49 FOCUS Civiltà del Lavoro | aprile • maggio 2026 queo è sempre più sfumato: le tecnologie emergenti si affermano infatti come soluzioni dual use, con applicazioni in entrambi i contesti. Tra queste rientrano sistemi robotici, droni sottomarini, tecnologie di monitoraggio e piattaforme di simulazione, integrate con strumenti avanzati come IA, digital twins, cybersecurity e sistemi di comunicazione subacquea. Uno dei problemi posti dallo sviluppo dell’IA è quello dei data center, che necessitano di grandi quantità di acqua ed energia per il loro raffreddamento e funzionamento. I fondali marini sono stati identificati come un ambiente nel quale sarebbe possibile installarli. Quali potrebbero essere i benefici di questa soluzione? E quali le complessità tecnologiche? I data center sottomarini rappresentano una nuova frontiera per l’efficienza energetica e la sostenibilità ambientale, grazie al raffreddamento naturale garantito dall’acqua marina che praticamente ne azzera l’impronta idrica e ne riduce drasticamente il consumo energetico per il condizionamento. Sono già stati realizzati alcuni prototipi, ma la vera sfida sarà passare da progetti sperimentali a sistemi operativi su vasta scala. Ciò richiederà di affrontare complessità legate, ad esempio, alla corrosività dell’ambiente salino e alla necessità di mantenere nel tempo la tenuta stagna dell’infrastruttura. Per l’installazione e la manutenzione di questo tipo di data center saranno necessarie competenze e strumenti specifici per l’ambiente marino, su cui sarà da valutare accuratamente anche l’impatto ambientale. La domanda di minerali critici necessari per la transizione ecologica ha stimolato la ricerca di alternative ai giacimenti terrestri. Che cosa dicono le stime sul potenziale dei fondali marini profondi? L’estrazione di questi materiali sarebbe a oggi economicamente e ambientalmente sostenibile? Si stima che i minerali critici sott’acqua siano concentrati principalmente in tre tipologie di depositi: noduli polimetallici, solfuri polimetallici e croste di ferromanganese. Questi giacimenti, concentrati soprattutto a profondità superiori ai 1.500 metri, contengono minerali come nichel, rame, cobalto, manganese, zinco, argento e oro, essenziali per la tecnologia moderna e la transizione energetica. L’estrazione di questi minerali è però una pratica controversa, perché comporterebbe interferire con ecosistemi che conosciamo poco, principalmente a causa delle difficoltà tecniche e dei costi necessari per raggiungere regioni marine così remote. Il primo passo dovrebbe quindi essere quello di promuovere una ricerca scientifica rigorosa, che valuti in modo obiettivo costi e benefici. Dal suo punto di osservazione, come si colloca la filiera italiana attiva nel settore dell’underwater? Per quali professioni prevede un aumento della domanda nei prossimi anni? In Italia abbiamo una eccellenza storica nell’esplorazione subacquea. Oggi vantiamo realtà di primo piano come Prysmian, Sparkle, Wass, Wsense, Saipem, Drafinsub, Fincantieri, oltre a moltissime Pmi attive nel settore dei lavori subacquei e nella produzione di attrezzature. Il settore underwater richiede competenze specifiche di alto livello, che spaziano dal diritto a diversi campi dell’ingegneria, dalla biologia alle telecomunicazioni, fino agli aspetti normativi e regolatori. Sono già stati realizzati alcuni prototipi di data center sottomarini, ma la vera sfida sarà passare da progetti sperimentali a sistemi operativi su vasta scala
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