Il lavoro, la passione del fare 36 dimensione della Sala dei Cinquecento e il Palazzo Vecchio, in questo studiolo che riunisce dietro agli sportelli di questi armadi le meraviglie del mondo: dai coralli ai cristalli, alle pietre magiche e quant’altro. (Lo Studiolo del principe Francesco de’ Medici, 1570-73. Firenze, Palazzo Vecchio). Ma gli sportelli raffigurano il lavoro, il lavoro duro dell’estrazione dalla miniera, il lavoro altrettanto duro del lanificio, la tintoria, la filatura, il lavoro più sottile, più capzioso dell’alchimista, dove Francesco stesso si fa raffigurare mentre su un fuoco agita non si sa quale sostanza, nella padella; e anche il laboratorio dell’orafo, dove il principe, ancora una volta, compare in questo ritratto, lo vediamo di spalle, mentre lavora alla corona granducale, l’emblema più alto del potere, che l’orafo sa realizzare, secondo il disegno che qui vedete. Questo disegno laterale viene da una pergamena inviata direttamente da Papa Pio IV a Cosimo de’ Medici, padre del principe, affinché per l’incoronazione a granduca, facesse realizzare una corona con quelle punte, con quei gigli, con quelle gemme. Era rigorosamente prescritto. (In ordine: Jacopo Zucchi, La miniera d’oro. Mirabello Cavalori, Il lanificio. Giovanni Stradano, Il laboratorio dell’alchimista. Alessandro Fei, L’orefice. Dallo studiolo del principe Francesco de’ Medici, 1570-73. Firenze, Palazzo Vecchio). Questa splendida bottega di orafo, nel quadro riguardante Sant’Eligio, è raffigurata con gli elementi già del lavoro, là dietro, le tenaglie, le pinze, i punteruoli e le realizzazioni di magnifici oggetti preziosi sulla mensola. (Jacopo Chimenti detto l’Empoli, L’onestà di Sant’Eligio, 1614. Firenze, Gallerie degli Uffizi dalla Confraternita degli Orefici). Mi sarei fermata qui, ma mi è stato suggerito di andare un poco avanti e quindi lì troviamo la caricatura secentesca, questa allegoria della medicina un po’ spregiudicata del Baccio del Bianco, quello che porta un’enorme siringa che non si sa a quali servizi sia adibita, ma fa paura solo a guardarla. (Baccio del Bianco, Allegoria della medicina, 1620 ca. Firenze, GDSU). Questo invece, se saltiamo nella pittura di genere, è di Giuseppe Maria Questi, La sguattera, mestiere umilissimo che si svolge nelle cucine borghesi o nobiliari. E poi vediamo in questo dipinto di Giuseppe Zocchi del Settecento, un altro mestiere molto tipico, renaioli e pescatori in Arno. Pescatori, va da sé, in qualunque fiume, i renaioli prendono invece, dal fondo, quella rena che poi entra nella composizione degli intonaci e dà una caratteristica specifica alle elaborazioni architettoniche e artistiche. (Giuseppe Maria Crespi, La sguattera, 1610. Firenze, Gallerie degli Uffizi). Passiamo poi all’Ottocento. Lì predomina il lavoro dei campi, torna a essere protagonista la fuga dei macchiaioli dalla città che si sta trasformando, è la città dove arrivano i piemontesi, dove lo sviluppo urbanistico diventa frenetico, le mura verranno abbattute.
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