19 Civiltà del Lavoro | aprile • maggio 2026 CONVEGNO NAZIONALE Quando parlo di nanismo non mi riferisco alle aziende da 150 milioni di fatturato, come quella citata da Aram Manoukian, che è un esempio virtuoso. Mi riferisco alle imprese che non superano i 50 milioni, che rappresentano una parte enorme del nostro sistema produttivo e che, pur essendo preziose, non hanno la forza per crescere, innovare, attrarre talenti. Dobbiamo cambiare mentalità: crescere non significa perdere identità, ma acquisire forza. Unirsi, fare filiera, condividere investimenti è l’unico modo per aumentare la produttività, che è il vero punto debole dell’Italia rispetto ai competitor europei. La realtà è che riusciamo ad investire troppo poco in impianti e innovazione. A questo si aggiunge un altro tema: la parità di genere. Dobbiamo offrire alle donne la possibilità di competere senza chiedere loro di diventare “come gli uomini”. Le differenze sono un valore, non un limite. Ma per valorizzarle servono organizzazione, servizi, attenzione. Servono scelte. Le carriere femminili non devono essere penalizzate dalla maternità o da carichi familiari che troppo spesso ricadono solo sulle donne. Con investimenti limitati e una diversa consapevolezza, le aziende possono fare molto. Arrivo poi al tema dell’Intelligenza artificiale. È naturale provare preoccupazione di fronte a una tecnologia così potente. Ogni grande innovazione porta con sé timori e vestimento. Le imprese che rispettano gli stakeholder, che costruiscono fiducia, che operano con trasparenza, sono quelle che ottengono i migliori risultati economici nel lungo periodo. L’etica conviene, ma soprattutto è ciò che dà senso al nostro ruolo. Il secondo tema riguarda i giovani. Ferruccio de Bortoli richiama spesso, anche nei suoi articoli, l’emorragia di talenti che lascia il Paese. I numeri sono impressionanti: 78mila giovani altamente formati hanno lasciato l’Italia nell’ultimo anno. Questi si sommano ai circa 630mila che hanno lasciato l’Italia dal 2011 al 2024. Non è solo un costo formativo che perdiamo: è il futuro della nostra nazione. L’esperienza all’estero arricchisce e forma. Ma i giovani devono poter scegliere di tornare e noi dobbiamo metterli nelle condizioni di farlo. Le analisi, come quella recente del Cnel, mostrano che la prima ragione della fuga non è economica, anche se quella economica è vicina: è la sfiducia. La sfiducia nel poter costruire un percorso professionale, una carriera, una vita in Italia. Questa sfiducia nasce da ciò che vedono e che vediamo anche noi: un sistema normativo complesso, con competenze concorrenti che rallentano ogni iniziativa; un tessuto produttivo composto da aziende troppo piccole per investire in innovazione, ricerca, managerialità. Il salone principale dell’Istituto di Scienze Militari Aeronautiche di Firenze
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