Civiltà del Lavoro, n. 2/2026

12 Civiltà del Lavoro | aprile • maggio 2026 EDITORIALE iviamo un singolare paradosso: nell’epoca in cui le guerre sono condannate dalla grande maggioranza dei cittadini, almeno in Occidente, i conflitti armati non si riescono a concludere e restano nel limbo di tregue non rispettate. Vale per l’aggressione della Russia all’Ucraina, che dura da oltre 4 anni (più della Seconda guerra mondiale). E vale per la guerra in Iran e Libano tra ultimatum e proposte di pace sistematicamente rifiutate da Washington o Teheran e Gerusalemme. I costi dei conflitti sono elevatissimi, anche se l’economia globale sembra risentirne per ora solo in parte, soprattutto per il blocco dello Stretto di Hormuz da cui transita il 15% del petrolio e di altri prodotti raffinati, oltre ai fertilizzanti necessari per l’agricoltura. Questa incapacità di porre fine ai conflitti (neppure tra le due Coree esiste ancora un trattato di pace) è uno dei tratti più preoccupanti del disordine mondiale e della crisi delle organizzazioni multilaterali, a cominciare dall’Onu, che può funzionare nel prevenire o risolvere i conflitti solo se c’è l’accordo delle potenze che dispongono del diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza (Usa, Russia, Cina, Gran Bretagna e Francia). Se l’accordo non c’è, come in questa fase, l’Onu è di fatto paralizzato e impotente. Per di più, gli Stati Uniti, che sono stati nel dopoguerra gli architetti del sistema multilaterale (dall’Onu al Fondo monetario internazionale), con il presidente Trump lo stanno attivamente smantellando, preferendo i rapporti bilaterali tra Stati. Ma così facendo rischiano di condannarsi a un crescente isolamento che neppure la prima superpotenza globale può a lungo permettersi. Non è un caso che Trump sia andato in visita a Pechino, nonostante la Cina sia il principale avversario strategico degli Usa, anche per cercare di convincere Xi Jinping ad aiutarlo a risolvere la crisi iraniana e quella ucraina prima delle elezioni americane di midterm del novembre prossimo in cui rischia di perdere la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti. I Paesi europei e Nato stanno da parte loro valutando l’intervento nello Stretto di Hormuz per garantire la libertà di navigazione. Noi italiani potremmo inviare un convoglio con cacciamine e navi di supporto, ma potremmo farlo soltanto a tregua consolidata, con l’intesa dell’Iran e sotto l’egida dell’Onu per non trovarci coinvolti in operazioni di guerra. Intanto il governo sta cercando di rilanciare la sua azione economica con misure come il decreto lavoro varato alla vigilia del Primo Maggio e il Piano Casa, che ha l’obiettivo di realizzare 100mila alloggi a canone calmierato in dieci anni e ristrutturare 60mila alloggi popolari. Ma le urgenze economiche sono molte, a cominciare dal caro energia che penalizza imprese e famiglie e rischia di far aumentare l’inflazione e i tassi d’interesse decisi dalla Banca centrale europea. Il che potrebbe farci scivolare in uno scenario economico recessivo. In questo quadro, le risorse pubbliche a disposizione del governo sono scarse. Per di più, abbiamo mancato nel 2025 l’obiettivo di ridurre il deficit pubblico sotto il 3 per cento (abbiamo chiuso l’anno al 3,1 per cento) per uscire dalla procedura europea d’infrazione, il che ci avrebbe consentito minori restrizioni per la spesa pubblica. V LE GUERRE CHE NON FINISCONO E GLI SQUILIBRI INTERNI L’ITALIA NELLE CRISI geopolitiche di Paolo Mazzanti

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