Civiltà del Lavoro, n. 3/2026

13 Civiltà del Lavoro | giugno • luglio 2026 EDITORIALE l riarmo, che divide l’Italia e l’Europa, sarà uno dei temi dominanti delle campagne elettorali del 2027 nel nostro Paese, in Francia e Spagna. Chi contesta il riarmo – da noi un fronte trasversale che va dalla Lega al M5S, da Futuro nazionale di Vannacci a Avs – sostiene che la Russia non avrebbe alcuna intenzione di attaccare l’Europa e/o i paesi Nato, che la paura è sollecitata ad arte dalle industrie militari per i loro interessi e che gli investimenti militari finirebbero per sottrarre preziose risorse al welfare, in primo luogo alla sanità. A queste contestazioni i partiti e i governi che sostengono il riarmo replicano che i maggiori investimenti in difesa non derivano tanto dal timore di un attacco russo, ma dalla richiesta americana ai paesi europei, che risale al 2014, di aumentare il proprio impegno nella Nato a fronte della scelta strategica degli Stati Uniti di destinare maggiori risorse all’Indo-Pacifico e al Medio Oriente. Dopo di che, i fautori del riarmo sostengono che la Russia rappresenta già ora una minaccia per i nostri paesi in termini di guerra ibrida: cyberattacchi, sconfinamenti di droni che turbano il trasporto aereo, aumento di minacce verso i paesi Baltici, la Polonia e gli altri paesi europei che sostengono l’Ucraina. E va ricordato che in caso di un attacco russo ai Baltici o alla Polonia, tutti saremmo impegnati a intervenire in loro difesa non solo in base all’articolo 5 del Trattato Nato ma anche in base all’articolo 42 del Trattato Ue. È per tutte queste considerazioni che i paesi Nato, e noi tra essi, al vertice dell’Aja del 2025 si sono impegnati a portare la spesa in difesa al 5% del Pil (3,5% in spesa militare vera e propria e l’1,5% in spesa per la sicurezza) entro il 2035. L’impegno è stato riconfermato al vertice Nato di Ankara del 7 e 8 luglio scorsi. Su questa base, la Commissione europea ha varato il 4 marzo 2025 il programma ReArm Europe (poi ribattezzato con un meno esplicito Readiness 2030), che prevede la sospensione del Patto di Stabilità per le spese degli Stati in difesa e il fondo Safe di 150 miliardi di risorse europee da destinare a investimenti nelle industrie degli Stati membri che si impegnino in progetti comuni. Su questo quadro pesano due incertezze strategiche. La prima è la posizione del presidente Donald Trump, che si è più volte lamentato dello scarso aiuto ricevuto dai paesi europei nella guerra con l’Iran, ha messo in dubbio la fedeltà degli Usa all’articolo 5 Nato e continua a rivendicare la Groenlandia, che appartiene alla Danimarca. È vero che al vertice di Ankara Trump non ha messo in discussione la piena partecipazione del suo paese alla Nato, ma la sua imprevedibilità suggerisce comunque di prepararsi a un più o meno marcato distacco degli Stati Uniti dall’Alleanza, il che vuol dire rafforzare il “pilastro europeo” della Nato. La seconda incertezza riguarda l’Iran e lo stretto di Hormuz, che gli iraniani intendono utilizzare come una spada di Damocle sull’economia mondiale. La chiusura dello Stretto minaccia più l’Europa che gli Stati Uniti e Trump ha già detto che dovranno essere gli europei a farsene carico, sia collaborando allo sminamento dello Stretto, sia assicurando per il futuro la libertà di navigazione in quelle acque tormentate. I LE NECESSITÀ E LE INCERTEZZE STRATEGICHE IL RIARMO che divide l’Italia di Paolo Mazzanti

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