Il lavoro, la passione del fare 24 In questo scenario, l’Europa ha una responsabilità decisiva. La sua storia recente dimostra che cresce quando è unita e si indebolisce quando si frammenta. La sua forza risiede nella capacità di coniugare sviluppo economico, coesione sociale e valori condivisi. Ed è essenziale ricordare che l’Europa è portatrice del valore della pace, un principio che oggi assume un significato ancora più profondo. Ma l’Europa è anche il luogo in cui si è costruito un modello di stato sociale capace di proteggere le persone nelle fasi di transizione, garantendo diritti, servizi e opportunità. Rafforzarlo significa rendere sostenibile il cambiamento tecnologico e demografico, evitando che le trasformazioni producano nuove esclusioni. Per questo servono maggiori investimenti in educazione, ricerca e infrastrutture per lo sviluppo delle risorse umane e ambientali. Il lavoro, nel frattempo, è profondamente cambiato. Le trasformazioni tecnologiche e organizzative stanno ridefinendo le competenze richieste. Le analisi più recenti mostrano che oltre il 50% delle competenze attese oggi è di tipo intersettoriale, mentre il digitale non è più una specializzazione separata, ma è incorporato in tutte le attività lavorative. Le imprese cercano profili capaci di integrare conoscenze diverse, superando la tradizionale distinzione tra competenze tecniche e trasversali. Ciò che viene richiesto è una preparazione complessa, che unisca solide basi tecniche alla capacità di visione, di gestione del cambiamento e di relazione. In questo contesto emerge un nuovo paradigma, quello delle “Human Technologies”: tecnologie che non sostituiscono l’uomo, ma lo potenziano, mettendo al centro responsabilità e capacità critica. È su questo terreno che l’Europa è chiamata a lavorare, perché la qualità del suo sviluppo dipende sempre più dalla capacità di integrare tecnologia e valori umani. Allo stesso tempo, il confronto globale ricorda l’urgenza di questa sfida: la Cina oggi registra oltre il 40% dei brevetti mondiali, mentre quindici anni fa era all’1,5%, una crescita impressionante che mostra quanto rapidamente si stiano spostando i poli dell’innovazione. Questo cambiamento, però, mette in evidenza anche alcune criticità del sistema italiano. Oggi il 38,2% dei lavoratori svolge un’attività non coerente con la propria qualificazione, segno di un disallineamento tra formazione e mercato del lavoro. A questo si aggiunge il fenomeno dell’emigrazione qualificata. Negli ultimi anni, una quota significativa di giovani laureati lascia il Paese ogni anno, con ritmi superiori al 5% della loro coorte. Il risultato è una perdita di capitale umano che, negli ultimi 13 anni, è stata stimata in circa 134 miliardi di euro.
RkJQdWJsaXNoZXIy NDY5NjA=