9 Civiltà del Lavoro | giugno • luglio 2026 VALORI E IDEE al servizio del Paese l numero che sfogliate ospita, come ogni anno, un focus dedicato alle storie dei nuovi Cavalieri del Lavoro nominati dal Presidente della Repubblica. Si tratta di un viaggio appassionante alla scoperta di donne e uomini che esprimono il meglio della capacità imprenditoriale e manageriale del Paese. Un viaggio che riflette i mutamenti del tessuto produttivo dell’Italia, con l’ingresso di nuove specializzazioni d’impresa e una sempre maggiore proiezione internazionale, e che rispecchia al contempo una presenza più rarefatta in settori maturi. Comune a tutti i Cavalieri del Lavoro è una visione dell’impresa come soggetto in grado di generare non soltanto valore economico, ma capace di creare nuova occupazione e dialogare positivamente con i territori e le istituzioni; un soggetto sensibile alle istanze ambientali, e per questo attento al miglioramento dei processi produttivi, e parimenti proiettato verso l’innovazione, intesa come strumento per accrescere il benessere collettivo. È un patto tacito che le imprenditrici e gli imprenditori insigniti dell’onorificenza rinnovano ogni giorno con il loro lavoro. Nel concreto, questo impegno si traduce in un contributo pari al 5% del Pil nazionale, un valore importante se pensiamo che numericamente le aziende dei Cavalieri del Lavoro rappresentano appena lo 0,04% del tessuto imprenditoriale italiano (fonte: Crif). E allora perché da circa trent’anni (salvo gli anni post Covid) l’Italia registra un tasso di crescita del Pil stabilmente inferiore alla media europea? Senza la pretesa di sostituirci alle analisi che eminenti economisti hanno prodotto sulle cause della mancata crescita dell’Italia, che ovviamente includono molteplici fattori di contesto, siamo tuttavia convinti che una delle spiegazioni risieda nel fatto che i modelli imprenditoriali rappresentati dalle aziende dei Cavalieri del Lavoro costituiscono una porzione ancora fortemente minoritaria all’interno del sistema produttivo italiano. Quest’ultimo poggia essenzialmente su piccole e medie imprese con meno di 50 dipendenti, poco capitalizzate e prive dei mezzi sufficienti per investire e crescere. Politiche lungimiranti dovrebbero intervenire su questa criticità, incentivando il ricorso al capitale di rischio che, rafforzando patrimonialmente le aziende, consente maggiori investimenti in innovazione in termini di dotazione (macchinari, brevetti, software) e in termini di capitale umano qualificato. Crescita dimensionale e capacità di innovazione procedono affiancate ed è per questo motivo che occorre intervenire anche su un altro aspetto, ovvero quello del trasferimento tecnologico. L’innovazione che nasce nei centri di ricerca e negli atenei deve entrare in azienda. Come? Favorendo, ad esempio, la mobilità dei ricercatori tra università e impresa, che nel caso italiano costituisce il punto più debole nel confronto europeo. Aziende innovative, di maggiori dimensioni e proiettate sui mercati internazionali diventano giocoforza più attrattive verso i nostri giovani più qualificati perché sono in grado di offrire retribuzioni e percorsi di carriera competitivi con quelli che troverebbero altrove, fuori dall’Italia. Il dato dei 630mila giovani fra i 18 e i 34 anni che tra il 2011 e il 2024 hanno lasciato il nostro Paese deve di Ugo SALERNO EDITORIALE I
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