Il Lavoro, la Passione del Fare. Dalla bottega del Rinascimento all'Intelligenza artificiale

Il lavoro, la passione del fare 10 CESARE PUCCIONI Presidente Gruppo Toscano Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro Gentili ospiti, a voi tutti va il mio caloroso saluto e benvenuti a Firenze. Come Gruppo Toscano dei Cavalieri del Lavoro, in un momento tutt’altro che facile per le relazioni internazionali, e per il modo stesso di essere società, ci siamo chiesti quali toni e metodi di lavoro fossero opportuni per il nostro Convegno annuale. E la scelta, unanime, è stata quella di proporre quanto di specifico offre la capitale del Rinascimento. Perché, come sentiremo fra poco nella relazione introdotta da Cristina Acidini, è nella Firenze rinascimentale, nelle sue botteghe, nello stretto collegamento che si ebbe fra le arti e più generalmente fra l’intuizione creativa e la capacità di realizzarla, che si crearono le basi di quel made in Italy che ancor oggi ci premia in ogni parte del mondo. Il pensiero e la concretezza dell’agire erano e sono espressione di una stessa sorgente. Se penso esisto, avrebbe detto Cartesio, e se esisto sono capace di fare. Del resto, Brunelleschi poteva anche disegnare la cupola del nostro Duomo, ma sarebbe stato un lavoro inutile se non avesse creato anche i congegni capaci di realizzarla. E, dunque, in un momento storico che ci chiede di riorganizzare umilmente il modo di essere società, chi ha il dovere e il diritto di offrire un esempio? Può il lavoro essere il nucleo dal quale ripartire? E i Cavalieri del Lavoro non hanno forse il compito della testimonianza? Il lavoro come funzione sociale, luogo di confronto e non di conflitto, come fu spesso nel Novecento. Ed oggi, proprio oggi, torna ad essere luogo, come lo ha definito il Presidente Mattarella, “che produce benessere per i singoli, le famiglie, i territori”. È per questo motivo e con questa convinzione che, per ospitare il nostro Convegno, non proponiamo soltanto i luoghi più prestigiosi di una prestigiosa città, ma anche quelli che ci collegano al sociale, all’accoglienza, alla solidarietà, al mondo del lavoro, come possono esserlo i vasti locali di un’azienda ristrutturata. E tuttavia riproporre le nostre secolari origini, ricordare a noi tutti che il Rinascimento fu l’inizio di una civiltà che ancor oggi è frutto di una fusione di idee e di opere, non basta a evitare i rischi del presente e dell’immediato futuro. Negli ultimi tredici anni oltre un milione di giovani ha abbandonato il nostro Paese per andare a lavorare all’estero. Una emorragia di energie e di menti, un costo che il Cnel ha stimato in oltre 130 miliardi di euro perché solo la metà di questi ragazzi è rientrata in Italia. Sia chiaro: che i nostri giovani si sentano cittadini d’Europa e perfino del mondo è un aspetto positivo, e come tale va incoraggiato. Ma è il mancato ritorno che ci deve preoccupare e fare riflettere. Perché questi giovani altrove trovano condizioni di lavoro migliori, con migliori prospettive e con ben altri stipendi.

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