Il Lavoro, la Passione del Fare. Dalla bottega del Rinascimento all'Intelligenza artificiale

Il lavoro, la passione del fare 103 rotonde. Ovviamente non vi faccio il riassunto delle tre tavole rotonde, ma vorrei fare però un paio di commenti. L’Italia continua ad avere e a seguire la tradizione del nostro passato, del Rinascimento, con artisti straordinari. Il brand Made in Italy è uno dei brand più importanti e apprezzati al mondo. Di questo dobbiamo essere orgogliosi, questo è un supporto per il nostro futuro. A proposito di etica: noi siamo Cavalieri del Lavoro. Il motivo per cui siamo stati nominati Cavalieri del Lavoro non è perché abbiamo fatto le aziende che hanno fatto più profitto. Le nostre aziende hanno avuto successo, ma il punto importante è che le nostre aziende hanno avuto successo in maniera etica, con noi che abbiamo posto una grandissima attenzione verso quella che è la responsabilità sociale di un imprenditore. È questo quello che ci distingue da altri imprenditori che non sono Cavalieri del Lavoro e che non hanno impostato la loro strategia tenendo conto anche dell’etica. Vi devo dire una cosa, che in qualche modo io ho seguito e ho studiato un pochino, e cioè che essere un’azienda etica è un grandissimo investimento. Le aziende che hanno maggiore attenzione verso gli stakeholder sono quelle che hanno i migliori risultati economici. Facciamo quindi un bell’investimento, siamo etici. Lo facciamo perché ci conviene o perché siamo brave persone? Lo facciamo per tutte e due le cose ma, sicuramente, l’etica è fondamentale ed è il fondamento del motivo per cui noi siamo Cavalieri del Lavoro. Arriviamo alla seconda tavola rotonda. Ferruccio de Bortoli ha sottolineato in più di un’occasione – non soltanto oggi ma anche nei suoi articoli di fondo che tutti noi leggiamo con grandissima attenzione – come quella dell’emorragia dei giovani, dell’uscita, della perdita dei talenti di coloro che abbiamo formato, dall’Italia sia forse oggi una delle prime emergenze della nostra nazione. Nell’ultimo anno hanno lasciato l’Italia 78mila giovani con una formazione alta, molto elevata, essenzialmente universitaria o magari di Its. Questi 78mila giovani si uniscono agli altri circa 630mila usciti dall’Italia dal 2011 al 2024. Dimentichiamoci il costo che abbiamo sostenuto per formarli che, secondo me, non è il problema maggiore: è stato un investimento che abbiamo perso. Quello che noi stiamo perdendo in questo modo è il futuro della nostra nazione perché questi ragazzi dovrebbero essere la classe dirigente dell’Italia e non possiamo permetterci di perderli. Io non demonizzo il fatto di andare all’estero, ci mancherebbe, anzi se i giovani hanno interesse nel fare un’esperienza all’estero, ben venga, perché poi ritorneranno più completi, più formati. Ma devono ritornare e noi dobbiamo dare loro la possibilità di ritornare. Per questo credo che dobbiamo farci un esame di coscienza sui motivi che spingono i giovani andare all’estero e a non tornare. Ci sono state una quantità di analisi, di verifiche, c’è uno studio fatto dal Cnel recentemente, che sottolinea anche quali sono le motivazioni. La cosa, non dico sorprendente ma importante, è che la prima motivazione

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