Il Lavoro, la Passione del Fare. Dalla bottega del Rinascimento all'Intelligenza artificiale

Il lavoro, la passione del fare 68 “Che cosa sarò da qui a cinque anni?”, mi ha chiesto uno. “Sarò al quinto livello, al decimo livello? No, vivo in un Paese che non mi fa vedere il futuro”. E questo è il nostro difetto. Noi cresciamo come aziende, è vero, cresciamo. In che maniera, caro Cavaliere, caro collega? Ascoltando i giovani, perché loro oggi sono apertissimi, probabilmente molto più di noi. TONIA CARTOLANO Grazie molte. Le posso dire una cosa? Prima succedeva che i giovani, quando andavano presso un’azienda, era l’azienda che faceva l’intervista al giovane e gli faceva un po’ l’identikit: ci serve questo, tu ce l’hai, tu non ce l’hai. Ora si è invertito. Quando io parlo con i capi delle Risorse Umane, mi dicono che sono loro che gli fanno l’intervista, sono loro che gli dicono che gli serve un’azienda che sia così e così e, tra l’altro, fanno il fact-checking che noi facciamo in televisione e che loro fanno sui social. Perché se tu professi una cosa che poi non ritrovi nell’azienda dove pensi di andare a lavorare, io ti faccio le pulci maledettamente, che è quello che i nostri giovani sanno fare molto bene. STEFANIA BRANCACCIO Noi abbiamo finito per ridurlo a una questione di welfare, all’abbonamento in palestra e ad altre cose che, in realtà, ai ragazzi servono poco. E pensate che abbiamo chiamato una grande consulente. Mi hanno rifatto una fotografia dell’azienda nella quale erano rappresentate le nostre business unit, tutti i progetti, il loro svolgimento, i nomi dei Ceo e dei principali responsabili. Un ragazzo giovanissimo – è vero, è un operaio – ma con tanta voglia di crescere, mi è venuto a dire: “Dottoressa, io dove sto?” Non vedeva il suo nome in quel progetto. Era un ragazzo umile, ma aveva voglia di crescere, non voleva rimanere semplicemente un operaio. Parliamo proprio di quella parte del nostro lavoro che spesso consideriamo più bassa e che rimane invisibile nelle nostre aziende, ma che in realtà è quella che ci rende forti, perché è lì che si sente lo spirito dell’azienda. E allora gli ho detto: Hai ragione. In questo progetto ci sono le tue mani, c’è la tua operosità. Ecco, allora, che i nostri ragazzi, se si sentono parte delle nostre aziende, non vanno via. Rimangono e ci aiutano a crescere.

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