– Plastica e tasse, nuovo fronte nel governo
– Fusione Fca-Peugeot: i dubbi dei sindacati
– Trump contro la Ue
– Razzismo: Dresda proclama lo stato d’emergenza
PRIMO PIANO
Politica interna
Testata: Sole 24 Ore
Autore: Perrone Manuela
Titolo: M5S come i verdi Ue e stati generali nel 2020 Di Maio rilancia per uscire dall’angolo
Tema: M5S
Sono due le mosse di Luigi Di Maio per uscire dall’angolo, arginare la fronda interna e provare a traghettare il M5S verso il futuro. La prima è a breve termine rilanciare da gennaio le proposte identitarie dell’acqua pubblica e del conflitto d’interessi e convocare entro aprile gli “stati generali” del Movimento. La seconda è più strategica: ispirarsi al modello dei Verdi europei, e in particolare di quelli tedeschi, a metà tra un movimento e un partito, che a ogni elezione si sono confermati al centro dei giochi Per realizzare il sogno di restare a lungo al Governo, «ago della bilancia» del sistema. «Abbiamo ancora tanta energia, ci hanno dati per spacciati tante volte dimostreremo che si sono sbagliati anche stavolta», ragiona Di Maio con i suoi. Chiaro il tentativo: ridefinire l’identità di un M5S in crisi di consensi e a rischio di implosione. Per questo il leader rivendica al Movimento il merito di aver «migliorato la manovra». Poi c’è la nuova agenda. «Basta parlare di coalizioni», ha replicato Di Maio a Bersani, approfittandone per avvisare che la legge sull’acqua pubblica va approvata: «Sono d’accordo le altre forze della maggioranza?». A microfoni spenti cita anche l’altra bandiera: il conflitto d’interessi. Tutto a costo di aprire nuovi fronti con i dem e con il premier Giuseppe Conte. Sono reazioni al moltiplicarsi dei malcontenti e alle voci di nuovi addii (Ugo Grassi al Senato). L’ex ministra Barbara Lezzi cita Gianroberto Casaleggio: i partiti «nel tempo devono cambiare o si devono sostituire». ll senatore Primo Di Nicola invita a non aver paura di «scioglierci in qualcosa di più grande». E anchese non vuol sentire parlare di congresso, evocato da Giorgio Trizzino, pure il presidente dell’Antimafla, Nicola Morra, riconosce l’esigenza «di un momento di riflessione». Leggi l’articolo da: PC/Tablet SmartPhone
Testata: Corriere della Sera
Autore: Trocino Alessandro
Titolo: Regionali, diktat di Di Maio al M5S: vi do una settimana, poi decido io
Tema: M5S e il nodo amministrative
«Ci rivediamo la prossima settimana, se trovate una linea unitaria bene, sennò decido io». Luigi Di Maio ha chiuso così le assemblee con i parlamentari di Emilia-Romagna e Calabria. Già, il problema è questo: chi decide? Nicola Morra lo ha scritto in un post: «Si vince insieme e si perde insieme solo se si gioca insieme». Ma non si capisce bene se Di Maio voglia giocare e con chi. Nel frattempo tutti sperano o temono una parola «elevata» di Grillo, Casaleggio sta rinchiuso negli uffici e i gruppi parlamentari hanno sulle spalle la decisione più difficile: se correre con il Pd, modello Umbria, o se andare da soli, consegnando il Pd al rischio di una sconfitta in Emilia-Romagna e abbandonando a sé stessa la Calabria. Di Maio, che sta pensando ad una riorganizzazione interna sul modello «leggero» dei Verdi europei, fa capire come la pensa: «Basta parlare di coalizioni o alleanze». Vorrebbe si procedesse da soli, in quello che Pier Luigi Bersani chiama un «solipsismo da cupio dissolvi». Ma non decide, per ora, anche per non dare ragione a chi lo accusa di essere un uomo solo al comando. Poi ci sarà il voto su Rousseau, contestato. «Io non ho votato sull’Umbria — racconta Francesco Silvestri —: non ha senso che a decidere di una regione siano cittadini di altre».
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Testata: Corriere della Sera
Autore: Verderami Francesco
Titolo: Settegiorni – Il giorno in cui stava per rompersi il patto Pd-M5S – I ministri al vertice sull’orlo della rottura E Franceschini sbottò: volete aprire la crisi?
Tema: tensioni nel governo
Su una Finanziaria da trenta miliardi non si spende la parola «crisi» quando si discute di venti milioni. A meno che una banale divergenza sull’uso dei soldi non nasconda un conflitto di valori. Mercoledì scorso al vertice sulla Finanziaria si è misurata la distanza che separa i grillini dal resto dell’alleanza di governo. E una distanza culturale prima ancora che politica, e testimonia come sia faticoso al momento anche solo immaginare una «coalizione degli opposti». Al punto che, nel mezzo di un alterco con Di Maio, persino Franceschini, il più ecumenico tra i democrat, è arrivato a dire: «A saperlo, ci avrei pensato dieci volte prima di mettermi con voi». Cosa aveva provocato la reazione del ministro della Cultura, teorico dell’accordo tra il Pd e M5S? Era appena stato trovato un compromesso su Radio Radicale, che subito era divampato un altro scontro su un fondo di venti milioni per la lettura dei giornali nelle scuole. In principio era sembrato che il problema fosse di natura economica. Perciò il capo delegazione del Pd aveva esortato l’interlocutore a guardare il tema da un’altra prospettiva: «L’obiettivo è stimolare la lettura. Si tratta di promuovere cultura». Ma proprio lì, dove Franceschini aveva immaginato di costruire un ponte, Di Maio aveva scavato un fossato: «I giornali non vanno diffusi nelle scuole. Se vogliono, se li comprano. E poi che fanno: li leggono in classe?». Il resto della discussione è la rappresentazione di due mondi e due modi di vedere le cose. «Luigi, per noi che si leggano i giornali nelle scuole è un valore». «Eh no, Dario. Dietro i giornali ci sono gruppi d’interesse che pretendono di di incidere sulle scelte del Paese». «Sui giornali non ci sono solo articoli di politica, ci sono anche le pagine di cultura». «Con i giornali ci attaccano». «Attaccano anche noi, si chiama libertà di stampa. Voi volete solo i social». «Noi non vogliamo dare finanziamenti pubblici». «Fammi capire, sei anche contro l’aiuto ai libri?». No, non è stato un diverbio di natura economica, altrimenti Franceschini non avrebbe urlato «se volete che si apra la crisi, apriamola».
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Testata: Messaggero
Autore: Jerkov Barbara
Titolo: Intervista a Matteo Renzi – Renzi: «Avanti con o senza Conte» – «Vetture aziendali, via la tassa E avanti con o senza Conte»
Tema: tensioni nel governo
«La legislatura arriverà a scadenza naturale, se anche con Conte presidente del Consiglio, ecco, «dipende da come funziona il governo». Sul lungo volo di rientro dagli Usa via Emirati Arabi, Matteo Renzi sfrutta il wifi di bordo per fare il punto sulle tensioni nella coalizione e sulle prossime scadenze. Lei ama ripete che la legislatura deve andare avanti ma non dice se con o senza Conte premier. Vuole chiarirlo qui? «Dipende da come funziona il governo, non da me. Niente di personale, sia chiaro: a me sta a cuore l’Italia, non il futuro dell’avvocato Conte. Conte è stato il premier di una maggioranza che ha azzerato la crescita in Italia: per una serie di circostanze oggi si ritrova premier anche della maggioranza alternativa. Qualcuno degli alleati, che confonde i sondaggi con la politica, lo immagina addirittura candidato leader alle prossime elezioni. Tutto assolutamente legittimo. Io però ragiono diversamente. Per me l’unica preoccupazione è che l’Italia vada avanti, che le tasse non aumentino, che il Paese si rialzi: quindi spero che Conte lavori bene. Faccio il tifo per lui e gli do una mano, oggi, senza farmi film su domani. Che cosa abbia in testa Conte per il suo futuro mi è indifferente: basta che adesso pensi a lavorare per il bene dell’Italia. La legislatura durerà fino al 2023, sicuramente: siamo una democrazia parlamentare e in Parlamento c’erano, ci sono e ci saranno i numeri per un governo che non ci spinga fuori dall’Europa». Italia Viva è in prima fila nelle critiche… «Il contrario! Lei non sa quante volte tacciamo per senso di responsabilità. Su un punto però non transigiamo: non possiamo alzare le tasse agli italiani. Abbiamo vinto la battaglia per eliminare l’aumento dell’Iva e adesso vinceremo anche quella sulle macchine aziendali, sulla plastica e sullo zucchero. C’è chi rivendica la propria battaglia No Tav, chi quella No Tap. Noi di Italia Viva siamo quelli No Tax».
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Testata: Repubblica
Autore: c.l.
Titolo: Zingaretti ai 5S: i decreti sicurezza di Salvini sono da ritirare – Sui migranti Pd e M5S allo scontro Zingaretti: ora via i decreti sicurezza
Tema: decreti sicurezza
Si riaccende lo scontro, sull’immigrazione. Dopo l’intervista del ministro dell’Interno Luciana Lamorgese a Repubblica è il suo predecessore a passare al contrattacco. Ma la questione è così calda che finisce col segnare lo scarto di posizioni anche dentro la maggioranza tra i leader di Pd e M5S. Già, i decreti sicurezza. Ultimo baluardo rimasto ad argine delle politiche salviniane che adesso il Partito democratico è deciso ad abbattere. Il segretario Nicola Zingaretti, nei colloqui coi suoi, ormai non ne fa mistero e avverte: «Il Pd nei prossimi giorni chiederà il ritiro o la modifica dei decreti sicurezza, così come stabilito nel programma di governo». In ogni caso, non resteranno in vigore nella formulazione attuale. Ma è su questo punto che le posizioni nel governo divergono. Basta sentire quel che nelle stesse ore sta spiegando Luigi Di Maio allo stato maggiore del M5S. Massima disponibilità a intervenire sui decreti sicurezza, ma «sulle parti segnalate dal presidente Mattarella nei suoi rilievi», non certo per cancellarli del tutto. C’è poi la questione memorandum Italia-Libia, il patto che disciplina i rapporti col paese nel quale i migranti vengono trattenuti, spesso torturati, e dal quale poi partono verso le nostre coste. Anche qui, il ministro degli Esteri però è risoluto: «Chi vuol denunciare il memorandum vuole aprire a settecentomila migranti sul territorio libico che non aspettano altro per partire verso l’Italia».
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Testata: Repubblica
Autore: De Marchis Goffredo
Titolo: Rai, pronto il ribaltone Salini vuole cambiare anche i direttori dei Tg
Tema: nomine Rai
Al settimo piano di Viale Mazzini è arrivato il messaggio. L’amministratore delegato Fabrizio Salini torna sui suoi passi e annuncia una tornata di nomine che coinvolgerà non solo le reti ma anche i telegiornali. Compreso il boccone più ambito, quello che informa milioni di italiani ogni sera: il Tg1. Adesso comincia il difficile perché l’ad ha promesso di portare i nomi nel consiglio di amministrazione dell’11 novembre, tra poco più di una settimana. Bisogna riequilibrare le caselle, tenere conto dei nuovi assetti di maggioranza, subire o respingere le pressioni e dare più spazio al Pd, come ha reclamato a gran voce il partito in queste ore. «È cambiato il governo. La Rai non può essere la fotocopia di quella del governo giallo-verde», sono le parole che il segretario Nicola Zingaretti ha fatto arrivare all’orecchio di Salini. E non parlava delle reti ma dell’informazione del servizio pubblico in cui a farla da padrone oggi sono i 5 stelle, la Lega, in parte i renziani. Con il secondo partito dell’esecutivo relegato in un angolo. Com’è sempre successo, il possibile cambio al Tg1 ha motivazioni politiche ma i suoi fautori sono pronti ad argomentarlo anche con le difficoltà negli ascolti. Rispetto alla scorsa stagione l’edizione delle 20 perde in media un punto e mezzo. Oggi il Tg1 è guidato da Giuseppe Carboni che fu indicato a suo tempo dai grillini. Ma il Pd vuole che si cambi rotta. Dovrà fare i conti con il Movimento, che potrebbe anche accettare l’idea di operare un cambio. Il punto è con chi. Salini non ama il gioco politico, non ne conosce le regole e da sempre ha preferito concentrarsi sul piano industriale, una rivoluzione per la tv di Stato, che è riuscito a condurre in porto dopo anni di stasi. Ma la Rai significa potere e assetti, quindi bisogna mettere le mani nel frullatore. Alla poltrona di Carboni, come interni del Tgl, ambiscono Francesco Giorgino e Franco Di Mare. Il primo ha buoni rapporti con i grillini ma viene dal centrodestra. Non è un nome di garanzia per il Partito democratico. Non sarebbe affatto la svolta auspicata dal Nazareno.
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Testata: Giornale
Autore: Giannini Chiara
Titolo: Il retroscena – La commissione Segre? È il «codice Boldrini» per silenziare i nemici – Con la commissione Segre ritorna il «codice Boldrini»
Tema: caso Segre
La commissione contro il razzismo, l’antisemitismo e l’odio voluta dalla senatrice a vita Liliana Segre non è altro che la fotocopia di quella istituita nel maggio 2016 e coordinata dall’allora presidente della Camera dei deputati Laura Boldrini. Una commissione allora intitolata a Jo Cox, deputata della Camera dei Comuni del Regno Unito uccisa da un esponente del movimento neonazista dopo che la stessa si era dichiarata contraria alla Brexit. I risultati portarono, nel luglio 2017, all’individuazione di quella che fu definita «La piramide dell’odio». In sostanza, furono classificate quattro sezioni della piramide: crimini d’odio (ovvero atti di violenza, fino all’omicidio, perpetrati contro persone in base a qualche caratteristica come il sesso, l’orientamento sessuale, l’etnia, il colore della pelle o la religione), il linguaggio di odio (minacce e/o incitamento alla denigrazione o alla violenza), le discriminazioni (lavoro, alloggio, scuola, relazioni sociali) e stereotipi e false rappresentazioni (stereotipi negativi, rappresentazioni false o fuorvianti, linguaggio ostile). Nella relazione finale si parlava di odio verso migranti e gitani, della violenza sulle donne, del bullismo, nei confronti di genere (lgbt) e per motivi religiosi. Vi erano inserite, insomma, tutte le singole categorie, eccetto una: quella legata all’odio verso chi non è di sinistra. Il fenomeno si sta accentuando infatti sui social. Su Twitter o Facebook, dove se sei un esponente di centrodestra o un giornalista che lavora per giornali non di sinistra, vieni censurato, ti viene cancellato il profilo o vieni tacciato di essere «fascista». Un esempio sono gli innumerevoli attacchi al leader della Lega Matteo Salvini, a cui spesso arrivano minacce di morte.
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Testata: Avvenire
Autore: Spagnolo Vincenzo R.
Titolo: Intervista a Giorgia Meloni – Meloni: no ai razzismi ma la commissione no – Meloni: «Non siamo antisemiti ma quel testo nasconde censure»
Tema: caso Segre
All’indomani della bufera scatenata dall’astensione del centrodestra in Senato, e nonostante le critiche e le voci preoccupate levatesi dalla società civile, la presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, rivendica comunque quella scelta «La propaganda politica non dovrebbe speculare su temi importanti come questi – afferma -. Chi sostiene che ci siamo astenuti perché siamo antisemiti è in mala fede. Fdi, Lega e Fi sono sempre stati in prima linea nelle battaglie di contrasto all’antisemitismo, a differenza di molti esponenti dell’estrema sinistra e del M5s». Non capisco. Allora quale sarebbe la ragione dell’astensione del centrodestra? Come spiegato egregiamente dal magistrato Carlo Nordio, la commissione istituita è uno strumento molto debole di contrasto all’antisemitismo, ma al contempo uno strumento molto forte di censura politica. Ha come prima firmataria la senatrice Segre, ma è la riproposizione della “commissione Jo Cox” dell’allora presidente della Camera Boldrini. E ha il generico compito di contrastare intolleranza, antisemitismo e le cosiddette “parole d’odio”, col potere di chiedere la rimozione dal web e sui media dei contenuti reputati offensivi. E cosa vi preoccupa, rispetto a questo? Il problema è che, dal testo della mozione e dalle dichiarazioni rilasciate, emerge la concreta possibilità che siano considerate “parole d’odio” anche tutte quelle che riguardano la difesa dell’identità nazionale, della famiglia naturale e dei valori tradizionali.
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Testata: Messaggero
Autore: Ricolfi Luca
Titolo: L’analisi – Oltre il caso Segre. Commissione strabica, pregiudica le libertà
Tema: caso Segre
Luca Ricolfi sostiene sul Messaggero che si può essere d’accordo o contrari a una proposta, ma si dovrebbe pretendere che la proposta sia chiara, ossia ben formulata nei suoi presupposti, nei suoi propositi e nei suoi limiti. Ebbene, questi requisiti sono drammaticamente assenti, quindi la proposta è ingiudicabile nel merito. Un presupposto della Commissione è la convinzione degli estensori del testo che “il fenomeno denunciato” (i messaggi d’odio sul web, sembra di capire) «è purtroppo in crescita in tutte le società avanzate». Questo presupposto è perlomeno mal definito, e a mia conoscenza non è supportato da alcuno studio empirico condotto sistematicamente nel tempo «in tutte le società avanzate». Quel che è verosimile, semmai, è che un po’ tutti i generi di messaggi siano in crescita sul web per la ovvia ragione che aumenta molto velocemente il numero di utenti del web. Quando dico tutti i generi di messaggi intendo quelli di odio e quelli di solidarietà, quelli ostili agli ebrei e quelli ostili all’Occidente, quelli che fanno l’apologia del fascismo e quelli che fanno l’apologia dello Stato islamico. Il problema è che nel testo non vengono mai circoscritti e definiti in modo chiaro i comportamenti che si ritengono inammissibili, e dunque potenzialmente segnalabili, stigmatizzabili, sanzionabili, o addirittura perseguibili penalmente. Se si legge attentamente tutto il testo, si scopre un’incredibile insalata di comportamenti che la Commissione sembra far rientrare nel proprio campo di Interesse e di sorveglianza. In alcuni punti, sembra che il bersaglio sia l’odio in quanto tale, a prescindere dal suo contenuto ideologico o politico, fino a includere il cyberbullismo nelle scuole.
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Testata: Foglio
Autore: Cerasa Claudio
Titolo: Basta con i falsi nemici dell’antisemitismo
Tema: caso Segre
Tra gli effetti più suggestivi del dibattito relativo al voto sulla commissione straordinaria contro l’odio, il razzismo e l’antisemitismo proposta dalla senatrice a vita Liliana Segre e votata mercoledì scorso in Parlamento c’è un aspetto interessante che, al di là delle mille polemiche e delle mille strumentalizzazioni costruite su questo voto, vale forse la pena valorizzare. Per la prima volta da molto tempo a questa parte il Parlamento italiano, pur dividendosi come sappiamo sul voto per l’istituzione della commissione, ha mostrato di avere a cuore il tema della guerra contro l’antisemitismo. Lo hanno mostrato a loro modo i partiti che hanno votato sì alla commissione Segre e il fatto che anche un partito come il MSs, che in passato ha spesso giocato con l’antisemitismo e con l’antisionismo è una notizia oggettivamente positiva. Ma, se ci si pensa un istante, lo hanno mostrato nelle ore successive al voto sulla commissione anche i partiti che non hanno votato a favore e che, una volta compresa la trappola in cui si erano cacciati – come si fa a non votare a favore di una commissione contro l’antisemitismo proposta da una senatrice sopravvissuta all’Olocausto? – si sono tutti affannati per dimostrare di essere anche loro contro l’odio, la violenza e l’antisemitismo. E’ riuscito con facilità a Silvio Berlusconi, che tra tutti i politici italiani è quello che negli ultimi anni ha mostrato, con meno contraddizioni, vicinanze non strumentali al popolo ebraico; è riuscito invece con meno facilità agli altri partiti che fanno parte della coalizione di centrodestra. E questo non per ragioni legate a episodi spiacevoli registrati in Aula, come le urla “sionista-sionista” arrivate due giorni fa dai banchi di Fratelli d’Italia contro il deputato del Pd Emanuele Fiano, ma per ragioni legate all’identità più profonda del pensiero nazionalista e sovranista.
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Economia e finanza
Testata: Sole 24 Ore
Autore: Mobili Marco – Rogari Marco
Titolo: Tasse e spese, ecco la manovra 2020 – Manovra, ecco le misure Stop all’Iva ma arrivano auto, plastic e sugar tax
Tema: manovra
Anche le ultime tessere sono state inserite. Dopo lunghe giornate di tensioni e mediazioni nella maggioranza, affinamenti e ripensamenti tecnici, il complesso puzzle del disegno di legge di bilancio è completato, ma non senza un ulteriore restyling finale. Che ha interessato alcune discusse misure fiscali, ma non solo. A cominciare da quella sul fringe benefit che, anche sull’onda delle polemiche delle ultime ore, viene alleggerita, ma non troppo: la tassazione resta al 30% per le auto aziendali a trazione elettrica e ibrida, così come per quelle in uso ai dipendenti addetti alla vendita, agli agenti e ai rappresentanti di commercio, mentre sale al 60% per gli altri veicoli (quelli con emissioni di biossido di carbonio fino a 160 grammi per Km) e al 100% per quelli super-inquinanti. Un affinamento quasi no stop quello della manovra da circa 30 miliardi. Che sterilizza completamente gli aumenti Iva 2020 da 23,1 miliardi e parzialmente quelli per il 2021 e 2022, avvia un taglio del cuneo da 3 miliardi in favore dei lavoratori a basso reddito, ripristina e irrobustisce il piano “industria 4.0”, include un pacchetto famiglia, proroga Ape sociale e opzione donna. E contiene una clausola “congela spesa” da un miliardo a garanzia delle tenuta dei conti pubblici. In extremis arrivano anche novità sulla plastic tax. Con un credito d’imposta del 10% sulle spese sostenute nel 2020 dalle imprese per l’adeguamento tecnologico finalizzato alla produzione di manufatti biodegradabili e compostabili. Ma anche con un elenco nutrito di prodotti monouso sui quali scatterà la tassa da un euro al kg del quale fanno parte bottiglie, buste (ad esempio quelle dell’insalata), vaschette per gli alimenti in polietilene, tetrapack del latte e contenitori dei detersivi. E ancora: tappi ed etichette di plastica, mentre restano escluse le siringhe.
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Testata: Corriere della Sera
Autore: Sensini Mario
Titolo: Plastica e tasse, nuovo fronte – Avanti divisi sulla plastic tax Controlli fiscali, addio privacy
Tema: manovra
Con la legge di Bilancio, dal 2020, arriva anche l’ennesima riforma delle imposte sulla casa, ma a parità di gettito, quindi senza un aumento delle aliquote. Di fatto sparisce la Tasi, che era diventata solo un doppione dell’Imu che, nella nuova versione, accorperà i due tributi. L’aliquota resta la stessa, pari all’8,6 per mille, che i sindaci potranno portare fino al 10,6 per mille o azzerare del tutto. Resta anche per il 2020 la possibilità che alcuni Comuni, come Milano e Roma, hanno fin dal 2015 di mantenere uno 0,8 per mille aggiuntivo. In attesa delle decisioni dei sindaci la prima rata Imu del 2020, in scadenza a giugno, sarà pari al 50% di quanto versato quest’anno. La novità più importante, però, è forse l’articolo 86 della legge, che inserisce la «materia fiscale» tra gli altri «importanti obiettivi di interesse pubblico generale», per i quali si può derogare al Codice della Privacy. L’Agenzia delle Entrate e la Guardia di Finanza avrebbero così mano libera per incrociare le banche dati fiscali con l’archivio dei rapporti finanziari. I dati dovranno prima essere «pseudonomizzati», poi sarà possibile elaborarli per ottenere profili di rischio specifici, e quindi «riabbinarli» alla conclusione del processo, con il possibile atto di accertamento.
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Testata: Corriere della Sera
Autore: Marro Enrico
Titolo: Intervista ad Antonio Misiani – «Lontano dai social tutti avevano detto sì Il “salvo intese” non vale per sempre»
Tema: manovra
Il governo ha corretto la stangata sulle auto aziendali. Ma dall’aumento delle tasse saranno escluse solo le auto ibride ed elettriche, pochissime, e gli agenti di commercio. Sulle altre il prelievo sui lavoratori raddoppierà. Perché avete deciso questa nuova tassa? « Il ministro Gualtieri e io eravamo molto perplessi su questa proposta caldeggiata dalla viceministra Laura Castelli (M5S) — risponde il viceministro dell’Economia, Antonio Misiani (Pd) — ma nella riunione di maggioranza le nostre preoccupazioni sono cadute nel vuoto. In ogni caso, rispetto alla prima ipotesi che prevedeva Il 100% per tutti i veicoli, si è scelto un intervento selettivo perché i veicoli diesel o benzina verranno considerati sull’imponibile per il 60% del valore convenzionale chilometrico, una percentuale allineata alla media dei Paesi Ocse, mentre quelli ibridi e elettrici al 30%. Un incentivo per i veicoli meno inquinanti coerente con l’impronta ambientalista della manovra». Tuttavia il governo non ha fatto una bella figura. Ogni giorno spunta una tassa. «Intervenire sulle entrate è sempre difficile, ma le nuove tasse più contestate valgono tutte insieme un decimo dell’aumento Iva che abbiamo scongiurato. Le critiche da parte dell’opposizione o delle associazioni di categoria ci stanno. Quanto alla maggioranza, ricordo sommessamente che la legge di Bilancio è stata varata con il consenso di tutte le forze che sostengono il governo Conte, che l’hanno discussa e sviscerata comma per comma. E una pia illusione pensare di recuperare consensi chiamandosi fuori dalle scelte più difficili assunte tutti insieme lontano dai taccuini e dai social». Il metodo collegiale non sembra funzionare. «La collegialità è indispensabile. A una condizione, però: il “salvo intese” può valere per un provvedimento, non per l’intero cammino da fare insieme».
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Testata: Sole 24 Ore
Autore: Tucci Claudio
Titolo: Intervista a Maurizio Stirpe – Stirpe: «Manca la politica industriale» – «Manca una politica industriale Senza effetti le misure per il lavoro»
Tema: lavoro
Il decreto dignità, a più di un anno dall’entrata in vigore, «non ha prodotto effetti di rilievo sull’occupazione, anzi in questi mesi di Pil fermo o quasi, l’irrigidimento normativo su contratti a termine e somministrazione rischia solo di peggiorare la situazione». Il reddito di cittadinanza «non ha rilanciato le politiche attive, meglio quindi ritarare la misura sul solo contrasto alla povertà». Gli ammortizzatori sociali andrebbero orientati solo sulla ricollocazione del personale abbandonando definitivamente l’assistenzialismo. Quota 100 «va abolita, le adesioni nel settore privato sono state modeste, occorre puntare su misure in grado di rilanciare crescita e consumi». Il patto per la fabbrica «deve essere implementato, penso ai capitoli su welfare, mercato del lavoro e partecipazione. Parlo come imprenditore, ma anche come cittadino – spiega Maurizio Stirpe, vice presidente di Confindustria per il lavoro e le relazioni industriali -.Non possiamo permetterci di non avere un progetto Paese e un disegno di politica industriale da qui ai prossimi dieci anni, che nella manovra manca, o è troppo timido. Sa qual è il rischio? Che se prevale una cultura anti-impresa sarà difficile evitare un rapido declino industriale».
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Testata: Stampa
Autore: Lepri Stefano
Titolo: Lagarde, esordio nel solco di Draghi
Tema: Bce
Per capire il lato umano di Christine Lagarde, basta guardare su Internet un video in cui spiega come si fa a far finta di bere vino ai ricevimenti ufficiali. Ci riesce benissimo, con abilità di recitazione ed eleganza da borghesia francese. Lo fa perché è astemia, e per di più vegetariana; e lo fa con la volontà di ferro che la ha portata fino a presiedere la Banca centrale europea. Già ieri mattina è andata in ufficio a Francoforte, in cima al grattacielo di 45 piani che ospita la Bce dal 2015, perché in Germania era giorno feriale. Per ingraziarsi i locali dichiara che sta studiando la lingua e ha comprato un libro di ricette di cucina francofortesi. Ma alla Germania ha già assestato un duro colpo, dicendo che nell’interesse dell’Eurozona deve spendere di più. Insomma ha già deciso di parlare chiaro collocandosi nella linea del suo predecessore Mario Draghi. In una fase in cui l’economia rallenta, come l’attuale, l’azione della banca centrale non basta. Ci vuole una svolta di politica economica con più investimenti e qualche taglio di tasse ben mirato. Ma solo pochi dei 19 Stati dell’euro hanno le risorse per farlo. Non può l’Italia, che ha già troppo debito. Non può la Francia, che è ai limiti dei deficit permesso. Possono la Germania e l’Olanda, che nel loro rigore di bilancio vanno addirittura al di là delle severe regole del Patto di stabilità europeo. Certo, sarebbe meglio un bilancio comune dell’area euro, però tedeschi e olandesi lo hanno accettato solo a patto di dargli un ammontare risibile.
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Testata: Sole 24 Ore
Autore: Mangano Marigia
Titolo: Holding Con la fusione Fca-Psa salgono a 4,3 miliardi le cedole Exor in 10 anni – Con le nozze Fca-Psa le cedole in dote a Exor salgono a 4,3 miliardi
Tema: FCA
Se il matrimonio tra Fca e Psa si farà, Exor incasserà in un colpo solo una cedola di 1,6 miliardi di euro, che equivale a quasi il 60% dei dividendi intascati negli ultimi dieci anni dalle partecipate Fca, Ferrari, Cnh e più recentemente Partner Re. Come utilizzerà questa montagna di liquidità? Numeri e strategie saranno svelate a fine novembre, quando la holding della famiglia Agnelli alzerà il velo sul piano industriale. Qualche indicazione, però, arriva da quello che Exor ha fatto negli ultimi dieci anni, come si è mossa e soprattutto come è cambiata. Un percorso fatto di finanza, grazie alle intuizioni di Sergio Marchionne, ma anche di importanti contenuti industriali, se si pensa che il “parco auto” fatto di Fca, Ferrari e Cnh ha visto le vendite aggregate passare da 50 miliardi (2009) a 138 miliardi (2019), con dipendenti passati da 190 mila a 267 mila. Exor non è mai stata così ricca come oggi nella storia ultra centenaria della dinastia. «John si è sempre comportato come un attento gestore del patrimonio», racconta chi ha seguito da vicino il presidente di Fca, che è anche rappresentante della dinastia sabauda, a cui fa capo il 53% della holding. Due numeri danno l’idea di come è cambiata la società di controllo del gruppo Fca. Facendo un confronto dal 2009 quando la holding ha preso vita dopo la fusione delle storiche cassaforti della famiglia Agnelli Ifi e Ifil si registra un balzo clamoroso del valore degli asset: dieci anni fa il net asset value era di 3,1 miliardi, oggi lo stesso dato è di 20,9 miliardi a fronte di un debito che a giugno era pari a 2,5 miliardi.
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Testata: Repubblica
Autore: Griseri Paolo
Titolo: Fusione Fca-Peugeot I dubbi dei governi l’allarme dei sindacati
Tema: FCA
Dopo gli apprezzamenti, gli ostacoli. L’accordo Fca-Psa comincia a far discutere e a incontrare le prime critiche. Lunedì partiranno i tavoli di trattativa tra i due gruppi. Riguarderanno cinque capitoli: le piattaforme dei veicoli, i motori, le tecnologie dell’auto elettrica e di quella a guida autonoma, l’unificazione del sistema di acquisti. Dibattito decisivo per stabilire chi e dove produrrà i modelli del futuro. Il primo ostacolo alle nozze nell’auto viene dai sindacati. Quelli italiani chiedono «un incontro con Fca per capire quale sarà il futuro degli insediamenti italiani». Domanda che si ripete in fotocopia in Francia e in Germania. I sindacati tedeschi ricordano che «è in vigore l’impegno sottoscritto da Tavares per non avviare procedure di licenziamento fino al 31 luglio 2023». E chiedono naturalmente che l’impegno venga rispettato. Si muovono anche i governi. Quello di Parigi aveva già fatto trapelare giovedì che l’operazione sarà positiva se «tutelerà gli insediamenti di Psa in Francia». Ieri c’è stata una telefonata tra John Elkann e il ministro dell’economia italiano, Roberto Gualtieri. «Il ministro – dicono fonti del Mef – ha espresso apprezzamento per la creazione di un gruppo industriale con una forte componente italiana, destinato ad essere uno dei principali protagonisti del mercato globale». Ma ha anche aggiunto che «seguirà con attenzione gli sviluppi dell’operazione perché la filiera italiana occupa un numero significativo di lavoratori qualificati». Quali sono gli eventuali stabilimenti a rischio di sovrapposizione con quelli di Psa? Non quelli del gruppo Alfa Romeo come Cassino e Pomigliano. Non Melfi che produce Renegade e Compass (anche ibride) per il marchio Jeep e 500X con il brand Fiat. Non il polo produttivo torinese che realizza le Maserati. Gli unici punti a rischio sono la palazzina degli impiegati di Mirafiori (dove lavorano 5.000 colletti bianchi) e la nuova linea della 500 elettrica sempre nello stabilimento torinese.
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Testata: Sole 24 Ore
Autore: Barlaam Riccardo
Titolo: Stati Uniti, balzo dell’occupazione e intesa sui dazi spingono Wall Street – L’occupazione Usa sale ancora e la Borsa frantuma i record
Tema: economia Usa
«Usa rocks! Enjoy», gli Stati Uniti spaccano! Godetevela. Donald Trump sceglie due slogan a effetto su Twitter per commentare i buoni dati congiunturali e i record di Wall Street. Gli Stati Uniti a ottobre hanno aggiunto 128mila nuovi posti di lavoro, superando le previsioni ferme a 75mila. La disoccupazione è salita dal 3,5% al 3,6%, in linea con le attese, sempre vicina ai livelli minimi da cinquant’anni. Non solo. Per il secondo mese consecutivo il salario orario medio è aumentato del 3% rispetto a un anno fa. II governo ha rivisto al rialzo i dati di agosto e settembre, ritoccando le stime precedenti con 95mila posti in più. Per questo motivo, nonostante la frenata nel manifatturiero, con il settore automobilistico che ha perso l’equivalente di 42mila posti di lavoro a causa dello sciopero di Gm (effetto che scomparirà a novembre), il presidente americano scrive che i nuovi impieghi in ottobre in realtà, senza scioperi e con i dati rivisti, sarebbero stati 303mila. Al di là degli entusiasmi elettorali di Trump, l’economia americana sembra ancora registrare il peso delle tensioni per le guerre commerciali con Cina, Europa e gli altri partner. Tensioni che creano incertezza nella produzione manifatturiera. L’industria Usa ritarda gli acquisti e gli investimenti in attesa di capire se verrà confermata la “fase uno” della pace con la Cina – ieri da Pechino sono arrivati di nuovo, per la seconda volta in poco tempo, conferme di progressi incoraggianti sul documento ancora da firmare – se ci saranno nuovi dazi sulle importazioni e quali Paesi verranno presi di mira. L’indice Ism, che misura le indicazioni dei direttori degli acquisti delle aziende manifatturiere, a ottobre è salito a 48,3 punti, meglio del brutto dato di settembre di 47,8, il peggiore da dieci anni, dai tempi della crisi subprime.
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Testata: Messaggero
Autore: Amoruso Roberta
Titolo: Bankitalia, 15 miliardi dal salva-Stati
Tema: Bankitalia
Non sono solo le banche a soffrire per i tassi negativi dei depositi presso la Bce. Anche il fondo salva-Stati rischia di pagare un conto salato. Ecco perché è già pronto il bonifico con il quale il Fondo salva-Stati (conosciuto sui tavoli tecnici come Meccanismo Europeo di Stabilità o ESM), nato nel 2012 per soccorrere i Paesi Ue in difficoltà, girerà a Bankitalia un assegno rotondo da 15 miliardi. Nessuno regalo, sia chiaro. Né tantomeno si tratta di un sostegno di alcun tipo all’Italia. Semplicemente il Fondo salva-Stati fa ricorso all’Italia, dopo che lo ha fatto con Germania e Francia, per «affidare(le) la propria liquidità» e«preservare il valore» del suo capitale minacciato da «un contesto prolungato di tassi negativi». Così è scritto nella relazione illustrativa della manovra sul tavolo del governo. Tutto nasce dall’esigenza di mettere al sicuro il più possibile gli 80 miliardi di capitale liquido del Fondo.
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Societa’, istituzioni, esteri
Testata: Sole 24 Ore
Autore: …
Titolo: Panorama – Nazismo, a Dresda «stato di emergenza»
Tema: estrema destra in Germania
Uno “stato di emergenza nazismo” è stato proclamato a maggioranza dal Consiglio comunale di Dresda con una delibera criticata come meramente simbolica e lessicalmente sbagliata dal partito cristiano-democratico (Cdu) che non l’ha votata. La risoluzione della capitale della Sassonia motiva il “Nazinotstand” con il fatto che «atteggiamenti e azioni antidemocratici, anti-pluralisti, contrari all’umanità e di estrema destra che arrivano fino alla violenza vengono apertamente alla luce a Dresda in maniera sempre più forte». La città della ex Ddr si impegna perciò a rafforzare la quotidiana cultura democratica e a proteggere meglio minoranze e vittime della violenza di destra. La delibera è stata votata da Verdi, post-comunisti (Linke), Liberali (Fdp) e socialdemocratici (Spd) mentre a parlare di «mera politica dei simboli» ed «errore linguistico» è stata la Cdu di Angela Merkel. Dresda è una roccaforte dell’estrema destra di Alternative für Deutschland (AfD), giunta seconda alle elezioni regionali di settembre.
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Testata: Corriere della Sera
Autore: Valentino Paolo
Titolo: «C’è un’emergenza nazismo» La mozione che scuote Dresda
Tema: estrema destra in Germania
Quello del Consiglio comunale di Dresda è un atto soprattutto simbolico. Ma alla vigilia del trentesimo anniversario della caduta del Muro e della fine della divisione Est-Ovest, conferma l’allarme per la crescente attività di un’estrema destra ultranazionalista, violenta e aggressiva in tutta la Germania e soprattutto nei Länder della ex Ddr. Presentata da Max Aschenbach, consigliere dello Spasspartei, il partito dello spasso, la mozione ha provocato inizialmente una discussione molto polemica. La Cdu, parte del gruppo liberale e i Frei Wähler (liberi elettori) hanno contestato l’uso del concetto di «emergenza nazista», che secondo loro ricalca lo stesso linguaggio dei nazionalsocialisti e «porta acqua al mulino di chi vuol dare lezioni a Dresda», che fra l’altro nel 2025 sarà «capitale della cultura europea». Alla fine, nonostante sia stata ampiamente emendata rispetto alla formulazione iniziale, la risoluzione è passata con 39 voti favorevoli e ben 29 contrari. L’hanno votata Spd, Verdi, Linke, alcuni indipendenti e la Fdp nonostante le forti perplessità. Contrari la Cdu, i Frei Wähler e ovviamente l’AfD, il partito di estrema destra. Il borgomastro Dirk Hilbert (Fdp) viene incaricato di elaborare un programma di misure e iniziative concrete per i prossimi cinque anni. La mozione tuttavia fa appello anche alle autorità del Land, invitandole a «perseguire con tutti i mezzi dello Stato di diritto i responsabili delle violenze di estrema destra». Che Dresda sia da anni palcoscenico privilegiato della canaglia neonazista è un fatto risaputo. Nella città dipinta da Canaletto è nato Pegida, il movimento anti-islamico e anti-immigrazione che ha fatto da rampa di lancio ai successi elettorali di AfD che, alle ultime regionali, è stata primo partito con il 20% dei voti.
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Testata: Sole 24 Ore
Autore: …
Titolo: Dentro la notizia – Missione in Marocco: «Apertura per aumentare i rimpatri»
Tema: migranti
Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, in missione a Rabat, ha incassato una «grandissima apertura» per aumentare la quota dei rimpatri. Il Marocco rientra tra i cosiddetti «paesi sicuri» annoverati da un decreto Esteri/Interno/Giustizia: i migranti di quegli stati, se non dimostrano una condizione personale di persecuzione, vanno rimpatriati. In Marocco gli accordi con l’Italia esistono dal 1998 ma non sono ancora stati ratificati. Ma per Di Maio ora l’intesa con Rabat «funziona» perché «nel 2019 ha prodotto 783 rimpatri a fronte dei 190 arrivi». Adesso serve la ratifica: dovrebbe configurare uno schema di rientri per raggiungere numeri analoghi a quelli del patto Italia-Tunisia, circa 80 migranti a settimana. Il titolare della Farnesina lo ha chiesto espressamente nei suoi incontri con il premier Saaddedine El Othmani e il ministro degli Esteri Nasser Bourita.
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Testata: Corriere della Sera
Autore: Caccia Fabrizio
Titolo: Il governo difende il patto con la Libia
Tema: migranti
Finalmente è pronta la nota verbale del governo Conte per chiedere la modifica del Memorandum Italia-Libia e sarà inviata in extremis oggi a Tripoli, nell’ultimo giorno disponibile. L’articolo 8 del Memorandum, firmato il 2 febbraio 2017 e con validità triennale, dice infatti che l’accordo viene tacitamente rinnovato alla scadenza, cioè il 2 febbraio 2020, salvo che una delle due parti contraenti notifichi per iscritto la propria mutata volontà almeno tre mesi prima. Appunto: entro il 2 novembre 2019. Oggi. Però attenzione: il trattato sarà «migliorato, non stravolto», avverte la Farnesina, perché comunque «ha funzionato», visto che in Italia gli sbarchi in questi due anni sono diminuiti di molto e annullarlo, invece, «significherebbe — avverte il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio — aprire le porte al potenziale ingresso di 700 mila immigrati». Così le modifiche, lo ha ribadito ieri Di Maio anche durante la sua visita in Marocco, andranno «nella direzione di migliorare di molto, insieme a Unhcr e Oim, le condizioni dei migranti sia nei centri sia nella gestione dello sbarco, quando la Guardia costiera di Tripoli li salva in mare». Perciò a poco sono servite — se non a sensibilizzare di più il governo sulla situazione drammatica dei migranti in Libia — le migliaia di mail inviate al premier Conte per chiedere lo stralcio del Memorandum.
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Testata: Repubblica
Autore: Casadio Giovanna
Titolo: Intervista a Laura Boldrini – Boldrini “Cambiamo l’accordo con la Libia oppure non voterò il rifinanziamento”
Tema: migranti
«Il Memorandum con Tripoli va modificato radicalmente. Diversamente io non voterò il rifinanziamento della Guardia costiera libica». Nel giorno del rinnovo automatico degli accordi con la Libia anche se subordinati a una commissione italo-libica che dovrebbe correggerli, Laura Boldrini, ex presidente della Camera, ex portavoce dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati, deputata nel Pd, chiede al governo di uscire dalle ambiguità. «Questo Memorandum non va, non tiene conto di quanto successo nel frattempo. In Libia, come dimostrano i rapporti dell’Onu e le inchieste giornalistiche, nei centri di detenzione si pratica la tortura, non c’è alcun rispetto dei diritti umani. Inoltre c’è una guerra civile e alcuni membri della Guardia costiera risultano collusi con i trafficanti di uomini. Il quadro di accordi va quindi radicalmente cambiato. Aggiungiamo che Salvini ha pure affidato il coordinamento dei soccorsi in mare alla guardia costiera libica». Come correggerlo? «In modo radicale e profondo. Interrogato in aula dal Pd al question time, il ministro degli Esteri Di Maio ha fatto sua la rinegoziazione, di cui prima nessuno neppure parlava. Ora però il governo deve fare sul serio». Quali sono i punti irrinunciabili? «Innanzitutto occorre svuotare come chiesto dall’Onu i centri di detenzione, dove ci sono circa 5 mila migranti. Bisogna organizzare l’evacuazione umanitaria di queste persone verso altri paesi. Questo è lo schema su cui lavorare. Inoltre, la guardia costiera libica non deve avere più un ruolo di coordinamento del soccorso in mare perché la Libia non è un porto sicuro e quindi non si possono riportare indietro i naufraghi in un posto in cui c’è una guerra».
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Testata: Corriere della Sera
Autore: Galluzzo Marco
Titolo: Trump: Italia meglio fuori dalla Ue Roma glissa, europeisti in rivolta
Tema: Usa e Ue
«L’Italia è un altro Paese che starebbe molto meglio senza la Ue, ma se vogliono avere un’Unione, va bene». E il giudizio di Donald Trump, intervistato da Nigel Farage nel programma radiofonico che il leader del Brexit Party conduce sull’emittente Lbc. Il passaggio sull’Italia fa parte di un ragionamento del presidente Usa sui futuri rapporti commerciali tra Washington e Londra dopo la Brexit. Anche in questo caso la posizione di Trump è che fuori dalla Ue si hanno vantaggi commerciali, nel caso della Gran Bretagna per esempio «se faceste un accordo con noi sarebbe quattro-cinque volte più grande di adesso, e la vostra economia ne gioverebbe moltissimo. Ma oggi voi siete bloccati dall’Unione Europea, come altri Paesi nella Ue». Secondo Trump, alla guida dell’Unione europea ci sono persone con le quali è «molto difficile negoziare, mentre con me sarebbe molto più facile». Le reazioni alle dichiarazioni di Trump non si sono fatte attendere, a cominciare da quella del presidente del Parlamento europeo, David Sassoli: «Avevamo capito che era in corso un ripensamento sul ruolo della Ue da parte dell’amministrazione americana, ma evidentemente ci siamo sbagliati. Continuiamo a credere in una forte collaborazione fra Europa e Stati Uniti nella difesa degli interessi comuni. Chi gioca alla divisione dell’Europa deve sapere che gioca all’indebolimento dell’Occidente». Nessuna reazione e nessuna voglia di polemica da parte di Palazzo Chigi, ma per il governo italiano risponde Luigi Di Maio. Il ministro degli Esteri ieri si trovava in visita in Marocco: «L’Italia è alleata degli Stati Uniti, ma lavora per rafforzare l’Europa».
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Testata: Sole 24 Ore
Autore: N.D.I.
Titolo: Panorama – Farage a Johnson: uniamoci per il no deal
Tema: Brexit
Ultimatum di Nigel Farage a Boris Johnson. II leader del Brexit Party ha avviato ieri la campagna elettorale in vista del voto del 12 dicembre offrendo un’alleanza al premier conservatore. Farage ha dato tempo a Johnson fino al 14 novembre per abbandonare l’accordo negoziato con Bruxelles che «non è vera Brexit»: l’unico modo di uscire dalla Ue in tempi rapidi e in modo «pulito» – ha detto- è senza intese e senza periodo di transizione. Se ci sarà l’alleanza con i Tory, il Brexit Party si concentrerà sulle circoscrizioni laburiste che avevano votato per uscire dalla Ue. Se Johnson respingerà la proposta, Farage presenterà candidati in ogni circoscrizione per sottrarre ai Tory i voti pro-Brexit. Farage può contare su Donald Trump. Il presidente Usa ha suggerito un’alleanza con Johnson. «Se vi alleate sarete una forza inarrestabile», ha detto. Trump ha anche sposato in pieno la tesi di Farage che solo un “no deal” lascerebbe Londra libera di negoziare accordi commerciali bilaterali con Paesi terzi. Downing Street ha escluso un patto con Farage.
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Testata: Sole 24 Ore
Autore: Bongiorni Roberto
Titolo: Libano, la protesta dovuta a debito, tasse e povertà – Debito, tasse, povertà: in Libano una protesta che parte da lontano
Tema: Libano
«Nei prossimi giorni dobbiamo trovare una soluzione per ripristinare la fiducia ed evitare il collasso». Riad Salemeh non è solo il governatore della Banca centrale del Libano. È considerato il granvisir della sua economia. È un tecnico dai toni pacati, molto apprezzato all’estero, incline alla prudenza. Se dunque esprime preoccupazione, fino ad accennare a un collasso, come ha fatto in un’intervista recente, significa che la situazione è seria, molto seria. Da 19 giorni centinaia di migliaia di libanesi sono scesi in piazza a protestare, paralizzando il Paese. Da Nord a Sud lo slogan è lo stesso. «Killun, yani lkillun» (Tutti, vuol dire tutti). Che siano sciiti, sunniti, cristiani o drusi. Per la prima volta la protesta ha assunto una dimensione trasversale e multi-confessionale in un Paese in cui vige una rigida spartizione dei poteri in base alle confessioni. Pacificamente, ma con determinazione, i libanesi protestano. Contro la corruzione, endemica. Contro i blackout programmati, che privano per-6 ore al giorni gli abitanti di Beirut dell’elettricità. Contro lo sfascio in cui versano i servizi pubblici. Non accettano che a gestire l’introduzione delle necessarie riforme sia la stessa classe politica che si è alternata al governo negli ultimi 30 anni. Non possono tollerare che le maggiori banche continuino a macinare profitti su profitti. Il Libano non è uno solo. Ci sono due realtà, una accanto all’altra. C’è il Libano dei ricchi, quell’1%della popolazione che detiene il 25% della ricchezza. E quello dei libanesi normali (di cui 1/4 vive con meno di 5 dollari al giorno). Costretti a pagare per ricevere in cambio pessimi servizi Quando si tratta di fisco, il Governo diviene estremamente egualitario. Il sistema fiscale si basa in larga parte sulla tassazione indiretta, applicata dunque ai beni di consumo. Tasse che colpiscono tutti allo stesso modo, ricchi e poveri.
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Testata: Repubblica
Autore: Rodari Paolo
Titolo: Effetto Pignatone Ombre in Vaticano anche sul Bambino Gesù
Tema: Vaticano
L’arrivo di Giuseppe Pignatone, fino allo scorso maggio capo della procura di Roma, come nuovo presidente del Tribunale Vaticano, porta in dote un autunno caldissimo per le finanze vaticane. Diversi dossier finanziari, alcuni in stagnazione da tempo, anche grazie alla sua spinta sono in procinto di arrivare a una svolta. La linea del Papa, pur nel rispetto delle persone implicate, è decisa: trasparenza e verità. Per alcuni collaboratori di Francesco la gestione del Tribunale del pur competente Giuseppe Dalla Torre si era caratterizzata negli ultimi tempi per una eccessiva lentezza. Di qui l’arrivo di Pignatone che è pronto a portare a processo alcune indagini aperte dal pm Gian Piero Milano. Tra queste ce ne sono due abbastanza datate: la presunta manipolazione del mercato ed evasione fiscale in seguito ad operazioni svolte attraverso conti presso Apsa e Ior da parte del banchiere Giampietro Nattino e l’accusa di peculato e autoriciclaggio mossa contro l’ex presidente dello Ior Giuseppe Caloia nei confronti del quale, pur senza comunicazione ufficiale alla stampa, il processo è stato aperto tanto che in via informale Caloia è già stato ascoltato dai pm. Diverso il discorso sulle notizie diffuse intorno ai conti del Bambino Gesù e all’acquisto di un immobile da parte della Segreteria di Stato. I conti dell’ospedale vaticano sono sotto osservazione da tempo anche se, secondo fonti di Repubblica, il pm non ha aperto alcuna indagine. L’ospedale ha avuto nei mesi scorsi la necessità di ampliare il numero dei propri immobili. Il Papa, a conoscenza della cosa, ha dato in primavera le linee guida in merito chiedendo prudenza. Per questo, a luglio scorso, la presidente Marinella Enoc ha dimesso il direttore generale Ruggero Parrotto col quale era venuto meno il rapporto di fiducia.
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PRIME PAGINE
IL SOLE 24 ORE
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CORRIERE DELLA SERA
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LA REPUBBLICA
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LA STAMPA
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IL MESSAGGERO
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IL GIORNALE
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LIBERO QUOTIDIANO
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IL FATTO QUOTIDIANO
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