Civiltà del Lavoro, n. 3/2026

47 FOCUS Civiltà del Lavoro | giugno • luglio 2026 greenwashing. Proprio perché la sostenibilità è diventata un tema centrale per i consumatori, molte aziende la utilizzano come leva di marketing senza fornire informazioni sufficientemente trasparenti o supportate da dati concreti. Per questo oggi è ancora più importante promuovere educazione e spirito critico. Che cosa si potrebbe fare di più per elevare il grado di sostenibilità della filiera del tessile-abbigliamento? Credo che uno dei cambiamenti più importanti riguardi il modello di consumo. Oltre alle innovazioni tecnologiche e al miglioramento dei processi produttivi, dovremmo promuovere una cultura del “comprare meno e meglio”. Acquistare meno capi, ma di maggiore qualità, che durino più a lungo nel tempo, è una delle strategie più efficaci per ridurre l’impatto ambientale della moda. La sostenibilità non dipende soltanto da come vengono prodotti i vestiti, ma anche da come li scegliamo, li utilizziamo e ne prolunghiamo la vita utile. Che suggerimenti darebbe a un’impresa tessile che voglia migliorare la propria sostenibilità? Il primo passo è analizzare il proprio impatto e individuare le aree in cui intervenire concretamente. Tuttavia, altrettanto importante è comunicare in modo chiaro e trasparente le pratiche virtuose adottate. Molte aziende investono in sostenibilità, ma non riescono a raccontare efficacemente il valore delle proprie azioni. Informare il consumatore sull’origine dei materiali, sui processi produttivi e sugli obiettivi raggiunti contribuisce a creare fiducia e consapevolezza. Quando viene comunicata correttamente, la sostenibilità non è soltanto una responsabilità, ma può diventare anche un importante vantaggio competitivo e un elemento distintivo sul mercato. L’approccio parte da un presupposto: non esiste un unico modo di intendere la sostenibilità e spetta al consumatore scegliere i brand più allineati ai propri valori. C’è chi attribuisce maggiore importanza ai materiali utilizzati, chi alle condizioni di lavoro, chi alla produzione locale o all’economia circolare

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