Civiltà del Lavoro, n. 2/2026

13 Civiltà del Lavoro marzo • aprile • maggio 2022 Di fronte alla crisi energetica, determinata dall’aumento dei prezzi del petrolio per il blocco di Hormuz, si invocano interventi europei, a cominciare da un allentamento o una sospensione del Patto di stabilità, come avvenne per il Covid. Ma per ora Bruxelles consente solo una riduzione dei vincoli sugli aiuti di Stato, permette cioè ai singoli Stati membri di sovvenzionare le proprie imprese attingendo al proprio bilancio. Ma questo finirebbe per penalizzare ulteriormente il nostro Paese, che già paga l’energia più degli altri e ha meno risorse pubbliche a disposizione. Sarebbe necessario attingere al bilancio europeo, per esempio con nuove emissioni di Eurobond – si stima che i mercati finanziari potrebbero assorbirne fino a tremila miliardi – e un piano energetico comune sul modello del Next Generation Eu. Ma per ora i Paesi “frugali” del Nord Europa, a cominciare dalla Germania, non sono d’accordo sull’emissione di nuovo debito europeo. Purtroppo, nonostante la gestione prudente della finanza pubblica in questi anni, i problemi di fondo del nostro sistema economico non sono stati avviati a soluzione. Siamo tornati alla crescita asfittica degli zero virgola, nonostante i 200 miliardi di investimenti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza; il nostro debito pubblico è ancora in crescita e quest’anno supererà anche quello della Grecia; la pressione fiscale è salita oltre il 43% del Pil; la spesa pubblica veleggia oltre i 1.150 miliardi e nessuno parla più di “spending review”; l’occupazione è aumentata, ma resta sotto la media Ue, soprattutto al Sud e per le donne; i giovani, soprattutto laureati, continuano a lasciare l’Italia perché all’estero trovano migliori opportunità e maggiori stipendi. Il buon andamento dell’export, la buona tenuta della produzione industriale, aumentata dello 0,7 per cento in marzo nonostante i dazi e le crisi geopolitiche, dimostrano che il motore della crescita affidato alle nostre imprese continua a tirare. Ma gli squilibri strutturali rischiano di frenarlo e di non fargli esprimere per intero le sue potenzialità. Forse il modo migliore di impiegare l’anno che ci separa dalle elezioni del 2027 è quello di chiedere alle forze politiche di elaborare programmi approfonditi per affrontare i nostri squilibri strutturali e consentire a noi cittadini di scegliere il programma che ci sembra migliore per garantire all’Italia una crescita di lungo periodo. EDITORIALE

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