Civiltà del Lavoro, n. 2/2026

29 Civiltà del Lavoro | aprile • maggio 2026 CONVEGNO NAZIONALE È in questa concorrenza per il capolavoro che si trova una delle chiavi della fioritura rinascimentale. Dal Cinquecento dello studiolo di Francesco de’ Medici all’Ottocento dei macchiaioli, fino alle fotografie dei fratelli Alinari, il lavoro cambia volto ma resta protagonista: minatori, lanaioli, orafi, renaioli, lavandaie, muratori, operai di fabbrica. NICOLETTA SPAGNOLI: “Il bello e ben fatto come eredità viva” Coltiviamo con orgoglio l’eredità della mia bisnonna, Luisa Spagnoli, imprenditrice capace di anticipare i tempi già all’inizio del Novecento, introducendo il lavoro femminile nell’attività industriale e ponendo grande attenzione al benessere dei dipendenti. È stata una donna molto moderna, ha introdotto gli asili aziendali, il pediatra e perfino una “Scuola per il buon governo della casa”, pensata per aiutare donne e uomini a conciliare lavoro e vita familiare. Da quella tradizione ho ereditato coraggio e visione imprenditoriale, ma anche l’idea dell’impresa come comunità. Un’impostazione proseguita anche da mio nonno, fondatore della Città dell’Angora, dotata di servizi, case per i dipendenti, spazi comuni e botteghe artigiane. Una comunità produttiva in cui il lavoro era anche appartenenza. Oggi, in un’azienda con 830 dipendenti, di cui l’86% donne, il tema resta attuale. Il bello e il ben fatto è ancora un concetto fondamentale per noi. Premiere e modelliste tramandano alle nuove generazioni un sapere che richiede tempo, disciplina e pazienza. L’artigianalità non è nostalgia, ma capacità di tenere insieme qualità dei tessuti, cura dei dettagli, ambiente di lavoro e rispetto delle persone. I nostri capi raccontano una storia di artigianalità secolare, ma con una visione moderna e attuale. CRISTINA ACIDINI: “Il lavoro nell’arte, l’arte come lavoro” Vi propongo una “galoppata per immagini”. Dagli antichi saperi fino alla modernità, seguendo un doppio binario: il lavoro rappresentato nell’arte e l’arte come risultato del lavoro. Il fulcro è Firenze, ma il percorso parte dai cicli medievali dei mesi, dalle sculture del Battistero di Parma al Breviario Grimani, dove fienagione, tosatura, mietitura e lavori agricoli diventano inni al lavoro e insieme manuali visivi per la gestione della campagna. A Firenze il racconto si sposta dalle attività agricole alle botteghe, ai mestieri urbani, alla finanza. Pensiamo ai tondi di Luca della Robbia per lo studiolo di Piero de’ Medici, le formelle di Andrea Pisano nel Campanile di Giotto, le miniature dei Tacuina sanitatis, fino al banco di San Matteo e alla figura di Francesco Datini, che contribuì a diffondere la lettera di cambio, un passo importantissimo per agevolare i commerci anche all’estero. Il lavoro non è solo fatica: è organizzazione, competenza, rischio, innovazione. Il momento più alto di questa sintesi è Orsanmichele, definito “il tempio del lavoro” fiorentino. Qui le corporazioni finanziavano tabernacoli e statue dei santi protettori, dando vita a una competizione virtuosa tra arti maggiori e minori. Si intrecciano fede religiosa, commercio o attività produttiva e arte in un insieme che non ha uguali. Si intrecciano fede religiosa, commercio o attività produttiva e arte in un insieme che non ha uguali. È in questa concorrenza per il capolavoro che si trova una delle chiavi della fioritura rinascimentale L’artigianalità non è nostalgia, ma capacità di tenere insieme qualità dei tessuti, cura dei dettagli, ambiente di lavoro e rispetto delle persone

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