Il Lavoro, la Passione del Fare. Dalla bottega del Rinascimento all'Intelligenza artificiale

Il lavoro, la passione del fare 104 per la quale i giovani vanno via non è quella economica, anche se quella economica è vicinissima, ma è la sfiducia nel loro futuro, la sfiducia nel poter trovare un percorso di carattere professionale, di carriera, nella nostra nazione. Questo da che cosa dipende? Dipende da qualcosa che i giovani osservano, ma noi osserviamo altrettanto. Noi abbiamo due zavorre molto grandi, secondo me. Uno è il nostro sistema normativo. Tante volte ce la prendiamo con la burocrazia, i burocrati sono lenti, eccetera. Burocrazia non è una cattiva parola, ma è la struttura portante di una nazione. Non è il problema principale. Il problema principale sono le competenze legislative concorrenti, che comportano una concorrenza di responsabilità incredibile per ogni iniziativa. Voi sapete benissimo, e qui Maurizio Marchesini come Confindustria credo che l’abbia sottolineato molte volte, quanto tempo ci vuole, quante organizzazioni dobbiamo mettere insieme per avviare un’iniziativa. Questo lo sanno anche i nostri ragazzi, ciò magari li spinge a dire: se devo fare un’impresa magari me ne vado da un’altra parte perché qui ci posso mettere troppo tempo. Lo spirito imprenditoriale che potrebbe esserci quindi, in parte viene limitato da questo. C’è un’altra cosa importante, è quella delle dimensioni delle aziende. Qui vorrei fare un commento su quello che ha detto Aram Manoukian. Aram, tu hai fatto l’esempio della tua azienda, che è un’azienda virtuosa perché sta pensando a come trattenere i suoi giovani, a come valorizzare i suoi lavoratori. Ma la tua azienda è un’azienda che realizza 150 milioni di fatturato. Quando parlo di piccole aziende, del nanismo delle aziende italiane, non parlo delle aziende da 150 milioni di fatturato, neanche di 100 milioni, arriviamo a 50 milioni con le aziende piccole e medie. Queste aziende, che io rispetto enormemente, non hanno la possibilità di investire in innovazione, di investire in ricerca, di investire in sviluppo, di fare crescere il management perché molto spesso il management non ci si avvicina neanche perché sa che non ha delle opportunità. Questo è un sistema che noi dobbiamo incentivare, non vorrei mai usare il termine combattere perché noi siamo tutti insieme, dobbiamo incentivare a migliorare, dobbiamo immaginare che queste aziende devono crescere. Come possono crescere? O unendosi – vuol dire che qualcuno invece di essere il proprietario sarà azionista di un’azienda più grande, più produttiva – oppure creando delle filiere particolarmente efficaci che permettano, nell’ambito della filiera, di fare quegli investimenti che ci mancano. Se noi riusciamo a fare investimenti in ricerca, sviluppo e in impianti, noi miglioreremo la nostra produttività. Questo è il problema dell’Italia. L’Italia ha una crescita di produttività o ha una situazione di produttività più bassa dei competitor, anche dei competitor europei; questo non perché i nostri lavoratori siano meno bravi o meno seri, ma perché noi investiamo molto meno in innovazione e in impianti. Su questo dobbiamo cercare di spingere, di creare una filosofia che faccia capire che, come avete già detto voi, piccolo e bello non funziona più perché il mondo è globale, la competizione è globale e noi non possiamo pensare di competere, a meno che non si tratti di una nicchia minuscola, ma le stesse nicchie poi scompaiono perché la

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