Civiltà del Lavoro, n. 3/2026

Periodico della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro anno LXXI - bimestrale Federazione Nazionale Cavalieri del Lavoro numero 3 - giugno • luglio 2026 DESTINAZIONE AFRICA Energia, agricoltura, formazione e imprese con il Piano Mattei INDUSTRIA DELLA MODA La sostenibilità come dovere verso le nuove generazioni HOMO FABER 2026 “L’Isola della Luce” accende Venezia I PROFILI DEI NEO CAVALIERI DEL LAVORO 2026 Nominati il 2 giugno I CAVALIERI DEL LAVORO IN QUESTO NUMERO: Marco Bonometti, Marco Checchi, Paolo Clerici, Laura Colnaghi Calissoni, Franco Cologni, Roberto Colombo, Claudio Descalzi, Andrea Lardini, Valentino Mercati, Maria Giovanna Paone, Gianfelice Rocca, Giovanni Rubini, Ugo Salerno, Sandro Veronesi

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Anno LXXI - n. 3 Civiltà del Lavoro Periodico della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro Direttore Cavaliere del Lavoro Ugo Salerno Comitato Editoriale Presidente: Francesco Rosario Averna Cavalieri del Lavoro: Alessandro Bastagli, Agostino Gallozzi, Daniela Gennaro Guadalupi, Clara Maddalena, Sebastiano Messina, Eduardo Montefusco, Costanza Musso, Guido Ottolenghi, Debora Paglieri Hanno collaborato a questo numero i Cavalieri del Lavoro: Marco Bonometti, Marco Checchi, Paolo Clerici, Laura Colnaghi Calissoni, Franco Cologni, Roberto Colombo, Claudio Descalzi, Andrea Lardini, Valentino Mercati, Maria Giovanna Paone, Gianfelice Rocca, Giovanni Rubini, Ugo Salerno, Sandro Veronesi Direttore responsabile ai fini della legge della stampa Paolo Mazzanti Direttore editoriale Franco Caramazza Coordinamento per le attività istituzionali Carlo Quintino Sella Coordinamento editoriale Silvia Tartamella Coordinamento redazionale Paola Centi Redazione Erika Baioni, Flaminia Berrettini, Clara Danieli, Brunella Giugliano, Giovanni Papa, Silvia Tartamella Progetto grafico Marco Neugebauer e Roberto Randi (thesymbol.it) Impaginazione Emmegi Group Srl Via F. Confalonieri 36 - 20124 Milano Concessionaria Pubblicità Confindustria Servizi SpA Viale Pasteur, 6 – 00144 Roma Tel. 06 5903263 l.saggese.con@confindustria.it Stampa Boccia Industria Grafica SpA Via Tiberio Claudio Felice, 7 – 84131 Salerno Foto 123RF, AGF, Stefano Guidoni, Shutterstock Foto di copertina: designtools @ Shutterstock Gli inserzionisti di questo numero Audi, Banca Finint, Banca Intesa Sanpaolo, Banca Passadore, Banco BPM, Bennet, Birra Forst, Bolton Group, Carvico, Casal Grande Padana, De Matteis Agroalimentare, Eni, Fabiana Filippi, Fainplast, Ing. Ferrari, La Scolca, Lavazza, Pastificio De Cecco, Samer & Co. Shipping, Terna, Unione Fiduciaria Autorizzazione Tribunale di Roma n. 4845 del 28-9-1955 Autorizzazione per il web Tribunale di Roma n. 294/2013 Finito di stampare il 24 luglio 2026 civiltadellavoro@cavalieridellavoro.it Periodico della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro anno LXXI - bimestrale Federazione Nazionale Cavalieri del Lavoro numero 3 - giugno • luglio 2026 DESTINAZIONE AFRICA Energia, agricoltura, formazione e imprese con il Piano Mattei INDUSTRIA DELLA MODA La sostenibilità come dovere verso le nuove generazioni HOMO FABER 2026 “L’Isola della Luce” accende Venezia I PROFILI DEI NEO CAVALIERI DEL LAVORO 2026 Nominati il 2 giugno I CAVALIERI DEL LAVORO IN QUESTO NUMERO: Marco Bonometti, Marco Checchi, Paolo Clerici, Laura Colnaghi Calissoni, Franco Cologni, Roberto Colombo, Claudio Descalzi, Andrea Lardini, Valentino Mercati, Maria Giovanna Paone, Gianfelice Rocca, Giovanni Rubini, Ugo Salerno, Sandro Veronesi 9 EDITORIALI Valori e idee al servizio del Paese di Ugo SALERNO 13 Il riarmo che divide l’Italia di Paolo Mazzanti PRIMO PIANO Destinazione Africa 18 Piano Mattei, a che punto siamo di Paolo Mazzanti 23 Formazione e imprese per far crescere l’Africa Intervista a Mario MOLTENI di Paolo Mazzanti 26 Investire per progettare insieme il futuro A colloquio con Enrico Maria BAGNASCO di Silvia Tartamella 29 Trasformare la visione in sviluppo di Marco BONOMETTI 31 L’effetto moltiplicatore dell’industria di Marco CHECCHI 34 Costruire valore attraverso il lavoro di Laura COLNAGHI CALISSONI 37 Sviluppo locale, la base per una crescita condivisa di Claudio DESCALZI

39 Un partner giovane con cui lavorare alla pari di Giovanni RUBINI FOCUS Moda e sostenibilità ambientale Produrre e vestire green per il bene del pianeta 44 L’impegno dell’industria per una moda a basso impatto Intervista a Carlo CAPASA 46 Come scegliere abiti sostenibili A colloquio con Francesca BONI di Paolo Mazzanti 48 La nostra responsabilità verso chi verrà dopo di noi di Roberto COLOMBO 50 Fare abiti che durano: il primo atto di sostenibilità di Andrea LARDINI 52 La ricetta per il futuro: visione, rigore, fiducia di Maria Giovanna PAONE 54 Il nostro approccio all’economia circolare di Sandro VERONESI LE NOMINE DEL 2 GIUGNO 57 I NUOVI VENTICINQUE CAVALIERI DEL LAVORO VITA ASSOCIATIVA 85 Il ruolo delle associazioni e l’eredità di Maurizio Sella di Erika Baioni FONDAZIONI 88 Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte Homo Faber 2026 A Venezia “L’Isola della Luce” di Brunella Giugliano 92 Fondazione Paolo e Giuliana Clerici Archivi, restauri e progetti sociali: i molti volti del mecenatismo 97 Aboca Museum La lezione di Pacioli

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9 Civiltà del Lavoro | giugno • luglio 2026 VALORI E IDEE al servizio del Paese l numero che sfogliate ospita, come ogni anno, un focus dedicato alle storie dei nuovi Cavalieri del Lavoro nominati dal Presidente della Repubblica. Si tratta di un viaggio appassionante alla scoperta di donne e uomini che esprimono il meglio della capacità imprenditoriale e manageriale del Paese. Un viaggio che riflette i mutamenti del tessuto produttivo dell’Italia, con l’ingresso di nuove specializzazioni d’impresa e una sempre maggiore proiezione internazionale, e che rispecchia al contempo una presenza più rarefatta in settori maturi. Comune a tutti i Cavalieri del Lavoro è una visione dell’impresa come soggetto in grado di generare non soltanto valore economico, ma capace di creare nuova occupazione e dialogare positivamente con i territori e le istituzioni; un soggetto sensibile alle istanze ambientali, e per questo attento al miglioramento dei processi produttivi, e parimenti proiettato verso l’innovazione, intesa come strumento per accrescere il benessere collettivo. È un patto tacito che le imprenditrici e gli imprenditori insigniti dell’onorificenza rinnovano ogni giorno con il loro lavoro. Nel concreto, questo impegno si traduce in un contributo pari al 5% del Pil nazionale, un valore importante se pensiamo che numericamente le aziende dei Cavalieri del Lavoro rappresentano appena lo 0,04% del tessuto imprenditoriale italiano (fonte: Crif). E allora perché da circa trent’anni (salvo gli anni post Covid) l’Italia registra un tasso di crescita del Pil stabilmente inferiore alla media europea? Senza la pretesa di sostituirci alle analisi che eminenti economisti hanno prodotto sulle cause della mancata crescita dell’Italia, che ovviamente includono molteplici fattori di contesto, siamo tuttavia convinti che una delle spiegazioni risieda nel fatto che i modelli imprenditoriali rappresentati dalle aziende dei Cavalieri del Lavoro costituiscono una porzione ancora fortemente minoritaria all’interno del sistema produttivo italiano. Quest’ultimo poggia essenzialmente su piccole e medie imprese con meno di 50 dipendenti, poco capitalizzate e prive dei mezzi sufficienti per investire e crescere. Politiche lungimiranti dovrebbero intervenire su questa criticità, incentivando il ricorso al capitale di rischio che, rafforzando patrimonialmente le aziende, consente maggiori investimenti in innovazione in termini di dotazione (macchinari, brevetti, software) e in termini di capitale umano qualificato. Crescita dimensionale e capacità di innovazione procedono affiancate ed è per questo motivo che occorre intervenire anche su un altro aspetto, ovvero quello del trasferimento tecnologico. L’innovazione che nasce nei centri di ricerca e negli atenei deve entrare in azienda. Come? Favorendo, ad esempio, la mobilità dei ricercatori tra università e impresa, che nel caso italiano costituisce il punto più debole nel confronto europeo. Aziende innovative, di maggiori dimensioni e proiettate sui mercati internazionali diventano giocoforza più attrattive verso i nostri giovani più qualificati perché sono in grado di offrire retribuzioni e percorsi di carriera competitivi con quelli che troverebbero altrove, fuori dall’Italia. Il dato dei 630mila giovani fra i 18 e i 34 anni che tra il 2011 e il 2024 hanno lasciato il nostro Paese deve di Ugo SALERNO EDITORIALE I

11 Civiltà del Lavoro | giugno • luglio 2026 EDITORIALE far riflettere, ma quello che ci deve allarmare è che nel triennio 2022-2024 ben il 42,1% degli emigrati fosse laureato. Il risultato è la perdita secca di una potenziale classe dirigente, la quale dopo essersi formata in Italia costruisce altrove il proprio progetto di vita; spesso nemmeno troppo lontano, se è vero che Regno Unito, Germania e Svizzera rappresentano, in quest’ordine, le destinazioni privilegiate. Di questi temi ho avuto l’opportunità di parlare in occasione di una recente audizione alla Camera dei deputati presso la Commissione Attività produttive, commercio e turismo, che ha avviato una indagine conoscitiva sulle dinamiche del Pil italiano nel periodo 1992–2025 in rapporto alla media Ue e ha chiesto ai rappresentanti del mondo produttivo di esprimersi sulle possibili leve di intervento per sostenere la crescita economica. Come Federazione dei Cavalieri del Lavoro riteniamo nostro dovere tenere accesi i riflettori su questi temi. Giovani, imprese e innovazione sono questioni cruciali per il futuro del Paese.

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13 Civiltà del Lavoro | giugno • luglio 2026 EDITORIALE l riarmo, che divide l’Italia e l’Europa, sarà uno dei temi dominanti delle campagne elettorali del 2027 nel nostro Paese, in Francia e Spagna. Chi contesta il riarmo – da noi un fronte trasversale che va dalla Lega al M5S, da Futuro nazionale di Vannacci a Avs – sostiene che la Russia non avrebbe alcuna intenzione di attaccare l’Europa e/o i paesi Nato, che la paura è sollecitata ad arte dalle industrie militari per i loro interessi e che gli investimenti militari finirebbero per sottrarre preziose risorse al welfare, in primo luogo alla sanità. A queste contestazioni i partiti e i governi che sostengono il riarmo replicano che i maggiori investimenti in difesa non derivano tanto dal timore di un attacco russo, ma dalla richiesta americana ai paesi europei, che risale al 2014, di aumentare il proprio impegno nella Nato a fronte della scelta strategica degli Stati Uniti di destinare maggiori risorse all’Indo-Pacifico e al Medio Oriente. Dopo di che, i fautori del riarmo sostengono che la Russia rappresenta già ora una minaccia per i nostri paesi in termini di guerra ibrida: cyberattacchi, sconfinamenti di droni che turbano il trasporto aereo, aumento di minacce verso i paesi Baltici, la Polonia e gli altri paesi europei che sostengono l’Ucraina. E va ricordato che in caso di un attacco russo ai Baltici o alla Polonia, tutti saremmo impegnati a intervenire in loro difesa non solo in base all’articolo 5 del Trattato Nato ma anche in base all’articolo 42 del Trattato Ue. È per tutte queste considerazioni che i paesi Nato, e noi tra essi, al vertice dell’Aja del 2025 si sono impegnati a portare la spesa in difesa al 5% del Pil (3,5% in spesa militare vera e propria e l’1,5% in spesa per la sicurezza) entro il 2035. L’impegno è stato riconfermato al vertice Nato di Ankara del 7 e 8 luglio scorsi. Su questa base, la Commissione europea ha varato il 4 marzo 2025 il programma ReArm Europe (poi ribattezzato con un meno esplicito Readiness 2030), che prevede la sospensione del Patto di Stabilità per le spese degli Stati in difesa e il fondo Safe di 150 miliardi di risorse europee da destinare a investimenti nelle industrie degli Stati membri che si impegnino in progetti comuni. Su questo quadro pesano due incertezze strategiche. La prima è la posizione del presidente Donald Trump, che si è più volte lamentato dello scarso aiuto ricevuto dai paesi europei nella guerra con l’Iran, ha messo in dubbio la fedeltà degli Usa all’articolo 5 Nato e continua a rivendicare la Groenlandia, che appartiene alla Danimarca. È vero che al vertice di Ankara Trump non ha messo in discussione la piena partecipazione del suo paese alla Nato, ma la sua imprevedibilità suggerisce comunque di prepararsi a un più o meno marcato distacco degli Stati Uniti dall’Alleanza, il che vuol dire rafforzare il “pilastro europeo” della Nato. La seconda incertezza riguarda l’Iran e lo stretto di Hormuz, che gli iraniani intendono utilizzare come una spada di Damocle sull’economia mondiale. La chiusura dello Stretto minaccia più l’Europa che gli Stati Uniti e Trump ha già detto che dovranno essere gli europei a farsene carico, sia collaborando allo sminamento dello Stretto, sia assicurando per il futuro la libertà di navigazione in quelle acque tormentate. I LE NECESSITÀ E LE INCERTEZZE STRATEGICHE IL RIARMO che divide l’Italia di Paolo Mazzanti

DAL 1926 IMMAGINIAMO IL FUTURO DELL’ENERGIA. Da Agip alla famiglia Eni, 100 anni di storia guardando al domani. Emilio Sonson Project Manager Eni, anni ‘90 Immagine realizzata con il supporto dell’IA a partire da materiali storici.

15 Civiltà del Lavoro | giugno • luglio 2026 Il ruolo europeo in Medio Oriente si aggiunge dunque al sostegno all’Ucraina, che dopo il disimpegno americano ricade ormai completamente sui nostri paesi. Per tutte queste ragioni il riarmo difensivo, accompagnato da un’offerta di dialogo e trattativa diplomatica, appare dunque una triste necessità che andrebbe coordinata a livello Ue, anche per evitare di avere anche in questo un’Europa a più velocità: i paesi del Nord Europa, dalla Germania ai Baltici, dalla Svezia alla Polonia, che per la loro posizione geografica si sentono più esposti all’aggressività russa, stanno già fortemente aumentando le spese militari. L’Europa del Sud invece è assai più incerta e prudente. Il nostro Paese, nonostante i continui allarmi del ministro della Difesa Guido Crosetto (“Non abbiamo gli anticorpi – ha detto di recente – per contrastare la penetrazione russa”) non ha per esempio ancora deciso se utilizzare i 15 miliardi a noi destinati del fondo Safe, col rischio che quei soldi potrebbero essere dirottati verso altri paesi. Maggioranza e opposizione sono divise perché in entrambi gli schieramenti ci sono forze favorevoli e forze contrarie al riarmo. Così come ci sono forze favorevoli e forze contrarie a una maggiore integrazione europea anche nel campo della difesa, per arrivare in prospettiva se non a un vero e proprio esercito europeo, non previsto dai Trattati, almeno a un forte coordinamento tra le industrie della difesa e tra gli eserciti europei. Tocca alle forze politiche (partiti, coalizioni e loro leader) presentare a noi cittadini, in vista delle elezioni politiche del 2027, un programma chiaro ed esplicito, senza ambiguità e furbizie, sul ruolo dell’Italia nel nuovo contesto geopolitico. Un ruolo che sappia proiettare nel futuro i pilastri della nostra appartenenza all’Unione europea e all’Alleanza atlantica, seguendo l’esempio del Presidente Sergio Mattarella, che il 14 luglio scorso ha partecipato a Parigi alle celebrazioni della Festa nazionale francese, insieme a una trentina di Capi di Stato e di governo, compreso il Presidente ucraino Zelensky. Sugli Champs Elysees hanno sfilato anche il nostro tricolore e un nostro contingente militare: a testimonianza che la difesa dei cittadini e dei valori dell’Europa è un impegno e un dovere comune. EDITORIALE

Civiltà del Lavoro | giugno • luglio 2026 16 Foto Dancing_Man © Shutterstock DESTINAZIONE AFRICA PRIMO PIANO

17 Civiltà del Lavoro | giugno • luglio 2026 Sconfinata, ricca di materie prime e con una popolazione giovane, l’Africa è un continente dalle grandi potenzialità. Il Piano Mattei lanciato due anni fa dal governo italiano punta a costruire una relazione di lungo periodo che possa far fiorire un tessuto industriale robusto, grazie al trasferimento di tecnologie e competenze. Ne parliamo con Mario Molteni, Ceo E4Impact e docente all’Università Cattolica di Milano, ed Enrico Maria Bagnasco, presidente Confindustria Assafrica & Mediterraneo. Nelle pagine successive raccontano la loro esperienza diretta i Cavalieri del Lavoro Marco Bonometti, Marco Checchi, Laura Colnaghi Calissoni, Claudio Descalzi e Giovanni Rubini

18 PRIMO PIANO Civiltà del Lavoro | giugno • luglio 2026 iciotto Stati africani coinvolti; 76 progetti avviati in sei aree (acqua, energia, agricoltura, formazione e cultura, infrastrutture, salute); interventi deliberati per 1,2 miliardi, più 4 miliardi di garanzie Sace; avviata la conversione del debito dei pae- si africani meno sviluppati per 269 milioni. Sono queste le cifre più significative del Piano Mattei contenute nella Relazione al Parlamento consegnata il 30 giugno scorso. Il piano, varato nel 2023, viene definito “partenariato strategico e paritario, basato su interessi condivisi, con identificazione congiunta delle priorità nel rispetto delle sovranità nazionali”. Insomma, un modello di cooperazione paritaria, che s’ispira all’azione del fondatore dell’Eni, Enrico Mattei. Quindi, come ripete la premier Meloni, un atteggiamento “non predatorio” verso i paesi africani, ma anche un’evoluzione rispetto all’orientamento assistenziale della “politica del dono” della Cooperazione allo Sviluppo. Il Piano Mattei sta operando in un orizzonte non facile. È vero che nel 2025 il Pil africano è aumentato del 4%, ma i conflitti che travagliano il continente, l’indebitamento di molti Stati e la minaccia del cambiamento climatico e della desertificazione rischiano di frenarne la crescita. Per di più, a livello globale gli aiuti allo sviluppo dei paesi ricchi si sono ridotti nel 2025 del 23%, da 212 a 163 miliardi di dollari. Ha pesato soprattutto la cancellazione di molti programmi americani di UsAid decisa dal Presidente Trump, ma anche altri paesi occidentali hanno ridotto i propri stanziamenti, sicché oggi la Germania ha superato gli Stati Uniti. Il nostro Paese ha mantenuto gli aiuti allo 0,3% del Pil e, a causa delle riduzioni degli altri Stati, ha superato la media Ocse. Va comunque rilevato che il Piano Mattei non ha previsto stanziamenti aggiuntivi, ma l’utilizzo D Piano Mattei, A CHE PUNTO SIAMO Foto moovstock © 123RF.com di Paolo Mazzanti

19 Civiltà del Lavoro | giugno • luglio 2026 PRIMO PIANO dei fondi già allocati del Fondo Clima e della Cooperazione allo sviluppo. Sul piano convergono iniziative dei ministeri, delle agenzie governative (Cassa depositi e prestiti, Ice, Sace, Simest, Agenzia spaziale) e delle aziende a partecipazione statale: Eni, Enel, Terna. Ma la vera scommessa è il coinvolgimento degli investitori privati e delle imprese e la collaborazione con le istituzioni finanziarie internazionali: Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (Undp), Banca mondiale, Banca africana di sviluppo, Fao e Ifad. I progetti del Piano Mattei prevedono infatti l’intervento di più soggetti, con gli stanziamenti pubblici italiani che dovrebbero mobilitare altre risorse con un notevole “effetto leva”. E poi c’è la collaborazione con il programma europeo Global Gateway, che prevede ben 300 miliardi di investimenti nei paesi in via di sviluppo, di cui 150 per l’Africa, e che venne lanciato nel 2021 come risposta europea alla “Via della seta” cinese. Infine, anche Spagna, Germania, Gran Bretagna e Francia hanno varato negli ultimi anni iniziative simili al Piano Mattei, che al vertice G7 di Evian di metà giugno scorso è stato citato nel documento ufficiale sulle collaborazioni internazionali. Come il Global Gateway, anche il Piano Mattei ha un obiettivo geopolitico: ribadire l’interesse dei paesi europei per lo sviluppo dell’Africa, oggetto negli ultimi anni delle mire di altre grandi potenze, dalla Cina alla Russia alla Turchia. E persegue anche obiettivi di politica interna, come la regolazione dei flussi migratori con lo stimolo allo sviluppo delle imprese e dell’occupazione nei paesi africani e con la crescita di centri di formazione per i giovani africani che, se vorranno emigrare, potranno arrivare nei nostri paesi già formati. Vediamo quali sono i principali progetti delle diverse aree del Piano Mattei. Acqua L’acqua è il tema centrale del 2026 visto che solo il 68% dei cittadini africani ha accesso stabile all’acqua. I progetti principali riguardano lo sviluppo di reti idriche in Marocco (100 milioni di investimento), il riutilizzo di acque reflue in Tunisia (250 milioni) e il progetto di Acea per fornire l’acqua a un milione di abitanti della capitale del Congo Brazzaville. Sono 18 i paesi africani coinvolti, con 76 progetti avviati in sei aree tematiche. L’obiettivo è una collaborazione paritaria, ispirata all’azione del fondatore dell’Eni, Enrico Mattei, e in grado di superare l’orientamento assistenziale della “politica del dono” della Cooperazione allo Sviluppo 18 76 6 15 Nazioni partner Progetti principali Direttrici strategiche Interventi deliberati dal Comitato Tecnico Fondo Italiano Clima ~1,2 mld € ~4 mld € ~269 mln € 6 Importo deliberato dal Comitato Tecnico Fondo Italiano Clima Garanzie Sace mobilitate Conversione del debito avviata Cabine di regia I NUMERI DEL PIANO Fonte: Piano Mattei per l'Africa – Relazione annuale al Parlamento sullo stato di attuazione (1° luglio 2025 – 30 giugno 2026)

20 PRIMO PIANO Civiltà del Lavoro | giugno • luglio 2026 Agricoltura In Africa circa 280 milioni di persone sono sottoalimentate. Lo sviluppo dell’agricoltura è dunque un tema vitale. In Algeria la società Bonifiche Ferraresi sta sviluppando una filiera seme-prodotto in un’area di 36mila ettari, che potrà alimentare 600mila persone. In Costa d’Avorio si sta sviluppando un moderno polo agroindustriale (100 milioni) che servirà 200mila persone. In Senegal investimenti per 90 milioni nella gestione idrica in un’area di 150mila persone. C’è poi il progetto di miglioramento della filiera del caffè, che coinvolge Etiopia, Uganda, Kenya, Tanzania e Malawi. E il Programma Terra per fornire credito a piccoli coltivatori e investimenti per migliorare le strade per collegare le aree agricole ai mercati e ai poli agroindustriali. Energia L’energia è un tema chiave per lo sviluppo e per il benessere della popolazione: molti africani non hanno infatti ancora accesso all’elettricità. Inoltre, si stima che l’Africa disponga del 60% delle risorse solari globali, ma raccoglie solo il 2% degli investimenti in energia rinnovabile. Il Piano Mattei partecipa dunque a “Mission 300”, il progetto di Banca Mondiale e Banca africana di sviluppo per dare l’elettricità a 300 milioni di persone con investimenti complessivi di 90 miliardi fino al 2030. Nel Piano rientra il progetto dell’elettrodotto Elmed Tunisia-Italia, cui partecipa Terna e per il quale è stato appena aggiudicato un contratto da 770 milioni di euro. In Kenya Eni sta realizzando un progetto da 100 milioni di coltivazione di prodotti agricoli per biocarburanti, che coinvolge 140mila agricoltori. In Congo altri 100 milioni sono investiti nello sviluppo di reti elettriche e in Mozambico collaboriamo al progetto di centrali a energie rinnovabili per 4,5 miliardi al 2030. Infrastrutture Il Piano Mattei collabora al “corridoio di Lobito”, una delle principali infrastrutture africane che prevede il collegamento ferroviario (e altre infrastrutture viarie e digitali) tra la zona mineraria del centro dell’Africa (Congo e Zambia) con il porto atlantico di Lobito in Angola. L’obiettivo è facilitare il trasporto di materiali critici (a partire dal cobalto) verso Occidente, in competizione con la ferrovia finanziata dai cinesi che collega le miniere centroafricane ai porti orientali sull’Oceano Indiano: un recente studio sostiene che la Cina controlla un terzo dei porti africani e dei relativi sistemi logistici. Interventi contro la desertificazione sono previsti in Mozambico, Ghana e Senegal. LA GEOGRAFIA DEL PIANO MATTEI 9 Nazioni pilota · Gen 2024 Algeria, Congo, Costa d’Avorio, Egitto, Etiopia, Kenya, Marocco, Mozambico, Tunisia +5 A 14 Nazioni · Gen 2025 Angola, Ghana, Mauritania, Senegal, Tanzania +4 A 18 Nazioni · Mar 2026 Gabon, Repubblica Democratica del Congo, Ruanda, Zambia Fonte: Piano Mattei per l'Africa – Relazione annuale al Parlamento sullo stato di attuazione (1° luglio 2025 – 30 giugno 2026)

21 Civiltà del Lavoro | giugno • luglio 2026 PRIMO PIANO Allo sviluppo di infrastrutture digitali sono destinati diversi progetti in cui sono coinvolte decine di università ed enti italiani, a partire dal centro di calcolo Cineca. Anche l’Agenzia spaziale italiana partecipa a programmi di “economia dello spazio” in diversi paesi. Formazione e cultura Centri di formazione di eccellenza sono stati sviluppati in Algeria, Tunisia, Marocco, Kenya, Egitto, Sud Africa e Costa d’Avorio, dove la Scuola nazionale di amministrazione (Sna) sta formando oltre 1.300 alti funzionari pubblici. La Fondazione Enel ha creato centri di formazione sull’energia in Marocco, Kenya e Sud Africa. Collaborazioni culturali e archeologiche sono in corso con Tunisia, Egitto e Algeria, dove il Parco di Pompei ha creato un gemellaggio con la città archeologica di Timgad. Salute Il Piano Mattei prevede il rafforzamento della rete ospedaliera etiope e interventi per le cure di madri e neonati in Costa d’Avorio, più altri interventi assistenziali in collaborazione con organizzazioni del Terzo settore come Sant’Egidio, Caritas, Istituto Don Bosco, Medici per l’Africa, Avsi e Focsiv. Il ruolo delle imprese Il Piano Mattei è un’opportunità anche per le imprese italiane che stanno mostrando un rinnovato interesse per l’Africa. Simest ha promosso un Plafond Africa con 200 milioni di euro per sostenere gli investimenti delle nostre imprese. Cdp e Banca africana di sviluppo hanno varato la piattaforma Graf (Growth and Resilience Platform for Africa), che mira a mobilitare 750 milioni di euro in cinque anni I VERTICI 28-29 gennaio Roma 20 giugno Roma 13 febbraio Addis Abeba 14 febbraio Addis Abeba I. Vertice Italia-Africa Formato Capi di Stato e di Governo Vertice «Piano Mattei – Global Gateway» con la Commissione europea II. Vertice Italia-Africa Il primo in suolo africano Assemblea dei Capi di Stato dell'UA partecipazione come Ospite d’Onore 2024 2025 2026 Fonte: Piano Mattei per l'Africa – Relazione annuale al Parlamento sullo stato di attuazione (1° luglio 2025 – 30 giugno 2026) con prestiti agevolati e doni attraverso fondi di private equity e venture capital. Le agenzie statali Cdp, Sace e Simest forniscono poi assistenza alle imprese per partecipare alle gare delle banche multilaterali. La conversione del debito Almeno 22 dei 54 Stati africani sono afflitti dal problema dell’eccessivo indebitamento e questo limita le loro possibilità di sviluppo. Da qui la decisione di inserire nel Piano Mattei un capitolo dedicato alla riduzione del debito verso l’Italia, convertendo inizialmente 269 milioni di crediti bilaterali in progetti di sviluppo nei paesi debitori. Il Piano prevede di convertire in dieci anni la totalità dei debiti dei paesi più poveri e il 50% dei debiti dei paesi a reddito medio. La vera scommessa è il coinvolgimento degli investitori privati e delle imprese e la collaborazione con le istituzioni finanziarie internazionali: Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (Undp), Banca mondiale, Banca africana di sviluppo, Fao e Ifad

Ing Ferrari S.p.A. ha realizzato IEO 3, una nuova struttura sanitaria all’avanguardia dedicata alla prevenzione e alla cura oncologica. L’edificio, che comprende 12 nuove sale operatorie, testimonia la capacità di Ing Ferrari S.p.A. nella costruzione di strutture sanitarie ad alta complessità tecnologica, orientate al benessere e alla cura delle persone. IEO 3 - Istituto Europeo di Oncologia | Milano

23 Civiltà del Lavoro | giugno • luglio 2026 PRIMO PIANO a anni la Fondazione E4Impact presieduta da Letizia Moratti si occupa di formazione e cooperazione imprenditoriale con l’Africa con progetti in oltre 20 paesi. È dunque l’organismo adatto a formulare una valutazione sul Piano Mattei e, più in generale, a illustrare lo stato dei rapporti tra il nostro Paese e il continente africano. Ne parliamo con il Ceo della Fondazione E4Impact, il professor Mario Molteni, docente di economia aziendale e strategia d’impresa all’Università Cattolica di Milano. La vostra fondazione E4Impact collabora da anni con molti paesi africani sui temi della formazione e dello sviluppo imprenditoriale. Come valutate gli obiettivi del Piano Mattei varato dal governo? Il Piano Mattei ha l’indubbio merito di aver posto una nuova attenzione sull’Africa in Italia, anche con un effetto domino nei confronti di altri paesi europei. Una certa lentezza in fase di implementazione non può oscurare il valore dell’idea. In particolare, sottolineerei alcuni tratti del Piano che mi sembrano particolarmente efficaci: la scelta di aree d’intervento (energia, agricoltura, salute, formazione e infrastrutture), che costituiscono a tutti gli effetti priorità per il continente; il coinvolgimento delle imprese private accanto alle organizzazioni tradizionalmente preposte alla cooperazione per lo sviluppo; la scelta di progettare gli interventi a partire dall’ascolto degli effettivi bisogni dei paesi africani. Lo stato d’avanzamento del piano è soddisfacente o sarebbe stato possibile fare di più? Per quello che mi risulta la partenza è stata laboriosa. Non c’è da meravigliarsi. Con il Piano Mattei gli interventi coinvolgono ormai tre livelli: l’Agenzia della Cooperazione (Aics), la Direzione Cooperazione presso il ministero degli Esteri e la cabina di regia presso Palazzo Chigi. Questa accresciuta complessità fa sorgere la necessità di oliare i meccanismi decisionali e questo si riverbera sui tempi di approvazione e avvio dei progetti. Ma la mia impressione è che a questo punto il sistema è stato messo a punto e si possa procedere più celermente. Secondo la vostra esperienza possono il Piano Mattei e il parallelo piano europeo Global Gateway migliorare le condizioni socioeconomiche dell’Africa, anche riducendo la spinta alle migrazioni? La domanda è articolata ed esige una risposta in due fasi. Innanzitutto, è molto positivo che cresca l’integrazione tra l’iniziativa italiana e quella europea. Il coordinamento è necessario in termini di obiettivi, aree di intervento, metodi di intervento, priorità assegnata all’ascolto dei paesi e così via. Che questo possa, e debba, ridurre la spinta alle migrazioni è tutta un’altra questione. La storia delle migrazioni in tutMario Molteni, Ceo Fondazione E4Impact D Intervista a Mario MOLTENI di Paolo Mazzanti Formazione e imprese PER FAR CRESCERE L’AFRICA Foto © E4IMPACT

24 PRIMO PIANO Civiltà del Lavoro | giugno • luglio 2026 to il mondo ci insegna che nei paesi estremamente poveri le persone non migrano: non hanno le risorse economiche e nemmeno quelle culturali per farlo. Quando invece una nazione avvia un processo di sviluppo, allora i suoi giovani si aprono al mondo, vengono a conoscenza di opportunità prima ignote, sono maggiormente formati, e tramite la famiglia possono raccogliere i soldi necessari per lasciare il Paese. Non è stato così per l’Italia dall’inizio del XX secolo e per lunghi decenni? La riduzione delle migrazioni si registra a distanza di un lungo tempo dal momento in cui lo sviluppo si innesta: è una curva a U rovesciata. Per questo è realistico affiancare al “diritto a non emigrare” il “diritto a emigrare con dignità”. Usare il termine diritto è improprio, ma rende l’idea: è importante impegnarsi a creare posti di lavoro in Africa; ma è altrettanto rilevante aiutare i giovani locali a trovare opportunità di lavoro sicure e ben tutelate in Europa e altrove. Sono così tanti i giovani africani che ogni anno si affacciano sul mondo (si parla di 20-30 milioni), che è impossibile realizzare uno sviluppo interno in grado di assicurare un’opportunità occupazionale a tutti. Per questo quando abbiamo avuto l’occasione di parlare con ministri e politici africani, tutti ci hanno manifestato un grande interesse per iniziative di dignified labour migration. Ed è per questo che abbiamo affiancato alla nostra missione originaria un’attività volta a portare in Italia giovani ben formati, a cui insegniamo l’italiano e qualche elemento della cultura del nostro Paese, che vengono assunti dalle nostre imprese, con attenzione alla loro dignità e integrazione nel nostro contesto sociale. Ci illustra un bilancio delle iniziative della vostra fondazione E4Impact? Innanzitutto, due parole sulla nostra Fondazione. Essa ha le sue radici in Università Cattolica. Nel 2005 ci fu chiesto di ospitare studenti africani destinati ad assumere ruoli di leadership nel loro Paese. Il programma ebbe successo, ma troppi studenti, ormai in possesso di un titolo prestigioso, rimanevano in Europa. Di qui la scelta di andare noi in Africa, lavorando con università locali per offrire là un programma di alta qualità. Iniziammo a Nairobi nel 2010 e nel 2015 eravamo già in 5 paesi. A questo punto ebbi la fortuna di poter presentare l’iniziativa a Letizia Moratti, che lanciò l’idea di una Fondazione, in cui coinvolgere anche importanti aziende e associazioni imprenditoriali italiane, per poter dare slancio al progetto. Quali i risultati, a poco più di un decennio dall’avvio? So10 ANNI DI IMPATTO Fonte: E4Impact

25 Civiltà del Lavoro | giugno • luglio 2026 PRIMO PIANO no riassunti nella tabella, ma ne sottolineo i più importanti: operiamo in oltre 20 paesi; abbiamo due centri con decine di collaboratori in Ghana e in Kenya (nel polo di Nairobi abbiamo avuto l’onore di avere la visita del Presidente Mattarella nel 2023); abbiamo formato oltre duemila imprenditori con il master e altri programmi lunghi di incubazione e accelerazione d’impresa; questi imprenditori sono stati in grado di assumere nell’arco di 2-3 anni una media di 12 collaboratori; abbiamo raggiunto con i nostri servizi più di 60mila piccoli coltivatori. A questo si aggiunge il primo centinaio di lavoratori professionalizzati che abbiamo aiutato a migrare in Italia assicurando lavoro e attenzione alla persona, numero destinato a crescere molto in fretta. Quali sono i progetti più importanti nei quali siete attualmente impegnati? Ad oggi E4Impact opera con un modello che unisce formazione, imprenditorialità e sviluppo economico. I progetti attualmente più rilevanti puntano a creare occupazione giovanile, sostenere la crescita delle Pmi e rafforzare ecosistemi imprenditoriali capaci di generare sviluppo locale sostenibile. Ad esempio, in Ghana il progetto Inspire ha l’obiettivo di creare occupazione giovanile sostenendo la crescita delle Pmi ghanesi e rafforzando le competenze professionali dei giovani, con particolare attenzione a donne e persone con disabilità. Il progetto opera attraverso centri di formazione professionale, incubazione d’impresa e supporto alle Pmi. Nello stesso Paese, Pact for Skills mira a ridurre il mismatch tra competenze offerte dal sistema formativo e fabbisogni delle imprese, promuovendo occupazione giovanile, competenze digitali e imprenditorialità verde. Passando al Kenya, il progetto Casha, finanziato da Mastercard Foundation, ha lo scopo di favorire l’inclusione economica di giovani e donne attraverso l’accesso a competenze imprenditoriali, servizi di incubazione, finanza e opportunità di mercato. Nell’Africa francofona, Fil, in Mali, intende migliorare l’occupabilità dei giovani attraverso percorsi di formazione professionale e imprenditoriale collegati alle esigenze del settore privato. E fortunatamente potrei continuare a lungo. Che suggerimenti darebbe a un’impresa italiana che voglia avviare iniziative o collaborazioni con uno o più paesi africani? In primo luogo, suggerirei di assumere una prospettiva di lungo periodo. L’Africa è l’unico continente davvero giovane, con una popolazione in crescita, con numerosi paesi in cui la crescita economica è sostenuta, con prospettive di una rapida riduzione del gap tecnologico rispetto all’Occidente. Le imprese non possono permettersi di star fuori dall’Africa, anche se non mancano timori, incertezze, instabilità politica, corruzione. Da quest’ultimo rilievo, discende il secondo suggerimento: è fondamentale la scelta dei paesi in cui operare. Tra le 54 nazioni africane, bisogna privilegiare, almeno inizialmente, quelle politicamente più stabili, economicamente più vivaci, tecnologicamente più avanzate. Solo così ci si può fare le ossa senza lasciarci la pelle! Il terzo suggerimento nasce dalla nostra esperienza diretta. Come dicevo, E4Impact ha un parco di oltre duemila imprenditori formati e orientati alla crescita. Un’opzione di grande interesse – che abbiamo già testato in alcuni paesi con successo – è quella di realizzare una partnership tra l’azienda italiana e questi imprenditori già impegnati nello stesso settore. Perché questo rappresenta una scorciatoia vincente? Perché per l’impresa italiana vuol dire agganciare un soggetto motivato, formato e orientato all’innovazione. Di conseguenza, sono ridotti i rischi di ingresso nel Paese, sia che si tratti di trovare materie prime, di sviluppare un nuovo mercato o di aprire un nuovo stabilimento competitivo sotto il profilo dei costi. Il Presidente Mattarella incontra gli imprenditori di E4Impact presso il Centro di Nairobi Foto © E4IMPACT

26 PRIMO PIANO Civiltà del Lavoro | giugno • luglio 2026 onfindustria Assafrica & Mediterraneo, che associa non solo grandi gruppi industriali ma anche Pmi, è l’interlocutore ideale per conoscere più da vicino come le imprese italiane stanno rispondendo alla sfida del Piano Mattei, che le impegna a coltivare una relazione più matura con i partner africani. Ne parliamo con il presidente Enrico Maria Bagnasco. Presidente Bagnasco, con il Piano Mattei il governo ha scelto di impostare una nuova modalità di relazione con i paesi africani. A due anni dal varo di questa strategia, quale bilancio è possibile fare per le imprese italiane? Il Piano Mattei ha contribuito a cambiare la prospettiva con cui guardiamo all’Africa: non più soltanto un insieme di mercati emergenti ma un partner fondamentale per l’internazionalizzazione del sistema produttivo italiano. In questo percorso Confindustria Assafrica & Mediterraneo è parte integrante del Sistema Paese, come riconosciuto anche dal vice presidente del Consiglio Antonio Tajani nella prefazione alla Guida “Destinazione Africa”. Infatti, abbiamo raccolto e presentato alla Struttura di Missione oltre 130 progetti provenienti dalle imprese associate: una risposta concreta del settore privato alla strategia del governo. La priorità è ora accompagnare i progetti più solidi verso la loro piena realizzazione, mettendo a sistema strumenti finanziari, partner locali e un efficace coordinamento tra istituzioni italiane e africane. È su questo che si giocherà il successo del Piano Mattei. Dal vostro punto di osservazione, le ricadute positive riguardano solo le grandi imprese oppure stanno coinvolgendo anche le Pmi? Molti progetti richiedono grandi operatori, ma attorno ad essi si sviluppano forniture, tecnologie, servizi e competenze specialistiche in cui le Pmi italiane esprimono il loro maggiore valore aggiunto. È la logica di filiera a consentire una partecipazione più ampia del nostro tessuto imprenditoriale. Lo dimostra anche un progetto ferroviario in Africa orientale, aggiudicato a un consorzio italiano composto da grandi imprese e aziende specializzate: un esempio concreto di come i grandi progetti possano diventare opportunità diffuse per tutti. Ma non solo. Molte Pmi hanno presentato e già realizzato progetti finanziati dal Piano Mattei, ad esempio in ambito education e alimentare. Il Piano Mattei rappresenta quindi un’importante occasione per tutto il nostro sistema industriale. Le infrastrutture energetiche e per i servizi digitali hanno assunto un’importanza via via crescente per l’autonomia strategica dei paesi. In quali progetti l’Italia è attualmente impegnata in Africa? Le infrastrutture energetiche e digitali sono tra i prin- Enrico Maria Bagnasco, Presidente Confindustria Assafrica & Mediterraneo Investire per progettare INSIEME IL FUTURO C A colloquio con Enrico Maria BAGNASCO di Silvia Tartamella

27 Civiltà del Lavoro | giugno • luglio 2026 PRIMO PIANO cipali motori dello sviluppo industriale del continente. Le imprese italiane sono impegnate in progetti che rafforzano la competitività dei sistemi economici africani e creano le condizioni per nuovi investimenti produttivi. Tra i molteplici esempi penso alle infrastrutture di connessione come Elmed e BlueMed, destinate a rafforzare rispettivamente l’integrazione energetica e digitale tra Europa e Nord Africa. Ma anche il progetto in Kenya per lo sviluppo dei biocarburanti avanzati, che coniuga investimenti industriali, decarbonizzazione e sviluppo delle produzioni agricole locali; oppure la proposta attualmente allo studio di un nuovo cavo sottomarino fra Algeria, Tunisia e Italia – con rotta alternativa a quelle esistenti e approdo a Genova – per garantire più capacità e ridondanza sul traffico dati a supporto degli importanti piani di digitalizzazione in corso nei pae- si nordafricani. Sono iniziative che raccontano il cambio di approccio del Piano Mattei: non interventi isolati, ma progetti costruiti in una logica di partenariato, capaci di creare infrastrutture, sviluppo, lavoro e valore duraturo nei territori. Nella relazione con l’Italia e le imprese italiane, a quali aspetti sono principalmente interessati i paesi africani aderenti al Piano? I nostri interlocutori africani non cercano soltanto forniture. Accanto alla crescita degli scambi commerciali, aumenta la domanda di investimenti produttivi e collaborazioni industriali. Lo conferma lo stock degli investimenti diretti italiani nel continente, che ha superato i 30 miliardi di euro al 2024 (Fonte: Osservatorio economico Maeci). L’Africa sta diventando un luogo di produzione, innovazione e industrializzazione, non soltanto di estrazione di materie prime e agricole. Per questo ci chiedono partnership capaci di generare valore, creare sviluppo nei territori e costruire filiere produttive sempre più integrate. È questo il cambiamento più importante: non limitarsi a vendere prodotti o realizzare singoli investimenti, ma progettare insieme la crescita. La formazione del capitale umano è un tema cruciale per le imprese, che notoriamente faticano a trovare personale qualificato. Il Piano Mattei può rappresentare un apripista in tal senso? Senza dubbio. La formazione è uno dei pilastri del Piano Mattei e una delle richieste che emerge con maggiore frequenza nel dialogo con i partner africani. Un esempio concreto è il Tech Skills Forum che si è svolto al Cairo il 5 e 6 giugno, dove sono stati siglati accordi tra Scuole di Tecnologia applicata egiziane e Its Academy italiani nei settori della meccatronica, della chimica, del tessile, della salute e dell’agroalimentare, con la partecipazione di imprese nostre associate. La formazione è necessaria a costruire competenze condivise tra sistemi produttivi e filiere integrate. È questo il valore aggiunto del Piano Mattei: investire nelle persone per rafforzare una crescita comune, a beneficio dell’Africa e dell’Italia. Molti progetti richiedono grandi operatori, ma attorno ad essi si sviluppano forniture, tecnologie, servizi e competenze specialistiche in cui le Pmi italiane esprimono il loro maggiore valore aggiunto Foto mikkiorso © 123RF.com

29 Civiltà del Lavoro | giugno • luglio 2026 PRIMO PIANO Africa non è un’emergenza da gestire, ma un continente con cui costrui- re un futuro condiviso. È una convinzione che, da imprenditore, porto avanti da molti anni e che il Piano Mattei ha avuto il merito di riportare al centro dell’agenda politica italiana. Il suo valore è superare una logica assistenziale per costruire un partenariato fondato sul rispetto reciproco, sugli investimenti e sulla crescita comune. Noi di OMR Automotive conosciamo bene il significato di questa scelta. Il Marocco è stato il primo paese nel quale abbiamo avviato il nostro percorso di internazionalizzazione, molto prima che l’Africa diventasse una priorità strategica per l’Europa. Da allora il Gruppo è cresciuto fino a essere presente in quattro continenti. Ma il risultato di cui vado più orgoglioso riguarda le persone: nelle nostre aziende lavorano collaboratori provenienti da 47 paesi. È il frutto di una cultura d’impresa che considera inclusione, formazione e valorizzazione delle competenze i veri motori della competitività. È con questa esperienza che guardo al Piano Mattei. La direzione è quella giusta. Il Piano individua ambiti strategici coerenti con le esigenze dei paesi africani e riconosce il ruolo di imprese, università, organizzazioni internazionali e istituzioni finanziarie. È un’impostazione che condivido: senza il coinvolgimento del sistema produttivo non esiste cooperazione capace di generare sviluppo duraturo. Credo però che il progetto possa essere ancora più ambizioso. A mio avviso dovrebbe includere, con decisione, anche il settore automotive, una delle principali filiere industriali europee, oggi impegnata ad affrontare la transizione tecnologica, la crescente concorrenza asiatica e il rallentamento del mercato. Il Piano Mattei potrebbe favorire l’insediamento in Africa di un numero significativo di componentisti europei (fornitori di parti di auto), creando occupazione nei paesi partner e offrendo nuove prospettive a un comparto che sta perdendo volumi produttivi e posti di lavoro. Il Marocco rappresenta un’opportunità concreta. La presenza di Stellantis e Renault costituisce una base industriale sulla quale costruire un ecosistema capace di attrarre nuoL’ Marco Bonometti, Presidente e Ad OMR Holding di Marco BONOMETTI Trasformare la visione IN SVILUPPO

30 PRIMO PIANO Civiltà del Lavoro | giugno • luglio 2026 vi investimenti. Perché questo avvenga servono accordi di fornitura, programmi di localizzazione produttiva e strumenti di sostegno che coinvolgano costruttori, componentisti e governi. È necessario stipulare contratti e impegni di forniture per i componentisti europei che volessero investire in quel paese. I governi potrebbero sostenere i costruttori europei, laddove sono presenti, in questo processo di internazionalizzazione. È un modello che ho già sperimentato con successo in Brasile, Cina e Stati Uniti e che potrebbe diventare una leva di sviluppo anche per l’Africa, generando benefici per entrambe le sponde del Mediterraneo. Sarei però un cattivo testimone se tacessi sulle criticità. Le risorse disponibili appaiono ancora limitate rispetto all’ambizione del progetto. Senza investimenti certi e una programmazione pluriennale il rischio è che il piano resti una dichiarazione di intenti. Allo stesso tempo sarà indispensabile semplificare la burocrazia, perché le imprese hanno bisogno di procedure rapide, regole chiare e tempi compatibili con il mercato. Un progetto di questa portata richiede inoltre continuità e non può essere condizionato dai cicli politici. Il partenariato pubblico-privato sarà credibile solo se l’Africa verrà coinvolta come protagonista dello sviluppo e non come semplice destinataria di politiche energetiche o migratorie. Lo sviluppo nasce dalla condivisione degli obiettivi e dalla costruzione di filiere industriali capaci di creare competenze, occupazione e valore. Marco Bonometti è stato nominato Cavaliere del Lavoro nel 2012. È presidente e amministratore delegato di OMR Holding. Sotto la sua guida l’azienda, fondata dal nonno nel 1919, è diventata un Gruppo industriale internazionale con oltre 4.000 dipendenti e con una rete globale innovativa di nove stabilimenti in Italia e sei nel mondo. Il Gruppo è attivo principalmente nella componentistica per autovetture, veicoli industriali e mezzi di movimento terra, ambiti in cui l’azienda si è affermata come partner di riferimento per i principali marchi mondiali La strada è quella giusta. Ora bisogna trasformare la visione in risultati concreti. Servono investimenti, formazione, infrastrutture e imprese pronte a costruire relazioni industriali durature. L’Africa sarà sempre più un continente nel quale si produrranno automobili compatte, accessibili e destinate a una domanda in forte crescita: una prospettiva industriale che l’Europa non può permettersi di ignorare. Noi imprenditori, e in particolare la comunità dei Cavalieri del Lavoro, possiamo contribuire a questa sfida mettendo a disposizione competenze, capitali e cultura industriale. Il Piano Mattei sarà un successo quando saprà trasformare le intenzioni in investimenti, gli investimenti in imprese e le imprese in lavoro, dignità e crescita condivisa. Solo allora avremo costruito un autentico partenariato tra Europa e Africa.

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