finanziaria industriale pubblica terminò nel 2007. E costò altri 5 miliardi di euro. La crisi dello Stato padrone, che a un certo momento metteva insieme dall’acciaio ai panettoni, dalla telefonia alle conserve di pomodori, fu a lungo finanziata dai contribuenti italiani. Attraverso i fondi di dotazione che ogni anno la Finanziaria, oggi legge di Bilancio, accantonava. I contribuenti erano soci, a loro insaputa, delle finanziarie pubbliche ormai preda dei partiti. E ne pagavano le conseguenze. II ruolo Ma sarebbe ingeneroso giudicare così frettolosamente il ruolo dello Stato imprenditore nella Prima Repubblica. Senza quei gruppi pubblici – in un Paese con capitalisti senza capitali e diversi avventurieri – la Ricostruzione non sarebbe stata possibile. E nemmeno il miracolo economico.
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Testata: L’Economia del Corriere della Sera
Autore: Manca Daniele
Titolo: Il punto – Le misure (dimenticate) per le imprese
Tema: Stato – Imprese
C’è stato un evidente cortocircuito nel rapporto tra imprese e governo. E il dialogo non è stato ancora ripristinato. Lo si intuisce dalle priorità dell’esecutivo. La crescita è scomparsa dal dibattito politico, viene citata come slogan privo di qualsiasi effetto pratico. Altrimenti non si capirebbe come si siano perse le tracce dei 2,3 miliardi previsti fino al 2030 per il nascente fondo legato a Industria 4.0. Non è un caso che gli investimenti (in macchine utensili per esempio) si siano di fatto fermati per il mercato interno e che continui a trainare solo l’export. Eppure basterebbe dare ascolto alle varie indagini tra le associazioni imprenditoriali per capire quanto l’innovazione di prodotto, l’aumento della produttività attraverso la tecnologia, siano fondamentali. Nell’ultima indagine di Centromarca – le aziende dell’associazione rappresentano circa il boss dell’intero fatturato dei consumi di base nella moderna distribuzione – viene individuato da un’impresa su tre il fattore produttività a come priorità per il rilancio dei consumi. E questo perché è un elemento che favorisce la riduzione dei prezzi. Un’impresa su quattro vede le misure a favore dell’innovazione come elemento centrale per far crescere la fiducia dei consumatori. Quando si parla di provvedimenti strutturali, si chiede proprio questo. La politica tende, invece, a porre l’attenzione su riforme tanto ampie quanto generiche e normalmente inapplicabili perché bisognose di troppi regolamenti attuativi. Servirebbero invece interventi, come si legge ancora nella ricerca di Centromarca, mirati a ridurre il costo del lavoro tramite l’abbattimento del cuneo fiscale.
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Testata: Libero Quotidiano
Autore: Senaldi Pietro
Titolo: Intervista a Giancarlo Blangiardo – «Ecco perché gli anziani lavorano e i giovani no»
Tema: Intervista al Presidente dell’Istat
Lavoro e immigrazione sono le due grandi preoccupazioni degli italiani, i problemi che il governo è chiamato a risolvere. Su questi temi Libero ha interpellato il presidente dell’Istat, Giancarlo Blangiardo, per sapere qual è la reale situazione del Paese e il sentimento dei cittadini. Presidente, siamo passati da un Paese che cresce senza creare posti di lavoro a un Paese che cresce poco ma ha più posti di lavoro: ci svela il mistero? «L’economia italiana è in una fase ciclica caratterizzata da incertezza a livello globale e dinamiche della domanda instabili e frammentate. La crescita economica del Paese, debole a livello macroeconomico, presenta però evoluzioni settoriali in molti casi positive, che sembrano coinvolgere comparti a elevata intensità di lavoro. Inoltre, è possibile che alcuni provvedimenti di policy abbiano generato, così come accaduto nelle prime fasi della ripresa economica, effetti positivi sull’assorbimento occupazionale da parte del sistema produttivo, contribuendo a una divaricazione nel breve periodo tra andamento statistico e dinamiche del mercato del lavoro». Come mai gli anziani lavorano più del giovani, questione d’esperienza, di competenza o altro? «Diversi fattori hanno contribuito alla diminuzione del peso della componente dei giovani tra gli occupati. Innanzitutto c’è il calo della popolazione in quella fascia d’età, dove si sconta un crollo delle nascite che va avanti da qualche decennio. Poi ci sono l’allungamento dei percorsi di studio e le difficoltà di inserimento nel mercato del lavoro dei nuovi lavoratori (soprattutto in settori come la Pubblica Amministrazione, col blocco del turn-over), in presenza di coorti più numerose di lavoratori in età matura che riflettono i flussi di ingresso del passato».
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Societa’, istituzioni, esteri
Testata: Corriere della Sera
Autore: Nicastro Andrea
Titolo: La Grecia si affida al centrodestra – La svolta greca archivia la sinistra Trionfa il centrodestra di Mitsotakis
Tema: Elezioni in Grecia
La Grecia cambia cavallo, ma il carro da trascinare resta uguale: carico di un pesantissimo debito pubblico. La sinistra titubante di Alexis Tsipras lascia il passo al centrodestra liberale e tecnocratico di Kyriakos Mitsotakis. Toccherà al 51enne economista laureato ad Harvard, leader di Nuova Democrazia, riportare la Grecia ad un livello di occupazione e reddito da primo mondo. Dal voto di ieri in Grecia escono due giganti sopra il 30% e poi quattro formazioni abbondantemente sotto il 10%. Forse per la prima volta dall’inizio della crisi finanziaria del 2008 in Europa, un Paese va verso il bipolarismo invece che la frammentazione politica. Con l’85% dello scrutinio realizzato il centro-destra di Nuova Democrazia arriva al 39 per cento e conquista la maggioranza assoluta dei deputati. Mitsotakis potrà governare con un monocolore, senza scuse se non saprà realizzare le riforme che ha promesso. Figlio di un premier che fondò Nuova Democrazia, Mitsotakis vuole informatizzare lo Stato, combattere corruzione e familismo, attrarre investimenti stranieri, velocizzare la Giustizia, combattere la criminalità. II tutto senza peggiorare quel minimo di assistenza sociale che Syriza era riuscita a restaurare. Tutti temi trattati nell’intervista pubblicata ieri dal Corriere, che avrebbe però dovuto restare «off the record». Un malinteso antipatico, anche se nella notte del trionfo Mitsotalds ha confermato le sue intenzioni.
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Testata: Corriere della Sera
Autore: Nicastro Andrea
Titolo: La caduta di Tsipras (che non lascerà) – Il tramonto di Tsipras, profeta anti-austerity che si arenò sull’Europa
Tema: Elezioni in Grecia
Alexis Tsipras ha perso la maggioranza, ma non è un politico sconfitto. Rispetto al 23% delle Europee di maggio il rimbalzo è importante. La distanza dal primo partito c’è, ma non enorme. Il Tsipras che da ieri ricomincia la carriera come capo dell’opposizione è però un leader radicalmente diverso da quello che aveva trionfato nel 2015. Non più barricadero, per nulla rivoluzionario, ma pragmatico, flessibile e quasi tecnocratico. Gran parte dell’elettorato moderato del vecchio Pasok social-democratico è con la sua virata al centro. Quattro anni fa, Tsipras era soprattutto l’astro più luminoso della sinistra-sinistra europea. Al suo carisma si abbeveravano l’antisistema spagnolo Pablo Iglesias e poi tedeschi, francesi, italiani più o meno «estremisti». La sua Atene si era convertita nella trincea contro il «pensiero unico pro austerity». Gli altoparlanti di piazza Omonia vibravano con il «Bella Ciao» dei Modena City Ramblers e la folla cantava in estasi. Quell’entusiasmo, quella voglia di cambiare le regole, si raffreddò prima con la cacciata del ministro delle Finanze Yannis Varoufakis, poi quando Tsipras ignorò il referendum che chiedeva di continuare la sfida. II ritorno della Dracma fu scongiurato, ma il prezzo imposto dai creditori per mantenere l’Euro è stato altissimo. La sinistra-sinistra era piegata. La durezza di Bruxelles rappresentò per molti la perdita dell’innocenza: l’Ue apparve come un club di burocrati al servizio della finanza e non del popolo.
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Testata: Repubblica
Autore: E.Liv
Titolo: E anche la Grecia va a destra – La Grecia boccia Tsipras al timone torna la destra
Tema: Elezioni in Grecia
Kyriakos Mitsotakis vince la sfida con Alexis Tsipras e riporta il timone della Grecia nelle mani del centrodestra di Nea Demokratia (Nd). I conservatori hanno conquistato con 1’80% delle schede scrutinate il 39,6% dei voti, oltre le loro più rosee previsioni, percentuale che garantisce loro la maggioranza assoluta in Parlamento dove secondo le ultime proiezioni dovrebbe avere 158 seggi su 300. Syriza esce dalle urne con una sconfitta – viste le aspettative – tutt’altro che disonorevole: il partito dell’ormai ex premier ha preso il 31,6%. Otto punti in meno di Nd ma l’8% in più (e 500 mila voti aggiuntivi) rispetto alle Europee di poche settimane fa. «È stata una battaglia difficile ma nobile – ha detto Tsipras in tarda serata -. Abbiamo preso un Paese in bancarotta, lo lasciamo con il debito ridotto e 7 miliardi in cassa. Per arrivare qui abbiamo dovuto prendere decisioni che ci sono costate molto politicamente». Poi il messaggio al rivale: «Complimenti a Mitsotakis, l’alternanza è un valore della democrazia, spero che il ritorno di Nd al potere non apra un periodo di vendette e ritorsioni e che non venga rovinato il lavoro che abbiamo fatto». Syriza – ha aggiunto – «è qui per restare e non reputo il risultato uscito dalle urne una sconfitta». La resurrezione di Nea Demokratia non ha contagiato in positivo i vecchi rivali di sempre del Kinal.
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Testata: Repubblica
Autore: E.Liv
Titolo: Intervista ad Alexis Charizis – Charizis “Noi di Syriza lasciamo il Paese in piedi Vi ricordate com’era?”
Tema: Elezioni in Grecia
«Noi abbiamo perso e Nea Demokratia ha vinto, non si discute. Ma da queste elezioni Syriza non esce di sicuro con le ossa rotte: siamo il punto di riferimento della sinistra in Grecia e giocheremo un ruolo importante anche nei ranghi dei progressisti europei». Alexis Charizis, giovane (e rampantissimo) ministro dell’Interno uscente di Atene, ha appena visto in tv gli exit-poll. Per il partito del premier Alexis Tsipras i dati non sono confortanti. Ma lui, forte anche dei 500 mila voti guadagnati da Syriza rispetto alle Europee di fine maggio, vede – malgrado tutto – il bicchiere mezzo pieno. Dove avete sbagliato in questa campagna elettorale e perché i greci vi hanno voltato le spalle? «Le aspettative del Paese erano molto alte. Si pensava forse ad un’uscita dalla crisi più rapida Tutti però si dimenticano di una cosa: le condizioni in cui abbiamo preso la guida del Paese a inizio 2015. Allora c’era una crisi umanitaria, noi l’abbiamo combattuta e risolta. Oggi la Grecia è in grado di camminare con le sue gambe. Noi siamo stati battuti, è ovvio quindi che questo messaggio ha faticato a passare. Ma sono sicuro che il tempo aiuterà a riconoscere le buone cose che abbiamo fatto».
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Testata: Stampa
Autore: Ottaviani Marta
Titolo: La Grecia volta pagina: Mitsotakis liquida Tsipras e rilancia il centrodestra – La Grecia sceglie il centrodestra Vince Mitsotakis, finisce l’era Tsipras
Tema: Elezioni in Grecia
La Grecia ha voltato le spalle all’ormai ex golden boy della politica nazionale, Alexis Tsipras, e ha scelto di tornare al passato. Kyriakos Mitsotakis, leader del partito conservatore Nea Dimokratia e proveniente da una delle famiglie più potenti della politica ellenica è il nuovo primo ministro, dopo aver conquistato il 39,7% dei voti e 158 seggi in parlamento su 150. Syriza, il partito di sinistra del premier uscente, si ferma al 31,4, con 86 parlamentari, quasi dimezzati rispetto ai 151 delle elezioni del 2015. Un’affermazione convincente, quella di Mitsotakis, che gli permette di formare il governo da solo e guidare il Paese in autonomia. Unico neo, un’affluenza piuttosto bassa, al 57,5%. Un parlamento variegato Nella Vouli ton Ellenon, il parlamento greco, entrano altri quattro partiti, a testimoniare un quadro politico quanto mai complesso. Oltre ai conservatori e a Syriza, hanno passato la soglia del 3% i centristi di Kinal, formato in gran parte da fuori usciti del socialista Pasok, con 1’8% e 22 seggi, il partito comunista ICke, con 5,3% e 13 seggi. Alle loro spalle, le formazioni entrate in parlamento per il rotto della cuffia, ossia il partito Azione Ellenica, che rappresenta la nuova destra, oltranzista e filo russa del Paese, con il 3,8% e 10 seggi e Mera25, il partito formato dall’ex ministro delle Finanze, Yannis Varoufakis, grande oppositore alle politiche di austerity che con il 3,4% conquista 9 seggi. Niente da fare per i neonazisti di Alba Dorata, passati dal 7% al 2,9% dei voti.
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Testata: Stampa
Autore: Barbera Alessandro
Titolo: Intervista a Lorenzo Bini Smaghi – “Il vento ad Atene è cambiato Servono più riforme strutturali Una lezione anche per l’Italia”
Tema: Elezioni in Grecia
Quando Atene si trovò sull’orlo del baratro finanziario – fra il 2009 e il 2010 – Lorenzo Bini Smaghi era membro del consiglio direttivo della Banca centrale europea. E allora a guidare il Paese era il partito che oggi esce vittorioso dalle urne. I greci hanno votato dopo la sconfitta di Tsipras alle europee. I risultati parziali danno la vittoria al centrodestra di Nuova Democrazia, coloro che ebbero gravi responsabilità nell’innesco dell’ultima crisi di Atene scoppiata dopo aver truccato i conti pubblici. Cosa ci insegna questa esperienza? «La leadership di Nuova Democrazia è cambiata. Ha un programma di riforme e un atteggiamento costruttivo con l’Europa. Gli elettori evidentemente sono pronti a cambiare opinione, anche perché i primi mesi di Tsipras, che avevano portato al confronto con le istituzioni comunitarie, hanno aggravato la crisi e ritardato il percorso di ripresa economica». Perché i mercati hanno da tempo premiato la vittoria di quel partito? Come è possibile che i rendimenti siano ormai pari a quelli italiani? «I mercati scommettono sulla collaborazione del nuovo governo greco con l’Europa e un programma fatto soprattutto di riforme strutturali, per favorire la crescita. Non è sorprendente che lo spread sia sui livelli italiani».
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Testata: Messaggero
Autore: Andreadis Synghellakis Teodoro – Forcella Fabio Veronica
Titolo: Grecia, il centrodestra archivia Tsipras – Finisce l’era di Tsipras Grecia al centrodestra
Tema: Elezioni in Grecia
Le previsioni sono state rispettate. La Grecia svolta a destra e dà a Nuova Democrazia la maggioranza assoluta in Parlamento, grazie anche al premio di maggioranza che ascPgna 50 seggi per il primo partito, previsto dalla legge elettorale. Il nuovo primo ministro, Kyriakos Mitsotakis, è riuscito a distaccare Syriza di Alexis Tsipras di oltre otto punti percentuali, raggiungendo il 39,8% dei voti. Syriza ha quasi dimezzato i suoi deputati, ma ha arginato in parte la sconfitta, attestandosi al 31,5%. I socialisti del Movimento per il Cambiamento si attestano al 9,3%, ma fanno l’importante balzo in avanti che si prefiggevano. «Sarà un governo che raggiungerà risultati a tempo di record. I primi sei mesi saranno importantissimi», hanno subito dichiarato i vincitori. Aggiungendo che si tratta di una differenza molto più ampia delle ultime tornate elettorali. Syriza risponde che il ruolo di Tsipras non verrà messo in discussione, perché si tratta del leader che ha portato il partito dal 3,5% a oltre il 30%, e che ha fatto uscire la Grecia dai memo- randum di austerità. Rispetto alle europee, la sinistra greca comunque ha recuperato otto punti percentuali. Nella città di Canea, a Creta, città natale di Mitsotakis, sono subito iniziati i festeggiamenti. I suoi più stretti collaboratori fanno filtrare che la lista dei ministri è quasi pronta e che sono necessarie solo poche limature. Al governo andranno politici, tecnici, ed anche qualche ex esponente dei socialisti. Si fa sempre più insistente il nome di Adonis Gheorghiadis (dell’ala più conservatrice del partito) per il ministero dello sviluppo e quello del socialista Michalis Chrisochoidis per il dicastero della pubblica sicurezza.
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Testata: Messaggero
Autore: T.A.S. – F.V.F.
Titolo: Intervista a Niki Keramèos – «Sulla sicurezza sarà tolleranza zero e nuove procedure per i migranti»
Tema: Elezioni in Grecia
Tra i principali “volti nuovi” di Nuova Democrazia, Niki Keramèos, sino a eri ministro ombra dell’istruzione per Nuova Democrazia, annuncia al Messaggero le priorità del nuovo governo. Quali sono gli elementi che hanno portato alla vittoria di Nuova Democrazia? «Principalmente due: una contestazione di Alexis Tsipras e del suo programma, e una bocciatura del programma populista del governo, che ha portato all’ipertassazione. Al contrario, gli elettori hanno deciso di premiare il nostro programma ispirato alla responsabilità». In che senso? «Non abbiamo promesso mari e monti, cose irrealizzabili. La Grecia è stato il primo Paese ad entrare nel vortice del populismo, ed è anche il primo ad uscirne». Nuova Democrazia si prepara a governare in modo differente rispetto al passato, al periodo pre-crisi economica? «Penso che sia la società greca, sia il sistema politico del Paese che Nuova Democrazia siano ormai più maturi. Non mettiamo in dubbio il fatto che in passato siano stati fatti degli errori. Ora, però, abbiamo cercato di mantenere il senso della misura. Possiamo dire che nel 2015 la società greca fosse alla ricerca di un messia, in grado di risolvere ogni problema e di cambiare tutto con una bacchetta magica. Oggi non è più cosi…». Manterrete una forte collaborazione con gli altri Paesi dell’Unione europea, in particolare con quelli mediterranei? «Assolutamente, specialmente su migranti e profughi. Si deve riuscire a separare con chiarezza i richiedenti asilo dagli immigrati senza diritto di soggiorno, i quali devono tornare nei loro Paesi. Inoltre, dobbiamo collaborare più strettamente con Frontex per la protezione dei nostri confini, e rendere più veloci le pratiche per la concessione dell’asilo».
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Testata: Corriere della Sera
Autore: Mazza Viviana
Titolo: L’Iran: «Superati i limiti di uranio»
Tema: Iran – Nucleare
L’Iran ha annunciato ieri una nuova violazione degli impegni presi quattro anni fa, quando firmò l’accordo sul nucleare con i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu (Usa, Cina, Russia, Gran Bretagna, Francia) più la Germania. Teheran arricchirà l’uranio oltre il limite del 3,67%, per arrivare fino al 5% e rifornire così il reattore nucleare di Bushehr (finora alimentato con combustibile proveniente dalla Russia), ma sottolinea gli usi pacifici del programma nucleare e la reversibilità di queste mosse. Già la scorsa settimana la Repubblica Islamica ha superato delle scorte di un massimo di 300 chilogrammi di uranio a basso arricchimento. Si tratta per ora di livelli di arricchimento lontani da quello necessario per produrre armi nucleari (il 90%). Queste violazioni deliberate e provocatorie «passo dopo passo» indicano un ritorno all’uso del programma nucleare come strumento di pressione nei confronti dell’Occidente. Teheran vuole la rimozione delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti, che hanno fatto crollare le esportazioni di petrolio a 400mila barili al giorno e compromesso i commerci con le aziende europee strangolando l’economia. Il viceministro degli Esteri Abbas Araghchi ha aggiunto che ci sarà una «terza fase»: ogni 60 giorni Teheran valuterà se compiere ulteriori passi in violazione dell’accordo, a meno che le sanzioni non siano allentate.
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Testata: Repubblica
Autore: Bonanni Andrea
Titolo: Il nucleare e l’impotenza di Bruxelles – Un gesto di realpolitik spinge la Ue in secondo piano
Tema: Iran – Nucleare
Se davvero esistesse una politica estera europea, la crisi che si è aperta ieri con l’abbandono da parte dell’Iran dei limiti che erano stati imposti al suo programma nucleare sarebbe la più grave che la Ue si sia mai trovata ad affrontare. Purtroppo invece, nonostante il titolo pretenzioso attribuito a Federica Mogherini di “Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune”, la politica estera dell’Europa resta un bel progetto lontanissimo dal potersi realizzare. E che, se mai vedrà la luce, lo farà probabilmente lontano da Bruxelles, per opera di una cooperazione intergovernativa tra Parigi, Berlino, Madrid e magari Londra, anche se nel frattempo sarà uscita dall’Unione. La vicenda del nucleare iraniano sembra la parabola perfetta per illustrare il tramonto di un sogno che pure non potremmo permetterci di lasciar tramontare. Esattamente 4 anni fa, il 14 luglio 2015, a Vienna veniva firmato il JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action) che prevedeva la rinuncia Constatata l’impossibilità di Bruxelles di difenderla dalle sanzioni Usa Teheran punta a trattare direttamente con Trump Condannando al tramonto il sogno di una politica estera comune di Andrea Bonanni dell’Iran al programma nucleare, già in fase avanzata, in cambio dell’impegno a togliere le sanzioni internazionali che stavano strangolando l’economia di Teheran. A firmare quell’accordo erano, oltre all’Iran, Stati Uniti, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia e Germania.
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Testata: Repubblica
Autore: Colarusso Gabriella
Titolo: L’Iran sfida l’Europa “Arricchiremo l’uranio oltre i limiti del patto”
Tema: Iran – Nucleare
L’Iran prova a giocare un’altra carta nella partita con l’Europa per tentare di alleggerire il peso delle sanzioni americane e salvare le sue esportazioni di petrolio. Ieri il governo ha annunciato che riprenderà ad arricchire l’uranio oltre la soglia – molto bassa, del 3,67% – stabilita dall’accordo sul nucleare del 2015, che l’America di Donald Trump ha affossato uscendone unilateralmente nel maggio del 2018. Il regime non ha specificato di quanto sforerà il tetto: Ali Akbar Velayati, ex ministro degli Esteri e influente consigliere della Guida suprema, Ali Khamenei, aveva parlato di un arricchimento al 5%, che è una soglia ancora molto lontana dal 90% necessario per costruire un’arma atomica. Ma la settimana scorsa gli ayatollah avevano già deciso di violare un altro punto dell’intesa – in riposta alle nuove sanzioni americane – superando il limite di 300 kg di uranio che il Paese è autorizzato a tenere nelle riserve. Soprattutto, mercoledì scorso il presidente iraniano Hassan Rouhani ha avvertito che potrebbero anche riprendere la costruzione del reattore ad acqua pesante di Arak, quello che più preoccupava la comunità internazionale prima degli accordi del 2015 e dove potrebbe essere prodotta l’arma nucleare. Un obiettivo che per ora, secondo la gran parte degli analisti, l’Iran non è ancora in grado di raggiungere: ma se portasse l’arricchimento alla soglia del 20% potrebbe dimezzare i tempi necessari per arrivarci.
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Testata: Stampa
Autore: Stefanini Stefano
Titolo: La sfida nucleare dell’Iran è un test per l’Ue
Tema: Iran – Nucleare
L’Iran ha messo le carte in tavola. L’annuncio di voler superare non solo la soglia della quantità di uranio arricchito ma la qualità del raffinamento, oltre il 3,67% di purezza consentito dall’accordo (Jcpoa) del 2015, equivale a dichiarare l’obiettivo della bomba atomica. Non una sorpresa per Washington. Un bastone fra le mote europee. L’Iran mette alla prova i nuovi leader dell’Ue senza tempi di rodaggio. Teheran ha concluso che la partita si gioca con le regole di Trump: niente negoziato senza prova di forza, muovendosi su un sottile crinale fra guerra e pace. Né Usa né Iran vogliono la prima, ma ci girano pericolosamente intorno. Il presidente americano vuole strangolare economicamente l’Iran. Ci sta riuscendo. La diplomazia europea non compensa le sanzioni. Nessun tangibile sollievo è arrivato. Le esportazioni di petrolio sono crollate da un milione a 300mila barili al giorno. L’Iran non ha altra scelta che negoziare ma farlo con le spalle al muro sarebbe un suicidio politico. Dato che l’alternativa (guerra) sarebbe un suicidio militare, di fronte questo poco invidiabile bivio l’Iran cerca di bilanciare il rapporto con Washington. Ha due frecce al suo arco: chiudere lo Stretto di Hormuz alle petroliere e la ripresa delle attività nucleari. Se a bersaglio conducono alla guerra. Vanno quindi utilizzate come leva per arrivare al tavolo negoziale con merce da scambiare col transattivo presidente americano. Forse la teocrazia iraniana ha anche capito di non dover temere il cambio di regime da un Donald Trump più a suo agio con dittatori che con primi ministri democratici.
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Testata: Messaggero
Autore: Franco Pierluigi
Titolo: L’Iran lancia la sfida sull’accordo nucleare Ultimatum all’Europa
Tema: Iran – Nucleare
Sulle scadenze gli iraniani non transigono. E ieri, come da programma, Teheran ha annunciato la ripresa dell’arricchimento dell’uranio oltre la soglia del 3,67% fissata dall’accordo sul nucleare firmato nel 2015 e abbandonato l’anno scorso dagli Usa di Donald Trump. Il nodo sta nei rapporti con l’Europa, dove Francia, Germania e Gran Bretagna avevano firmato l’accordo, con l’Ue esposta in prima linea come garante. Ma le sanzioni americane hanno fermato tutte le intese economiche tra Europa e Iran. Un grosso danno per entrambi. L’Iran aveva dato all’Europa la scadenza del 7 luglio per attivare gli strumenti finanziari, più volte annunciati in ambito Ue, in grado di aggirare le sanzioni americane e salvare l’accordo sul nucleare. Ma fino a ieri quegli strumenti elaborati dall’Europa (Spy e Instex), non sono arrivati. Ad arrivare è stato invece l’annuncio, da parte del vice ministro degli Esteri Abbas Araghchi, che l’Iran riprenderà ad arricchire l’uranio al 5% per la sua centrale nucleare di Bushehr , mentre non è stato ancora deciso il livello di arricchimento (precedentemente si era parlato del 20%) per il reattore di ricerca di Teheran. In un colloquio con Il Messaggero, nel novembre scorso, proprio Araghchi, che è anche il capo delegazione per l’accordo nucleare, aveva detto che l’Iran sarebbe stato costretto a riprendere il suo programma nucleare in mancanza di rispetto dell’accordo da parte dell’Europa. Così è stato. Ma da bravo diplomatico, Araghchi ha detto ieri che, pur riprendendo il programma nucleare, l’Iran concede all’Europa altri 60 giorni per aggirare le sanzioni Usa.
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Testata: Giornale
Autore: Nirenstein Fiamma
Titolo: L’Iran arricchisce l’uranio Parte la corsa all’atomica Trump: «Stiano attenti»
Tema: Iran – Nucleare
Dunque l’Iran ha cominciato a muoversi, innalzando oltre il 3,67 i livelli di arricchimento dell’uranio che gli erano imposti dall’accordo del 2015. L’annuncio dato dal negoziatore nucleare e viceministro degli esteri Abbas Araghchi, un duro moderno laureato in Scozia, è minaccioso, arricchito dalla promessa di ulteriori tagli rispetto agli impegni del 2015, allusivo di una ripresa, non annunciata esplicitamente, sulla strada dell’atomica. Questo scopo è velato da allusioni a programmi civili, mentre si dice all’Europa che la si aspetta sulla via della cancellazione delle sanzioni per 60 giorni ancora: l’arricchimento aumentato è presentato come una sorta di misura minimale rispetto al terribile ruggito che gli Ayatollah di Teheran preparano se l’accordo coi P5+1 non verrà ripristinato come chiedono entro 60 giorni. È una mossa nell’ambito di un gioco a tre, Usa Iran e Europa, in cui tuttavia si affacciano la Turchia e la Russia (con cui l’Iran progetta un incontro trilaterale in agosto) e la Cina, che viola nel silenzio generale il regime di sanzioni stabilito da Trump, che minaccia: «E meglio che l’Iran stia attento». Insomma una guerra mondiale nel cui centro siede, piuttosto preoccupato e comunque in stato di allarme, Israele: ieri il primo ministro Netanyahu ha detto che la mossa dell’Iran è un passo «molto molto pericoloso».
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Testata: Corriere della Sera
Autore: Gaggi Massimo
Titolo: Intervista a Roger Cohen – «Non era un’intesa perfetta, ma ora il dialogo è più difficile»
Tema: Trump – Nucleare
«La decisione iraniana di riprendere l’arricchimento dell’uranio è pericolosa, ma è lo sviluppo prevedibile di una crisi totalmente non necessaria che è stata scatenata in modo avventato da Donald Trump. Con la sua idea teatrale della politica ha demolito un accordo utile che aveva allontanato di molto la minaccia nucleare di Teheran». Editorialista del New York Times e profondo conoscitore del Medio Oriente e dell’Iran in modo particolare, Roger Cohen è pessimista sulla possibilità che tra Washington e Teheran possa riprendere qualche forma di dialogo. La strategia della massima pressione di Trump non può dare frutti? L’Iran reagisce duramente perché le nuove sanzioni Usa sono molto più efficace di quelle applicate in passato. «L’accordo del 2015, accettato dall’Iran proprio per allentare la morsa delle sanzioni, non era un’intesa perfetta, ma era la migliore possibile nelle condizioni del momento. Ed è stata molto efficace nel ritardare le capacità nucleari dell’Iran che, sulla base di quel protocollo, ha rinunciato per almeno dieci anni, forse molto di più, alla possibilità di avere l’atomica. Denunciando quell’accordo, bollandolo come un’intesa demenziale, Trump ha riportato il mondo alla situazione pericolosissima del 20H-12, con l’Iran molto più vicino alla possibilità di diventare una potenza nucleare».
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Testata: Messaggero
Autore: Guaita Anna
Titolo: L’ambasciatore Gb negli Usa: «Trump un inetto pericoloso»
Tema: Trump
Dopo il recente viaggio di Donald Trump nel Regno Unito, sembrava che i rapporti fra i due storici alleati fossero tornati su un piano caloroso. Ma ecco che scoppia uno scandalo che sprofonda Londra nell’imbarazzo. Il Daily Mail ha pubblicato una serie di segreti dispacci diplomatici dell’ambasciatore Kim Darroch in cui sono espressi pareri molto poco lusinghieri sul presidente americano. I messaggi vanno dal 2017 fino a questi ultimi giorni. Darroch, ambasciatore in Usa dal 2016, ritrae Trump come «un inetto, un i nsicuro, un incompetente». Sostiene che il presidente potrebbe essere «indebitato con loschi russi», e che con le sue politiche rischia di «distruggere il sistema commerciale mondiale». Descrive come nell’amministrazione regni il disaccordo e il caos, con «lotte al coltello». Mette in discussione sia la politica estera, esprimendo il timore che prima o poi Trump attacchi davvero l’Iran, sia le scelte di campagna elettorale per le presidenziali dell’anno prossimo. E se sostiene che la carriera di Trump «potrebbe finire in disgrazia», ammette anche che «c’è una strada credibile per la sua rielezione». Anzi, invita i superiori a «non scartarlo», perché alla fine potrebbe uscire dalle fiamme «intatto come Schwarzenegger nella scena finale di Terminator». La reazione di Downing Street è stata di ricordare che dai propri ambasciatori i Paesi si aspettino «valutazioni oneste e dirette», che dovrebbero rimanere «confidenziali». Si esprime la speranza che i rapporti rimarranno forti nonostante l’atto «malizioso» della pubblicazione, e si ricorda che anche l’ambasciatore americano riferisce a Washington con la stessa onestà.
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Testata: Corriere della Sera
Autore: Urbinati Nadia
Titolo: La finta democrazia dei nuovi despoti
Tema: Democrazia
Intorno a Roma si muovono con agio le potenze anti-democratiche. In poco più di tre mesi, l’Italia ha accolto Xi Jinping e Vladimir Putin. L’Europa (la sua debolezza in primo luogo) interessa entrambi (come interessa al loro amico-nemico Donald Trump); soprattutto il Mediterraneo, crocevia per l’Africa e il Medio Oriente, appetibili alle due potenze continentali con ambizioni imperiali, Cina e Russia. Che sono, insieme all’Arabia Saudita, alla Turchia, al Tagikistan, agli Emirati Arabi, al Vietnam, all’Iran e a Singapore (con un fronte che si spinge fin dentro l’Europa con l’Ungheria di Orbán) i rappresentanti di un modello socio-economico e politico che sfida nemmeno tanto timidamente la democrazia. Di recente Putin ha tuonato contro le democrazie costituzionali, giunte secondo lui al capolinea; qualche anno fa commentando una risoluzione del Parlamento europeo contro le ingerenze russe nei media, aveva dichiarato: «Tutti ci fanno scuola di democrazia mentre vediamo il degrado in cui versa l’idea stessa di democrazia». Per definire questi sistemi di potere si sono ideate le più fantasiose formule, come per esempio quella di «democrazia illiberale» (amata molto anche da Orbán oltre che da Erdogan) che però non significa nulla poiché una democrazia con diritti civili sotto sorveglianza dell’esecutivo e senza una pubblica e libera competizione politica non può esistere, anche quando usa elezioni e un sistema sofisticato di media.
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Testata: Repubblica
Autore: Felice Emanuele
Titolo: L’analisi – Putin e un progresso senza diritti
Tema: Democrazia
L’isolamento in Europa, il viaggio di Salvini in America, le visite di Xi Jinping e Putin. Il nostro paese è oggi al centro di una partita globale che ha un’enorme portata geo-politica: l’Italia ventre molle per accedere all’Unione e, soprattutto, per dividerla. Putin l’ha capito molto bene, come evidenziato da Scalfari nell’editoriale di ieri. Se l’Europa si sfasciasse, i giganti mondiali (Stati Uniti, Russia, Cina) avrebbero il vantaggio di trattare con le singole nazioni una per una. Di sicuro ci perderemmo tutti, nel Vecchio continente. Ma va detto che ci perderebbe soprattutto l’Italia, particolarmente esposta perché esporta molto (e nei trattati commerciali del nuovo mondo muscolare sarebbe infinitamente più debole), oltre che per il suo debito pubblico e la posizione geografica, che ne fa naturale punto di approdo dei migranti. Altro che interesse nazionale! Flirtare con Trump e Putin, autoemarginarsi dal motore dell’integrazione europea alleandosi con Orbán, è il modo migliore per danneggiare il nostro paese, pressoché in ogni ambito. Tutto Salvini fa, insomma, fuorché gli interessi dell’Italia (con buona pace della propaganda sovranista). E forse l’opposizione dovrebbe cominciare a battere su questo tasto, se vuole davvero risalire la china. Ma il flirt con Putin e Trump rischia di aprire a scenari ancora più preoccupanti, perché non riguardano solo l’economia, ma le nostre libertà fondamentali e forse il destino stesso delle società in cui viviamo. La questione di fondo è se la democrazia (la nostra democrazia, quella fondata sulla separazione dei poteri, che si chiama liberale ed è l’unica che pub tutelare i diritti dell’uomo) deve governare il capitalismo, e lo sviluppo tecnologico. Oppure no.
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Testata: Repubblica
Autore: Ginori Anais
Titolo: E Macron si scusa con le donne: non abbiamo saputo proteggervi
Tema: Macron – Femminicidi
«Non abbiamo saputo proteggervi». Emmanuel Macron pubblica sul suo profilo Facebook i nomi delle 74 donne uccise m casa da compagni e mariti dall’inizio dell’anno. Monica, Pascale, Taina, Séverine fmo all’ultima, Elodie, 32 anni, accoltellata sabato davanti ai suoi quattro figli. «I vostri nomi ci sono familiari, voi siete nostre amiche, nostre madri, nostre sorelle, nostre figlie. La violenza che vi è costata la vita ci addolora, ci disgusta» scrive il presidente francese, raccogliendo l’appello di un collettivo di associazioni e parenti delle vittime che sabato ha organizzato una manifestazione per denunciare la mancanza di misure in grado di proteggere le vittime di violenze. Alcune delle donne uccise negli ultimi mesi avevano inutilmente denunciato gli abusi nei commissariati di quartiere, senza che fossero adottate misure da parte delle forze dell’ordine. La ministra per la Parità, Marlène Schiappa, ha promesso di lanciare a settembre una grande consultazione con le associazioni per varare un piano straordinario mentre la Guardasigilli, Nicole Belloubet vuole rafforzare da subito le misure che già esistono, come il controllo attraverso il braccialetto elettronico per i compagni accusati di violenze. Intanto, però, Macron ha voluto intervenire contro il femminicidio che fa una vittima ogni tre giorni in Francia e su cui si era personalmente impegnato durante la campagna delle presidenziali.
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Testata: Corriere della Sera
Autore: Romano Sergio
Titolo: L’ago della bilancia – Stato e Chiesa, quando la politica supera i confini (e non dovrebbe)
Tema: Stato e Chiesa
Nella storia dei rapporti fra lo Stato italiano e la Chiesa Romana i momenti critici sono stati numerosi. Il 26 luglio 1855 Pio IX scomunicò Cavour e Vittorio Emanuele, rei di avere approvato la legge anticlericale sui conventi. Nel 1870 il generale Cadorna spalancò le porte di Roma a colpi di cannone. Nel 1881 la salma di Pio IX, mentre veniva portata durante la notte nella basilica di San Lorenzo al Verano, corse il rischio di essere gettata nel Tevere da una folla di anticlericali. Nel 1889 un comitato prevalentemente massonico inaugurò un monumento alla memoria di Giordano Bruno, il frate condannato a morte per eresia, e volle che sorgesse in Campo dei Fiori (dove il rogo arse), gli occhi spavaldamente rivolti verso il Vaticano. Nel 1918, dopo la fine della Grande Guerra, il ministro degli Esteri (Sidney Sonnino) riuscì a evitare che la Santa Sede inviasse una delegazione a Versailles per partecipare alla conferenza di pace. Nel 1929 Mussolini firmò con il cardinale Pietro Gasparri, segretario di Stato della Santa Sede, un trattato che creava lo Stato della Città del Vaticano e un Concordato che regolava i rapporti tra la Chiesa e l’Italia . Ma qualche anno dopo il capo del fascismo volle, con grande disappunto di Pio XI, limitare le iniziative dell’Azione Cattolica soprattutto negli ambienti giovanili. E durante la Repubblica sociale italiana, dopo l’armistizio dell’8 settembre, sognò la creazione di una Chiesa «italica e patriottica», completamente separata dalla Santa Sede.
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